La malora

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano

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Data:11.04.2007
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Testo

RECENSIONE
Beppe Fenoglio, La malora
Einaudi, 1997- Einaudi tascabili.
pp.144 /Euro 6,20

È la storia di Agostino che, attraverso gli occhi dello stesso personaggio, racconta della sua famiglia, i Braida, poveri contadini delle Langhe, la cui vita è segnata dalla fame, dal duro lavoro sulla terra e dalla malora che, come un’ombra oscura da cui è impossibile liberarsi, guida il destino dei personaggi.
Immerso in avvenimenti tragici, quali la morte del padre, l’inutile lotta della famiglia di Tobia per emergere dalla propria condizione, la malattia del fratello chiuso in seminario, Agostino vive gli anni della giovinezza abbandonato alla triste sorte che il destino ha riservato per lui.
L’unica speranza che si accende in lui è l’amore per Fede, che però scompare quando ella è promessa in matrimonio dai genitori della ragazza ad un altro uomo.
L’unico sogno di Agostino rimane quello di tornare a lavorare la terra che era stata di suo padre: desiderio che in ultimo sarà realizzato, anche se il giovane non potrà più contare sulla presenza della madre poichè ella morirà poco dopo la morte del primogenito Emilio.>
I personaggi sono vittime della malora e non ne possono scampare. La fame, la miseria, l’avidità, i lutti, le avversità atmosferiche e la sterilità del terreno decidono per loro.
Gli abitanti delle Langhe vivono in un mondo chiuso, un microcosmo i cui orizzonti sono, prima ancora di essere chiusi dalle colline, annullati dalla fatica, dal lavoro che, inizialmente principio fondante di civiltà, è divenuto veicolo d’annullamento di se stessi. I beni materiali divengono stimolo principale delle azioni, in quanto desiderio sempre presente, ma destinato a rimanere inappagato. E’ questo desiderio a spingere gli uomini a spezzarsi la schiena lavorando sui campi e a mangiare sempre meno la sera.
Grande merito di Fenoglio è la capacità di riportare la brutalità di quel mondo: rivivendo le situazioni nel momento stesso della scrittura, l’autore pare volerli raggiungere fisicamente fino a mettersi in contatto con la dimensione esistenziale del lavoro come annullamento di sé.
Leggendo il romanzo si scopre, da parte dell’autore, l’ansia di essere presente nel mondo descritto: la lingua utilizzata e i continui flashback sono strumenti letterari di cui Fenoglio si serve a questo scopo.
Nell’utilizzo di termini dialettali e gergali e di frasi fatte, la memoria dell’autore è in grado di far immaginare al lettore il mondo narrato, facendo uso di uno stile sobrio, essenziale, adatto alle caratteristiche del narratore: in questo caso di Agostino si può rilevare un livello culturale basso che spesso fa uso di un linguaggio scorretto.
Nell’opera pochissime sono le descrizioni di luoghi e persone, è come se non ci fosse il tempo per soffermarsi ad osservarli, pur riuscendo a scrutare tutto con gli occhi di chi è nato e sempre vissuto tra quella gente, cosciente anche di dover, un giorno, morirci. Le uniche eccezioni sono legate alle rare visite di Agostino ad Alba, la città nel cuore delle Langhe dove è descritto l’impatto con la vita cittadina, con i ragazzi, con gli edifici, con il seminario, con la farmacia del padrone: sono brani forse eccessivi che paiono quasi stridere, se confrontati con la sintesi che caratterizza il resto del libro. Ma è proprio in questi brani, nel desiderio di fare percepire la descrizione, filtrata attraverso gli occhi di Agostino, che si avverte l’ansia di Fenoglio di prendere le distanze dalla propria città e di sentirsi, così, solo interprete del mondo contadino.
Nelle prime pagine del romanzo domina un lungo flashback che si apre con il ricordo della morte del padre. Esso prosegue, poi, con il racconto degli eventi che hanno caratterizzato la vita di Agostino e, infine, solo nelle ultime righe, si torna al tempo presente, narrando l’abbandono del lavoro servile da parte del protagonista e il ritorno dalla propria madre. Sono così descritti eventi su eventi, dichiarazioni dell’incapacità di modificare la vita; non si segue una storia lineare, si continua con disordine come volersi sfogare dall’ansia di una realtà di una vita fatta di sofferenza. Questo affluire di parole senza tregua imprigiona il lettore, facendolo entrare nel mondo descritto dal romanzo.
Se a ciò si aggiunge che la narrazione inizia con il funerale del padre e si chiude con la preghiera della madre di morire, dopo avere chiuso per sempre gli occhi al suo terzogenito Emilio, si può cogliere benissimo la capacità di Fenoglio di far trasparire sul piano fisico della lettura la malora, elemento che regola la vita di questo paese.
Agostino alla fine della vicenda rimarrà solo al mondo: l’ultimo ostacolo da superare, il più difficile, è quello della solitudine. Dinanzi ad essa Agostino, grazie all’esperienza forte del dolore, probabilmente continuerà a resistere.

Martina Matteucci

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