La Chimera: scheda del libro di Sebastiano Vassalli

Materie:Riassunto
Categoria:Italiano
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Data:21.04.2005
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Testo

“La chimera” può essere classificata tra le prime opere della maturità di Sebastiano Vassalli, uno dei personaggi di maggior rilievo nel panorama letterario italiano della seconda metà del ‘900. Le origini del romanzo si riscontrano nel “Gruppo 63”, al quale appartenevano numerosi letterati italiani del secolo scorso, che si distinguevano per la ricerca di originali forme linguistiche e strutturali. Con “La chimera” Vassalli mostra di aver concluso questa fase di studio sicuramente in favore di forme più tradizionali, per dedicarsi alla produzione di romanzi storici, frutto di accurate ricerche. Egli ci offre un quadro della realtà storica, una visione pessimistica che emerge anche in altre sue opere contemporanee.
"La Chimera" è un romanzo storico ambientato tra la fine delle guerre di religione e l’inizio della guerra dei Trent’anni. L’Europa e l’Italia attraversano un periodo di relativa pace, caratterizzato però da manifestazioni di intolleranza religiosa. E’ un’epoca di grandi tensioni, che vede anche l’opposizione della Chiesa nei confronti dell’evolversi della scienza. L’antifemminismo religioso, in età medioevale, impone di fuggire la donna “arma del demonio, causa prima della nostra perdizione”. Sono tollerate la moglie che assicura la progenie, la madre che alleva i figli, la tessitrice operosa, la contadina instancabile, la vecchia fidata e silenziosa, la suora murata nella sua clausura, ma tutte le altre sono sospette, soprattutto le giovani e belle che suscitano odio e desideri.
Iniziata nel tardo Trecento, la persecuzione alle donne accusate di aver stretto un patto con Satana e di compiere inauditi malefici ai danni dell’umanità dilaga nei secoli successivi. Anche Carlo Borromeo, santo, ordina vari processi che vedono condannate e bruciate molte streghe.
Alle streghe, nel Seicento, il popolo agita pugni e bastoni, come nel paese di Zardino l’11 settembre 1610, giorno in cui viene arsa al rogo Antonia, la protagonista del romanzo La chimera di Sebastiano Vassalli.
Accompagnata da espressioni come Maledetta strega! Devi crepare! A morte! Al rogo! ossessivamente urlate dal popolo, sadico nella sua bestiale ignoranza, la ragazza-strega, vittima innocente, chiusa nella carrozza che la porta al patibolo, incapace di comprendere, fino a quel momento, le ragioni delle sue sofferenze, sembra finalmente rendersi conto di quanto il mondo sia insensato. E’ una vera e propria fiera quella che si festeggia a Zardino dove le comari espongono stoffe colorate ai balconi e accendono lumini alle finestre, ansiose di vedere bruciare la strega, mentre l’orizzonte si accende del rosso del tramonto e Antonia pallidissima spalanca i suoi grandi occhi neri senza vedere nulla, tanto grande è il terrore. Nessuno ha pietà di lei, tranne il boia, Mastro Bernardo. Quest’ultimo sa che bruciare vivi è la cosa più orrenda che ci sia e aiuta Antonia dandole un calmante per stordirla.
La scena finale, detta sgomento. La povera vittima viene tirata per le ascelle come se fosse stata senza peso, legata al palo per le braccia, per le caviglie, perfino per la vita. Mentre la folla è in assurdo giubilo Antonia si dissolve silenziosa come è vissuta. Il silenzio, infatti, è la caratteristica fondamentale di questo personaggio che osserva più che parlare, diversa dalle altre.
Il romanzo di Vassalli inizia proprio in una silenziosa notte di gennaio, priva della luce della luna, una notte nera come il colore degli occhi e della pelle della neonata trovata, silenziosa, senza un vagito, sul tornio cioè sulla grande ruota in legno che si trovava all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, a Novara.
E’ una specie di mostro quello che vedono le inservienti dell’istituto: mostro che disturba il loro sonno.
Più volte Vassalli usa il termine mostro per adottare il punto di vista di chi viene a contatto con Antonia, un’esposta, figlia del peccato più di qualunque altra, marchiata, colpevole per natura, un’altra, una diversa.
Antonia cresce timida e obbediente, perché impaurita dai castighi, tremendi nella Casa di Carità: un piccolo banale incidente la costringe a rimanere chiusa nello stanzino del digiuno, una grotta sotto terra, umida, abitata da scarafaggi e ragni.
Qui Antonia conosce Rosalina, un’esposta come tante: a dieci anni è ceduta ad un panettiere che abusa di lei e la costringe alla prostituzione in una casa di tolleranza.
Le donne, nel Seicento, sono tutte vittime: invecchiano precocemente, come Francesca Nidasio che conosciamo infagottata in uno scialle nero, con un abito lungo sul corpo deformato dalle fatiche. E’ lei, insieme al marito, a portar via Antonia che si sente crollare il mondo addosso, vuole rimanere nell’unico luogo che conosce: piange per il terrore della novità di una vita che non sa immaginare al di fuori di quelle mura. Sta rannicchiata nel carro mentre i Nidasio, Francesca soprattutto, la rassicurano, ma inutilmente; solo la sua naturale curiosità la trascina incantata ad osservare il paesaggio che la circonda e che riesce a mitigare la sua sofferenza asciugandole le lacrimeIl capitolo quarto del romanzo, iniziato con il dolore di Antonia, termina con note quasi idilliche, una specie di preludio, in sintonia con l’affetto dei genitori che accompagnerà sempre Antonia nel suo soggiorno a Zardino, in antitesi con il clima che si crea subito in paese contro di lei, un’esposta, una figlia del Diavolo! Una piccola stria!
L’esposta non è mai accettata e ogni azione, anche la più innocente, si ritorce contro di lei: Biagio è punito, chiuso in una stanza per tre giorni senza cibo, per essere liberato dal Diavolo di Antonia che lo incanta con sguardi e gesti di strega, come sostiene la zia del ragazzo; il pittore di edicole che ritrae una Madonna con le fattezze dell’esposta è stravagante, stregato, secondo le bigotte donne del paese; il ballo involontario e innocente con uno dei Lanzichenecchi che irrompono in paese è motivo di sdegno.
Di Antonia, in paese, si parla sempre di più, soprattutto d’inverno, nelle stalle, dove ci si riunisce la sera, riscaldati dal calore degli animali: Antonia è proprio diversa, una stria, perché osa persino respingere pretendenti del calibro di Pier Luigi Caroelli, nipote di un feudatario. Inoltre la misteriosa morte di alcuni animali e l’afasia che colpisce donne e bambine, sono interpretati come artifici diabolici e stregheschi con cui si accalappiava i suoi morosi .
Cresce l’attenzione verso le parole, gli atti di Antonia nei confronti della quale si chiede aiuto a don Teresio che il 12 aprile 1610 presenta la sua denuncia al Sant’Uffizio. Manini, nella convinzione che le streghe sono le spose del Diavolo, interroga Antonia schiacciandola con la sopraffazione della lingua toscana, così diversa dal dialetto della bassa.
Apparentemente il comportamento di Antonia sembra simile a quello di altre donne accusate di stregoneria, come Gostanza di San Miniato, che, ormai preda di un infernale circolo vizioso che Sigmund Freud ci ha insegnato a decifrare, forniscono ai propri persecutori elementi atti a provare la loro colpevolezza. In realtà Antonia mantiene la sua lucidità, ammette i rapporti carnali col Diavolo perchè conosce benissimo l’identità di costui e la confessione è un’accusa all’amante che l’ha abbandonata.
Manini, ottenuto il consenso dal vescovo Bascapè, tornato da Roma sconfitto e umiliato, decide per il rogo, mentre a Zardino i Nidasio finiscono in miseria perché costretti a pagare tutte le spese del processo e … delle torture. Emessa la sentenza, giunto il giorno del supplizio, Antonia si meraviglia dei lavori che fervono nella sua cella e, non ancora annientata, quasi si lega ad un filo di speranza, speranza che si spegne definitivamente quando i due carcerieri approfittano a turno di lei, resa quasi muta da un morso di ferro e cuoio inseritole a forza tra i denti e legato dietro la nuca. La fine del libro appare scontata, anche se il desiderio di mutare la realtà porta a sperare in un rivolgimento degli avvenimenti che, più si evolvono, più rafforzano quel presentimento. L’idea d’ingiustizia pervade tutto il testo come filo conduttore della vicenda, e non può portare ad altro che ad un’atroce finale.



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