L'Illuminismo: il movimento letterario attraverso gli atori più importanti

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Testo

L’ILLUMINISMO(1)
In seguito alla pace di Aquisgrana del 1748, che pose fine alla guerra di successione austriaca, ci fu una svolta enorme per quanto riguarda la storia di tutto il continente europeo.
Il quarantennio che succedette infatti tale avvenimento fu caratterizzato da un periodo di pace.
In particolare vennero meno i conflitti tra le potenze europee sul campo italiano, che si spostarono verso le colonie d’oltreoceano. Tuttavia la nostra penisola era passata dal dominio borbonico spagnolo a quello asburgico austriaco; tuttavia gli spagnoli riuscirono a mantenere i possedimenti nel regno di Napoli e i ducati di Parma e Piacenza.
Riguardo i vari stati italiani, essi videro un periodo di miglioramento sotto molti punti di vista, dovuto soprattutto all’espandersi nella penisola del movimento illuministico.
L’Illuminismo è un movimento culturale di matrice filosofica, diffusosi in Europa dall'inizio del XVIII secolo fino alla Rivoluzione francese. Caratteristica principale fu la fiducia nella ragione, che avrebbe migliorato le condizioni della civiltà umana, liberandola dai vincoli della tradizione, della superstizione e della tirannide.
L'illuminismo ebbe diramazioni in tutti i paesi europei e investì in parte il Nuovo Continente; inizialmente però esso si diffuse in Inghilterra e in Francia.
L'Inghilterra era il paese dove aveva più solide radici la corrente filosofica dell'empirismo e la dottrina di Locke, dalla quale i pensatori illuministi riprendevano un atteggiamento finalizzato all'analisi dell'esperienza; dalla "filosofia sperimentale" di Newton ricavavano una concezione del pensiero scientifico per cui la ragione umana, attenendosi all'esame dei fenomeni, è in grado di procedere verso i principi.
In questo periodo di evoluzione dell’illuminismo trova spazio in Inghilterra lo sviluppo del romanzo moderno, ad opera di due grandi romanzieri; Jonathan Swift e Daniel Defoe, e di altri autori minori quali Henry Fielding e Laurence Sterne.
DANIEL DEFOE
Daniel Defoe fu un importante scrittore e giornalista inglese. Trasse ispirazione, per le sue opere, dalle numerose esperienze e avventure di viaggio. Figlio di un negoziante, fu avviato dal padre alla carriera di pastore presbiteriano, ma decise poi di dedicarsi al commercio, attività che gli consentì di viaggiare per l'Europa.
Oppositore del re cattolico Giacomo II, ebbe un ruolo attivo nella tentata rivolta contro il sovrano. Il poemetto satirico L'autentico inglese è un attacco a ogni convinzione di superiorità razziale o nazionale, era diretto principalmente contro gli inglesi che non approvavano Guglielmo III d'Orange perché di origine olandese.
L'anno seguente Defoe pubblicò anonimamente un libello, severa critica alla Chiesa anglicana. Individuato come autore dell'opera, fu imprigionato e quando fu rilasciato, per guadagnarsi da vivere, si rivolse al giornalismo. Parallelamente fu agente segreto al servizio del governo, attività, questa, che lo portò in Scozia al fine di promuovere l'unione con l'Inghilterra.
L'opera narrativa d'esordio, Robinson Crusoe, che divenne il suo romanzo più famoso, fu pubblicata quando l'autore aveva quasi sessant'anni.
La storia raccontata fu ispirata dalle avventure realmente vissute dal marinaio Alexander Selkirk, abbandonato per punizione su un'isola al largo del Cile.
Il romanzo narra le avventure di Robinson che, naufrago su di un’isola deserta, riesce a sopravvivere grazie alla sua intelligenza, la quale gli consente di ricostruire con ciò che trova gli oggetti più necessari per la sopravvivenza. Egli vive per ben venticinque anni in totale solitudine, finché un giorno salva un indigeno dai cannibali, e gli dà il nome di Venerdì; costui sarà educato da Robinson e diventerà il suo fedele servitore, nonché la sua unica fonte di compagnia.
Nella storia Robinson rappresenta non più la figura eroica dei poemi cavallereschi, bensì quella del tipico borghese inglese del tempo, caratterizzato da una spiccata intelligenza ed intraprendenza.
Il romanzo diventerà, e lo è tuttora, il modello dei romanzi d’avventura, grazie ad uno stile semplice ed essenziale, che spiega la larga diffusione del libro tra i ceti anche meno agiati per non parlare della classe borghese.
Nello stesso anno, visto il successo di quest’opera, Defoe si affrettò a pubblicarne un seguito, intitolato Le ulteriori avventure di Robinson Crusoe, che ebbe comunque minor successo poiché non all’altezza della prima parte. Tra i romanzi che seguirono vanno citati Il capitano Singleton e, soprattutto, Moll Flanders, ritratto di una prostituta londinese nel quale Defoe dimostrò sensibilità e capacità d'introspezione.
L’ILLUMINISMO(2)
I veri precursori dell’illuminismo erano però ben altri, di tradizione razionalistica, come il francese Renèe Descartes, meglio noto come Cartesio. Di quest'ultimo i filosofi riprendevano l'esigenza di "chiarezza e distinzione" delle idee, estendendo il criterio dell'evidenza a tutte le materie del conoscere ed entrando in collisione con il tradizionale principio d'autorità.
Si può dire che nell'illuminismo convergono aspetti molteplici, e anche eterogenei, della filosofia e della cultura moderne, dalla rivoluzione scientifica avviata da Copernico e Galilei alle ripercussioni culturali indotte dalle esplorazioni geografiche. Ma ad animare l'illuminismo è soprattutto il nuovo spirito scientifico dell'età moderna, cioè la convinzione che occorresse rifarsi all'osservazione diretta dei fenomeni e all'uso autonomo della ragione. La fiducia nella ragione sembrava poi schiudere la possibilità di scoprire non solo le leggi regolatrici del mondo naturale, ma anche le leggi di sviluppo del corpo sociale. Si pensò allora che, usando saggiamente la ragione, sarebbe stato possibile un progresso indefinito della conoscenza, della tecnica e della morale.
Sebbene la Chiesa cattolica fosse vista come la principale responsabile della sottomissione della ragione umana nel passato, e la religione in generale fosse indicata come causa della superstizione e del fanatismo, molti pensatori illuministi non rinunciarono totalmente alla fede, optando piuttosto per una forma di deismo che rifiutava comunque la teologia cristiana, come ad esempio il francese Voltaire; altri, soprattutto in Francia, furono invece espressamente atei come d'Holbach.
L'illuminismo contrassegnò quindi uno stile intellettuale e un metodo d'indagine conoscitiva. Secondo Immanuel Kant, il motto dell'epoca era "abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!"; nacque allora un desiderio di porre in discussione concetti e valori acquisiti, di indagare nuove idee in direzioni molteplici. Molti illuministi non furono filosofi nel comune senso del termine, bensì divulgatori impegnati in un consapevole tentativo di battaglia culturale e di diffusione delle nuove idee.
Si possono fissare alcuni motivi condivisi da pressoché tutti i pensatori illuministi: un atteggiamento fortemente antitradizionalista, nutrito dalla convinzione che il passato coincidesse con l'età dell'ingiustizia, della superstizione e dell'ignoranza; un'avversione nei confronti della metafisica; la convinzione che la filosofia dovesse adottare un metodo sperimentale, privilegiando l'analisi dei fenomeni; infine, la fiducia nel progresso, che sarebbe stata ereditata dal positivismo ottocentesco.
Per molti versi, la patria degli illuministi fu comunque la Francia. Montesquieu, uno dei primi esponenti del movimento, pubblicò scritti satirici contro le istituzioni contemporaneamente al suo monumentale studio sulle istituzioni politiche, Lo spirito delle leggi. A Parigi Denis Diderot, autore di numerosi trattati filosofici, incominciò la pubblicazione dell'Encyclopédie nel 1751, avvalendosi della collaborazione del matematico Jean-Baptiste D'Alembert. Quest'opera, a cui collaborarono numerosi philosophes, fu tanto un compendio di conoscenze quanto un veicolo di promozione delle posizioni illuministe e di critica degli oppositori.
L’ENCICLOPEDIA
L’Enciclopedia è una grande opera editoriale, filosofica e scientifica diretta da Denis Diderot e Jean-Baptiste D'Alembert e pubblicata tra il 1751 e il 1766.
Essa nacque da un progetto di traduzione, ed assunse poi l'obiettivo di contrastare il Dictionnaire de Trévoux dei gesuiti e promuovere la diffusione delle idee illuministe. Diderot fece ricorso sia ad autori allora già affermati (Condillac, Montesquieu, Rousseau, Voltaire) sia a pensatori meno noti.
L'Encyclopédie fu innanzitutto caratterizzata dall'interesse di Diderot per le innovazioni scientifiche e tecniche. Rivolto, in senso ampio, al popolo, nel quale gli illuministi ritenevano di identificare il pubblico dell’opera, il progetto in realtà venne finanziato da persone colte, ecclesiastici, nobili e parlamentari.
La voce Enciclopedia, scritta dallo stesso Diderot, definisce il programma complessivo dell'opera: riassumere le conoscenze acquisite dall'umanità, mentre il suo intendimento mirava a una critica dei fanatismi religiosi e politici e a un'apologia della ragione e della libertà di pensiero. Diderot era un tenace sostenitore del progresso dell'umanità e del sapere: l'Encyclopédie avrebbe dovuto operare la sintesi delle acquisizioni umane e realizzare una genealogia delle conoscenze. Il messaggio dell’opera è che la conoscenza non è proibita, ma è fatta per l'uomo che deve fare affidamento su di essa per raggiungere la felicità.
Diderot procede alla realizzazione di un ordine razionale alfabetico, ma il fatto nuovo è che utilizza i rimandi per far circolare il lettore attraverso una rete di conoscenze strutturata sui lemmi.
Il primo volume, che ebbe una tiratura di 2000 copie, venne destinato ai sottoscrittori nel 1751. Alla voce Autorità politica, Diderot attacca la teoria della monarchia per diritto divino. Assai presto, l'impresa ebbe il sostegno di Montesquieu, di Voltaire e di Madame de Pompadour, ottenendo un successo europeo.
Nel 1752 uscì il secondo volume, che fece scandalo, e la pubblicazione venne sospesa; nonostante la proposta di Voltaire di continuare l'impresa, Diderot rifiutò. Dal 1753 al 1756 uscirono i volumi dal terzo al sesto.
L'Encyclopédie fu oggetto di canzonature e di satira: lo stesso Voltaire, cessando la collaborazione con l'opera, la derise; D'Alembert abbandonò la redazione e si guastarono i rapporti tra Diderot, Rousseau, Voltaire e D'Alembert. Nel 1759, la pubblicazione del settimo volume fu vietata dalle autorità. Con l'abbandono di D'Alembert, Diderot proseguì da solo, per sette anni. Gli ultimi volumi furono pubblicati clandestinamente, e l’opera si concluse nel 1780 con l’uscita degli ultimi supplementi.
Tra i collaboratori dell’Enciclopedia troviamo forse il più rappresentativo tra gli illuministi francesi, Voltaire, che iniziò la sua carriera come drammaturgo e poeta e fu autore di saggi, satire e racconti nei quali divulgò la scienza e la filosofia della sua epoca; intrattenne inoltre una voluminosa corrispondenza con scrittori e sovrani europei. Le opere di Jean-Jacques Rousseau, in particolare Il contratto sociale, l'Emilio e le Confessioni, esercitarono un profondo influsso sulle teorie politiche e diedero impulso al romanticismo ottocentesco. L'illuminismo fu anche un movimento profondamente cosmopolita: pensatori di nazionalità diverse si sentirono accomunati da una profonda unità di intenti, mantenendo stretti contatti epistolari fra loro. Furono illuministi ad esempio i fratelli Verri e Cesare Beccaria in Italia, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson nelle colonie americane.
Come detto, quindi, tra coloro che collaborarono in modo attivo all’enciclopedia troviamo Rousseau, che partecipò soprattutto sotto il punto di vista musicale, ma non per questo le sue idee sono meno importanti, anzi, egli sarà uno dei personaggi che con i loro ideali daranno inizio alla rivoluzione francese.
JEAN-JACQUES ROUSSEAU
Jean-Jacques Rousseau, filosofo svizzero, nacque da una famiglia calvinista di origine francese. Morta la madre di parto, fu trasferito lontano da Ginevra presso uno zio. Adolescente irrequieto, dopo aver ricevuto l’istruzione da un pastore protestante, tornò a Ginevra, dove divenne praticante presso un notaio; poi si recò in Savoia, dove incontrò Madame Louise de Warens, che lo convinse a convertirsi al cattolicesimo e lo fece educare a Torino, in un convento dal quale Rousseau si allontanò ben presto, vivendo ramingo per qualche anno ed esercitando le professioni più disparate. Rifugiatosi nuovamente presso Madame de Warens, divenne suo segretario e compagno e visse con lei alcuni anni. Dopo un'esperienza di lavoro a Venezia, presso l'ambasciata francese, tornò a Parigi; qui divenne amico di Denis Diderot, che gli commissionò alcuni articoli di musica per l'Encyclopédie.
Nel 1750, Rousseau vinse il concorso bandito dall'accademia di Digione con il Discorso sulle scienze e sulle arti, acquistando grande celebrità nonostante la rinuncia a ogni riconoscimento pubblico connesso al premio. Dopo essere tornato a Ginevra ed essersi nuovamente convertito al calvinismo, Rousseau fece nuovamente ritorno a Parigi. Protetto dai nobili, alloggiò presso il duca di Montmorency e scrisse il romanzo pedagogico Emilio e il trattato politico Il contratto sociale, con il quale, assumendo le difese della volontà popolare contro il diritto divino dei re, contribuì a preparare il terreno ideologico sul quale si sviluppò la Rivoluzione francese.
Rousseau entrò presto in contrasto con gli enciclopedisti, suscitando in particolare gli strali di Voltaire, e si procurò l'ostilità dei potenti di Francia e di Svizzera. Nel 1762 fuggì prima in Prussia a causa di un mandato di cattura, e poi in Inghilterra, invitato dal filosofo scozzese David Hume. Ben presto, tuttavia, anche questo legame si deteriorò e Rousseau fece ritorno in Francia, dove portò a termine la sua autobiografia, le Confessioni (pubblicate postume nel 1782). Morì presso il marchese di Girardin, due anni dopo.
Nei Discorsi Rousseau svolse una critica morale dei mali della società del suo tempo, intesa come il regno della falsità e della corruzione, in cui prevalevano la bramosia di ricchezza, l'ambizione, la vanità. La tesi di Rousseau era che questi mali sono insiti a cause estranee alla natura umana e connesse alla diffusione della disuguaglianza economica. Alla società attuale egli opponeva uno stato di natura che era inteso da Rousseau come una condizione in cui gli uomini vivevano "liberi, sani, buoni e felici". In tal modo, Rousseau finì per contrapporsi agli altri filosofi illuministi, poiché all'ottimismo scientifico e filosofico sostituiva una visione morale fondata sui valori dell'interiorità.
Con il Contratto sociale Rousseau delineò un modello di convivenza politica entro il quale l'individuo, pur obbedendo alla legge, non cessava di essere libero.
Se nel Contratto sociale Rousseau teorizzava la rigenerazione della società, nell'Emilio egli cercava la strada per una rigenerazione dell'individuo secondo un programma educativo rinnovato. La pedagogia dell'Emilio si fonda sul concetto di "educazione negativa", ossia di un'educazione che "non inculca alcuna virtù, ma previene il vizio; non insegna la verità, ma preserva dall'errore". È dunque necessario che l'educatore rispetti la personalità del fanciullo in tutta la sua integrità e nella gradualità dei suoi sviluppi; egli non deve formare positivamente questa personalità, ma consentirne lo sviluppo libero.Le teorie pedagogiche di Rousseau favorirono metodi educativi più permissivi e più attenti all'aspetto psicologico dell'educando.
Con la sua dottrina sociale e politica Rousseau è stato certamente all'origine delle concezioni della moderna democrazia.
Le Confessioni inaugurarono uno stile letterario nuovo, permeato da un'intensa esperienza personale nell'indagare la dimensione emotiva e il conflitto tra valori morali e terreni. Sebbene Rousseau condividesse lo spirito dell'illuminismo, egli al tempo stesso anticipò alcuni aspetti del romanticismo, impegnandosi in un'appassionata difesa del sentimento e della profondità dell'esperienza soggettiva.

In Italia l’illuminismo si diffuse principalmente in tre grandi centri: Milano, Napoli e la Toscana.
Tra questi il più vitale fu senz’altro Milano, che vide tra i suoi cittadini i principali pensatori illuministici italiani: Cesare Beccaria ed i fratelli Verri.
PIETRO VERRI
Pietro Verri fu scrittore, economista e uomo politico italiano. Primogenito di una famiglia aristocratica, ebbe una gioventù irrequieta e contrastata dal padre, illustre magistrato membro del Senato cittadino. Dopo gli studi e la breve partecipazione alla guerra dei Sette anni, nel 1761 tornò a Milano, dove riunì attorno a sé un gruppo di giovani intellettuali che prese il nome di Accademia dei Pugni.
Questa società era destinata a promuovere la battaglia contro ogni forma di tradizionalismo, favorendo il rinnovamento della società e della cultura mediante la diffusione delle nuove idee illuministiche. Caratteristiche dell'Accademia, che non formulò un preciso programma normativo, furono l'atteggiamento corrosivo e polemico, il fervido impegno innovatore e il dibattito sui problemi più vivi del momento e dallo studio dei contemporanei filosofi di Francia e d'Inghilterra.
Pietro diede poi vita, dal 1764 al 1766, al periodico più noto dell'illuminismo italiano, "Il Caffé".
Questo giornale fu pubblicato a Brescia in “fogli” di otto pagine ciascuno, con una periodicità di circa dieci giorni dal 1 giugno 1765 al 20 maggio 1776.
Il Caffè era l’espressione di un gruppo, costituito quasi per intero da esponenti dell’aristocrazia, legato da solide amicizie e già culturalmente affiatato per la comune appartenenza all’Accademia dei Pugni. Già il titolo del giornale metteva in evidenza la sua disponibilità tematica, svincolato da settori ed ambiti privilegiati: nel “Caffè” si immagina infatti di trascrivere o di sviluppare conversazioni avvenute nella bottega di un caffettiere d’origine greca trasferitosi a Milano, uomo saggio e d’ingegno aperto.
Il vasto spettro di temi è sorretto e giustificato da un obiettivo: portare l’attenzione sui punti nodali della società in vista di una radicale trasformazione. Che questa fosse l’autentica vocazione del gruppo del “Caffè”, è dimostrato dal fatto che da lì a pochi anni parecchi di loro si impegnarono proprio nell’amministrazione pubblica, mettendo le loro competenze al servizio del riformismo illuminato del governo austriaco.
La concretezza dei problemi affrontati, l’attenzione a problemi diversi e inconciliabili fra di loro, e l’apertura al dibattito europeo sono quindi le caratteristiche specifiche che connotano e differenziano il “Caffè” nel panorama del giornalismo contemporaneo, e ne fanno indubbiamente il più significativo giornale illuministico italiano.
Pietro Verri ricoprì nel frattempo varie cariche pubbliche negli organi che la monarchia austriaca istituì per attuare un vasto programma di riforme nello stato di Milano; egli accompagnò l'attività politica con la pubblicazione sul Caffè di numerosi interventi polemici su argomenti di attualità.
Intrapreso lo studio dell'economia, Verri passò dagli iniziali propositi mercantilisti di tutela delle industrie al liberismo, anticipando persino alcune tesi di Adam Smith.
Nel 1783 cominciò a pubblicare la Storia di Milano, dove si ritrova la sua costante critica alle istituzioni che si ponevano a difesa dei privilegi nobiliari di fronte all'opera razionalizzatrice dello stato moderno. Deluso dall'azione dei monarchi in cui aveva riposto fiducia, guardò con partecipazione agli eventi della Rivoluzione francese.
Mentre nelle maggiori città italiane si andava dunque espandendo il fenomeno illuministico, a Venezia troviamo un ambiente in qualche modo poco vicino a questi fenomeni, legato al contrario alle tradizioni ed in modo particolare al teatro della commedia dell’arte. Proprio a Venezia troviamo la figura di Goldoni, il commediografo italiano per eccellenza, che diede una svolta al mondo del teatro attuando una vera e propria riforma teatrale.
CARLO GOLDONI
Carlo Goldoni nacque a Venezia nel 1707, figlio di un medico di origini modenesi. Nel 1716 raggiunse il padre a Perugia, dove iniziò gli studi di retorica e grammatica presso i gesuiti. Nel 1723 si immatricolò al Collegio di Pavia per studiarvi giurisprudenza, ma dalla città lombarda venne espulso nel 1725 in seguito allo scandalo provocato da una sua satira sulle ragazze della città. Abbandonati gli studi di legge, li riprese nel 1727 a Modena per interromperli nuovamente poco tempo dopo.
Nel 1731, alla morte del padre, riprese gli studi e si laureò quello stesso anno a Padova, ma abbandona presto la città per debiti. Alla carriera forense affiancò ben presto l'interesse per il teatro, iniziando a collaborare nel 1734 con la compagnia Imer del San Samuele a Venezia. Nel 1741 accettò l'incarico di console della Repubblica di Genova a Venezia. Costretto a fuggire dalla città ancorea per debiti, si stabilì a Pisa dove riprese la professione di avvocato, che esercitò per tre anni. Nel 1748, su proposta del capocomico Girolamo Medebach, diventò autore stabile del teatro Sant'Angelo a Venezia. Il capocomico impegnò Goldoni con un contratto di quattro anni, che prevedeva la stesura di ben otto commedie l’anno. E’ grande il suo successo a Venezia, e con il successo non tardarono ad arrivare le prime critiche, da parte dell’abate Pietro Chiari, che lo accusa di aver messo fine alla commedia con le maschere.
Nasce così tra il pubblico la divisione tra goldonisti e chiaristi. In seguito Goldoni riesce nella sfida di realizzare ben sedici commedie in un solo anno, raccogliendo il plauso di tutto il pubblico veneziano.
Nel 1753 Goldoni lasciò la compagnia Medebach per passare al teatro San Luca dove per l’autore aumentarono i guadagni e diminuì il carico di lavoro; qui restò fino al 1762, anno in cui si trasferì a Parigi per dirigere la Comédie Italienne. Nella capitale francese Goldoni viene ben accolto dagli intellettuali; tuttavia non ottiene il successo sperato, e rimane a Parigi fino alla morte nel 1792.
Le prime opere goldoniane sono ancora legate strettamente alle forme espressive del melodramma e della Commedia dell'Arte. È con questi due generi dominanti che il giovane Goldoni si confrontò agli inizi della carriera: della sua prima opera in musica, Amalasunta, si sa solo che venne bruciata dallo stesso autore ancor prima di essere rappresentata, mentre la tragicommedia Belisario inaugurò la sua collaborazione con la compagnia Imer del teatro San Samuele. Fino al 1738 Goldoni scrisse in esclusiva per il teatro veneziano intermezzi, drammi in musica e tragicommedie. Dopo questa esperienza lirica iniziò la sua riforma, creando il primo personaggio nel Momolo cortesan, commedia a soggetto tranne che per la parte del protagonista, interamente scritta. Rispetto ai canoni espressivi della Commedia dell'Arte, Goldoni sentiva già la necessità di rendere più dinamica l'azione delle maschere, liberandole da ruoli fissi e immutabili. L'operazione riuscì in parte già nella prima commedia scritta per intero, La donna di garbo (1743), all'interno della quale la struttura scenica conferisce nuovi impulsi all'intreccio e alla caratterizzazione psicologica e sociale dei personaggi.Con la composizione di il Servitore di due padroni, Goldoni mantiene un compromesso tra parti scritte ed improvvisazione degli attori.
Dopo il ritorno a Venezia, nel 1748, Goldoni cominciò la collaborazione con Girolamo Medebach presso il teatro Sant'Angelo. In questo periodo avviò il tentativo di rinnovare le forme espressive del teatro settecentesco, attingendo agli atteggiamenti e comportamenti degli uomini per trasferirli sul palcoscenico; il tutto avveniva non più seguendo l'effetto dell'improvvisazione, ma secondo precise regole di rappresentazione scenica. Questo tentativo trovò realizzazione nella sfida delle "sedici commedie nuove" composte nella stagione 1750-51 e introdotte da Il teatro comico, una sorta di manifesto della sua riforma. Tra le più famose figurano, in lingua e in dialetto, Le femmine puntigliose, La bottega del caffè, Il bugiardo, I pettegolezzi delle donne. La collaborazione con il Sant'Angelo si chiuse nel 1753 con un altro capolavoro, La locandiera (1753), che segnò il definitivo superamento della Commedia dell'Arte con la messa in scena di caratteri del tutto autonomi e indipendenti dalla fissità delle maschere.
Dopo il successo della Locandiera, Goldoni sottoscrisse un contratto triennale con il teatro San Luca, conoscendo però un periodo di crisi artistica che culminò con la produzione di commedie mediocri. È proprio ricorrendo all'ambiente del popolo veneziano che Goldoni ritrovò le forme di caratterizzazione dei personaggi e dell'azione alla base delle felici commedie dialettali in versi della stagione 1755-56, nelle quali il colore dialettale del popolo crea un'originalissima coralità scenica. Tra il 1758 ed il 1762 Goldoni vive un duro periodo sotto il punto di vista artistico, a causa dell’apra concorrenza di un altro autore veneziano, Carlo Gozzi, antilluminista e sostenitore della commedia dell’arte. In questi anni Goldoni si rifugia a Roma, per tornare a Venezia nel 1760 ed avviare un'altra fertile stagione, a cominciare da Gli innamorati, messo in scena al San Luca nel 1759.
Dal 1760 al 1762 scrisse infatti i suoi capolavori "veneziani", in cui l'osservazione della società e dei caratteri si tinge di arguzia e di ironia senza mai scadere nella farsa, la scelta dell'italiano o del dialetto connota socialmente i personaggi e il linguaggio acquista una concretezza inedita nel panorama letterario e teatrale del tempo. Vita reale (mondo) e rappresentazione scenica (teatro) si fondono alla perfezione nell'ambiente veneziano, sia esso quello della borghesia mercantile di I rusteghi, o quello popolare di Le baruffe chiozzotte.
Invitato a dirigere la Comédie Italienne a Parigi, Goldoni si congedò dalla sua città con un commosso addio metaforico, Una delle ultime sere di Carnovale (1762).
Rimase a Parigi trent'anni. L'esperienza francese segnò il periodo meno felice della produzione di Goldoni, lontano dal suo mondo e dal suo teatro, dai quali aveva sempre attinto le proprie forme espressive. A Parigi, per andare incontro alle esigenze del pubblico, scrisse soprattutto scenari, dai quali, in alcuni casi, trasse commedie inviate poi a Venezia. Tra queste, la sola da ricordare è Il ventaglio, rappresentata con successo al San Luca nel 1765. L'ultima grande soddisfazione per Goldoni, che ormai aveva abbandonato l'idea di far ritorno in Italia, fu Le bourru bienfaisant (Il burbero benefico), scritta e rappresentata in francese, nella quale però il ben riuscito carattere del "rustego" parigino è assolutamente slegato dall'ambiente che lo circonda. Sempre in francese, Goldoni ha lasciato la sua autobiografia teatrale, i Mémoires (1787), ultimo conforto prima della morte, avvenuta in miseria, dopo che l'Assemblea legislativa aveva soppresso pochi mesi prima anche la sua modesta pensione di corte.
IL DISPOTISMO ILLUMINATO
Se durante la prima metà del XVIII secolo molti tra i principali esponenti dell'illuminismo dei quali abbiamo parlato furono perseguitati dalla censura governativa e dalla Chiesa, negli ultimi decenni del secolo si assistette a un trionfo del movimento in Europa. Il successo delle nuove idee, sorretto dalla pubblicazione di riviste e libri e da nuovi esperimenti scientifici, inaugurò una moda diffusa persino tra i nobili e il clero, e alcuni sovrani europei adottarono le idee e il linguaggio dell'illuminismo. Voltaire e altri philosophes, attratti dal mito del filosofo-re che illumina il popolo dall'alto, guardarono con favore alla politica del cosiddetto dispotismo illuminato, perseguita da Federico II di Prussia, Caterina di Russia e Giuseppe II d'Austria.
Il dispotismo illuminato consiste nel governo monarchico di un despota liberale e colto, e si può considerare come un tentativo di conciliare il pensiero liberale, cosmopolita e anticlericale, con la tradizione dell'assolutismo. I più famosi tra i cosiddetti "re-filosofi" furono: Federico II di Prussia, Caterina la Grande di Russia, Giuseppe II d'Austria, ma anche i sovrani della dinastia dei Borbone di Parma e Napoli, i granduchi di Toscana del ramo dei Lorena. Se l'assolutismo illuminato ebbe l'indiscusso merito di promuovere riforme economiche, sociali e politiche ispirate al pensiero dei filosofi illuministi, ciò avvenne nell'intento da parte dei sovrani di una maggiore e più efficiente centralizzazione dello stato.
Se dunque i sovrani parvero, con molte loro riforme, minare le basi stesse del potere religioso e aristocratico (abolizione della servitù della gleba, miglioramenti nell'agricoltura, riforme in campo giudiziario e scolastico, tolleranza religiosa), ciò avvenne con lo scopo di riformare al meglio lo stato, in un momento di radicali mutamenti economici e strutturali della società.
L'Inghilterra non fu influenzata da questo fenomeno, visto che era ormai da tempo una monarchia costituzionale e la sua situazione interna era ben stabile.
LA COLONIZZAZIONE INGLESE
L’Inghilterra aveva gettato le basi del proprio impero coloniale durante il regno di Elisabetta I, potenziando la flotta e inaugurando un'aggressiva politica commerciale oltremare (la Compagnia delle Indie Orientali fu fondata nel 1600) che entrò in aperta sfida con la potenza spagnola. I primi insediamenti furono nei Caraibi orientali, esattamente nell'isola di Saint Christopher.
La colonizzazione inglese ebbe anche un'impronta religiosa: le colonie dell'America settentrionale furono fondate dai Padri pellegrini, partiti da Plymouth a bordo della nave Mayflower e sbarcati nel Massachusetts nel 1620 con l'obiettivo di dar vita a una colonia puritana.
Il processo di espansione coloniale continuò sotto Oliver Cromwell, che attuò la conquista della Giamaica (1655). Le piantagioni di tabacco vennero sostituite da quelle di canna da zucchero e furono impiegati schiavi africani per far fronte al bisogno di manodopera. L'atto di navigazione del 1651 stabilì che le merci importate o esportate dalle colonie dovessero essere trasportate solo con navi inglesi: questa politica di protezionismo avrebbe innescato un lungo conflitto con l'Olanda, sfociato in due guerre navali.
Nel continente nordamericano la presenza inglese si attestò lungo le coste: nel 1664 la colonia di Nuova Amsterdam fu strappata agli olandesi e ribattezzata New York, e William Penn fondò la colonia della Pennsylvania. Durante il regno di Giacomo II le colonie vennero sottoposte a un più stretto controllo da parte della corona. Gli inglesi conquistarono Port Royal, in Nuova Scozia e l'isola di Terranova. Al termine della guerra di successione spagnola acquisirono importanti privilegi coloniali: ne derivò un drastico ridimensionamento della presenza francese nel Nuovo Mondo.
All'inizio del XVII secolo la Compagnia della Virginia, nata da un'associazione di mercanti londinesi, dopo avere ottenuto dalla Corona i privilegi per lo sfruttamento della costa atlantica dell'America del Nord, stabilì alla foce del fiume James il primo insediamento stabile, Jamestown.
La colonizzazione inglese, tuttavia, non continuò nel tempo a mirare ad abitare le terre americane, bensì a sfruttare la presenza dei coloni a proprio vantaggio tramite il monopolio sui commerci navali.

LA RIVOLUZIONE AMERICANA
Nel frattempo, nel corso del XVIII secolo, si definirono le peculiarità delle tre grandi aree nordamericane in cui erano inseriti i tredici stati coloniali inglesi: quella meridionale, nella quale dominavano i latifondi agricoli riservati alla coltivazione di riso, tabacco e cotone; quella centrale, in cui cerealicoltura e commercio navale si integravano; quella settentrionale, cuore della prima colonizzazione inglese, anch'essa a economia mista, agricola e manifatturiera, che aveva nel porto di Boston il suo centro propulsore.
La supremazia economica dell'Inghilterra nei commerci mondiali fu sanzionata dall'espansione territoriale in America, conseguita con le vittorie militari a danno prima della Spagna, nella guerra di successione spagnola e poi della Francia, nella guerra dei Sette anni, in seguito alla quale i britannici ottennero il Canada, la Florida e la Louisiana orientale.
Intanto i tredici stati americani acquisivano posizioni di forza nel rapporto con la madrepatria, perché le ragioni dello scambio commerciale volgevano a loro favore: crescevano le esportazioni di legname, grano, tabacco, cotone, e il numero delle navi fabbricate nei cantieri americani, mentre diminuiva l'importazione di merci dall'Inghilterra. La popolazione delle colonie era intanto salita da 250.000 abitanti nel 1700 a oltre due milioni nel 1770.
Sul piano politico il rapporto tra colonie e madrepatria cambiò e quando il Parlamento inglese impose il Sugar and Molasses Act e lo Stamp Act nacquero le prime forme di resistenza delle tredici colonie, che decisero per il boicottaggio delle merci inglesi.
A Boston, nel 1770, un contingente inglese sparò sulla folla che dimostrava contro nuove tasse, provocando alcuni morti: l'episodio suscitò forte emozione e contribuì ad aggravare la frattura tra il governo di Londra e i coloni americani.
Negli anni successivi le posizioni si radicalizzarono da entrambe le parti, mentre continuava la protesta contro la tassa sul tè. Nel 1773 i coloni, per protesta contro la concessione del monopolio della vendita del tè alla Compagnia delle Indie Orientali, affondarono tre navi cariche di tè all'ancora nel porto di Boston. Seguirono ritorsioni da parte del governo di Londra cui i rappresentanti dei tredici stati risposero rivendicando l'autogoverno delle colonie nel primo Congresso continentale del 5 settembre 1774.
Così il conflitto politico si trasformò in scontro armato, intrapreso inizialmente dallo stato del Massachusetts e divenuto una scelta generale al secondo Congresso continentale del 1775, quando i tredici stati votarono a favore del reclutamento di un esercito, affidato al comando di George Washington. Inoltre decisero l'emissione di una moneta americana e assunsero le prerogative di autorità di governo delle colonie. Superando le resistenze dei moderati e dei lealisti, contrari alla separazione dall'Inghilterra, i rappresentanti più radicali si batterono fino a ottenere l'approvazione della Dichiarazione d'indipendenza (4 luglio 1776), che rappresentò l'atto di nascita degli Stati Uniti.
Dalla parte degli insorti americani e dopo la loro vittoria a Saratoga Springs nel 1777, scesero in campo la Francia, l'Olanda e la Spagna: i loro aiuti militari e finanziari spostarono l'equilibrio del conflitto. A seguito della sconfitta inglese a Yorktown, furono intavolate trattative di pace che sfociarono nella firma del trattato di Parigi e nell'indipendenza delle colonie americane.
Ottenuta l'indipendenza, occorreva definire quale forma di governo le ex colonie intendessero applicare. Ogni stato presentava proprie specifiche identità, non facilmente integrabili tra loro, e profonde erano le divergenze politiche: per questo motivo prevalse l'idea che ogni stato fosse libero di autodeterminarsi adottando una propria costituzione. Fu scelto un sistema federale, che conciliava le tradizioni del particolarismo e della differenziazione religiosa, che caratterizzavano i singoli stati, con le ragioni dell'interesse comune, della difesa militare, dell'impulso allo sviluppo cementate dalla guerra di indipendenza.
La costituzione redatta nel 1787 a Philadelphia è tuttora in vigore negli Stati Uniti d’America, e la delinea come una repubblica federale presidenziale, i cui cittadini godono di uguaglianza politica e giuridica, e di libertà di stampa, pensiero e religione.
Il potere legislativo è affidato ad un Congresso, diviso in due assemblee: la Camera dei rappresentanti, con membri eletti ogni due anni e il cui numero è proporzionale alla popolazione di ogni singolo Stato; e il Senato, i cui membri sono eletti ogni sei anni e sono due per ogni Stato.
Il potere esecutivo è nelle mani del Presidente, eletto ogni quattro anni, coadiuvato dal governo federale, composto da persone scelte dal Presidente; inoltre il Presidente può esercitare il diritto di veto sulle leggi approvate dal congresso.
Il potere giudiziario è invece affidato alle corti federali, diverse per ogni Stato, al vertice delle quali sta la Corte Suprema.
Nelle prime elezioni, tenutesi il 4 marzo 1789, fu eletto presidente George Washington. Lo slancio economico che segnò gli anni di formazione degli Stati Uniti fu favorito dalla colonizzazione di nuove terre a ovest, dove alla fine del Settecento sorsero i nuovi stati del Vermont, del Kentucky, del Tennessee, seguiti all'inizio dell'Ottocento da Ohio, Indiana, Michigan e Wisconsin. Iniziò allora l'avanzamento della frontiera verso il Pacifico, che consegnò agli americani uno spazio divenuto via via di dimensioni continentali, immenso serbatoio di terre e di risorse agricole e minerarie.
Se da un lato gli ideali illuministici servirono per dare l’impulso all’indipendenza degli Stati Uniti d’America, da un altro questi ideali iniziarono a tramontare poco dopo con lo scoppio della Rivoluzione Francese.
LA RIVOLUZIONE FRANCESE
Pur avendo assimilato molti degli ideali dei philosophes, la Rivoluzione, gettò per un certo periodo scredito sull'illuminismo, la cui fine coincide infatti col termine della rivoluzione francese.
Crisi e conflitti si manifestarono con intensità crescente negli anni che precedettero il 1789, riconducibili innanzitutto alla debolezza e all'incoerenza del sistema istituzionale e all'organizzazione fiscale dello stato.
Il re Luigi XVI non poté mettere in atto le misure di cambiamento che la situazione richiedeva, per incapacità personale, ma ancor più per la resistenza dei ceti privilegiati. In molti settori della società era cresciuta l'avversione al re, alla corte, al regime assolutistico, alimentata anche dagli illuministi, dalle cui riflessioni, incentrate sui temi della libertà, della rappresentanza, dei diritti individuali, era scaturita una forte critica all'Ancien Régime.
Decisiva fu anche la formazione di quella che viene definita con il termine "opinione pubblica": nelle redazioni dei giornali crescevano le voci dell'opposizione.
Nel 1780 la situazione economica manifestò gravi problemi, derivanti principalmente dalla crisi finanziaria in cui si dibatteva lo stato. Jacques Necker, controllore generale delle finanze, denunciò la gravità della situazione finanziaria, proponendo una serie di risparmi sulla spesa che avrebbero colpito i privilegi nobiliari. Tale presa di posizione gli costò la carica per l'opposizione dell'alta nobiltà, della corte e dei parlamenti. Intanto nelle campagne cresceva il malcontento dei contadini, sottoposti a pesante tassazione e a un complesso di oneri signorili divenuto sempre più gravoso.
Alle difficoltà strutturali si aggiunse la crisi esplosa nel per un forte calo della produzione cerealicola, cui seguì un'impennata dei prezzi sui mercati urbani. L'intreccio di questi fattori scatenò un'autentica carestia.
Alla metà degli anni Ottanta il problema finanziario si manifestò in tutta la sua gravità, al punto che il nuovo controllore generale delle finanze, convocò un'Assemblea di notabili per risolvere la questione, ma dovette ripiegare in un nulla di fatto di fronte alla reazione scatenata dai ceti privilegiati. Anche il suo successore, l'arcivescovo di Tolosa, propose una nuova imposta fondiaria, a cui sarebbero stati assoggettati anche l'aristocrazia e il clero; i notabili riuniti a Versailles rifiutarono l'imposta e chiesero la convocazione dell'Assemblea degli Stati Generali, come unico organo competente a stabilire nuove forme di tassazione. Prima di rassegnare le dimissioni l’arcivescovo comunicò la convocazione degli Stati Generali per il 1° maggio dell'anno seguente.
Gli Stati Generali non si riunivano dal 1614. La loro convocazione fece da cassa di risonanza a un grande dibattito che coinvolse tutta la nazione francese.
In un clima psicologico di generale mobilitazione vennero redatti i quaderni di lagnanze, che dovevano riportare al re le critiche e le richieste della società. Durante le elezioni, la Francia fu invasa da opuscoli che diffondevano idee illuministe. Necker, nuovamente nominato controllore generale, chiese di attribuire al Terzo Stato, cioè alla borghesia, tanti rappresentanti agli Stati Generali quanti erano quelli attribuiti al primo e al secondo stato insieme.
Gli Stati Generali si riunirono a Versailles nel maggio 1789. Le delegazioni delle classi privilegiate si opposero immediatamente alle proposte di procedura elettorale avanzate dal Terzo Stato, che con il sistema del voto individuale si sarebbe assicurato la maggioranza. Dopo sei settimane di stallo i rappresentanti del Terzo Stato, si proclamarono Assemblea nazionale costituente, attribuendosi il potere esclusivo di emanare nuove leggi in materia fiscale.
L'Assemblea si riunì giurando che non si sarebbe sciolta senza aver redatto una Costituzione (giuramento della pallacorda). Divisioni interne fecero sì che si unissero al nuovo organo anche molti rappresentanti del basso clero e alcuni nobili liberali tra i quali il marchese di La Fayette, che aveva guidato il corpo di spedizione francese in America.
Di fronte alle continue sfide ai suoi decreti, il re capitolò e ordinò a nobiltà e clero di unirsi ai rivoluzionari, che si proclamarono Assemblea costituente. Allo stesso tempo, Luigi XVI radunò alcuni reggimenti stranieri, più affidabili di quelli francesi, attorno a Parigi e a Versailles e licenziò nuovamente Necker. Di fronte al pericolo di un colpo di mano del re, il popolo parigino reagì con l'insurrezione e prese d'assalto la Bastiglia, il carcere simbolo del dispotismo reale (14 luglio 1789). Luigi XVI decise il ritiro delle divisioni straniere e richiamò Necker.
Alle due rivoluzioni sin lì scoppiate (quella politica degli Stati Generali e quella cittadina di Parigi) si aggiunse la rivoluzione contadina. Una serie di sollevazioni, indotte da un'ondata di panico collettivo conosciuta come "Grande paura", percorse le campagne francesi: furono saccheggiati e distrutti i castelli, segno questo della spinta antifeudale presente nei contadini ribelli. Per arginare l'agitazione l'Assemblea nazionale decretò l'abolizione dei diritti feudali; furono quindi proibite la vendita delle cariche pubbliche e l'esenzione dalle tasse, mentre alla Chiesa cattolica fu tolto il diritto di prelevare le decime.
Spaventati dagli eventi, i reazionari lasciarono il paese, dando inizio alla migrazione dei nobili (réfugiés). Per timore che il popolo approfittasse ulteriormente del crollo del vecchio apparato amministrativo e passasse nuovamente all'azione, la borghesia parigina si affrettò a istituire un governo locale provvisorio (la Comune) e una milizia popolare (Guardia nazionale), comandata dal marchese di La Fayette. Un tricolore rosso, bianco e blu sostituì lo stendardo bianco dei Borbone.
L'Assemblea si dedicò alla redazione della Costituzione, nel cui preambolo, noto come Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, i delegati formularono gli ideali rivoluzionari riassunti poi nell'espressione "liberté, égalité, fraternité". Era la solenne proclamazione delle libertà fondamentali dell'individuo, dell'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Nel frattempo il popolo assediò inferocito il palazzo di Versailles, costringendo la famiglia reale a riparare a Parigi con l'aiuto di La Fayette.
Lo stato venne riorganizzato all'inizio del 1790: le province furono abolite e sostituite da dipartimenti dotati di organi amministrativi elettivi locali; i titoli nobiliari furono soppressi; si istituì il processo davanti alla giuria per atti criminali e si prospettarono fondamentali modifiche alle leggi. Alla crisi finanziaria l'Assemblea fece fronte con la confisca dei beni della Chiesa e quindi con l'emissione degli assignats (assegnati), ossia buoni del tesoro utilizzabili per l'acquisto del patrimonio ecclesiastico.
La questione religiosa fu al centro del dibattito nell'Assemblea, concluso nel luglio del 1790 con la Costituzione civile del clero che limitò notevolmente il potere della Chiesa cattolica: preti e vescovi sarebbero stati retribuiti dallo stato, al quale essi dovevano giurare fedeltà, mentre quasi tutti gli ordini monastici dovevano essere soppressi.
Tra l'accettazione della prima stesura della Costituzione e il suo completamento mutarono gli equilibri di forze all'interno del movimento rivoluzionario. Il sospetto popolare sulle attività della regina e sulla complicità del re trovò conferma il 21 giugno, quando la famiglia reale tentò di lasciare la Francia e fu catturata a Varennes.
Il 17 luglio 1791 i repubblicani di Parigi si riunirono al Campo di Marte chiedendo la deposizione del sovrano. All'ordine di La Fayette, politicamente affiliato ai foglianti (monarchici moderati), la Guardia nazionale aprì il fuoco disperdendo i dimostranti. Lo spargimento di sangue acuì la frattura tra repubblicani e borghesia. Dopo aver sospeso Luigi XVI dalle sue funzioni, la maggioranza moderata della Costituente reintegrò il re nella speranza di evitare l'intervento straniero. Il 14 settembre Luigi XVI giurò di appoggiare la Costituzione emendata. Due settimane dopo, con l'elezione della nuova legislatura, l'Assemblea costituente fu sciolta.
La carta costituzionale della Francia fu approvata dopo lunghe discussioni il 4 settembre 1791; il 14 settembre il re giurò di rispettarla.
La Costituzione limitò l'elettorato alla borghesia e alle classi più elevate. Il potere legislativo fu conferito a un'Assemblea composta da 745 membri da eleggere a suffragio indiretto. Al re furono imposte rigide limitazioni: il suo veto aveva esclusivamente effetto sospensivo e all'Assemblea spettava il controllo sulla sua condotta negli affari esteri.
L'Assemblea legislativa era composta da nuovi membri ed era divisa in fazioni le cui idee politiche erano ampiamente divergenti. A destra stavano i girondini, che volevano frenare la rivoluzione; al centro si collocava la maggioranza, senza un programma preciso, ma compatta nell'opposizione ai repubblicani e chiamata Palude; seduti a sinistra erano i giacobini, che chiedevano la trasformazione della monarchia costituzionale in repubblica federale, e tra questi si distinguevano i montagnardi, i più estremisti che propugnavano una repubblica fortemente centralizzata. Prima che queste differenze provocassero una grave frattura interna allo schieramento, i repubblicani riuscirono a far approvare alcune leggi importanti e severe misure contro gli ecclesiastici.
Il veto del re a tali proposte creò una crisi che portò al potere i girondini. I nuovi ministri, nonostante l'opposizione di Maximilien de Robespierre, capo dei giacobini, adottarono un atteggiamento ostile verso Federico Guglielmo II e Francesco II d'Asburgo, principali protettori dei réfugiés. La volontà di guerra si diffuse rapidamente sia tra i monarchici, sia tra i girondini, e l'Assemblea legislativa dichiarò quindi guerra all'Austria.
L'Austria riportò numerose vittorie nei Paesi Bassi austriaci. La conseguente invasione della Francia fece cadere il ministero Roland e nella capitale scoppiarono disordini culminati nell'attacco alla residenza reale. Anche i regni di Sardegna e Prussia entrarono in guerra contro la Francia e scattò l'emergenza nazionale; furono inviati rinforzi agli eserciti e a Parigi si raccolsero volontari da tutto il paese, tra cui il contingente di Marsiglia che arrivò cantando la Marseillaise.
Lo scontento popolare nei confronti dei girondini, raccoltisi intorno al monarca, aumentò la tensione. Gli insorti assaltarono la residenza reale, massacrando le guardie del re, che si rifugiò nella sala dell'Assemblea legislativa; il sovrano fu sospeso e imprigionato, il governo parigino deposto e sostituito da un Consiglio esecutivo provvisorio dominato dai montagnardi di Georges Danton, che ben presto assunsero il controllo dell'Assemblea legislativa e indissero elezioni a suffragio universale maschile per istituire una nuova Convenzione costituente.
Tra il 2 e il 7 settembre oltre 1000 sospetti traditori furono processati sommariamente e giustiziati nei cosiddetti "massacri di settembre", dettati dalla paura di presunti complotti per rovesciare il governo rivoluzionario. Il 20 settembre l'avanzata prussiana fu bloccata a Valmy. Il giorno seguente si riunì la nuova Convenzione nazionale, che proclamò l'abolizione della monarchia e la nascita della Prima Repubblica.
Nel frattempo le maggiori potenze europee avevano emanato una dichiarazione congiunta contenente minacce di intervento armato contro la rivoluzione; questi stati erano: Inghilterra, Austria, Prussia, Russia, Spagna, Portogallo, Olanda e Regno di Sardegna.
Sebbene le principali fazioni, montagnardi e girondini, non avessero altri programmi comuni, non si sviluppò alcuna opposizione al decreto che prometteva l'aiuto francese a tutti i popoli oppressi d'Europa.
Cresceva intanto il conflitto all'interno della Convenzione, con la Pianura che oscillava tra i girondini conservatori e i montagnardi radicali, capeggiati da Robespierre, Marat e Danton. Fu approvata infine la proposta di processare Luigi XVI per tradimento: il 15 gennaio 1793 il re fu dichiarato colpevole e il 21 gennaio ghigliottinato, provocando la reazione immediata delle Corti europee.
La mancanza di unità dei girondini durante il processo al re danneggiò il loro prestigio, e la loro influenza in seno alla Convenzione diminuì, anche in conseguenza delle sconfitte francesi contro l'Inghilterra e le Province Unite olandesi e contro la Spagna. La Convenzione approvò la coscrizione di 300.000 uomini, arruolati nei vari dipartimenti. Sfruttando la resistenza opposta dai contadini della Vandea, i monarchici e il clero li spinsero alla rivolta, dando inizio alla guerra civile che si diffuse rapidamente nei dipartimenti vicini. L'avanzata delle forze straniere in Francia portò a una frattura tra i girondini e i montagnardi, che sostenevano la necessità di un'azione radicale in difesa della rivoluzione.
La Convenzione istituì il Comitato di salute pubblica, e riorganizzò il Comitato di sicurezza generale e il Tribunale rivoluzionario. Il conflitto tra girondini e montagnardi si acuì; nuovi tumulti scoppiati a Parigi costrinsero la Convenzione a ordinare l'arresto di 29 delegati e di due ministri girondini, così che da quel momento prevalse la fazione radicale del governo parigino.
Il 24 giugno l'Assemblea promulgò una nuova Costituzione ancora più democratica (detta Costituzione dell'anno I), che però non entrò mai in vigore.
Tre giorni dopo, il radicale giacobino Marat fu assassinato da una simpatizzante girondina; l'indignazione pubblica accrebbe notevolmente l'influenza giacobina. Il 27 luglio Robespierre entrò nel Comitato e ben presto ne assunse la guida: egli ricorse a misure estreme per schiacciare qualunque tendenza controrivoluzionaria. I poteri del Comitato vennero rinnovati mensilmente dall'Assemblea nel periodo noto come "il Terrore".
In campo militare, la Repubblica dovette affrontare le potenze nemiche che avevano ripreso l'offensiva su tutti i fronti: numerose città francesi erano cadute o si trovavano sotto assedio, gli insorti cattolici o monarchici controllavano buona parte della Vandea e della Bretagna, mentre Caen, Lione, Marsiglia e Bordeaux erano nelle mani dei girondini. Una nuova coscrizione chiamò alle armi tutta la popolazione maschile abile, 750.000 uomini che vennero divisi in quattordici eserciti. All'interno, l'opposizione veniva repressa duramente dal Comitato: fu giustiziata la regina Maria Antonietta e ventuno girondini; migliaia di monarchici, ecclesiastici e altri, accusati di attività o simpatie controrivoluzionarie, furono processati e mandati al patibolo, per un totale di più di 2600 esecuzioni.
Il tribunale di Nantes condannò a morte oltre 8000 persone in tre mesi e in tutta la Francia si eseguirono quasi 17.000 pene capitali che, sommate ai morti nelle prigioni e ai rivoltosi uccisi sul campo, portarono le vittime del Terrore a circa 50.000. Non si fecero distinzioni: nobili, ecclesiastici, borghesi e soprattutto contadini e operai furono condannati come renitenti alla leva, disertori, ribelli o responsabili di altri crimini. Il Comitato di salute pubblica di Robespierre tentò di riformare la Francia secondo i concetti di idealismo sociale e patriottismo.
Il governo municipale di Parigi (la prima Comune), chiuse le chiese, iniziando la predicazione della religione rivoluzionaria nota come "culto della Dea Ragione". Ciò accrebbe la divisione tra i giacobini, guidati da Robespierre, e i seguaci dell'estremista Hébert, che costituivano una forza notevole alla Convenzione e nel governo parigino.
Frattanto, la campagna contro la coalizione antifrancese raccoglieva vittorie e respingeva gli invasori; contemporaneamente il Comitato di salute pubblica schiacciava le insurrezioni di monarchici e girondini.
Il conflitto tra il Comitato e gli estremisti si risolse con l'esecuzione di Hébert e altri radicali; pochi giorni dopo Robespierre fece giustiziare Danton e i suoi seguaci che chiedevano la pace e la fine del Terrore. A causa di tali rappresaglie Robespierre perse l'appoggio di molti giacobini; lo scontento generale si trasformò presto in una vera cospirazione: Robespierre e altri 98 sostenitori giacobini furono arrestati il 27 luglio e giustiziati il giorno seguente.
Sino alla fine del 1794 l'Assemblea fu dominata dal gruppo che aveva rovesciato Robespierre ponendo fine al Terrore: i club giacobini furono chiusi in tutta la Francia, vennero aboliti i tribunali rivoluzionari e abrogati alcuni decreti.
Richiamati i girondini e altri delegati di destra espulsi, i termidoriani divennero fortemente reazionari, sicché ripresero tumulti e manifestazioni di protesta, duramente repressi e seguiti da rappresaglie contro i montagnardi.
Nell'inverno del 1794 l'esercito francese invase i Paesi Bassi austriaci e le Province Unite. La coalizione antifrancese si sgretolò: con il trattato di Basilea la Prussia e altri stati tedeschi stipularono la pace con la Francia; si ritirò la Spagna e quindi solo Gran Bretagna, Sardegna e Austria rimasero in guerra con la Francia.
La Convenzione nazionale redasse rapidamente una nuova Costituzione (Costituzione dell'anno III) che conferiva il potere esecutivo a un Direttorio composto di cinque membri e quello legislativo a due camere, il Consiglio degli Anziani (250 membri) e il Consiglio dei Cinquecento. Il mandato di un membro del Direttorio e di un terzo del corpo legislativo doveva essere rinnovato annualmente e il voto era limitato ai contribuenti residenti da almeno un anno nel proprio distretto elettorale. La nuova Costituzione si allontanava dalla democrazia giacobina e, non indicando mezzi per risolvere i conflitti tra potere esecutivo e legislativo, pose le premesse per rivalità interne, colpi di stato e un'inefficace gestione degli affari interni.
La Convenzione, sempre anticlericale e antimonarchica nonostante l'opposizione ai giacobini, creò una serie di garanzie contro la restaurazione della monarchia; decretò infatti che il Direttorio e due terzi del corpo legislativo fossero scelti tra i propri membri, suscitando così la violenta insurrezione dei monarchici. I disordini furono sedati dai soldati guidati dal generale Napoleone Bonaparte. Il 26 ottobre cessarono i poteri della Convenzione, sostituita dal governo previsto nella nuova Costituzione.
Nonostante il contributo di abili statisti, il Direttorio dovette fronteggiare subito numerose difficoltà: sul fronte interno, l'eredità di un'acuta crisi finanziaria aggravata da una disastrosa svalutazione degli assignats, lo spirito giacobino ancora vivo tra le classi più povere, il proliferare tra i benestanti di agitatori monarchici che propugnavano la restaurazione; sul fronte internazionale, la questione aperta con l'assolutismo, costante minaccia alla rivoluzione, che ancora dominava quasi tutta l'Europa.
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