Immigrazione

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I flussi migratori verso i paesi industrializzati: implicazioni economiche e sociali

Negli ultimi tempi la questione dell’immigrazione è divenuta di grande attualità.
L’Italia è terra di approdo di centinaia di gommoni e imbarcazioni di fortuna i cui passeggeri sperano di poter trovare una vita migliore.
Nell’ambito europeo, questo fenomeno colpisce particolarmente la nostra penisola, sicuramente favorita geograficamente, sia per la sua posizione che è più a sud-est di tutti gli altri paesi “ricchi” d’Europa, sia per la sua conformazione, che fa della maggioranza dei confini italiani un facile approdo per tutti gli altri paesi che hanno uno sbocco sul mediterraneo.
Dall’ elaborazione condotta dall’ Istat sui dati forniti dal Ministero dell’Interno, risultano essere 1.340.655 gli stranieri presenti in Italia con regolare permesso di soggiorno al 1° gennaio 2000. Rispetto allo stesso periodo nel 1999, si riscontra un incremento di 250 mila unità ovvero del 23% determinato dal definitivo rilascio dei permessi di soggiorno, soprattutto per motivi che interessano il ricongiungimento familiare piuttosto che il settore lavorativo, secondo il provvedimento di regolarizzazione del 1998.
Secondo E. Panero, l’ Italia si colloca quarta per numero di immigrati nella graduatoria dei paesi dell’Unione europea, anche se si trova molto al di sotto della media per incidenza sulla popolazione totale. Notiamo dunque che oggigiorno tale fenomeno, che sino a qualche tempo fa poteva considerarsi un’anomalia nello spaccato europeo, ha assunto man mano toni di normalità.
Come è facile immaginare, assistiamo ad una maggiore concentrazione di immigrati soprattutto nelle zone dove altrettanto maggiore è l’ offerta di lavoro, infatti a favorire il crescendo dei flussi migratori contribuisce di gran lunga l’impennata della domanda di extracomunitari da parte del mondo economico ed imprenditoriale.
Le cifre parlano chiaro: il governo ha stanziato di ampliare gli ingressi per il 2001 di 20 mila unità rispetto all’anno precedente e ciò è sintomo di un generale riconoscimento del considerevole valore che oggigiorno si attribuisce all’immigrazione per questioni economiche.
Ma in una visione più ampia, cosa vuol propriamente dire emigrare?
Significa abbandonare il proprio paese, le proprie origini e i propri affetti, per necessità o per scelta, per andare a stabilirsi in un’altra terra, il più delle volte poco conosciuta e dalla quale non si sa cosa aspettarsi. I motivi per cui avviene questo fenomeno sono molteplici, ma in fondo confluiscono in una causa comune: chi emigra desidera condurre una vita migliore di quella che trascorre nel paese d’origine.
L’ emigrato desidera fuggire da guerre locali in attesa che la situazione si ristabilizzi oppure è mosso dalla volontà di sottrarsi a situazioni incerte sperando di poter trovare un lavoro remunerato e sicuro stabilendosi definitivamente all’estero o fino a quando non avrà risparmiato abbastanza per iniziare in patria attività che lo metta al sicuro da eventuali crisi.
E. Morlicchio sostiene che esiste una contraddizione di fondo tra la chiusura delle frontiere nei riguardi dell’afflusso di extracomunitari, che di conseguenza determina da parte del governo una crescente pretesa delle competenze che essi devono possedere per assicurarsi l’ ingresso e il soggiorno nel paese di arrivo, e la crescente internazionalizzazione dei flussi finanziari.
Un fattore sicuramente poco positivo, che è bene mettere in luce, riguarda il fatto che frequentemente i rifugiati e i clandestini avanzano rivendicazioni e aspettative che sono soddisfatte mediante l’appello ai diritti umani e non a quelli di cittadinanza. Ciò va sicuramente a scapito degli stessi immigrati che si accontentano, pur di guadagnarsi da vivere in ogni modo e a ogni prezzo, sfruttati, mal retribuiti, di non possedere alcuna significativa identità. Ciò che preoccupa e che lascia attonita l’opinione pubblica è proprio questo, ossia il fatto che le persone che riescono a rimanere nel nostro paese sono costrette, non trovando lavoro, ad affidarsi ad individui di dubbia onestà che li sfruttano e promettono loro facili guadagni facendo spesso svolgere loro lavori illegali.
Da un articolo de La Stampa del 17 ottobre 2001 si desume uno scenario piuttosto drammatico:
donne e bambini gettati in mare dagli scafisti per scampare alle rigide pene della guardia costiera, pessime condizioni in cui i clandestini devono vivere durante la navigazione. E’ stato proprio un calvario quello che Malli Gulli, una donna ventisettenne curda, ha dovuto subire nella speranza, mai tramutatasi in realtà, di “approdare” ad una vita migliore. Ella ha trascorso l’ultima settimana della propria vita in un corridoio strettissimo, tra sabbia e lamiere arrugginite, senza luce e senza aria, in condizioni peggiori a quelli riservate agli schiavi e che hanno provocato la sua morte e un’ esperienza tragica al marito e alle sue due bambine.
E’ forse questo uno dei maggiori problemi legati all’immigrazione a cui non si riesce a mettere un freno. Storie come queste sono ormai all’ordine del giorno ma si può fare qualcosa per risolvere questo problema? La risoluzione a questo interrogativo comporterebbe risolvere prima di tutto la piaga della guerra, della povertà, dell’analfabetismo e dell’ignoranza, cosa per niente facile visti gli scarsi risultati ottenuti fino ad ora. L’immigrazione quindi è un fenomeno che si è verificato per secoli in molti paesi, incidendo anche sullo sviluppo e sulla storia di questi ultimi.
Infine non dobbiamo dimenticare che, quello stesso notiziario che presenta con un alone di pericolo l’arrivo dell’ ennesimo carico di immigrati, non è altrettanto costante nel proporre come modello, o come termine di confronto, gli Stati Uniti, a cui spesso associamo l’espressione “crogiolo di culture”.
Se inoltre ripercorriamo la storia europea, vediamo che società forti economicamente e stabili socialmente, come l’Inghilterra del XVI secolo o l’Olanda del XVII, erano la meta dei perseguitati politici e religiosi di altri paesi europei.
La diversità é dunque sinonimo di ricchezza, ma è opportuno sempre essere vigili affinché non diventi motivo di discordia e di conflitti; il rispetto delle differenze, non solo etniche, in quanto queste sono naturali, ma anche culturali, porterà ad una sintesi che sarà sicuramente migliore della condizione di partenza.

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