Jimmy della collina_associazione oltre le sbarre

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano

Voto:

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Data:12.03.2007
Numero di pagine:12
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Testo

Monica Porcu VB 06.MAR.2007
SCHEDA DI COMPRENSIONE DEL TESTO:
AUTORE: Massimo Carlotto
TITOLO: Jimmy della collina
GENERE LETTERARIO: Romanzo
BREVE TRAMA:
Gianni è una ragazzo di 17 anni che vive in una famiglia benestante, non ha voglia di studiare e vuole guadagnarsi soldi senza lavorare. Assieme agli amici organizza dei piccoli furti. La sua ambizione era quella di rapinare una banca e di rubare i soldi sufficienti a garantirgli uno stile di vita alto. Così un giorno assieme agli amici organizza la rapina alla banca, solo che questi lo tradiscono e lo consegnano alla polizia. Viene portato al carcere minorile di Treviso dove conosce i suoi compagni di cella: Er Cotenna, Sergio, Ciro e Saro. Giovanni si fece conoscere come Jimmy. Nel carcere c sono gruppi di molte etnie diverse, c sono italiani, albanesi. Marocchini e zingari. I compagni di cella di Jimmy erano da sempre in lotta con un gruppo di albanesi e stavano progettando di sfregiarli con delle lattine appuntite, ma a causa di una soffiata i colpevoli vennero scoperti prima dell’aggressione. I compagni inizialmente pensavano che fosse sto Jimmy a fare la soffiata, perché proprio il giorno prima lo avevano convocato per parlare col direttore. Lui tuttavia era innocente, così per far vedere ai suoi compagni che non era stato lui decide di picchiare il capo degli albanesi. Dopo questo nessuno ebbe da ridire sulla sua innocenza, però fu messo per un periodo in cella di isolamento. E per la prima volta si rende conto di essere davvero da solo, passa un periodo molto brutto lontano da ogni contatto umano dove crede di impazzire. Una volta finito il periodi di isolamento torna in stanza con i suoi compagni. Un giorno durante l’ora d’aria viene tagliato sul viso, con un pezzo di vetro, da un albanese. Cosi per vendetta picchia l’albanese che l’ha tagliato. Per questo motivo viene spostato nel carcere minorile di Quartucciu, dove finisce in cella con : Efisio, Mauro e Claudio. Qui il clima è molto diverso; appena cerca di fare il duro gli altri lo contraddicono e gli intimano di stare tranquillo, perché non vogliono passare nessun tipo di guai e rischiare di veder aumentare la loro pena. A Quartucciu sente parlare della comunità di recupero chiamata la collina; dove si ha più libertà e la possibilità di essere riabilitato più velocemente. Per questo motivo decide di comportarsi bene, fingeva di essere cambiato per poi fuggire appena si sarebbe presentata l’occasione. Cosi venne accolto alla comunità della collina, dove si trova molto bene con tutti, qui fanno attività e si è molto più liberi. Un giorno decidono di fare una gita, per Jimmy c’è la possibilità di scappare, all’inizio tenta di fuggire, ma poi decide di tornare indietro e di rimanere a scontare la sua pena in comunità.
SISTEMA DEI PERSONAGGI:
-JIMMY: si chiama Giovanni ed è un ragazzo di 17 anni. È il protagonista del romanzo ed è un personaggio dinamico. Infatti inizialmente pur venendo da una famiglia benestante non ha voglia di studiare. Viene portato in carcere a causa di una tentata rapina alla banca. Qui perde completamente il rapporto con i suoi genitori. Si ritrova solo in un mondo fin ora per lui sconosciuto, e qui si deve adattare alle condizioni e all’ambiente della galera.

Durante tutto il tempo che trascorre in carcere cerca di farsi accettare e rispettare. Per quasi tutto il romanzo cerca il modo più facile per eludere la sorveglianza e evadere, ma quando si trova nelle condizioni di scappare si accorge che è cambiato veramente e torna sui suoi passi.
-GLI ALBANESI: sono gli antagonisti di Jimmy durante la sua permanenza nel carcere minorile di Treviso. Da sempre in lotta con gli italiani, sono uomini scontrosi e pronti ad attaccare briga appena sene presenta l’occasione, sono molto vendicativi.
-I CONPAGNI DI CELLA (Treviso) : Er Cotenna, Sergio, Ciro e Saro. Sono gli amici di Jimmy e anche se involontariamente sono loro che sospettando di lui, lo spingono a picchiare il capo degli albanesi. Infatti inizialmente pensano che Jimmy abbia raccontato al direttore del carcere il loro piano per ferire gli albanesi e non si fidano di lui. Anche se dopo si ricredono e accettano Jimmy come uno di loro.
-I COMPAGNI DI CELLA (Quartucciu) : Efisio, Mauro e Claudio. Loro, rispetto agli altri compagni, sono molto più tranquilli. Non sono in lotta con nessuno, ma al contrario non vogliono nessun tipo di problema all’interno del carcere e nessun pericolo di farsi allungare la pena. Vogliono solo scontare la pena e uscire in fretta dal carcere.
I SEGUENTI QUESITI SONO TESI ALLA VERIFICA DELLA COMPRENSIONE DEL TESTO LETTO A AD EVENTUALI APPROFONDIMENTI.
DESCRIVI LA GIORNATA TIPO DI JIMMY NEL CARCERE MINORILE DI TREVISO. Jimmy veniva svegliato presto dalle guardie, andava a lavarsi assieme agli altri carcerati, e andava alla mensa comune per la prima colazione, poi tornava in cella con i suoi compagni. Di pomeriggio avevano l’ora d’aria, potevano stare in cortile e se volevano giocare a pallone. Dopo rientrava in cella e stava assieme ai suoi compagni di cella Er Cotenna, Sergio, Ciro e Saro, poteva fare la doccia in giorni prestabiliti. Di sera si riunivano nuovamente per la cena, tornava nella cella e li stava con i suoi compagni fino a che non si addormentava.
DOPO LA PERQUISIZIONE DEI SUOI COMPAGNI DI CELLA E DOPO CHE TUTTI I SOSPETTI RICADONO SU JIMMY, COSA FA IL NOSTRO PROTAGONISTA E QUALI CONSEGUENZA SVILUPPA IL SUO GESTO?
Dopo la perquisizione i suoi compagni credono che sia stato lui a raccontare al direttore il piano che avrebbero dovuto mettere in atto contro gli albanesi, questo perché il giorno prima dell’agguato Jimmy era stato convocato dal direttore per parlargli. Per dimostrare ai suoi compagni che lui non aveva raccontato nulla, e che stava dalla loro parte, una mattina, da inizio ad una rissa col capo degli albanesi, e lo prende a pugni. A causa di questo comportamento il tribunale decide di aumentargli la pena e di fargli passare un periodo in isolamento.

Durante l’isolamento si sente molto solo, rischia di impazzire, piange e passa un periodo di solitudine molto brutto e duro, infatti si rende conto di non essere mai stato così tanto tempo solo, senza vedere o poter parlare con altre persone.
A PAGINA 44 SI HA UNA LUNGA PAUSA RIFLESSIVA NELLA QUALE SI SOTTOLINEA LA CONSAPEVOLEZZA DI JIMMY DI ESSERE CAMBIATO. SPIEGA COSA ACCADE.
Dopo che i compagni lo accusarono ingiustamente, e dopo che picchia il capo degli albanesi, si rende conto che tutti lo guardano in modo più rispettoso. Quindi si rende conto che per mantenere la sua posizione e per farsi rispettare deve ricorrere alla violenza. Perciò anche se a lui non piaceva picchiare la gente o comunque non era nella sua essere un violento il carcere lo aveva reso più duro e capace di rispondere alla violenza con altrettanta violenza. Si rende conto anche che il carcere in effetti non serve a molto, infatti lo paragona ad un mostro che prende le persone che hanno commesso dei reati anche gravi, ma le rilascia ancora più peggiori di quando le ha prese.
INSEGUITO A QUALE AVVENIMENTO JIMMY VIENE TRASFERITO ALL’ISTITUTO PENALE MINORILE DI QUARTUCCIU?
Dopo aver scontato il suo periodo di isolamento Jimmy torna dai suoi compagni di cella. Un pomeriggio durante l’ora d’aria viene sfregiato da un albanese, che voleva vendicare il suo capo, con un pezzo di vetro affilato. Dopo questo Jimmy vuole vendicarsi per l’affronto subito, cosi un giorno mentre sono in falegnameria picchia l’albanese che l’aveva sfregiato. Per questo motivo poi viene trasferito al carcere minorile di Quartucciu.
QUANDO PER LA PRIMA VOLTA JIMMY SENTE IL PESO DELLA SOLITUDINE? DESCRIVINE LE SENSAZIONI E LE CAUSE:
Jimmy sente per la prima volta il peso della solitudine alla comunità “la collina” il giorno del suo diciannovesimo compleanno si rende conto di essere davvero solo. Si era illuso che avrebbe potuto continuare ad andare avanti senza l’affetto di qualcuno, che avrebbe potuto farcela anche da solo. Ma infine si rende conto che la maschera che si era creato per sopportare la prigione e per avere successo nel mondo del crimine non riusciva a reggere il peso della solitudine e di una vita senza l’affetto della famiglia e degli amici. Per la prima volta provò la malinconia per gli affetti che aveva prima del carcere, e cerca di resistere a questo sentimento prendendola come una battaglia personale. Ma anche se provava a resistere la sensazione i solitudine era troppo grande per essere ignorata.
A PAGINA 72 TROVI ”…METTENDO FINE A QUELLA CORSA HO SCELTO DI GIOCARMI IL FUTURO IN UN ALTRO MODO…”. COMMENTA IL PENSIERO DI JIMMY.
Un giorno Jimmy e i suoi compagni vengono portati fuori dalla comunità per fare una gita. Jimmy trova finalmente il momento per cui a tanto aspettato, ha infatti, dopo tanto tempo, la possibilità di fuggire.

Così mentre nessuno sta guardando tenta di scappare, ormai e gia arrivato all’uscita, ma poi c ripensa e torna indietro e decide di scontare la sua pena e di comportarsi onestamente. Ha deciso di modificare i suoi piani e il futuro che aveva pensato per se, è cresciuto ed è cambiato veramente è riuscito grazie ai volontari a eliminare la maschera che si era creato in tanti anni di scorrettezza.
COMMENTO PERSONALE SULLA LETTURA:
E’ un libro abbastanza corto, ma il contenuto è interessante. La lettura è scorrevole ed è piacevole da leggere. Mi ha incuriosito e spinto a continuare, non l’ho letto per forza anzi mi è piaciuto. Anche perché tratta un tema che è molto frequente tra i giovani, che è molto diffuso e di cui si sente parlare molto spesso.
A CHI CONSIGLIERESTI LA LETTURA DI QUESTO ROMANZO?
Consiglierei la lettura di questo libri a tutti, sopratutto ai ragazzi infatti è un libro che non è lungo, non annoia e tratta un tema interessante per tutte le età, forse, meno adatto ai bambini.
ESEGUI UNA RICERCA SULL’ORGANIZZAZIONE “OLTRE LE SBARRE” DI CAGLIARI.
PROGETTO “OLTE LE SBARRE”:
La Comunità Papa Giovanni XXIII da anni opera nel mondo carcerario sia in Italia sia all’estero.
Attualmente ospita nelle sue strutture circa 250 detenuti in misure alternative che svolgono il programma terapeutico perché tossicodipendenti e circa 50 detenuti comuni che svolgono ugualmente un programma preciso e personalizzato all’interno di case famiglia o strutture più appropriate.
L’intervento educativo personalizzato nei confronti dei detenuti comuni (non tossicodipendenti) si fonda su alcuni principi di base:
Primo: quando il detenuto si pente del suo reato, e si è certi di tale pentimento, è necessario attivare tutte le possibilità affinché resti in carcere il meno possibile. In tal modo il carcere non diventa un sistema solo punitivo.
Al pentimento devono corrispondere atti concreti che dimostrano un’inversione di volontà, d’atteggiamenti, di sentimenti. Quando è possibile questi si manifestano anche con l’impegno di risarcire le vittime. Molti ex-spacciatori oggi operano in favore di tossicodipendenti che seguono un programma di recupero.
Secondo: ogni forma d’aiuto deve essere personalizzata secondo il principio che “non dobbiamo dare le risposte che possiamo, ma quelle che servono al detenuto”. Pertanto vanno ricercate attraverso progetti personalizzati, percorsi educativi che tengano conto della persona, delle sue esigenze, dell’età, delle capacità, della cultura, della religione ed anche del suo passato.

Il progetto va concordato assieme agli assistenti sociali e vanno verificati i risultati a medio e lungo termine, poiché non possiamo dichiarare che abbiamo prestato aiuto ad un detenuto se poi, di fatto, l’ex-detenuto continua a delinquere per mancanza di sostegni concreti di tipo sia economico sia morale, ma soprattutto manca di un sostegno relazionale. La persona va liberata fino in fondo!
Terzo: per educare non basta una casa, né un lavoro, ma sono necessarie relazioni significative con rapporti precisi e ben individualizzati, rapporti di fiducia e amore.
Ecco perché è necessario che nel percorso educativo, quando si può, i detenuti sperimentino il valore di una vera famiglia in cui trovare fratelli che mettono la propria vita con la loro 24 h su 24 h per tutto il tempo necessario. In questo ambito di vita di tipo famigliare emergono molto facilmente sia i limiti sia le risorse della persona accolta. I limiti che emergono sono la base concreta su cui lavorare per un effettivo cambiamento; le risorse vengono condivise con i membri della famiglia che li riconosce come dono.
La Comunità Papa Giovanni XXIII è impegnata anche in altre attività (interventi nelle varie realtà del sociale dall’handicap ai progetti di sviluppo in paesi stranieri, momenti formativi, gruppi giovanili, attività sportive, teatrali, musicali, feste, uscite, campeggi, vacanze ecc…) ed offre in tal modo molte occasioni d’incontro e ambiti di vita che nel loro insieme costituiscono la base di una fitta rete di relazioni significative e terapeutiche.
Quarto: Si propone la condivisione con persone in difficoltà, malati psichiatrici, handicappati, emarginati. Il detenuto in questi casi è stimolato a riconoscersi non solo come soggetto bisognoso di aiuto ma anche come persona in grado di donarsi, utile e necessaria per il bene dell’altro. Ecco perché riteniamo fondamentale che in qualunque posto si trovi ci siano persone.
“E’ il valore dell’eterogeneità presente in queste strutture, che svolgono azione terapeutica smuovendo nel profondo domande esistenziali insite nell’uomo.
Le oltre 200 case famiglia, le 60 sedi operative di cooperative sociali, le 15 comunità terapeutiche per tossicodipendenti, i 12 pronti soccorso sociali e le varie opere promosse e sostenute dalla Comunità Papa Giovanni XXIII offrono quell’ insieme di risposte personalizzate che servono al detenuto per un riscatto vero e definitivo, che si rende concreto secondo il progetto “oltre le Sbarre” qui di seguito illustrato.
La personalizzazione del progetto spesso richiede anche la possibilità di trasferire la persona detenuta da una struttura ad un'altra per rispondere alle necessità ed ai bisogni che emergono durante la messa alla prova. Tutto questo ovviamente si rende possibile grazie alla diffusione sul territorio nazionale della Comunità Papa Giovanni XXIII, che costituisce un’unica famiglia spirituale e rappresenta una grande risorsa sociale utilizzabile a favore della popolazione detenuta.
diverse” da lui, anche se con stessa dignità.

Il progetto “Oltre le Sbarre” è mirato alla categoria di detenuti cosiddetti comuni, vale a dire non tossicodipendenti, che popolano le nostre carceri.
Secondo le stime più recenti l’80% dei detenuti che escono dal carcere vi ritornano per reati simili ai precedenti. Sono necessari dunque percorsi educativi personalizzati che aiutino l’individuo a liberarsi da comportamenti e mentalità di tipo delinquenziale.
Non basta la casa, non basta il lavoro! Sono necessari aiuti relazionali significativi oltre che la casa ed il lavoro!
Con i detenuti stessi abbiamo individuato un percorso a tappe:
Prima tappa: il detenuto è conosciuto tramite colloqui personalizzati all’interno della struttura penitenziaria, arricchiti anche da un rapporto epistolare.
Seconda tappa: dopo aver sentito il parere degli educatori interni del carcere si valuta la possibilità di permessi premio da proporre al detenuto presso le nostre strutture. Questi possono anche essere diurni.
Terza tappa: si continuano i colloqui personali ed epistolari e dopo aver valutato il comportamento avuto dal detenuto durante il permesso premio, dopo aver sentito il parere degli educatori si valuta un periodo di tre/ cinque mesi di semilibertà presso queste strutture, avendo a riferimento in modo particolare le cooperative del territorio ma non solo. In tali cooperative di tipo educativo (tipo A) il detenuto si trova a contatto in modo particolare con persone in difficoltà, con handicap di tipo fisico e psichico, e tale incontro si è dimostrato, in questi anni d’esperienza, efficace in vista della scelta interiore di un cambiamento definitivo. Ovviamente anche l’incontro con gli operatori e la relazione con loro sono indispensabili.
Quarta tappa: dopo questo periodo, e soprattutto dopo la reciproca conoscenza che porta anche ad una reciproca fiducia, al detenuto che ha dimostrato davvero il desiderio di cambiare viene proposto di andare a lavorare presso cooperative lavorative (Tipo B) con una regolare retribuzione. Tali cooperative possono anche non essere collegate alla Comunità Papa Giovanni XXIII.
Tappa Intermedia: se si ritiene necessario il detenuto viene inserito presso la casa di prima accoglienza o casa-filtro in cui si cerca di conoscere ancora meglio il detenuto prima di un’ inserimento presso le strutture di tipo famigliare. Ciò serve per limitare al massimo pericoli ed inserimenti non idonei (vedi più avanti)
Quinta tappa: si propone al detenuto l’affidamento presso una struttura di tipo famigliare, in famiglia o casa- famiglia, mantenendo il lavoro.

Sesta tappa: dopo l’affidamento, si aiuta il detenuto a trovare una casa autonomamente e a cominciare a gestirsi sempre più indipendentemente. Qualora fosse necessario ci si attiva per tempo per il ricongiungimento familiare, per l’ottenimento dei permessi di soggiorno e di documenti vari, ecc…
In questa fase molto delicata, il tutore (o l’operatore che ha accompagnato il detenuto verso la libertà nei vari passaggi che si sono resi necessari) si trova con il compito di sostenere attraverso incontri personali o di gruppo la nuova situazione di indipendenza . E’ il momento in cui si mettono a frutto i valori acquisiti nel tempo. In questa fase è risultato molto importante l’aiuto offerto dagli ex-detenuti più anziani nel cammino .

Queste tappe ovviamente sono indicative, a volte è necessario subito proporre l’affidamento o arresti domiciliari o altro, ma di norma si vorrebbe rispettare il più possibile tale cammino. Altra difficoltà che non sempre permette la linearità del percorso deriva dalla scoglio reale di trovare posti disponibili.
In ogni caso, per tutto il tempo, la persona detenuta è accompagnata da un operatore che in collaborazione con un’equipe aiuta la persona a ritrovare il cammino della libertà. Quest’operatore o tutore si avvale poi di supporti professionali presenti nell’associazione come psicologi, psichiatri, medici, per la salvaguardia della salute.
La forza di tale percorso ritiene risieda principalmente in tre aspetti:
L’attenzione precisa alla persona nella sua globalità (secondo il principio che la persona non è solo la sua colpa, ma la colpa rappresenta una parte piccola o grande ma pur sempre una parte della persona), e al suo desiderio di riscatto,
L’incontro da parte dei detenuti con persone più svantaggiate di loro a cui possono rivolgere attenzione, affetto e nella condivisione farsi carico per quel che è possibile di altri, distogliendo così l’attenzione dai propri disagi.
La fitta rete di relazioni che la persona detenuta viene ad avere e che non finiscono allo scadere del fine pena; ne è prova il fatto che molti ancora sono con noi o liberamente collaborano con noi.
Crediamo profondamente che tale percorso sia possibile quando tutte le forze coinvolte collaborino tra loro: volontari, enti ecclesiastici, operatori, educatori, direttori carcerari, ufficio di sorveglianza, Centro Servizio Sociale Adulti, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, imprenditori, amministrazioni comunali, …e ovviamente i diretti interessati, i detenuti, che spesso sono così abituati a non credere in se stessi e negli altri che non sempre sanno riconoscere la validità d’aiuti concreti e la credibilità di chi in loro opera.

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