Il rapporto tra padri e figli nella letteratura, nell'arte nel cinema

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Testo

RAPPORTO TRA PADRI E FIGLI NELLA LETTERATURA, NELL’ARTE E NEL CINEMA
“ Ed è così che augurai a mio padre la morte”.
Queste poche parole, tratte dal romanzo di Italo Svevo, “La coscienza di Zeno” rappresentano un breve, ma chiaro flash sul rapporto padre e figlio che si sviluppa nella prima parte dell’opera. Nel capitolo “La morte di mio padre” il protagonista narra gli eventi a partire dal suo ultimo colloquio col padre fino alla sua morte. La figura del padre è delineata nello schema del confronto con quella del figlio, dal punto di vista di quest’ultimo. Il padre è l’antagonista di Zeno, ma ne diviene al tempo stesso modello. I due non hanno nulla in comune sotto il profilo morale, culturale, intellettuale: il padre legge “libri insulsi”, è borghese sicuro di sé, soddisfatto del suo mestiere, mentre Zeno è un inetto che non sa chi vuole essere. Zeno è convinto che suo padre provi nei suoi confronti la sua stessa diffidenza e la stessa disistima. Egli da parte sua non sopporta la distrazione di Zeno e la sua mania di ridere delle cose più serie: disprezza la sua inettitudine e detesta la sua ironia, parte preponderante del carattere del protagonista, che si difende cercando di sottolineare vizi e difetti palesi e nascosti del genitore. Il loro rapporto va migliorando con l’inizio della malattia di quest’ultimo, Zeno infatti proverà il bisogno di assisterlo continuamente, fino alla sua morte.
“….Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto, alto, come se avesse saputo ch'egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto!”
L’ultimo gesto del padre, prima di morire, che tutti interpretano come un movimento meccanico, viene invece visto da Zeno come uno schiaffo, l’ultimo tentativo del padre di punirlo per tutto ciò che non ha fatto nella sua vita. Col passare del tempo Zeno però rimuove l’immagine di un padre autoritario, punitore, severo e minaccioso, per sostituirla con quella di un padre buono e debole, che non susciterà più impulsi violenti nel figlio che a sua volta si sentirà pronto a riconoscersi “perfettamente d’accordo” con lui e a sottomettersi alla sua autorità definitivamente, ritornando anche alla religione praticata nell’infanzia.
Conflittuale, anche se in maniera diversa, è il rapporto che si istaura tra Pietro e Domenico Rosi, personaggi di “Con gli occhi chiusi” di Federico Tozzi. Rispetto a Zeno, Pietro teme profondamente, soprattutto da bambino, la collera del padre che non esita a percuoterlo per cercare di far valere la sua autorità. Una volta cresciuto ed ottenuto il diploma tecnico contro il volere paterno, il ragazzo si distacca sempre più dalla figura paterna, distacco che culmina colla morte della moglie Anna. A questo punto Domenico sembra interessarsi al figlio, perché lui si sposi, in modo che la locanda possa avere ancora una padrona: antepone il lavoro al bene del figlio che da parte sua inizia a trattenersi il meno possibile in casa ed a dire lo stretto necessario a quel padre che non lo ama. Domenico infatti sognava un figlio che gli assomigliasse nella forza del fisico e del carattere, voleva un suo “alter ego”, tesi sostenuta anche dal fatto che avrebbe voluto chiamare Pietro con il suo stesso nome. Il figlio però non poteva essere più diverso dal padre.
“..Pietro , gracile e malato , aveva sempre fatto a Domenico un senso d’avversione : ora lo considerava , magro e pallido, inutile agli interessi , come un idiota qualunque!
Toccava il suo collo esile, con un dito sopra le venature troppo visibili e lisce; e Pietro abbassava gli occhi , credendo di dovergliene chiedere perdono come di una colpa. Ma questa docilità, che sfuggiva alla violenza , irritava di più Domenico. E gli veniva voglia di canzonarlo” . Ogni possibilità di intesa e di dialogo tra i due sembra impossibile e rimarrà tale fino alla fine del romanzo. Non ci sarà infatti uno scontro vero e proprio, ma il rapporto si raffredderà sempre più fino a scomparire definitivamente.
Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 si colloca anche Pascoli, che dedica al padre la poesia “X Agosto”. Ruggero Pascoli, amministratore di una grande tenuta agricola, viene infatti ucciso il 10 Agosto, giorno di San Lorenzo, da un colpo di fucile alla fronte sparato da ignoti mentre ritorna a San Mauro, paese nativo del poeta, dopo essere stato a Cesena per degli affari. La morte del padre è per Giovanni alquanto traumatica poiché vede in essa la distruzione della sua famiglia, del suo “nido”. Non è infatti casuale il fatto che il poeta compari l’immagine del padre morto a quella di una rondine che tornava al nido portando del cibo per i suoi piccolini, che non vedendo la madre “pigolano sempre più piano”. Simili a loro sono i Pascoli che “là nella casa romita/ aspettano, aspettano invano” quel padre che “portava due bambole in dono” alle due figliolette più piccole. Unica testimone della morte dell’uomo è “La cavallina storna”, l’unica che ha visto in faccia l’assassino di Ruggero, che ha amorevolmente accompagnato a casa il suo padrone, ma che purtroppo, interrogata dalla madre di Giovanni, Caterina, non riesce a parlare « O cavallina, cavallina storna,/ portavi a casa sua chi non ritorna!/ a me, chi non ritornerà più mai!/ Tu fosti buona . . . Ma parlar non sai!/ Tu non sai, poverina; altri non osa. / Oh! ma tu devi dirmi una una cosa! /Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: esso t'è qui nelle pupille fise./ Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome/.E tu fa cenno. Dio t'insegni, come»
Il poeta bramerà per tutta la vita vendicare l’assassinio di suo padre che è la prima della serie di disgrazie che caratterizza la vita del poeta.
Il rapporto tra padri e figli è stato anche analizzato, agli inizi del ‘900 da Egon Schiele nel quadro Heinrich e Otto Benesh. Il rapporto tra le due figure è tutto espresso nel braccio teso del padre, che protegge e nel contempo separa il figlio dal mondo, ribadendo la sua superiorità evidente nell’incrocio tra i loro sguardi. Quello del padre parte da un volto rosso e vivo, mentre quello di Otto parte da un volto molto pallido e smunto. Opposto a questo è invece il quadro di Rembrandt, “Il padre misericordioso”(1603) che interpreta l’ultimo momento della parabola de “Il figliol prodigo” raffigurando un padre finalmente sereno, che si china sul figlio appena tornato nascondendogli il volto ed esprimendo tutto il suo amore attraverso quelle mani aperte che accarezzano il figlio benedicendo il suo ritorno. Significativa nel dipinto è anche la luce che illumina il volto del padre e che sembra partire dal suo intimo. Fonte del pittore fiammingo è il capitolo 15 del Vangelo di Luca, dove Cristo vuole spiegare ai farisei che Dio è Padre e accoglie sempre i suoi figli, se pentiti, nella sua casa: il Regno dei Cieli. Se nell’Alto Medioevo è predominante la figura di un Dio giudice, nel Basso Medioevo l’idea di un Dio che è Padre e che perdona i suoi figli peccatori sembra ritornare, accanto all’immagine di Maria, che è invece la Madre per eccellenza, come ci ricorda il Vangelo di Giovanni 19, 26-27, dove Gesù rivolgendosi al “discepolo che egli amava” Giovanni, che qui rappresenta tutta la cristianità, e alla madre dice: “Donna ecco tuo figlio” e poi, “Figlio ecco tua madre” . Gesù sembra qui ricordare ai cristiani che si può sempre fare affidamento nel Padre e nella Madre del cielo.
Infatti non sempre i genitori naturali dimostrano il dovuto interesse nei confronti dei figli. È il caso di Andrea, protagonista di incompreso che, dopo la morte della madre inizia a vivere un rapporto alquanto conflittuale con il padre Dumcombe. Egli pretende che il figlio cresca in fretta, ragion per cui lo informa bruscamente della morte della madre ed inizia a vezzeggiare il fratello più piccolo, Milo. Il maggiore soffre molto di questo atteggiamento ed incomincia a chiudersi in se stesso pur cercando in ogni modo l’affetto che il padre però gli nega. La situazione tra i due peggiora quando Dumcombe non rispetta la promessa di portare con sé a Roma Andrea per un’ennesima comprensione. Il ragazzino turbatissimo ripete un gioco che amava fare da piccolo e si ferisce mortalmente. Solo pochi attimi prima della sua morte, il padre capisce il suo errore.
In conclusione essere figli e padri non era, non è e non sarà mai facile, ma come disse il saggio re Salomone “Corone dei vecchi sono i figli dei figli, onore dei figli i loro padri”.

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