Le operette morali

Materie:Riassunto
Categoria:Italiano

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Testo

Le Operette Morali

Scritte fra il 1820-23 sono definite ‘il libro più caro dei miei occhi’, è una raccolta di prose filosofiche e dialoghi satirici. L’ambientazione fantastica e l’invenzione di figure immaginarie, permettono a Leopardi di esprimere liberamente il suo pensiero in prosa. Le Operette Morali sono l’anello di congiunzione fra le due stagioni principali della poesia Leopardiana, il pessimismo passa da Storico a Cosmico, esteso a tutto l’universo. La natura è indifferente alle pene degli esseri da lei creati e viene condannata. Risalta anchè la sfiducia nel progresso dominato dalla debolezza intellettuale.

Dialogo di un folletto e di uno gnomo

Variazione fantastica di un tema caro a Leopardi: la critica all’illusione umana di essere il centro e la fine dell’universo. Gli interlocutori sono due personaggi fantastici, che si incontrano in un mondo reso silenzioso e deserto dalla sparizione della specie umana, distrutta dalle guerre, dalla malvagità, navigando, mangiandosi l’un l’altro. Il poeta finge un mondo senza gente, in cui la vita continua impassibile, come se nulla fosse accaduto. L’universo continua il suo moto, estraneo e indifferente a noi, il sole continuerà a sorgere, i giorni passeranno comunque. Il folletto, lo gnomo, il poeta ironizzano la presunzione che gli uomini hanno avuto di credere che l’universo fosse fatto e mantenuto per loro, e che le cose del mondo non avessero altra funzione che essere al loro servizio. Nel ricordo dei due interlocutori, le vicende umane, le grandi gesta, le imprese, diventano niente; mentre senza l’umanità la terra non sente che manchi nulla. Il dialogo è diviso in 3 parti:
1. I due personaggi si interrogano sulla scomparsa del genere umano;
2. Indagano le cause per cui gli uomini si sono estinti;
3. Leopardi polemizza e ridicolizza l’idea secondo la quale il mondo è fatto ad uso e consumo degli uomini, sostenendo che la natura è indifferente alle vicende umane e che l’intero universo è privo di scopo.

Il folletto si rivela più informato dello gnomo, nella terza parte emerge che tutti e due hanno gli stessi pregiudizi degli uomini, nella parte finale i due, con battute intercambiabili, dimostrano che sono giunti alla stessa conclusione ed espongono entrambi le idee del poeta.
Il linguaggio dell’operetta è colloquiale, con battute brevi, ritmo trattenuto e lessico ricco di termini quotidiani che rivelano l’informalità dei rapporti fra i due.

Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere

“Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura” in queste parole che un passante, meditativo e pensieroso, rivolge all’umile venditore di almanacchi, è contenuto il tema di questo agile dialogo. Nella sua apparente semplicità esso si ricollega al nucleo centrale della filosofia leopardiana: la felicità consiste nell’attesa di una gioia in cui spera l’uomo. I due interlocutori sembrano la personificazione dei due atteggiamenti contrastanti del poeta: da una parte troviamo l’ironico e smaliziato punto di vista della ragione che smaschera ogni illusione, dall’altra il desiderio di vivere pienamente la vita. Leopardi vuole dirci che la vita è composta da molto più male che bene e se domandassimo a qualcuno di ritornare a fare la vita passata, con il patto che sia uguale, nessuno accetterebbe. Vorremmo vivere una vita nuova del tutto piuttosto che quella già conosciuta. Il linguaggio usato è semplice così che può essere capito da tutti.

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