L'uomo e gli animali

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Testo

Fin dall’inizio della sua presenza sulla Terra l’uomo si è trovato ad avere rapporti più o meno problematici, ma comunque inevitabili, con le varie specie del mondo animale. Peraltro gli esseri umani fanno parte anch’essi a pieno titolo di questo mondo, da cui li ha solo in parte separati l’eccezionale processo di evoluzione culturale e sociale, frutto in primo luogo di uno sviluppo di gran lunga superiore della massa cerebrale, prerogativa di quel particolare ramo evolutivo dei primati da cui è scaturito l’uomo attuale.
Ma proprio quando ha cominciato a diventare consapevole della propria diversità e superiorità rispetto agli animali privi di ragione, per quanto dotati di una maggiore forza fisica, l’uomo ha preso ad elaborare tecniche e sistemi per utilizzare gli animali a proprio vantaggio, allo scopo di ricavarne nutrimento, vestiario, energia per svolgere i lavori nei campi e per diverse altre mansioni, compresa una funzione di compagnia, derivante dalla capacità di addomesticare talune specie.
Finché le società umane sono rimaste poco numerose e poco complesse, legate a condizioni di vita materiale e spirituale piuttosto semplici e ripetitive,il rapporto uomo-animale, esistente nella prassi, non ha costituito un problema intellettuale, anche se l’antropologia e lo studio delle religioni ha evidenziato come le più antiche forme di religiosità, i culti totemici, fossero proprio basate sull’adorazione di una divinità animale da cui dipendeva la vita dell’intera comunità. Il successivo progresso nell’organizzazione economica e sociale, e il contestuale modificarsi della mentalità, dei costumi e dell’immaginario collettivo ha portato all’affermazione di una concezione antropomorfica della divinità e di una visione antropocentrica della vita, in particolare nelle civiltà situate nell’area mediterranea ed europea, che ha contrassegnato per molti secoli il modo di concepire il legame tra uomini e animali.
Solo in tempi molto recenti questa impostazione, derivante dalle radici ebraico- cristiane, ovvero bibliche della civiltà occidentale, nonché dall’eredità culturale dell’epoca classica greco- latina, è stata da più parti messa in discussione non solo per effetto di una maggiore sensibilità verso quelli che vengono definiti “animali non umani”, conseguenza di un benessere più diffuso a tutti i livelli della società, ma anche in ragione di una nuova coscienza delle responsabilità che gravano sull’uomo circa la compatibilità del modello di sviluppo economico risultato vincente con la necessità di salvaguardare i delicati equilibri ambientali del pianeta. Quando si parla di sviluppo sostenibile come di un’ esigenza non più derogabile ci si riferisce appunto al dovere di rimediare ai guasti prodotti da più di due secoli di industrializzazione, senza limiti e preoccupazioni estranee alla pura logica del profitto e dello sfruttamento indiscriminato delle risorse. In questo quadro l’esistenza di tutte le forme di vita, vegetale e animale, necessita di rispetto e protezione sia di per sé, sia per ciò che rappresenta in rapporto alla qualità attuale e alle possibilità future della vita umana. Oggi disponiamo, grazie anche ai progressi della scienza e ad un maggior senso critico nel farne uso, di una consapevolezza molto maggiore rispetto al passato dei limiti che non si possono superare nello sfruttamento economico del mondo animale e nella modificazione massiccia degli habitat naturali entro i quali tante specie possono vivere e riprodursi. È importante perciò estendere, attraverso l’informazione e l’educazione al rispetto di ogni altro essere vivente, tale indispensabile consapevolezza, eliminando così atteggiamenti superficiali e sbagliati e la resistenza di pregiudizi e pretese che sono anche il frutto di convinzioni ataviche, avvalorate spesso dalla religione e da una colpevole ignoranza .
Può essere utile in tal senso andare a ritrovare nelle testimonianze letterarie del passato pagine significative del modo in cui uomini non comuni di quei tempi hanno avvertito ed elaborato le tante situazioni , ora gioiose ora tristi, ora serene ora tragiche, in cui si manifestava in tutta la sua importanza e serietà il problema della convivenza tra uomini e animali.
Limitandosi ovviamente alla nostra cultura occidentale non si può che partire dalla grande epica omerica, in cui non mancano episodi rilevanti e talvolta sorprendenti se rapportati ai caratteri ancora arcaici della società rispecchiata nell’Iliade e nell’Odissea. In quest’ultima si può fare riferimento all’esempio straordinario di fedeltà e memoria affettiva rappresentato dal cane Argo che, ormai vecchissimo e prossimo alla morte, riesce dopo quasi vent’anni a riconoscere il padrone Ulisse tornato ad Itaca in incognito e a scodinzolare festoso prima di morire, suscitando la commozione dell’eroe in procinto di compiere una sanguinosa vendetta. Ma la tenerezza che lega spesso uomo e animale viene attribuita da Omero anche ad un essere mostruoso brutale come il ciclope Polifemo, particolarmente affezionato al suo montone preferito al quale si rivolge accorato, rammaricandosi che non abbia il dono della parola e non possa dirgli dove si nasconde lo straniero che lo ha accecato nella sua caverna.
Tali precedenti, così come scene ed episodi presenti in opere di altri autori, sono certo noti e presenti alla mente di autori latini che danno voce nei loro versi alla bellezza, alla dolcezza, alla semplicità, ma spesso anche al tragico destino che emerge dalla contemplazione della vita animale. Il poeta che manifesta la più intima e particolare sensibilità al dolore e alla sofferenza animale è sicuramente Virgilio, in celebri passi delle Bucoliche, delle Georgiche e dell’Eneide, nei quali sulle creature coinvolte, vittima della crudeltà del fato o delle vicende storiche, si proietta un profondo sentimento della drammaticità della condizione umana, provato con sgomento da uno scrittore che pure è sostenuto da una visione provvidenziale di tutto ciò che accade. Nelle Georgiche, poema dedicato all’agricoltura nella sua duplice valenza economica e morale, il poeta mantovano si sofferma sulla descrizione degli effetti della peste bovina con accenti di autentica solidarietà verso quei miti animali attaccati da un morbo violento e implacabile, che non è certo conseguenza , come per molte malattie umane, di eccessi e abitudini sbagliate, ma solo di incomprensibili leggi di natura, di fronte alle quali l’uomo non può che sentire la fratellanza nella comune sofferenza e impotenza con il giovenco momentaneamente sopravvissuto, che ha visto il suo compagno stramazzare al suolo al suo fianco mentre trascinavano il pesante aratro. Altra immagine virgiliana in forma di similitudine è quella dell’usignolo che riempie la notte di lamenti malinconici e struggenti, angosciato dalla scomparsa dei suoi piccoli, portati via da un contadino, talmente famosa da essere ripresa in un sonetto di Petrarca (Quel rosignuol che sì soave piagne) in relazione alla sorte del poeta e in un passo della Gerusalemme Liberata di Tasso, per raffigurare il dolore di Tancredi che ha ucciso in duello senza saperlo l’amata Clorinda.
Al di là del luogo comune letterario, è da notare la forza espressiva di cui è capace il lamento di un uccello interpretato sulla scorta di sentimenti umani profondi e universali, secondo un procedimento che nella mitologia antica alimentava i suggestivi racconti delle metamorfosi da cui si sarebbero originati vari animali e vegetali.
Ben diversa è la concezione della vita e della storia propria di Lucrezio, che dell’epicureismo, presente pure nella formazione culturale di Virgilio, fece una vera e propria filosofia radicale da abbracciare integralmente, condividendone anche il rigoroso materialismo e la polemica anti religiosa che tanto scandalizzava molti dei suoi contemporanei. Presentando il filosofo greco come un liberatore dell’umanità da paure irrazionali, a partire da quella degli dei, e da assurdi pregiudizi e come l’unico in grado di fornire una visione credibile e coerente della natura e di tutti i suoi fenomeni, Lucrezio rovescia i criteri tradizionali della pietà e dell’empietà, mostrando proprio come sia stata la “religio” responsabile di incredibili atti di crudeltà ed efferatezza, dapprima rivolti anche agli esseri umani e poi riservati unicamente agli animali, adoperati largamente per compiere sacrifici agli dei, tanto inutili quanto ingiustificabili sul piano morale.
In un passo del secondo libro del “De rerum natura” il poeta, nel contesto dell’illustrazione della teoria atomistica come base del divenire universale, per esemplificare il concetto dell’irriducibile individualità di ogni vivente, pur nei caratteri comuni a tutti derivante dalla composizione atomica, ricorre all’immagine della giovenca che si aggira disperata per ogni dove alla ricerca del figlio, il vitello sacrificato sull’altare di una divinità, in nome di una devozione religiosa che semina dolore e morte per andare dietro a credenze illusorie e spesso interessate. In Lucrezio colpisce la compresenza di un atteggiamento in apparenza scientifico e distaccato e del calore umano di chi è convinto di doversi battere per emancipare i suoi simili dall’ignoranza e dalla dipendenza da poteri reali e immaginari, nonché la modernità con cui concepisce il rapporto uomo- animale e uomo- natura.
È inevitabile nel contesto di questa trattazione citare Catullo e il suo celebre carme per la morte del passerotto con cui Lesbia, la sua donna, amava trastullarsi e giocare suscitando la tenerezza e quasi l’invidia del poeta per quell’esserino da cui lei era incapace di staccarsi e che riusciva a renderla così ingenuamente felice. I precedenti letterari ellenistici a cui Catullo si rifà non tolgono nulla alla sincerità del suo dolore e alla protesta per l’inconcepibile malvagità della sorte, che sembra proprio accanirsi contro tutte le cose più belle, più semplici e innocenti. Manca qui il supporto di una vera riflessione filosofica, ma si può cogliere la corrispondenza del destino di uomini e animali, ugualmente sottoposti al potere cieco e inesorabile della morte, che sceglie le sue vittime in modo ingiusto e casuale.
Si possono citare altri esempi tratti da opere in prosa di autori latini come Aulo Gellio che nelle sue “Noctes Atticae” inserisce il noto racconto di Androclo e del leone, una vicenda quasi incredibile che ha per protagonista uno schiavo condannato ad essere sbranato nel circo dalle belve feroci e un leone che, suscitando lo stupore di tutto il pubblico, invece di aggredirlo gli si avvicina pacifico e docile come un cane.
Si comprende che i due si conoscono e sono uniti da reciproco affetto e la stranezza del caso trova spiegazione quando Androclo narra all’incuriosito imperatore di come in Africa, mentre fuggiva dall’eccessiva crudeltà del suo padrone, aveva trovato rifugio in una caverna in cui poi era entrato un leone ferito e dolente ad una zampa. Egli, superata l’iniziale paura, lo aveva amorevolmente curato diventando così amico del felino e vivendo per parecchio tempo con lui, nutrendosi del cibo che procurava. In seguito era stato catturato dai soldati romani e ricondotto dal padrone che l’aveva fatto condannare a morte destinandolo al supplizio nell’arena. Il caso aveva voluto che fosse stato catturato anche il leone e che se lo fosse ritrovato davanti nel momento supremo e la bestia, dimostrando una gratitudine di cui molto di rado si rivelano capaci gli uomini, lo aveva risparmiato. La storia colpì tanto l’imperatore e il popolo che Androclo fu lasciato libero e gli fu regalato il leone, con il quale visse come se si trattasse di un animale domestico, innocuo e ammirato da tutti. Pur essendo uno scrittore di aneddoti e curiosità erudite, qui Gellio si compiace di narrare una vicenda di particolare rilievo morale, che mira a far riflettere su quanto spesso gli animali, esseri privi di ragione, si dimostrino molto migliori degli uomini, sempre pronti a far prevalere l’interesse sulla riconoscenza per chi ha fatto loro del bene.
Un’altra storia che presenta un legame singolare tra uomo e animale è quella narrata dal naturalista Plinio il Vecchio per evidenziare la particolare intelligenza del delfino, capace di sentire l’armonia della musica e di fare da scorta alle imbarcazioni saltando e giocando intorno, senza provare alcuna paura. Uno di questi cetacei , già protagonista nell’opera dello storico greco Erodoto del racconto di Arione, un cantore gettato in mare da marinai malvagi e portato in salvo sul dorso da un delfino, finito nel lago Lucrino presso Pozzuoli, diventa amico di un bambino che ogni giorno passava di là per recarsi a scuola e che lo chiamava per offrirgli del cibo, al punto da portarlo sul suo dorso dall’altra parte del lago. In seguito all’improvvisa morte del bambino, il delfino, non vedendolo più arrivare, si afflisse al punto da morire per il dispiacere di aver perso il suo amico. Uno scrittore dagli interessi scientifici come Plinio non si vergogna di riferire un episodio che potrebbe apparire poco verosimile per la grande considerazione con cui guarda ad animali eccezionali come i delfini, di cui tuttora gli scienziati cercano di comprendere le facoltà intellettive e le capacità di comunicazione, oltre alla straordinaria vocazione ludica e al piacere di star vicino all’uomo.
Durante il Medioevo, anche in conseguenza della crisi della civiltà urbana e della ruralizzazione della vita umana, il rapporto uomo-animale si pone in termini diretti e concreti, pur prestandosi a elaborazioni fantastiche legate alla precarietà materiale dell’esistenza e al carattere decisamente religioso con cui si concepiva tutta l’esperienza umana, sempre in proiezione ultraterrena. Un esempio significativo di tale considerazione può essere dato dal lupo di Gubbio ammansito dalle parole di San Francesco d’Assisi, secondo quanto riferito nell’opera agiografica “I fioretti di san Francesco”. A quel tempo il lupo costituiva un costante pericolo per le greggi e gli animali da cortile, un essere temuto e demonizzato per i danni economici che provocava in una società già tanto povera e perciò la sua presenza costituiva per le comunità contadine una sorta di calamità da eliminare con l’uccisione dell’animale o tramite interventi soprannaturali. Nel caso specifico il “poverello di Assisi” non si limita ad adoperare la sua singolare capacità di entrare in rapporto con ogni creatura, anche le più apparentemente restie alla docilità e all’addomesticamento, convincendo il lupo a rinunciare alle sue aggressioni in cambio dell’impegno da parte dei cittadini di Gubbio a fornirgli il nutrimento per vivere, ma vi aggiunge un discorso animato dalla sua particolare spiritualità, basata sul rifiuto del primato dei beni materiali, sulla scelta consapevole della povertà e dell’umiltà, sulla gioia di vivere nella pace interiore garantita dall’assenza del peccato, dall’armonia con la natura e dalla costante ammirazione e lode rivolta al Creatore. Al di là della credibilità dell’episodio rimane la profondità e insieme la semplicità del messaggio francescano, che invita gli uomini a non temere quanto può nuocere al corpo o ai propri beni, ma ad avere orrore soltanto del male di cui essi sono capaci. Una figura come quella di san Francesco va certo calata nel contesto storico e culturale della sua epoca e non interpretata, come talvolta accade, come quella di un precursore della moderna coscienza ecologista, ma non c’è dubbio che essa dimostra come un atteggiamento umile e “orizzontale” sia una premessa indispensabile per stabilire un corretto e rispettoso rapporto con la realtà che ci circonda, sia umana che animale.
Nell’epoca moderna la letteratura ci pone di fronte a tanti interessanti esempi di utilizzo degli animali in funzione degli intenti espressivi dello scrittore, sia in chiave prettamente lirica che in chiave satirica o, nell’ambito narrativo, in chiave simbolica o come riflesso della dimensione interiore, delle aspirazioni e delle angosce dell’uomo moderno. Un esempio molto riuscito della chiave satirica è costituito dal famoso episodio della “vergine cuccia” contenuto nel Giorno di Giuseppe Parini, il poeta lombardo che, in nome degli ideali illuministici e di una profonda indignazione morale, pone sotto accusa con le armi dell’ironia e di un’intelligente dissimulazione la frivolezza, l’aridità e il parassitismo economico dell’aristocrazia settecentesca. Durante il pranzo a casa della dama “servita” dal giovin signore sorge una discussione tra il goloso che mangia senza scrupoli o sensi di colpa e il vegetariano che condanna l’uccisione di animali per soddisfare il piacere della tavola. Le sue considerazioni suscitano le lacrime della padrona di casa, sensibile alla sofferenza animale quanto può esserlo una donna della nobiltà, costituzionalmente vuota e indifferente alla sofferenza dei propri simili, alla miseria e all’ingiustizia sociale. Le sovviene così di quando la sua amata cagnetta “de le Grazie alunna” fu toccata dal sacrilego piede di un servo villano a cui aveva fatto sentire i suoi denti e con i suoi acuti guaiti accentrò su di sé tutto il personale del palazzo. Riavutasi dal malore seguito alla visione di un tale scempio, la nobildonna vendicò la sua cucciola provvedendo al licenziamento del servitore, che pure era lì da molti anni, condannato così alla povertà con la sua famiglia dato che nessun’altra casa aristocratica avrebbe più dato lavoro a un “mostro” simile. È del tutto chiaro l’intento polemico del Parini che non vuole condannare la sensibilità e l’amore per gli animali, ma il fatto che lo si possa coltivare senza sentire insieme e prima di esso la solidarietà verso la condizione umana a prescindere dalle differenze di classe, tanto importanti per quei nobili sterili e nullafacenti.
Si può fare dell’arguta ironia mediante gli animali anche alla maniera del Manzoni, di cui sono diventati proverbiali i capponi portati da Renzo come pagamento in natura al dottor Azzeccagarbugli, che litigavano tra loro mentre venivano condotti verso la morte, proprio come spesso usano fare gli uomini, pronti spesso alle cosiddette “guerre tra poveri” in luogo di fare fronte comune contro i veri nemici. Ma può essere utile ricordare che Antonio Gramsci criticava il paternalismo cattolico dell’autore dei Promessi Sposi paragonandone l’atteggiamento protettivo verso gli umili, considerati comunque inferiori e bisognosi della guida dei rappresentanti illuminati delle classi agiate, al rapporto che intercorre tra l’aderente a una società borghese di protezione degli animali e gli animali appunto.
Ben diversa è la presenza degli animali nella poesia di Leopardi, nella quale essi costituiscono l’oggetto di similitudini o termini di confronto per il poeta sempre alle prese con la sua solitudine e con la disillusione seguente al crollo dei sogni e delle attese della giovinezza. Tutti ricordano la poesia dedicata al passero solitario, il cui stile di vita appartato e in apparenza pensoso, schivo di ogni compagnia e divertimento, richiama la condizione esistenziale del poeta di Recanati, condannato all’isolamento dalla stessa superiorità intellettuale e dal livello di consapevolezza del male insuperabile a cui la natura ha condannato l’uomo come ogni altro essere vivente, in un mondo che non è fatto a sua misura o a sua somiglianza, come vorrebbero gli ottimisti e gli spiritualisti.
Gli animali più prossimi alla vita quotidiana come quelli domestici si incontrano spesso nei versi di poeti come Carducci, del quale è famoso il “pio bove” il poderoso animale che docile si presta a tirare l’aratro nel duro lavoro dei campi, simbolo di pazienza e di pace, di vigore e di mitezza, capace di suscitare nel poeta sentimenti di serenità e pienezza vitale; o come Pascoli così attento a cogliere in numerose specie animali aspetti e comportamenti tali da inserirsi con particolare efficacia nella sua ricerca di legami simbolici e analogici in tutta la natura, e sensibile perfino alle sottili inquietudini avvertibili nel verso di certi animali.
Ovviamente immagini e paragoni con animali sono presenti anche in tanta produzione romantica di minor valore, basata sulla contemplazione della natura o sull’idealizzazione della vita semplice delle campagne tipo sonetti di Giacomo Zanella in cui compaiono cicale, rondinelle, colombe, anatre e fanciulletti scalzi.
Di ben altro spessore è la letteratura che fa di certi animali i protagonisti di vicende avventurose, più o meno realistiche o fantastiche, come, solo per citarne qualcuna, la balena bianca Moby Dick del romanzo di Melville, dai complessi e sfuggenti significati o Zanna Bianca, il cane lupo del romanzo di Jack London che è diviso tra il forte richiamo della foresta e della libertà e il desiderio di vivere con gli uomini, nonostante i difficili rapporti dovuti alla durezza dell’esistenza in quei territori nord-americani teatro dell’epopea dei pionieri della colonizzazione. In ambito italiano troviamo esempi di animali emblemi della tragica durezza del vivere in un mondo dominato dall’interesse economico, basti pensare all’asino maltrattato da tutti nella novella “Rosso Malpelo” di Verga, veicolo importante della presa di coscienza del giovane protagonista, o simboli dell’eternità del dolore, uguale in qualunque forma e in qualunque luogo o da chiunque sia sofferto, come nella poesia di Umberto Saba “La capra”, con quel suo belare che diventa voce di qualunque dolore e anticipazione nel suo viso “semita” dell’immensa tragedia consumatasi nella seconda guerra mondiale.
Il poeta triestino in un’altra celebre poesia “A mia moglie” paragona sua moglie alle femmine dei più comuni animali, dicendo di ritrovarla nel comportamento di questi esseri mansueti eppure dotati di una loro dignità e di un loro temperamento, rinnovando così la tradizione letteraria che nel cantare una donna non ricorreva certo a similitudini così poco auliche. Nell’opera di Montale poi talune immagini di animali divengono emblemi del male di vivere universale (il cavallo stramazzato, l’anguilla ecc…) o, come il “falco alto levato”, della “divina indifferenza” intesa come unica risposta possibile alla paralizzante condizione dell’uomo incapace di trovare un senso complessivo dell’esistenza e di sottrarsi all’assurdità del tutto.
Da questa rapida e incompleta rassegna emerge l’importanza reale e simbolica degli animali per l’uomo di ogni tempo, nonostante i cambiamenti intervenuti a modificarne l’ottica, gli interessi e la sensibilità.
Oggi sappiamo che gli animali ci servono molto più di quanto non serviamo noi a loro e che da noi esseri umani dipende ormai il futuro di ogni altra specie vivente: saremo in grado di esercitare consapevolmente la grande responsabilità che grava su di noi, trovando il giusto equilibrio fra diritti e doveri, tra le esigenze dell’economia e quelle insopprimibili della natura? Altrimenti rischia di avverarsi la profezia di quel capo pellerossa che ebbe a dire che, quando i bianchi avranno tagliato l’ultimo albero, prosciugato l’ultimo fiume, ucciso l’ultimo bisonte e così via si accorgeranno che il denaro non si mangia.

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