La caccia infernale in Dante e Boccaccio

Materie:Riassunto
Categoria:Italiano
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Testo

Alla luce piena del giorno avviene anche la visione di cui narra Boccaccio nella novella di Nastagio degli Onesti. E questo sarebbe già il segno, se non ci fossero anche altri e ben vistosi elementi, di una mentalità non più ossessionata dalla paura del peccato e della dannazione eterna.
Nastagio, non corrisposto nel suo amore per una de’ Traversari, si ritira da Ravenna a Chiassi. Qui un giorno, quasi all’entrata di maggio, essendo uno bellissimo tempo, immerso nei suoi pensieri si inoltra nella pineta, si imbatte, verso il mezzo dì, in una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche, che corre piangendo e gridando, inseguita da due grandi e fieri mastini e da un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano. Nastagio vorrebbe aiutare la fanciulla, ma il cavaliere – che si presenta come Guido degli Anastagi, nobile ravennate, morto quando Nastagio era fanciullo – lo invita a non impicciarsi e gli spiega che ciò che vede è voluto dalla giustizia di Dio: lui infatti, innamorato non corrisposto di quella fanciulla, si era ucciso disperato; lei, tutt’altro che pentita della sua crudele ostinazione, era morta poco dopo; entrambi sono dannati all’inferno e la pena consiste appunto in questa caccia, per cui lui la insegue, la raggiunge ogni venerdì a quell’ora in quel punto, la trafigge con lo stesso stocco con cui si era ucciso, la squarta, estrae il cuore e lo dà da mangiare ai cani; quindi lei si rialza come se niente fosse, ricomincia la fuga e ricomincia la caccia. E così avviene. Nastagio, dopo essere stato per un po’ tra pietoso e pauroso, capisce di poter sfruttare l’informazione a proprio vantaggio. Per il venerdì successivo fa apparecchiare proprio in quel punto un grande banchetto, cui invita parenti, amici e tutta la famiglia Traversari. La bella da lui amata, quindi, assiste alla scena raccapricciante, ascolta la spiegazione del cavaliere e non può non riconoscere che la stessa sorte della fanciulla dannata sarà riservata a lei, se continuerà a rifiutare il suo amore a Nastagio. Pertanto nottetempo gli manda una sua cameriera per fargli sapere che ella era presta di far tutto ciò che fosse piacer di lui. Nastagio se ne rallegra, ma risponde che con onor di lei voleva il suo piacere, e questo era sposandola per moglie. Lei acconsente e la storia si conclude con il lieto fine del matrimonio cui fa seguito una lunga vita felice.
E dunque qui la caccia infernale ha una funzione esattamente opposta a quella che aveva nell’exemplum di Dante. Là doveva insegnare che cedere alla passione amorosa è un peccato degno, dopo la morte, delle pene più terribili; in Boccaccio, al contrario, è la ritrosia in amore ad essere indicata come degna del castigo divino, e la visione serve a persuadere le donne che è bene accondiscendere alla richiesta d’amore
I protagonisti della novella si muovono in un mondo che richiama alla memoria, col nome stesso delle famiglie dei Traversari e degli Anastagi, ambienti di gioiosa e raffinata cortesia; e cortesi sono i modi di Nastagio, sia perché ama una donna di condizione sociale superiore alla sua (troppo più nobile che esso non era), sia perché, per amore, conduce la più bella vita e la più magnifica che mai si facesse, seguendo il precetto della liberalità, fondamentale per un amante cortese.
Entrando nel dettaglio, non solo l’ora meridiana (di cui s’è già detto), ma anche la stagione primaverile e il paesaggio ameno della pineta, che fanno da sfondo alla visione di Nastagio, contribuiscono a mitigare l’orrore della scena. Al contrario, l’atmosfera cupa e tenebrosa. Quanto alla scena in sé, è vero che il cacciatore è spietato e violento (la caccia è altrettanto “tragica”) , ma allo stesso tempo il soprannaturale è limitato, per così dire, allo stretto necessario (la rinascita della donna dopo lo squartamento).
Se ne può concludere, insomma, che Boccaccio tratta quel materiale medievale con una sensibilità che non è più medievale, non solo perché rovescia beffardamente le funzione di un exemplum edificante, ma anche perché, coi modi stessi della narrazione, dimostra di non avvertire, se non pretestuosamente, la presenza del divino (e del diabolico) nelle vicende terrene.
Nel tramonto del Medioevo Boccaccio di certo non si sente trattenuto da scrupoli e obiezioni di tipo religioso.
Ma l’etica cortese viene rivisitata e corretta alla luce dell’etica borghese, ormai trionfante nella società cui Boccaccio appartiene. Bisognerà appunto considerare che Boccaccio, per quanto guardi con sincera nostalgia alle idealità di un mondo ormai lontano, è pur sempre l’interprete di una società (borghese) in cui si sono imposti altri valori, si rivolge ad un pubblico per il quale il lieto fine non può essere dissociato dall’amministrazione oculata del patrimonio e dal rispetto delle convenienze sociali.
In altre parole, riconoscere il tono parodistico della novella di Nastagio non vuol dire negare a Boccaccio l’intenzione consapevole (del resto evidente in tanti luoghi del Decamerone) di sottrarre l’amore al regno del peccato per collocarlo in quello dei bisogni naturali dell’uomo. E naturalmente non desta meraviglia che a tale mutamento di prospettiva dia voce un autore così rappresentativo di quell’età di transizione in cui comincia ad affermarsi una nuova concezione dell’uomo e del mondo. Non sarà un caso se alla fine del Quattrocento, Botticelli – che pure opera in un ambiente di alta spiritualità quale quello neo-platonico della corte di Lorenzo de’ Medici – illustrerà proprio la novella di Nastagio in quattro tavolette destinate a decorare la cassa da corredo per una sposa.
Dante ritratta il topos della caccia infermale coi dati del medioevo, dati che riconducono sempre a Dio e al raggiungimento della salvezza.
Il peccato degli scialacquatori, quello di non aver saputo gestire il proprio denaro, è posto quasi allo stesso livello di quelli del suicida. Dopo la morte lo scialacquatore è vittima di una caccia infernale da cavalieri che ogni giorno li attaccano, li uccidono e li smembrano. I due scialacquatori principali sono coloro che hanno scialacquato nella peggior maniera il loro denaro. I cavalieri li squartano, loro si decompongono , si ricompongono e ricomincia la caccia. Ogni volta cercano di scappare, ma invano. Qualcuno si nasconde nei cespugli, qualche altro cerca di correre piu veloce ma vengono ugualmente scovati e raggiunti. Dante assiste a questo scenario. E’ ancora davanti all’albero di Pier delle Vigne quando sente un rumore che ricorda una caccia al cinghiale, invece è la caccia di due scialacquatori che corrono piu veloce che possono.
Un’anima chiede la morte, l’altra chiamando l’amico, ironizza sull’inutilita della corsa.
Lano a questo punto si ripara in un cespuglio cercando di sfuggire al suo destino. Un gruppo di cagne però entra nel cespuglio e si appresta a smembrare l’anima nascosta. La cagna si rifà alla fiera incontrata da Dante, ha un aspetto demoniaco. La sua è una fame peccaminosa.

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