La morte di Ivan Il'ic di Lev Tolstoj

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Testo

TOLSTOJ, La morte di Ivan Il’ic, i grandi libri Garzanti, Milano, 1975, pgg.87

Lev Nikolaevic Tolstoj nasce nel 1828 a Jasnaja Poliana da una famiglia di ceto nobiliare. La sua vita è complessa e travagliata da profonde crisi mistiche e religiose e da un difficile rapporto coniugale.
Nel 1864 si dedica a uno dei più grandi romanzi storici dal titolo “L’anno 1805”, che diverrà poi il celeberrimo “Guerra e Pace”. Nel 1870, in seguito ad un attento studio sull’opera di Schopenhauer, stende la prima versione di “Anna Karenina”: che verrà però continuamente rivista e rielaborata fino alla pubblicazione nel 1877. Padre di ben tredici figli, Tolstoj, viene anche scomunicato con pesanti accuse di eresia, ma ciò non ferma la sua carriera letteraria e nel 1886 pubblica il romanzo “La morte di Ivan Il’ic” (ispirato dalla morte dello scienziato Mecnickov) , nel 1886 “la sonata a Kreutzer” (suggeritogli a sua volta dalla lettura de “la certosa di Parma” di Stendhal) e nel 1899”Resurezione”.
A causa dei dissidi familiari è costretto ad allontanarsi e muore di febbre celebrale durante il viaggio nel 1910.

La scena si apre nel palazzo di giustizia, dove circola la voce che il consigliere della corte d’appello Ivan il’ic è morto, dopo lunghe agonie, a soli 45 anni. Tra i suoi ex colleghi non sembra circolare il compianto, ma piuttosto scommesse e speranze su chi occuperà il prestigioso posto del consigliere deceduto. Petr Ivanovic, l’amico più caro di Ivan, si reca a portare l’estremo saluto e un gesto di cordoglio alla moglie del collega e da lì inizia il triste racconto della vita del consigliere. Ivan Il’ic, fin da ragazzo, aveva seguito le orme paterne, studiando giurisprudenza e iniziando così, una carriera brillante ed in continua ascesa. Primariamente, era stato nominato giudice istruttore,in seguito, sostituto procuratore in un altro governatorato ed è proprio lì che aveva conosciuto la donna della sua vita: Praskov’ja Fedorovna, un’incantevole ragazza di buona famiglia.
Con il matrimonio cominciarono ad insorgere i problemi: nonostante la nascita di due figlie la cospicua ricchezza, Praskov’ja era continuamente infelice, ogni suo commento era un monito contro il marito che a poco a poco, cominciò a chiudersi in se stesso pensando solo al suo lavoro e nient’altro. Dopo diciassette anni di matrimonio, Ivan s’impose un traguardo: “ Ottenere un posto con 5000 rubli di stipendio” (op. cit, pag 27), così da placare le pressanti critiche della moglie e, per un caso fortuito, ci riuscì. Il consigliere si trasferì a Pietroburgo, trovando addirittura un delizioso appartamento per lui e tutta la famiglia, che lo avrebbe raggiunto, una volta terminati i lavori di arredamento. Di tutto ciò si occupò Ivan, decidendo lui stesso ogni tipo di tendaggio o mobile. Ma un giorno, per mostrare al tappezziere come voleva un drappeggio, lo sfortunato cadde da uno sgabello e battè un fianco. Nulla di strano, se non che, proprio da quello sfortunato colpo, la vita di Ivan cominciò ad andare a rotoli. Quello che sembrava un semplice livido si trasformò in un dolore atroce e persistente che accompagnava l’uomo tutto il giorno distraendolo dal lavoro e facendolo diventare odioso ai familiari, che non apparivano molto interessati al suo stato di salute.
La strana malattia peggiorò e nessun medico riusciva a dargli una diagnosi valida, ciascuno di essi colmava il malato di vane speranze e rimedi, senza il più flebile miglioramento. Da qui Ivan inizia il suo viaggio psicologico, che lo porta a rivalutare tutta la sua vita, gli affetti, le scelte. Comincia a cogliere il vero significato di ogni cosa, della malattia, della morte e della profonda ingratitudine e malcelata noncuranza che gli ingrati familiari gli mostravano. Solo un servetto, Gerasim, si occupò con incondizionato amore del malato, che si sentiva molto meglio appena lo vedeva. Purtroppo questo non servì a guarire Ivan, che negli ultimi tre giorni della sua vita, tra momenti di delirio e riflessioni non riuscì nemmeno a chiedere perdono per le sofferenze causate alla moglie e ai due figli per l’isteria dovuta alla malattia: pronunciò solamente un “ridona” (anziché “perdonami”) e dopo due ore spirò.

Il romanzo di Tolstoj appartiene appieno al realismo russo ottocentesco, anche se quello di Tolstoj, come si può ben vedere nella sua stessa opera è un realismo “critico” in continua lotta con le idee fin troppo “borghesi” del mondo circostante a cavallo tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo.
La vita di Ivan poteva sembrare una vita appagata, tranquilla, felice ma, attraverso i ragionamenti dell’uomo, scopriamo che essa era tremendamente vuota, senza veri sentimenti o gioie autentiche: “Dire che Ivan Il’ic si sposava perché s’era innamorato della sua fidanzata e in lei aveva trovato piena comprensione per la sua visione del mondo, sarebbe stato altrettanto ingiusto quanto sostenere che si sposava perché la gente della sua cerchia approvava quel partito. Ivan Il’ic si sposava per tutte e due le ragioni, calcolando di far cosa piacevole per se stesso, acquistando una moglie di quel genere, e insieme di far cosa ritenuta giusta dalle persone più altolocate” (op. cit, pag . 21)
Questa condanna alla vita “vuota” è ancora oggi molto attuale, molte persone, come Ivan, si nascondono dietro al lavoro, assorbiti dalla vita frenetica, senza accorgersi delle persone che hanno accanto: “In tutto il resto egli cercava occasioni di svago e di diletto: se le trovava, si mostrava riconoscente, se incontrava invece resistenze e brontolii, si rifugiava immediatamente nel suo mondo privato ed esclusivo, il mondo del suo lavoro, e in esso trovava diletto” (op. cit, pgg.23-24).
E queste persone, trascurate e mai amate, alla prova dei fatti, si rivelano per quelle che sono: intolleranti e schive e per loro Ivan- il malato diventa un”intralcio”( op.cit, pag.43), un problema da eliminare al più presto.
Così Ivan, come Tolstoj, arriva ad una triste quanto vera conclusione: “Tutto ciò che hai vissuto e vivi è menzogna, inganno, che ti nasconde la vita e la morte” (op cit, pag.84). Solo al momento della morte, una persona è veramente viva, conscia dei propri errori e mancanze, quanto è vero che ci si accorge di tenere tanto a qualcuno o a qualcosa solo nel momento in cui lo si perde.

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