Le poesie di Leopardi

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Testo

Temi principali : NOIA ESISTENZIALE, causata dalla consapevolezza che la vita è sofferenza e LA GRANDEZZA DELL’UOMO, misurata nell’osservare quanto questo è capace di soffrire

➢ L’infinito (sempre caro mi fu quest’ermo colle…)
Questo idillio, considerato uno degli esiti più alti della poesia leopardiana, propone una delle tematiche di base, quella riflessione del tema dell’infinito-indefinito. L’idillio offre nella sua brevità una meditazione sull’idea di infinito, concetto che Leopardi intende come dimensione spazio-temporale non esistente in sé, ma frutto dell’immaginazione. È la forza del pensiero, infatti, che può superare l’ostacolo della siepe, per avvicinarsi alla considerazione dell’eterno: si tratta in ogni caso di un’immensità vuota, non coincidente con una realtà fisica e neppure metafisica, di fronte alla quale il poeta prova uno smarrimento che è però piacevole.
La perfetta corrispondenza tra contenuto e forma è evidenziata da numerosi accorgimenti lessicali e sintattici che suggeriscono l’idea di infinito. L’idillio ha un suono musicale, privo di pause e con l’uso dell’enjambement dona alla poesia un ritmo continuo. Sotto il profilo lessicale, vengono usate parole indefinite (tanta, ultimo, interinati), ma l’idea di infinito è suggerita anche dal ricorso al plurale e dall’adozione di termini di una certa estensione (interinati, sovrumani, profondissima, immensità) che sono legati anche per significato al concetto di infinito.

➢ La sera del dì di festa (dolce e chiara è la notte e senza vento…)
Componimento poetico famoso per l'ampia architettura e la ricchezza di elementi che dovrebbero essere di serenità, ma che conducono il poeta a convergere su un dolore privato che è contemporaneamente quello di tutti gli uomini.
L’idillio si compone di 5 momenti. Inizialmente la descrizione notturna di grande calma, tipica della poesia leopardiana e associata per contrasto al tema della propria infelicità. Nel 4° verso viene invocata una figura femminile, la cui indifferenza nei confronti del poeta viene espressa attraverso il classico motivo del sonno della donna contrapposto all’agitata veglia dell’amante non corrisposto. Ma l’infelicità è anche causata dalla natura onnipossente che genera l’uomo ma lo priva della speranza. Questa sezione, in cui rimane ancora sullo sfondo l’elemento del paesaggio, si conclude con l’immagine della fine del giorno festivo: il sonno è preceduto dal ricordo dei divertimenti della giornata, mentre il pensiero della donna non si cura del poeta. I versi successivi danno piena voce alla disperazione del poeta che non può dormire e denuncia il dramma di un’infelicità presente già nella giovinezza. Viene poi ampliato il concetto della fine del dì di festa e l’avvento di quello feriale: non solo il singolo giorno passa, ma il tempo cancella ogni età, ogni azione dell’uomo nel corso della storia. Infine, attraverso l’espediente del ricordo, la morte di un canto ascoltato di notte nel lontano passato è il simbolo della fuga del tempo e del venir meno della giovinezza.
Nel componimento emergono due motivi principali: l’esclusione dalla felicità e la fuga del tempo. Nel primo caso, Leopardi individua nella Donna e nella Natura le cause della propria infelicità. Il mancato godimento della gioia dell’amore è interamente addebitato alla crudeltà dell’amata e pertanto netta risulta la contrapposizione tra i due protagonisti. Ma l’indifferenza femminile è nulla rispetto a quella della Natura, che nega agli uomini anche il semplice conforto della speranza. Un’immagine accompagna questa condanna: l’alternarsi di giorno festivo e feriale, che segna il passaggio dall’illusione di una gioia pur passeggera alla noia del ritorno alla quotidianità. Su questa immagine si proietta un grande tema leopardiano, ossia quello della giovinezza che alimenta speranze che, per colpa della natura, l’età successiva vedrà irrimediabilmente deluse. Nel secondo caso, Leopardi evidenzia la relatività di tutte le cose, che rende vano l’affannarsi degli uomini, il susseguirsi dei secoli si dissolve all’improvviso come un canto che s’ode lontano morire e il cui ricordo neanche la poesia pare più in grado di ravvivare.

➢ A Silvia (Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale…)
In questo idillio si succedono sensazioni visive e uditive, che vogliono esprimere una serenità e un’attesa difficili da descrivere. Questa è una delle più felici ispirazioni idilliache, ovvero quella che privilegia la sfera del ricordo. Il personaggio di Silvia è probabilmente ispirato da Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta in giovane età, episodio che colpì a fondo Leopardi.
Tutto l’idillio vive di un’identificazione, quella tra l’io del poeta e il tu di Silvia: la morte della fanciulla simboleggia la sventura del poeta. Lo stretto parallelismo tra i due protagonisti si verifica pertanto sul filo di una netta contrapposizione, ovvero quella tra l’attesa e la delusione, tra il passato e il presente. I primi versi ricordano la figura della ragazza, la sua bellezza e il suo canto, che veniva ascoltato dal poeta chiuso nella biblioteca del padre a studiare, quando la speranza del futuro era ancora viva nelle loro anime. I versi successivi riportano alla crudele realtà, ovvero alla morte della fanciulla, e di conseguenza la morte delle speranze del poeta.

➢ Il Passero solitario (d’in su della vetta della torre antica, passero solitario, …)
L’idillio comprende un’unica similitudine, ovvero quella tra la vita del passero e la condizione del poeta. Entrambi hanno la stessa vocazione alla solitudine: il passero, però, non è infelice perché si comporta secondo la sua natura, mentre il poeta è destinato a rimpiangere la sua scelta di vita solitaria.
Nella prima strofa il protagonista è il passero, nella seconda il poeta, e nella terza si attua il confronto tra i due e la loro sorte. La parte finale del componimento è infatti dedicata alla riflessione, il canto interrompe la sua musicalità, diminuiscono le rime, e compaiono frasi interrogative.
➢ Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, …)
Per la sua stesura, Leopardi prese spunto da una notizia comparsa nel “Journal des Savants” in cui veniva riportata l’abitudine di alcuni pastori asiatici di trascorrere la notte su un sasso a contemplare la luna e a improvvisare musica e parole tristi. Il Canto notturno è un monologo nel quale Leopardi supera l’ispirazione individuale e amplia in una dimensione ormai cosmica la sua visione pessimistica del reale. Il pastore errante appare infatti come una figura che, nella sua primitiva semplicità, riesce a esprimere i più pressanti interrogativi dell’esperienza umana e a consegnare al lettore un’inquietante analisi sul mistero dell’uomo e delle cose. Le sue domande esistenziali sono però destinate a cadere nel vuoto, a rimanere senza risposta. L’interlocutore, in questo caso la Luna, simbolo della natura ma anche della bellezza e di ciò che risulta irraggiungibile per l’uomo, resta infatti in silenzio: l’ignoranza del perché delle cose porta così alla conclusione che tutto è male e il riconoscimento di simili verità genera la noia, il peggiore dei mali dell’uomo. L’impossibilità di dialogo tra uomo e luna, trasforma il monologo in una cantilena: infatti questo rappresenta bene da un lato il dubbio (il pastore) e dall’altro quello della conoscenza non condivisa (la luna).
Il Pastore rappresenta l’uomo in senso generale, e simboleggia la vita che è sofferenza. Viene descritto come una persona stanca, inferma, vecchia e bianca, mezza vestita e scalza, sanguinosa, e può definirsi l’alter-ego di Leopardi. La Luna rappresenta invece la natura: è il simbolo a cui si rivolge il pastore per trovare risposta alle sue domande esistenziali (il perché delle stelle nel cielo, il perché dell’infinità del cielo e il perché di tanta solitudine nel mondo).
Nella 4° strofa, il pastore, andando col suo gregge, si ferma ad ammirare la silenziosa luna, le pone delle domande, sostenendo che solo lei da lassù vede e sa tutto, sa il perché dell’esistenza dell’uomo e il perché delle stagioni. Nella 5° strofa, il pastore esterna la sua invidia nei confronti della luna, la quale mai prova noia e che è capace di scordare tutti i problemi. Prova invidia anche nei confronti degli animali, i quali, posandosi sull’erba, riescono a riposare, mentre il pastore viene afflitto da mille pensieri e problematiche.

➢ Il Sabato del Villaggio (la donzelletta vien dalla campagna, in sul calar del sole, …)
L’idillio si compone di due momenti: inizialmente il quadretto della vita del borgo, colta nella trepidazione per l’imminente giorno di vesta; i versi successivi introducono invece lo spunto riflessivo, con la relativa denuncia dell’illusorietà di tale attesa. L’idillio si configura così come un mirabile canto della speranza, nella persuasione che l’unico, fuggevole piacere che l’uomo può provare consiste nell’incerta attesa di ciò che il domani potrà portargli. I due movimenti dell’idillio corrispondono poi ai due poli del paragone che percorre l’intero componimento, quello tra la fugace serenità che prelude al riposo domenicale e la speranza che accompagna l’età più bella, prima che la maturità (la domenica) faccia cadere il velo dell’illusione. Nell’ultima strofa troviamo il ragazzino allegro e parallelamente la considerazione che quell’età, la giovinezza, è destinata a finire, e che a speme e gioia, subentreranno necessariamente tristezza e noia a causa dell’avvenire della maturità.

➢ La Ginestra (qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Vedevo, la qual…)
La Ginestra è considerato il testamento poetico di Leopardi, ed è anche il suo componimento più lungo.
Questa poesia, scritta in una villa di Torre del Greco, chiude il libro dei Canti per esplicita volontà del poeta. Si compone di sette momenti di varia lunghezza, che hanno come spunto principale la minacciosa potenza della natura, simboleggiata dal Vesuvio, che con la sua ostile presenza atterrisce di continuo insediamenti umani intorno al Golfo di Napoli. Il ricordo della celebre eruzione del 79 d.C. che distrusse Pompei, Stabia ed Ercolano, si unisce così all’incertezza del presente di fronte a una natura che, in conseguenza di quell’idea di pessimismo comico, non cessa di essere considerata come Natura matrigna: in questo caso troviamo una natura che è o indifferente o ostile agli uomini.
La Ginestra, fiore di un giallo intenso che rallegra alla vista e che si nasce fra le rovine o nel deserto, è simbolo della Poesia che, come il fiore, può rallegrare l’animo dell’uomo. Da analizzare è il contenuto delle sette strofe:
1. nella prima strofa, troviamo la ginestra, che il poeta già vide tra le rovine dell’antica Roma, vive sulle aride pendici del Vesuvio, in un paesaggio oggi desertico, ma in cui un tempo sorgevano famose città cancellate dalle violenta eruzione del vulcano. L’umile fiore, con il suo profumo, allieta questa terra triste.
2. nella seconda strofa, il poeta esprime tutto il suo disprezzo contro il proprio secolo, l’800, un secolo superbo e sciocco che, rinnegando i risultati del pensiero rinascimentale, nasconde l’aspro destino che colpisce gli uomini.
3. nella terza strofa, il poeta descrive la Nobil Natura, ovvero colui che ha il coraggio di accettare la sua condizione di vita, che guarda alla realtà e che si mostra grande nel soffrire, incolpando del suo destino non gli altri uomini ma la natura. Gli uomini dovrebbero infatti riunirsi e combattere la natura matrigna, unico vero nemico.
4. nella quarta strofa, il poeta descrive come si ferma di notte a contemplare le stelle, le quali sono enormi rispetto alla terra che, comparata, appare come un granello di sabbia. L’uomo, continua ugualmente a essere superbo, a credersi padrone dell’universo, nonostante la sua piccolezza.
5. nella quinta strofa, viene fatto il paragone come un frutto cadendo dall’albero distrugge un operoso formicaio, così la lava distrugge le grandi città degli uomini. Per la natura, la sorte dell’uomo non ha più valore di quella delle formiche.
6. nella sesta strofa, viene descritto come dopo 1800 anni il contadino è ancora timoroso nel coltivare, a causa della possibilità di una nuova eruzione. Vengono anche riportati alla luce i resti di Pompei, che simboleggiano la debolezza.
7. nella settima strofa, viene ricordato come anche la ginestra morirà sotto il flusso della lava, piegandosi al volere della natura, senza però prima aver inutilmente supplicato pietà, non come l’uomo che è orgoglioso e si crede immortale.

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