La pena di morte

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Testo

Sono contrario alla pena di morte, ad ogni latitudine. Se però si dovesse applicarla, come ho già spiegato qualche giorno fa, preferirei comminarla a chi nega la democrazia (vedi mio precedente post, qui). Credo infatti alla proporzionalità della pena, prima di tutto. E dovrebbe essere chiaro anche a chi è favorevole alla pena capitale che, tra un ragazzo che uccide due coetanei e Saddam Hussein differenza ce n'è. E dare la stessa pena ad entrambi sarebbe sbagliato.
Da tutto questo movimento contrario alla pena di morte però, permettetemi di mettervi in guardia. Da Prodi a D'Alema, tutti contro la pena di morte? No, tutti contro alla pena di morte per Saddam Hussein. Che è cosa ben diversa. Questo governo in particolare, si è contraddistinto per essersi rifiutato di portare avanti all'Onu una risoluzione per sospendere la pena di morte nel mondo (vedi qui). Che giudizio ci resta da trarre, quindi? che - a parte i radicali - la stragrande maggioranza dei nostri attuali governanti non si mobilita contro la pena di morte per tutti, ma solo contro quella che colpirebbe Saddam. Cosa abbia fatto di buono Saddam per meritarsi questa mobilitazione internazionale mi sfugge. Non mi sfugge invece cosa abbiano fatto di male le migliaia di persone uccise. Si sta ripercorrendo, insomma, lo stesso percorso di Tangentopoli. Quando ogni tanto partiva la campagna garantista per quel tale politico, dimenticandosi sempre del nullatenente che marciva in carcere, solo perchè senza un avvocato decente.
A me pare un mondo al contrario, questo. Mi pare un mondo dove siano sempre gli stessi - i potenti o gli ex - al centro dell'attenzione. Per il cittadino comune invece, nulla. Pensate ai giovani studenti iraniani che si oppongono la regime: non meriterebbero almeno le stesse parole di solidarietà che il mondo politico ha riservato a Saddam? e invece no. Quei ragazzi non hanno potere, non fanno parte del "giro" giusto, non hanno voce. E per questo dalle carceri iraniane scompaiono, giorno dopo giorno, lentamente. Nel silenzio del mondo.
Per questo mi rifiuto di aderire a qualsiasi inziativa per salvare la vita a Saddam. Continuerò a firmare, come sempre, i vari appelli per salvare le vite di tutti i dissidenti, delle donne perseguitate, delle minoranze, ecc. Ma Saddam, perdonatemi se non sono così generoso, no. L'idea di fare qualcosa in favore di chi ha gassato 180 mila curdi, di chi ha massacrato gli sciiti, di chi ha finanziato il terrorismo in Israele (Hamas ancora ieri, riconosceva il fondamentale contributo del dittatore "laico" all'organizzazione terroristica palestinese), è troppo. Diciamo che mi astengo.
6 novembre 2006
Saddam a morte: la sentenza divide Europa e Usa, anche Blair contrario
P.F.
Saddam Hussein si è macchiato di crimini «atroci» contro l'umanità, ma l'Unione europea «è contraria alla pena capitale in tutti i casi e in ogni circostanza» ed essa non dovrebbe essere applicata neanche all'ex rais iracheno: la nota fatta diramare nella serata di domenica 5 novembre dalla presidenza finlandese della Ue sintetizza la posizione di quasi tutti i Paesi europei sulla condanna a morte per impiccagione, inflitta all'ex dittatore per la strage di Dujail e mostra l'Occidente diviso.

Se infatti Oltreoceano la Casa Bianca parla di «una buona giornata per il popolo iracheno», l'Europa intera ribadisce con forza il proprio «no» alla pena di morte. Anche «la Gran Bretagna è contraria alla pena di morte»: così il primo ministro britannico Tony Blair ha risposto oggi ai giornalisti nel corso della conferenza stampa mensile, pronunciando la frase che ieri non aveva detto il ministro degli Esteri, signora Margaret Beckett. Per circa 24 ore la voce di Londra era rimasta infatti fuori dal coro nell'Unione europea.

Premessa simile a quella formulata nelle altre cancellerie dell'Europa continentale: per il presidente del Consiglio italiano Romano Prodi «la condanna rispecchia il giudizio di tutta la comunità internazionale sul dittatore Saddam Hussein», ma «per efferato che sia un delitto, la nostra tradizione e la nostra etica si allontanano dall'idea della pena di morte».

Giudizio analogo quello espresso dal responsabile della Farnesina Massimo D'Alema, che oltre a ricordare la contrarietà dell'Italia, «in ogni circostanza» alla pena capitale, invita la comunità internazionale a riflettere «sull' ulteriore aggravamento del clima di forte tensione» in Iraq che l'effettiva esecuzione della sentenza potrebbe generare. E se il premier spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero si dice convinto che la morte di Saddam non frenerà la violenza in Iraq, puntando il dito contro «il grave errore» dell'intervento militare del 2003; Parigi «prende atto» della sentenza, ma il ministro degli Esteri Philippe Douste-Blazy, ricorda la posizione della Francia e della Ue ostile alla pena di morte, «una posizione costante per la sua abolizione universale».

Il premier belga Guy Verhofstadt si augura che «questa decisione non provochi una nuova escalation di violenze», mentre in Russia è palpabile l'irritazione verso una sentenza che sembra «suggerita dall'estero». Il portavoce del ministero si è infatti appellato all'opportunità di prendere decisioni del genere solo su basi «strettamente legali» e «indipendentemente dalle circostanze politiche» e ha espresso il timore che «l'instabilità attuale del Paese sia rafforzata».

Insomma, Mosca prevede «conseguenze catastrofiche» se Saddam fosse realmente impiccato, anche se - suggerisce il presidente della commissione Affari Esteri del parlamento russo Konstantin Kosacev - «é poco probabile che la condanna venga eseguita». Preoccupata la reazione turca: il capo della diplomazia di Ankara Abdullah Gul sostiene che la sentenza dovrebbe «allegrare il popolo iracheno, che ha conosciuto molte disgrazie», ma nello stesso tempo mette in guardia contro le suggestioni «ingannevoli» di una spartizione dell'Iraq che la scomparsa di Saddam potrebbe alimentare: «Ciò farebbe precipitare il Paese nel caos e allora - ammonisce - anche i Paesi vicini comincerebbero a cambiare atteggiamento».
Processo a Saddam. No alla pena di morte

Nesuna simpatia per Saddam Hussein, ma la pena di morte è una scelta sempre sbagliata, proprio come la guerra. Rifondazione Comunista giudica così la sentenza di condanna per l'ex dittatore iracheno al primo grado del processo a Baghdad. Spiega il responsabile Esteri Fabio Amato: “Non proviamo nessuna simpatia per Saddam Hussein. Si tratta di un dittatore, sicuramente colpevole di atrocità verso il suo popolo. Ma la condanna a morte rappresenta un epilogo sbagliato dal punto di vista umanitario, giuridico e politico”.
“Umanitario – spiega Amato - perché per noi la pena di morte è sempre un crimine e va abolita. Giuridico perché il processo non ha avuto alcuna garanzia. Politico perchè l’eventuale applicazione di una pena capitale rappresenterebbe l’ennesimo errore di una guerra sbagliata e inasprirebbe la condizione già disastrosa e di guerra civile in Iraq”.
“Saddam è stato prima l’uomo degli Usa ed oggi viene ipocritamente sacrificato per coprire il fallimento di una guerra voluta da Bush per ben altri scopi che quelli di un Iraq democratico – continua l’esponente di Rifondazione Comunista - Fra l’altro, la pena di morte non aiuterebbe in alcun modo la ricerca di una via d’uscita dal pantano iracheno. Anche sulla ipotesi di pena capitale per Saddam, l’Europa non segua Blair e Bush e mantenga fede ai suoi principi. Lo ripetiamo: l’unica possibile soluzione è il ritiro di tutte le truppe di occupazione dall’Iraq”.

Impiccheranno Saddam? E’ stato un processo-farsa

La giustizia non può essere affidata alle scelte politiche dei vincitori. Occorre istituire quella corte penale internazionale che sia in grado di tutelare i diritti dell’uomo (anche dei vinti)

di Giuliano Pisapia
La sentenza nei confronti di Saddam Hussein, accusato di aver ordinato la morte di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, è attesa per oggi. Il pm, però, ha già dichiarato che il verdetto «potrebbe slittare di qualche giorno»: il che conferma quanto da molti ipotizzato e cioè che, anche sui tempi della decisione, inciderà la scadenza elettorale negli Stati Uniti. La notizia della condanna di Saddam Hussein avrebbe, infatti, effetti positivi per Bush, in forte calo di consensi per la sua politica estera. Il presidente degli Stati Uniti - come emerge da un recente sondaggio effettuato in Gran Bretagna, Israele, Canada e Messico - è considerato più pericoloso, per la pace, del leader nordcoreano Kim-Jong-il e del presidente iraniano Ahmadinejad (ed è battuto solo da Bin Laden, peraltro con uno scarto minimo: 75% degli intervistati, rispetto all’87%).
Ma, per ritornare al processo nei confronti di Saddam, se non vi è certezza sui tempi della sentenza, ben pochi sono i dubbi sulla decisione finale. La condanna è data per scontata; la morte per impiccagione è ritenuta molto probabile. Non è certo questa la sede per entrare nel merito delle responsabilità penali di Saddam Hussein, anche se, in tempi non sospetti, ne abbiamo denunciato i crimini e la violazione dei diritti umani (quando invece altri lo armavano e lo finanziavano). Non ci possiamo esimere, però, dal denunciare il fatto che, in tutti i processi per crimini di guerra o genocidio celebrati dopo la seconda guerra mondiale, sono stati solo i vincitori a processare i vinti, malgrado che anche quest’ultimi si fossero spesso resi responsabili di crimini analoghi o altrettanto gravi. Il che ha portato, molti, a ritenere - a torto o a ragione - che alla fine la “politica” abbia prevalso, anche nelle sentenze, sul diritto, con la conseguenza di essere state considerate non imparziali e, quindi, non eque.
E’ sintomatico, a tale proposito, che il coordinatore del comitato di difesa di Saddam Hussein abbia inviato una lettera al presidente Bush, preannunciandogli che «la condanna a morte metterà a ferro e fuoco l’Iraq e porterà la regione verso la guerra civile e quindi verso l’ignoto».
Nessuno può sapere se l’esito di un processo celebrato nel rispetto delle garanzie minime previste dal diritto internazionale sarebbe stato diverso da quello cui perverrà il Tribunale speciale istituito appositamente dalle autorità d’occupazione americane, ma - proprio per questo - bisognava fare di tutto per evitare di celebrare un processo la cui sentenza, qualunque essa sia, potrà essere tacciata di aver violato alcune regole fondamentali, anche del cosiddetto diritto bellico. Basti pensare, ad esempio, al fatto che il processo si è svolto (ed altri si stanno svolgendo) davanti a un Tribunale speciale, con giudici nominati appositamente dal potere politico e con regole processuali decise, di fatto, dai vincitori del conflitto armato. Il che non significa, meglio precisarlo per evitare equivoci, sostenere che Saddam non sia colpevole di quanto gli è contestato, ma che è sempre più urgente creare gli strumenti affinché - anche quando si giudicano crimini contro l’umanità - vi sia un Tribunale indipendente, imparziale e che all’imputato siano garantiti quei diritti processuali che sono parte integrante di un processo il cui esito non sia già precostituito (è significativo, del resto, il fatto che non è stato possibile formare un Tribunale, composto da giudici iracheni indipendenti, per i crimini di guerra, le stragi di civili, le torture ecc., commesse dalle truppe d’occupazione). Ma vi è di più. La sentenza di condanna non è appellabile; i giudici “scomodi”, solo perché non sono stati sufficientemente duri nel respingere le istanze della difesa, sono stati immediatamente sostituiti con altri “giudici”, scelti dal potere politico, alla faccia della divisione dei poteri, della parità delle parti e del principio per cui il giudice deve essere «precostituito per legge». Il diritto di difesa è stato costantemente compresso, e in alcuni casi azzerato.
Potrei andare avanti, ma il processo a Saddam può essere l’occasione per riprendere la riflessione, e la mobilitazione, rispetto a quegli istituti di giustizia sovranazionale che possano realmente, e non solo formalmente, garantire in futuro - in presenza di crimini di guerra e contro l’umanità - un processo equo che garantisca una sentenza che sia unanimemente riconosciuta dalla collettività internazionale.
E la soluzione non può che essere quella di istituire finalmente quella Corte Penale Internazionale, il cui statuto è stato approvato a Roma nel lontano 1998 (e di cui l’Italia è stata la prima firmataria). Un giudice sovranazionale, con regole e norme giuridiche prefissate e approvate dalla comunità internazionale, che si occupi di diritto umanitario, che sia in grado di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo, delle minoranze, dei popoli e che abbia la forza di perseguire i responsabili di crimini, ovunque siano avvenuti e chiunque ne sia il responsabile.
Il nostro Paese ha avuto, negli anni passati, un ruolo determinante nel lungo e difficile cammino per raggiungere tale obiettivo. L’Italia, l’Europa - e, in particolare, la sinistra italiana e la “Sinistra Europea” - possono oggi avere un ruolo fondamentale per far avanzare quel percorso iniziato nel 1950 nell’ambito delle Nazioni Unite. Le resistenze di alcune potenze mondiali sono tanto forti quanto inaccettabili; e possono, credo e spero, essere vinte se si riesce a creare una profonda unità tra l’Europa, le nuove democrazie sudamericane e i tanti Paesi “poveri” che già hanno mostrato la loro volontà, ratificando lo statuto della Corte penale internazionale approvato a Roma. Statuto che, invece, non è stato sottoscritto da Paesi (Russia, Cina, Usa, Israele) - che pretendono l’impunità. Non è casuale, del resto, che lo statuto della Corte penale internazionale non preveda, malgrado l’estrema gravità dei crimini che dovrebbe giudicare, la pena di morte: un Tribunale che difende il diritto umanitario non può, evidentemente, mettersi sullo stesso piano di chi quel diritto umanitario ha violato e calpestato.

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