Il teatro rinascimentale

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Il teatro rinascimentale
Il teatro rinascimentale ha le sue origini nelle trasformazioni culturali del Medioevo, cioè la rinascita delle città e la fioritura dei comuni. È sempre presente il modello dei classici greci e latini e soprattutto continua a coesistere con la cultura cristiana; fin dal basso Medioevo si hanno 2 principali trasformazioni riguardo il teatro: 1. Introduzione della psicologia del personaggio (realismo limitato) e 2. Riconoscimento sociale degli attori e del loro mestiere.
Dal 1200, con i trovatori il mestiere dell’attore è considerato lecito, ma non consigliabile e doveva avere il riconoscimento dall’alto.
Con il Rinascimento quella dell’autore verrà considerata una professione lodevole, come disse Baldasar Castiglione (autore del Cortegiano) anche se egli diceva che questo mestiere non si addiceva a un uomo di corte.
Con il Rinascimento inoltre si avrà il passaggio dallo spettacolo all’aperto , nelle chiese o in luoghi occasionali, agli spettacoli rappresentati nei teatri; l’origine del teatro del Rinascimento sono le feste, ossia tutte quelle celebrazioni che venivano istituite dalle corti per celebrare la loro stessa grandezza e durante queste feste c’era l’occasione per rappresentare la realtà ideale, così come avrebbero voluto che fosse.
Anche i festeggiamenti erano sottoposti a questa forma di idealizzazione. Durante le feste di corte si celebravano il Principe e il suo mecenatismo, il suo potere, la sua cultura, gusto e ricchezza e raffinatezza, queste feste coinvolgevano tutta la città e in genere coincidevano con le occasioni private del principe, come il suo matrimonio, la nascita di un erede.. quindi vi era bisogno di un’enorme scenografia dalle strade di accesso fino al palazzo del principe.
Nel 1513 venne organizzata da Papa Leone X una festa in occasione del conferimento della cittadinanza ai suoi parenti, il fratello Giuliano e il nipote Lorenzo de’ Medici.
Qui venne eretto un grande teatro in legno in Campidoglio, dove per 2 giorni si svolsero banchetti, vennero rappresentate le “allegorie” e una commedia di Plauto. Non tutte le manifestazioni della festa erano per tutto il popolo, tutti potevano assistere al corteo ma lo spettacolo in teatro era riservato solo ai più ricchi e dabbene, anche se da fuori era possibile ascoltare ciò che avveniva all’interno.
Accanto alle feste di corte c’erano le feste colte nelle Accademie, dove venivano declamati i classici, e le feste private delle case dei possidenti dove si amava leggere, rappresentare, cantare e suonare.
Tutte queste forme di rappresentazione pubbliche o private erano gratuite, la prima forma di teatro a pagamento si ebbe a Firenze e anche a Venezia, dove erano sorti molti luoghi di produzione culturali grazie alla loro tradizione repubblicana, che concedeva più libertà rispetto a Roma.
Presso il convento dei Padri crociferi di Venezia si svolgeva un’attività teatrale molto varia e infatti venne messa in scena il 13 febbraio 1522 la Mandragola di Machiavelli.
Ebbe molto successo anche per l’attore Zuan Pollo, molto famoso.
Fu una rappresentazione quasi privata in quanto riservata ad un pubblico limitato e si svolgeva in un luogo molto ristretto.
I primi teatri in muratura vennero costruiti nella seconda metà del 1500.
Le discussioni su come doveva essere l’edificio teatrale iniziarono nel momento della riscoperta dell’opera De Architettura di Vitruvio; il principale interprete della rinascita edell’architettura fu Leon Battista Alberti che tra il 1545 e il 1553 scrisse il “De Re aedificatorie” dove ipotizza diversi tipi di teatro.
Essenzialmente si possono ridurre a due: quello riservato a musica, poesia e scena e quello riservato ai giochi, alla lotta, al pugilato (l’anfiteatro).
Il primo teatro moderno sarà il Teatro Olimpico di Vicenza, progettato dal Palladio, ancora intatto.
La caratteristica del teatro olimpico è quella di avere il proscenio, uno spazio molto vasto e poco profondo riservato agli attori, adorno di statue e altre soluzioni architettoniche.
Dopo la costruzione del Teatro Olimpico venne inserita da Vincenzo Scamozzi la scenografia con la prospettiva: dentro alle aperture e ai lati del proscenio venivano dipinte scene di città in prospettiva, come fossero strade. La prospettiva restringeva il punto di vista, solo i posti centrali godevano di una buona visuale.
Vi erano diversi tipi di scena: per le opere comiche o tragiche venivano raffigurate scene urbane, per le satire e gli intermezzi scene campestri.
Le scenografie venivano affidate ad artisti di fama come Bramante, Raffaello e Vasari.
Nel 1576 a Firenze esisteva il Teatro della Baldracca, che prendeva nome dal quartiere malfamato di Firenze da cui abbiamo le prime notizie della Commedia dell’Arte.
In questo salone erano rappresentate commedie affidate all’improvvisazione, recitate dai comici dell’arte quali i girovaghi, che conducevano una vita promiscua per cui i loro lavori erano considerati molto licenziosi. Nel teatro vi erano finestrelle da cui i Medici potevano assistere alle rappresentazioni senza tuttavia essere visti.
Per entrare si pagava il biglietto, denominato “Bollettino”.
I testi
L’umanesimo favorì la riscoperta de classici e quindi ripropose le commedie di Plauto e Terenzio e le tragedie di Euripide, Sofocle ed Eschilo.
A Roma nacque l’Accademia di Pomponio Ledo, dove si studiavano i testi e venivano recitate dagli studenti queste opere il latino.
In occasione del matrimonio della figlia Lucrezia Borgia, il Papa Alessandro VI fece recitare i Menaedmi di Plauto.
Lo spettacolo a cui assistettero i parenti dello sposo, gli Este di Ferrara, fu criticato per la povertà della scena, perché a Ferrara gli spettacoli erano più sfarzosi, elaborati anche per quanto riguarda la scenografia. Quindi dopo questo spettacolo anche a Roma iniziarono a usare le traduzioni in volgare, come a Ferrara, e tra un atto e l’altro venivano recitati gli intermezzi.
Furono questi che diedero via alle sperimentazioni di un nuovo teatro dove intervenivano musicisti, danzatori e buffoni. Nacquero così le prime opere originali di carattere popolare, chiamate “farse” o “mariani”, dialoghi in occasione delle nozze.
Il primo testo drammatico in volgare e di argomento profano fu la favola di Orfeo, di Poliziano, composta per il Duca di Mantova, che riprende il mito di Orfeo. È composta da un prologo dove il Dio Mercurio presentava l’opera e poi una serie di dialoghi senza divisione in atti e scene. Da questo modello deriverà il nuovo genere: il dramma pastorale, di grande successo nel 1600 e 1700.
La commedia in volgare nasce con la rappresentazione della commedia di Ariosto nel 1508, intitolata la Cassaria (commedia della cassa), composta da un prologo e con la divisione in 5 atti, secondo i modelli dei classici suggeriti dall’opera di Aristotele.
Rispetto alle farse e alle rappresentazioni satiresche, nell’opera di Ariosto abbiamo la novità, perché si tratta di un’opera anche letteraria non destinata solo alla recitazione, scritta con cura e stile e allo stesso tempo anche con un occhio per la recitazione e la scenografia, perché Ariosto aveva anche esperienza come attore.
Ariosto solitamente recitava il prologo, la parte in cui l’attore esprime il proprio punto di vista.
La Mandragola
Machiavelli coltivò tutti i generi letterari con grande capacità inventiva, scrisse novelle, opere in versi, opere storiche e scrisse anche per il teatro, forse per egli il genere più innovativo.
Scrisse tre opere: La Mandragola, la Clizia e Andria.
La Mandragola è l’opera più originale perché solo in parte ricalca la commedia latina, è in 5 atti, in prosa, ogni atto si apre o si chiude con una canzone in versi di commento al contenuto e di dialogo con il pubblico, ed è preceduta dal prologo in versi.
Il tema centrale della Mandragola è la beffa amorosa, tipica delle novelle di Boccaccio, uno dei modelli, ma si nota anche l’influenza di Plauto, Terenzio e Aristofane che si contende il campo con la tipica tematica latina: gli amanti contrastati.
Gli elementi nuovi in Machiavelli riguardano i personaggi: Callimaco è molto attivo e virtuoso, cioè ricco di iniziativa e vigore.
L’amore di Callimaco per Lucrezia è un amore sincero e nobile, però attraverso i dialoghi Machiavelli aggiunge sempre commenti volgari con un tono burlesco e irriverente, tipico della tradizione fiorentina.
Messer Nicia rappresenta il tipico sciocco, vecchio, avaro, vanitoso ed è brutale nei confronti della moglie e non si crea scrupoli acconsentendo poi che l’uomo che si accoppia con lei muoia a causa della Mandragola.
Egli è u personaggio ottuso, come allude essere i fiorentini del suo tempo.
Il linguaggio è differente per questo personaggio per il quale Machiavelli adotta un linguaggio più popolare e volgare, per colpire i fiorentini.
Ligurio è il personaggio più interessante in quanto fautore dell’intrigo; egli è uno stratega, è spregiudicato e conosce la psicologia umana.
Insomma è una sorta di piccolo principe
N questo mondo quotidiano, cittadino, borghese.
Machiavelli in questo personaggio elimina i giudizi morali e ne fa u modello di intelligenza , egli agisce per puro amore dell’azione.
Il frate, Fra Timoteo, rappresenta la corruzione del clero, la ipocrisia ma Machiavelli lo ammira perché egli agisce senza scrupoli, con intelligenza, senza considerare le regole morali.
Anche lui raggiunge il suo fine, una ricompensa e rende contento Messer Nicia, in fondo agisce a fin di bene.
Lucrezia, anche se compare poco sulla scena, è importante e presentata come una donna devota e casta e cede solo grazie al frate che la convince. Quando scopre il piacere carnale ella scopre la libertà della natura umana e approfitta di questa fortuna: accetta questa occasione anche perché la fortuna è giovane, bella e impetuosa (nelle vesti dell’amante).
Ella possiede la duttilità della morale del Principe, il sapersi adattare.
Il prologo
Il prologo è importante perché Machiavelli interviene personalmente come autore per spiegare al pubblico le cose necessarie per capire l’opera.
Inizia con un appello al pubblico chiedendo benevolenza, poi presenta la scena e tutto questo per suscitare interesse ma anche perché egli intende pronunciare una satira della società del suo tempo.
C’è un cenno sulla scena, perché la scena era costituita da una piazza con intorno le case dei vari personaggi disegnate, lo scorcio di questa via dell’amore dipinto in prospettiva e poi c’è la chiesa di Fra Timoteo.
Poi passa in rassegna i personaggi e ne dà una breve caratterizzazione, si sofferma soprattutto sul Dottor Messer Nicia e Ligurio, che chiama il cucco della malizia, ossia il maestro.
Dice inoltre che l’autore non è famoso perché scrivere commedie non è la sua professione e nel dirlo aggiunge un tono di amarezza. La Mandragola venne composta durante l’esilio di Macchiavelli, lontano dalla politica, e scrive commedie solo per passare il tempo pur sapendo che si tratta di un passatempo futile, un “badalucco”.
Egli non disprezza il genere comico perché molti aspetti della tradizione comico-burlesce fiorentina sono usati anche nel Principe e nei Discorsi. Bisogna sfruttare tutti gli aspetti della vita umana.
Nel Prologo, nella sesta strofa, c’è un suo giudizio su Firenze che Machiavelli dice “traligna dell’anitca virtù”, spiritualmente impoverita, dove non c’è più nessuno che si lanci in imprese, anche politicamente è una città bigotta, alludendo alla crisi politica di Firenze.
La 7° strofa del Prologo ha un tono molto amaro, che sottolinea la decadenza dei costumi. Il tono cupo di questa strofa dà il tono a tutta la commedia, appunto cupa nonostante la comicità.
Stile e lingua
La lingua è il volgare fiorentino di Boccaccia, arricchito dal periodare vivace di Machiavelli. In particolare per ogni personaggio viene adottato un particolare registro del vernacolo fiorentino.
Anche la parola è uno strumento d’inganno.
Bernardo Dovizi da Bibbiena
Cardinale di Papa Leone X, è autore della Calandria.
Venne rappresentata nel 1513 per la prima volta a Urbino, riprende il tema dei Menaechmi di Plauto ma li affianca al tema della beffa, è infatti ispirato al Calandrino di Boccaccio.
È un’opera che segue la continuità con il mondo classico e con la tradizione volgare. I menaechmi erano basati sullo scambio di persona tra due gemelli, che erano stati divisi da bambini e poiché erano maschio e femmina c’era anche il gioco del travestimento.
Nella prima rappresentazione a Urbino venne portata sulla scena mantenendo intatta quasi tutta la stesura scritta e si giocava sulla creazione di quadri-scena con un grande apparato di scenografia dando poca libertà agli attori e molta importanza all’autore.
Venne chiamato anche Baldasar di Castiglione come esperto per occuparsi della scenografia e degli intermezzi. Si trattava ancora di una scenografia dipinta, senza prospettiva. Solo nel 1514 a Roma venne rappresentata con una scenografia che rispettava le tre dimensioni, con dei pannelli disposti ad angolo ottuso ai lati del palco e altri disposti parallelamente o obliqui verso il fondo del palco per creare la profondità, più uno sfondo dipinto in lontananza.
Fu la prima scenografia pittorica e architettonica insieme. Per quel che riguarda il testo della CALANDRIA, è molto originale: l’autore era consigliere del Papa ed era stato scelto come modello di perfetto cortigiano nell’opera cortegiano di Baldasar perché era un personaggio elegante, rigoroso e razionale.
In questa opera si dimostra un maestro di comicità, molto leggero e spensierato e comico.
Il successo di questa rappresentazione fu legato anche alla partecipazione di attori motlo abili tra cui Fra Mariano, uno degli ultimi buffoni di corte della storia.
Ariosto
Nel 1508 rappresentò la CASSARIA, ovvero la commedia di una cassa piena d’oro. Venne rappresentata a Ferrara in occasione del carnevale nel palazzo ducale, quindi c’è uno sfondo cittadino con personaggi borghesi, però la particolarità dell’opera di Ariosto è che il teatro in volgare diventa un’importante opera letteraria.
Egli scrive in versi endecasillabi senza rima, proprio perché intende elevare il livello artistico del teatro, di questo genere sottovalutato.
Ariosto avendo esperienza come attore si trasformò in regista occupandosi anche della scenografia, dirigendo lo spettacolo e mise a punto una sala per la recitazione.
Le altre sue opere teatrali sono i SUPPOSITI (i bambini abbandonati) dove Ariosto gioca anche sull’equivoco provocato dalla parola al concetto di supposizione, errore.
Il tema centrale è un gioco di equivoci, una commedia divertente e poi inscenata da Leone X a Roma, con la scenografia dipinta da Raffaello.
Poi scrisse la LENA, la ruffiana e infatti la protagonista è una vecchia senza scrupoli, dove si trova un’influenza machiavelliana.
Altra opera è I STUDENTI, ambientata nella vita goliardica dell’università di Ferrara ma rimasta incompiuta.
Il teatro di Ariosto non riporta trascendenza ma viene rappresentato un ambiente quotidiano. La recitazione consisteva in una semplice dizione.

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