LA RABBIA E L'ORGOGLIO oriana fallaci

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano

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Data:31.05.2006
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Testo

La rabbia e l'orgoglio
di Oriana Fallaci
La guerra santa di Oriana
di Isabella Marchiolo
"La rabbia e l'orgoglio", l'articolo-fiume di Oriana Fallaci sulla guerra contro il terrorismo pubblicato dal "Corriere della sera" lo scorso 29 settembre, è diventato un libro. Con la stessa rabbia, lo stesso orgoglio e tanta amarezza, la scrittrice fiorentina rompe per la seconda volta il silenzio rivelando i metri di pagine non lette sul "Corriere" e lasciate su quella scrivania di Manhattan dove l'autrice ha dilaniato il corpo e l'anima per dare alla luce la sua catilinaria contro il mondo islamico, l'ipocrisia e la falsa democrazia europee e soprattutto i peccati di un'Italia corrotta, volgare e pavida. E se quella del "Corriere" era stata un'invettiva cruda, impietosa e rigorosa, le 162 pagine del libro non cambiano di una virgola la posizione della giornalista, che sente il dovere di spiegare il prima e il dopo dell'articolo in una appassionata prefazione.
In questo accorato prologo, una sorta di editoriale nell'editoriale, ci sono il garbato "assedio" di Ferruccio De Bortoli, direttore del "Corriere", la settimana di scrittura inarrestabile (mai interrotta, neppure per mangiare e per dormire) per preparare l'articolo, e la fiera indifferenza per le critiche del testo, tra cui le autorevoli firme di Umberto Eco e Dacia Maraini, tutti detrattori che rimangono innominati nel libro della Fallaci, aristocraticamente salda nella propria trincea. Ma non solo. In questa lunghissima confessione, la scrittrice parla anche del suo esilio americano, vissuto con la silenziosa compagnia dei fantasmi di Giuseppe Garibaldi, Federico Confalonieri e Piero Maroncelli, illustri compagni di fuga, e della sua italianità vissuta di soppiatto nel segreto del Chiantishire, per scongiurare l'incontro con i personaggi responsabili dell'eremitaggio del padre. La Fallaci parla anche della famiglia, affettivamente e moralmente, rievocando le pillole di saggezza apprese dallo zio Bruno (grande giornalista immune dalla genetica vanità del mestiere, che ammoniva i colleghi di non annoiare il lettore) e dal padre Edoardo, strenuo combattente del coraggio e dell'orgoglio patrio, che da bambina le ha insegnato a non piangere mai. Ed è proprio questa la parte più emozionante del libro. L'articolo restituito alla sua veste integrale guadagna, sì, alcuni importanti episodi negati al "Corriere" (il bellissimo racconto dell'incontro con il Dalai Lama in T-shirt di Popeye, le storie degli eroi del Ground Zero come il pompiere Jimmy Grillo e il piccolo Bobby, le barbarie delle donne musulmane lapidate per colpa di una visita dal parrucchiere proibita, l'infelice matrimonio imposto a Ali Bhutto), ma non apre nessuno spiraglio di speranza sulla rabbia, l'orgoglio e, purtroppo, l'innegabile odio che trapelava dalle quattro facciate occupate sul quotidiano. Sentimenti forti e inarrestabili che, per chi non l'avesse fatto sul "Corriere", vanno comunque letti. Perché urlano verità, coraggio e coerenza mantenuta fino in fondo a costo di impopolarità (e non per interesse, visto che la scrittrice precisa di aver rifiutato la cifra offerta dal giornale per la pubblicazione dell'articolo). E, condivisi o no, sono una voce, rara, senza catene né padroni.
La Fallaci, guidata dall'agghiacciante visione dell'eccidio delle Torri Gemelle è un fiume in piena di dolore e furia e nella sua invettiva non risparmia nessuno. Gragnuola di colpi su comunisti ed ex comunisti, sul Vaticano, sull'Italia affascinata dai miti hollywoodiani e rapida a sogghignare "gli sta bene agli americani", su Berlusconi, leader per caso al timone di un partito con il nome rubato ai cori da stadio, sui giovani che confondono Mussolini con Rossellini e parlano masticando errori di grammatica, su Bossi, sui neofascisti e sulle bandiere tricolori sempre più in via d'estinzione sulle nostre piazze e finestre. Ma soprattutto la scrittrice fiorentina condanna il mondo islamico. Di più, il mondo arabo, e ancora di più, il mondo disgraziato degli immigrati. Che siano extracomunitari o europei, alla Fallaci importa poco. Quello che importa è che "non passi lo straniero", accusato sempre e comunque di essere irrispettoso del paese ospite, maleducato, arrogante e, se non ladro, violento e assassino. La scrittrice si paragona a Salvemini nell'accorato monito lanciato nel '33 dall'Irving Plaza contro la minaccia nazista, e grida il suo allarme contro il progetto criminale di Bin Laden e degli altri duci islamici del passato e del futuro. "Loro", i figli di Allah, nessuno escluso, marciano decisi verso l'Occidente, in guerra contro gli infedeli, e, per la Fallaci, continuando sulla strada della tolleranza e del dialogo, si correrebbe il rischio concreto di spianargli la strada e persino di spalancargli la porta e farli accomodare in casa. In casa nostra, sottolinea con l'orgoglio la scrittrice toscana, e soffre per lo scempio di ambulanti, mendicanti e prostitute liberi di deturpare con la loro presenza lo scenario dei più bei monumenti italiani.
Ed è questo orgoglio dell'arte e della cultura, che spazza via ogni segno di umanità, che le si contesta. Le si contesta la rabbia cieca che le fa dimenticare i viaggi della speranza sui gommoni verso un'Italia che finge di volere l'integrazione, per sollevare, nel libro, il solo sospetto della fonte del denaro usato dagli immigrati per pagarsi la traversata. Nella sua impeccabile arringa contro la guerra santa islamica, la Fallaci, sospinta dai venti di questa rabbia e da questo orgoglio, non si accorge di condurre anche lei una parallela guerra santa. La conduce quando non parla neppure una volta dei musulmani non integralisti, degli immigrati che lavorano onestamente in paesi che rispettano ma che, come è successo per la stessa scrittrice e gli Usa, non saranno mai i propri, e quando nega ingenerosamente una dignità alla cultura araba. Inferiorità, superiorità, barbe e turbanti, anzianità di arte, letteratura e architettura, sono tutti concetti già sentiti in un'altra epoca che, purtroppo, anche la Fallaci ha conosciuto bene e in prima persona, e non vorremmo sentirli mai più. Con la pubblicazione del libro avevamo sperato di trovare nei metri di fogli rimasti nella scrivania newyorkese anche solo un rigo per ricordare chi, tra gli arabi musulmani e non musulmani, davanti al delirio di Bin Laden, si sente come un siciliano o un calabrese davanti al sangue sparso dalla mafia, che insozza l'onestà di intere città e regioni sotto un'etichetta marchiata a fuoco.
Eppure, la stessa scrittrice dichiara bellicosamente il suo distacco dall'Italia delle cicale (a proposito, perché, signora Fallaci, quella spietata definizione degli omosessuali?), un'Italia da cui, giustamente e con la forza della libertà e, ancora, della rabbia e dell'orgoglio, ha deciso di fuggire (e dovrebbe, forse, riflettere, sul fatto che da tre quarti di questa Italia sono piovuti consensi sull'articolo del "Corriere"). Allora, con il medesimo amore della giustizia, si riconosca a tutti, individui, famiglie prolifiche e comunità, la libertà di fare altrettanto, ed abbandonare una patria dove si uccide, si muore di fame, dove non si può esprimere il proprio pensiero. E si riconosca l'opportunità di essere definita tale anche ad una cultura giovane. Oppure, ci si prenda la responsabilità di mettersi nel "mucchio", italiana e quindi cicala, volgare, ignorante, ipocrita e compiacente, come arabo e dunque invasato, incivile e incolto. Cosa che non vorremmo mai per uno spirito libero e imbelle come quello della scrittrice fiorentina. Non risponda alla guerra santa degli esaltati Bin Laden con un'altra guerra santa, signora Fallaci. E ci regali quel bambino tanto amato, il suo libro ancora in gestazione, senza veleni e senza odi, innocente e puro come tutti i neonati.
Titolo: La rabbia e l'orgoglio
Autore: Oriana Fallaci
Editore: Rizzoli
Collana: Piccola scala italiani
Pagine: 163
Anno: 2001
Prezzo di copertina: € 9,81
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Recensione
Oriana Fallaci
La rabbia e l'orgoglio
Milano, Rizzoli, 2001
"Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre".
E uno di questi momenti è stato l'11 settembre 2001, con l'attentato alle Torri Gemelle di New York. Tale data ha segnato la storia del mondo, accelerando drammaticamente il confronto e lo scontro tra l'Occidente e il mondo islamico.
Oriana Fallaci era a Manhattan quell'11 settembre; di fronte ad un evento così tragico ha rotto un silenzio più che decennale, per gridare la propria rabbia nei confronti dei terroristi e della cultura di cui sono portatori.
Il discorso della Fallaci, pubblicato sul "Corriere della sera" in forma ridotta e ora disponibile in volume in forma integrale, e con una ricca introduzione, non concede nulla alla ragionevolezza e all'equilibrio: è un urlo di disprezzo nei confronti dell'Islam, un concentrato puro di sfida alla diplomazia, una difesa accorata e senza riserve dell'Occidente e dei suoi valori.
La Fallaci scrive dell'America parlando in controluce anche dell'Italia: dello stile e dei contenuti della sua politica; della qualità dei suoi valori prevalenti; dello spessore del suo tessuto morale.
Come accade ai discorsi infuocati, il testo della Fallaci è stato molto amato e molto criticato: impossibile non schierarsi con lei o contro di lei.
"La rabbia e l'orgoglio"
Recensione e commento al libro d'Oriana Fallaci
di Andrea (woquini) Frasconi


Scrivere di getto, e sotto l'impeto di un'emozione, suscitata da fatti o da motivazioni diverse, può offuscare anche le coscienze più critiche e razionali. Pochi scrittori hanno avuto il dono d'evitare questa sorta di "offuscamento": si pensi a Zola con il suo "J'accuse!" al tempo dell'affare Dreyfuss. Si può non essere d'accordo sul loro contenuto, sui toni, con cui gli argomenti sono scritti, trattati, e riportati, e, pur non condividendone i contenuti, se apportano materiale, conoscenze, riflessioni, e tutte le cose che servono alla reciproca comprensione, debbono essere accettati, discussi e confrontati. Tutto questo non esiste nel libro della Fallaci. Si può essere d'accordo, quando cita il "frì-frì" di certe cicale che amano esibirsi, che il fascismo è un comportamento e non un'ideologia (almeno in parte), che quel dirigente comunista che le diede una risposta idiota, è, lui stesso, un idiota (op. cit. pag. 143-144), che una certa Italia menefreghista accampi sempre Diritti ma glissi sui Doveri, che Storia e Grammatica siano delle sconosciute anche a chi dovrebbe promuoverle, ma sarebbe stato meglio se avesse intitolato il libro "La rabbia, l'orgoglio e la comprensione". Scrivere: "...ecco, io, adesso, mi sono sentita così, questo è quello che sento, e che, probabilmente, sentirò in futuro. Adesso cerchiamo di capire meglio perché è successo, in modo che non debba più ripetersi". Sarebbe stata di un'onestà intellettuale unica. Mi viene in mente il giornalista Walter Cronkite, che, in pieno intervento americano in Vietnam, alla TV, dopo aver letto i servizi, mise da parte gli appunti, e fissando la telecamera si rivolse agli americani dicendo: "...adesso parliamo del nostro coinvolgimento nella guerra del Vietnam". Nel libro della Fallaci ci sono ben 40 pagine d'introduzione, dedicate ai lettori, con dovizia di cenni storici sui contributi che New York e l'America, hanno dato agli italiani e all'Europa, che ha il sapore, amaro, di voler offrire un supporto storico a quello che ha scritto. Non c'è argomento, sul peana all'America di quest'introduzione che, sempre dal punto di vista storico, non possa essere, confutato, messo a tacere o, in ogni modo, contraddetto, con argomentazioni, altrettanto valide. Le citazioni sugli esuli del Risorgimento cui l'America offrì ospitalità dal 1833. Erano, anche, gli anni in cui l'esercito americano deportava i Cherokee in Oklahoma. Ci sarebbero da dire altre cose, molte, purtroppo: sul "Manifest Destiny", bibbia ideologica che giustificò l'occupazione delle terre ad Ovest degli Appalachi, ed esaltava la civiltà bianca alla quale era assegnato il "destino" di colonizzare nuovi territori, sui furti, sulle atrocità perpetrate a danno di coloro che erano i primi nativi americani e cui fu concessa la cittadinanza solo nel 1924. Un peana che l'America, benché, oggi, ferita, non merita. Fuori tema, quindi (pag. 74) la citazione della Dichiarazione d'Indipendenza: "...noi riteniamo evidenti queste verità". Evidenti per chi? Il primo negro ad entrare in un'università americana nel sud, dovette essere scortato dalla Guardia Nazionale. Erano i primi anni '60 dello scorso secolo non il 1774. Il livore, la rabbia con cui si scaglia contro il mondo mussulmano, dimostrandone una conoscenza superficiale, non hanno giustificazione né storica, né antropologica, né culturale, e, in certi tratti, ricordano le chiacchiere, i luoghi comuni contro tutto quello che potrebbe minacciare la nostra tranquilla, paciosa, noiosa realtà provinciale. L'orgoglio diventa presunzione, arroganza ed etnocentrismo. Dal libro n'esce che, in Europa, si chiudono occhi sulla repressione d'ogni forma di dissenso nei paesi mussulmani, e che sia in atto una sorta di colonizzazione religiosa. Si deve, ancora, ricordare, che Osama Bin Laden ha obiettivi laici, e non religiosi né culturali? Di queste considerazioni, ovvie, non c'è traccia nel libro della Fallaci, anche se ne delinea i fatti, senza, peraltro, collegarli. "...che senso ha rispettare chi non rispetta noi...", afferma (pag. 80), eppure, da una vera laica, qual è la Fallaci, ci si sarebbe aspettata una riflessione più profonda; magari sentirsi dire: "...la grandezza (non superiorità) di una civiltà, potrebbe essere proprio il voler capire, il cercare di comprendere il perché di tale disprezzo". L'intento di questo libro era di offrire spunti di riflessione sul mondo mussulmano, sull'America e sul perché di quel 11 Settembre? Sicuramente non c'è riuscito, e, visti i toni, io dubito che ciò rientrasse nelle intenzioni dell'autrice.
È passato un anno da quel fatidico 11 Settembre, e mai come adesso il libro d'Oriana Fallaci assume lo stesso sapore del "Manifest Destiny", mentre dovrebbe, almeno per le coscienze più razionali, offrire spunti di riflessione affinché il contenuto e i toni non diventino davvero una sorta di bibbia dell'integralismo al contrario, cui offre supporto ideologico e culturale. È fuori discussione, ed è apparso più come una manovra commerciale, il tentativo francese di denunciare il libro, e le minacce di toglierlo dalla distribuzione hanno assunto i toni di un goffo tentativo politico di correre ai ripari di fronte al vespaio sollevato; meglio sarebbe stato un dibattito ed un confronto onesto che avesse potuto fugare, se non tutti, almeno diversi dubbi, evitando polemiche fini a se stesse. In Italia gli elogi si sono sprecati, quasi quanto gli insulti, ma nessuno è riuscito a vedere più in là dell'ovvietà delle tesi che sono state riportate. Probabilmente la fama della scrittrice, il tono, e, diciamolo pure, la rabbia, hanno inibito o sorpreso i più, anche quelli che avrebbero potuto confutare quanto sosteneva. I piccoli uomini dei Bar Sport, gli elettori convinti della "legge ed ordine", la "razza Piave", possono sentirsi, finalmente, sollevati per aver trovato in Oriana Fallaci il loro cantore. Ha offerto un supporto storico culturale (presunto) alle loro paure, senza che nessuna voce abbia avuto til coraggio d'uscire dalla polemica spicciola, semplicemente sostenendo: "...bene! Questo è quanto tu affermi, qui con me (noi) ci sono la Storia e la Cultura supportate dai fatti. Discutiamo!"
Oriana Fallaci è sempre stata una sorta di "bastian contrario", come sostengono in Toscana, è colui/colei che ha il gusto di sostenere sempre il contrario, a volte a titolo gratuito. Gli scritti precedenti, pur andando, spesso, "contro", o suscitando perplessità, riuscivano ad offrire spunti di discussioni, critiche in parte feroci, anche accese, ma mai violente o con toni fuori delle righe e oltre, se si eccettua forse "Lettera ad un bambino mai nato". In quel caso, è giusto ricordare, il libro uscì nel periodo in cui la discussione sull'aborto riempiva le pagine dei giornali, o quasi, offrendo spunti accesi di contrasto tra la cultura laica e quella cattolica. C'è da chiedersi se con i prossimi scritti Oriana Fallaci riuscirà a ritornare su tale linea, oppure proseguirà su quell'aperta da "La rabbia e l'orgoglio".

LE RECENSIONI - SCHEDA COMPLETA
Titolo:
La rabbia e l'orgoglio
Autore:
Oriana Fallaci
Genere:
Saggistica
Editore:
Rizzoli
Prezzo:
9,81; p. 168
Con "La Rabbia e l'Orgoglio" Oriana Fallaci rompe un silenzio durato dieci anni. Lo rompe prendendo spunto dall'apocalisse che la mattina dell'11 settembre 2001, non molto lontano dalla sua casa di Manhattan, disintegrò le due Torri di New York e incenerì migliaia di creature
La rabbia e l’orgoglio si pone come un atto di accusa del nostro tempo, un libro polemico, di forti moniti al mondo intero, quasi profetico e consapevole della difficoltà di affidare il proprio messaggio. Un libro che pretende di scorgere la verità e, più difficilmente, osa divulgarla. La Fallaci interpreta il momento cruciale della nostra cultura partendo dall’episodio delle torri gemelle a New York, e cerca di smuovere le coscienze verso un cammino che getti luce sui nostri tempi oscuri. Sicuramente un libro che porta a riflettere, perché vengono toccati argomenti attuali e sentiti dall’opinione pubblica, temi come la Guerra Santa, la cultura islamica e la sua degenerazione nel terrorismo, opinioni e pensieri sulla mentalità italiana, non senza un’aspra polemica contro gli intellettuali e la cultura italiana; il ruolo degli Stati Uniti come impavidi eroi del nostro tempo e la loro influenza sull’Italia. Un libro che ha provocato molto clamore e divisione nel giudizio del pubblico; apparso sull’onda di un articolo che aveva suscitato molte discussioni, La rabbia e l’orgoglio imprime una scelta: c’è chi lo adora perché la Fallaci ha il coraggio di dire crude verità, evitate dai politici, e c’è chi lo minimizza come un libro di luoghi comuni e falsa moralità. Tutto ed il contrario di tutto può essere detto su Oriana Fallaci, giornalista , inviata di guerra, scrittrice, ha seguito in prima persona gran parte degli avvenimenti miliari della nostra epoca, la rivoluzione dei colonnelli in Grecia, il Vietnam, le dittature militari sudamericane, l'intifada Palestinese, rischiando sempre sulla propria pelle il raggiungimento della verità della notizia, accumulando e respirando odio e cattiveria che sarebbero stato più utile sfogare su di un confortevole cuscino di gommapiuma

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