L'esaltazione della Giovinezza

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Testo

Gazzo Ylenia 2SB 10-05-2009

L'esaltazione della giovinezza

La giovinezza è sempre intensa dagli autori lirici come il periodo più bello e intenso della vita, poiché durante la vecchiaia si vive di ricordi, che portano la mente e il cuore, a quei momenti di felicità vissuti da giovani; infatti, come dice Wordsworth nella sua ode, Splendour in the Grass, delle prime emozioni quel che è stato, per sempre resterà.

What though the radiance
which was once so bright
Be now for ever taken from my sight,
Though nothing can bring back the hour
Of splendour in the grass,
of glory in the flower,
We will grieve not, rather find
Strength in what remains behind;
In the primal sympathy
Which having been must ever be;
In the soothing thoughts that spring
Out of human suffering;
In the faith that looks through death,
In years that bring the philosophic mind.
Se la luce così radiosa allora
Sarà per sempre sottratta al mio sguardo,
Se niente farà rivivere ancora
Nell'erba lo splendore,
La gloria nel fiore,
Non dobbiamo compiangerci, ma piuttosto trovare
In quel che resta il Forte;
Delle prime emozioni
Quel che è stato, per sempre resterà;
Nel soave pensiero che sboccia
Dall'umano soffrire;
Nella fede che guarda al di là della morte,
Negli anni in cui la mente
Fa filosofeggiare.

L'autore con primal sympathy vuole sottolineare l'intesa che si va a creare tra due bambini, che non è fatta di parole, tuttavia di emozioni che solo nell'infanzia si riesce a provare.
Anche Leopardi parla della giovinezza nelle sue liriche; in La sera del dì di festa si ricollega a questo tema facendo riferimento ad un episodio della sua infanzia. Il canto dell'artigiano che ritorna tardi a casa dopo la festa gli ricorda che già da bambino, ancora inconsapevole, sentiva stringersi il cuore nella notte udendo un canto che pian piano si allontanava.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al ensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di br non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

Ne Il passero solitario Leopardi paragona se stesso al passero, poiché anch'egli rimane in disparte, senza godere dell'unica occasione di felicità concessa agli uomini, ovvero la giovinezza. Il paragone si trasforma poi in un'opposizione: da un lato il passero che segue semplicemente il suo istinto e quindi non soffre, dall'altro lo sconsolato io lirico, consapevole di esser solo per scelta e certo di esser destinato ad un amaro rimpianto quando la detestata vecchiaia lo raggiungerà.

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

Nella prima parte de Il sabato del villaggio, si descrive il sabato in un villaggio; sabato è metafora di giovinezza e questa è l’età delle illusioni; nella seconda parte avviene una descrizione interiore, la descrizione della domenica; domenica è metafora di età adulta, l’età delle disillusioni.
In questa poesia Leopardi ci vuole far capire che il sabato viene vissuto con felicità e gioia, perché si pensa che il giorno seguente è festa. La domenica viene vissuta con noia e tristezza perché già si pensa al giorno seguente e a ciò che ci aspetta, il lavoro.

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
Già tutta l'aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
Giù da' colli e da' tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l'altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s'affretta, e s'adopra
Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l'ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
È come un giorno d'allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
Nei capitoli undici e dodici de Qohèlet, un testo contenuto nella Bibbia cristiana e in quella ebraica, di cui non si conosce l'autore, viene fatto riferimento alla giovinezza poiché bisogna godere della propria gioventù prima che vengano i giorni di tristezza, ovvero la vecchiaia, ricordando il creatore.

Capitolo undici

Getta il tuo pane sulle acque,
perché con il tempo lo ritroverai.
Fanne sette ed otto parti,
perché non sai quale sciagura potrà succedere sulla terra.
Se le nubi sono piene di acqua,
la rovesciano sopra la terra;
se un albero cade a sud o a nord,
là dove cade rimane.
Chi bada al vento non semina mai
e chi osserva le nuvole non miete.
Come ignori per qual via lo spirito entra nelle ossa
dentro il seno d'una donna incinta,
così ignori l'opera di Dio che fa tutto.
Dolce è la luce
e agli occhi piace vedere il sole.
Anche se vive l'uomo per molti anni
se li goda tutti,
e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti:
tutto ciò che accade è vanità.
Stà lieto, o giovane, nella tua giovinezza,
e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù.
Segui pure le vie del tuo cuore
e i desideri dei tuoi occhi.
Sappi però che su tutto questo
Dio ti convocherà in giudizio.
Caccia la malinconia dal tuo cuore,
allontana dal tuo corpo il dolore,
perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.

Capitolo dodici

Ricordati del Creatore nei giorni di tua gioventù,
prima che vengano i giorni di tristezza
e giungano gli anni in cui dovrai dire:
“Non ci ho più gusto!”
Prima che si oscuri il sole,
la luce, la luna e le stelle,
e ritornin le nubi dopo la pioggia;
quando tremeranno i custodi della casa
e si curveranno i gagliardi
e cesseranno le macinatrici,
perché rimaste poche,
e si oscureranno quei che guardano dalle finestre;
e si chiuderanno i due battenti della porta di fuori,
e mentre si abbasserà il cinguettio
degli uccelli
e si affievoliranno tutte le figlie del canto,
quand si avrà timore dei luoghi elevati
o degli spauriti della strada,
e fiorirà il mandorlo
e diventerà grave la locusta
e il cappero non avrà più effetto,
poiché l'uomo se ne va alla casa di sua eternitò
e si aggireranno per la strada le piangenti;
prima che il filo d'argento s'allenti,
la lampada d'oro s'infranga,
si rompa la secchia alla fonte,
si spezzi la carrucola al pozzo,
e ritorni la polvere alla terra, com'era,
e lo spirito torni a Dio, che l'ha dato.
Vanità delle vanità, dice Qohèlet.
Il tutto è vanità.
Oltre a questo, Qohèlet, che fu sapiente, insegnò la
scienza al popolo; esaminò, scrutò, compose gran
numero di massime.
Qohèlet cercò di scrivere piacevoli detti; e quel che
ha scritto sono le parole di rettitudine e di verità.
Le parole dei savi son come pungoli
e come chiodi piantati dai dotti dell'assemblea,
date da un solo pastore.
Dal di più di queste sta' in guardia, figliuolo:
scrivere molti volumi non ha fine
e il molto studio affatica la carne.
La fine del discorso ognuno ascolti:
“Temi Iddio e osserva i suoi comandamenti”,
perché questo è il tutto dell'uomo;
perché ogni azione
Iddio chiamerà in giudizio
su tutto ciò che è occulto,
bene o male che sia.

Lo stesso concetto viene espresso anche da Mimnermo nei suoi Lirici greci. Nella prima lirica dobbiamo mettere in evidenza la climax l'amore segreto, i dolci doni e il letto, definiti nel testo come i fiori della giovinezza, quelli che tutti desiderano quando ormai non li hanno più. Ne godiamo per un tempo brevissimo, come viene scritto nella seconda lirica, poiché le Kere, ovvero la personificazione della morte e della vecchiaia, sono già vicine.

Prima lirica

τίς δὲ βιος, τί δὲ τερπνὸν ἄτερ χρυσῆς Ἀφροδίτης;
τεθναίην, ὅτε μοι μηκέτι ταῦτα μέλοι,
κρυπταδίη φιλότης καὶ μείλιχα δῶρα καὶ εὐνή˙
οἷ' ἥβης ἄνθεα γίγνεται ἁρπαλέα
ἀνδράσιν ἠδὲ γυναιξίν˙ ἐπεὶ δ' ὀδυνηρὸν ἐπέλθηι
γῆρας, ὅ τ' αἰσχρὸν ὁμῶς καὶ κακὸν ἄνδρα τιθεῖ,
αἰεί μιν φρένας ἀμφὶ κακαὶ τείρουσι μέριμναι,
οὐ δ' αὐγὰς προσορῶν τέρπεται ἠελίου,
ἀλλ' ἐχθρὸς μὲν παισίν ἀτίμαστος δὲ γυναιξίν˙
οὕτως ἀργαλέον γῆρας ἔθηκε θεός.
Che vita mai, che gioia senza Afrodite d'oro?
Ch'io sia morto quando più non mi stiano a cuore
l'amore segreto, i dolci doni e il letto:
questi sono i fiori della giovinezza, desiderabili
per gli uomini e le donne. Quando poi dolorosa sopravviene
la vecchiaia, che rende l'uomo turpe e cattivo,
sempre nell'animo lo corrodono tristi pensieri;
e di vedere i raggi del sole non gioisce,
ma è odioso ai ragazzi e in dispregio alle donne:
così penosa fece il dio la vecchiaia.
Seconda lirica

ἡμεῖς δ' οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος, ὅτ' αἶψ' αὐγῆι

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