Il paesaggio leopardiano: istantanea sull'anima

Materie:Tema
Categoria:Italiano
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Testo

Leonardo Fumusa 5°A
Saggio breve

Tesi: Il paesaggio diventa per Leopardi specchio dell’anima
Scaletta
1. Introduzione
2. Gli idilli: da Teocrito a Leopardi
3. L’infinito
4. L’ultimo canto di Saffo
5. Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia e La Ginestra
Destinatario: Giornale scolastico
Stesura
Il paesaggio: istantanea sull’animo di Leopardi
La mattina, uscendo di casa, la prima cosa che influenza il nostro stato d’animo e quindi l’intera giornata è l’ambiente che ci circonda: infatti se c’è una bella giornata e i vicini che ti salutano cordialmente quella giornata si prospetta serena. Ma se appena mettiamo un piede fuori casa e ci bagniamo tutti perché piove, fa freddo, i vicini che non ti degnano neanche di uno sguardo quella giornata si prospetta pessima. Questo relazione fra stato d’animo e paesaggio già era stata messa in atto da un grande della nostra letteratura: Giacomo Leopardi. Egli aveva messo in stretta relazione la natura con l’anima dell’uomo, sebbene seguendo un procedimento inverso. Precisamente partendosi da un paesaggio egli è riuscito ad interiorizzarlo, esprimendo “situazioni,affezioni,avventure storiche del suo animo”. Egli è riuscito nel suo intento utilizzando una forma letteraria classica, nella quale il paesaggio era protagonista: l’idillio, che in greco significa piccolo quadro. Negli idilli dell’autore classico Teocrito è presente un locus amoenus, cioè uno stereotipo del paesaggio: ambiente bucolico, quiete della natura espressa attraverso il fruscio del vento, il cinguettio dei piccoli volatili, il rumore dell’acqua che scorre nei ruscelli. Tutto questo conferiva al paesaggio una visione aggraziata, un perfetto rapporto di quiete con la natura. Ma in Leopardi l’idillio diventa un mezzo attraverso il quale, con l’evocazione di immagini naturali, riusciva ad esprimere il proprio stato d’animo e diveniva così un piccolo quadro interiore. Esempio lampante di questo processo è L’Infinito, nel quale è presente il caro immaginar. Qui il poeta cita all’inizio un colle e una siepe che gli impediscono di vedere al di là: da questo senso di negazione Leopardi, attraverso un processo di astrazione (visione mentale dello spazio), comincia un viaggio immaginario tra spazi interinati e sovrumani silenzi. Ma questi luoghi non sono reali, bensì esistono nell’animo del poeta. Gli elementi naturali reali presenti nella poesia sono solo quelli citati in precedenza, il colle e la siepe, ma il poeta riesce a ricreare un intero paesaggio, soprattutto grazie alle emozioni che egli stesso prova. Dall’infinità dello spazio, attraverso il fruscio delle foglie al vento, egli passa ad analizzare l’infinità del tempo, un infinito ancora più grande e indeterminato. Così, partendo da elementi reali, il poeta riesce ad arrivare a quelle che sente veramente dentro, cioè un senso di smarrimento che genera nel Leopardi un piacevole stato d’animo. Un’altra opera che riesce a trasmettere questa corrispondenza tra paesaggio e stato d’animo è L’ultimo canto di Saffo. In esso è evidente come sia in atto quel passaggio nel pensiero del poeta dal caro immaginar, al vero. Leopardi racconta come Saffo, poetessa greca, abbia avuto una esistenza infelice a causa del suo aspetto fisico. Qui viene presentata prima che ella si suicidasse gettandosi nel vuoto per porre fine alla sua triste vita. La scena è ambientata durante il passaggio dalla notte al giorno. Saffo infatti si rivolge alla luna che tramonta e alla stella Lucifero che annuncia il giorno. La scelta di questo spazio-tempo significa il passaggio dalla vita alla morte della poetessa: il tempo è scandito dal passaggio dalla notte al giorno, invece lo spazio dal tramonto della luna, verso il basso, e dall’ascesa della stella Lucifero, verso l’alto. Attraverso questa immagina il poeta vuole un po’ rappresentare se stesso e la sua condizione esistenziale: egli somiglia un po’ a Saffo perché è di brutto aspetto, non ha molti rapporti umani, è stato “tagliato” fuori dalla Natura. Manifesto del vero di Leopardi sono Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia e La Ginestra. Nella prima opera la luna rischiara la profondità della notte, è partecipe alle vicende del poeta ed è la stessa sia in Russia che a Recanati. Ma nella seconda opera essa è indifferente e non risponde alle domande del pastore. Se prima la luna rappresentava i sogni e la attese del poeta, ora rappresenta la marginalità dell’uomo, le sue illusioni. E queste illusioni resistono solo a Recanati, grazie alla sua valenza affettiva nella memoria del poeta. Grazie al paesaggio queste illusioni diventano più vere della realtà stessa. Il paesaggio quindi diventa fulcro centrale delle poesia di Leopardi: grazie ad esso egli viaggia, spera, affianca alla sua esistenza dedita allo studio una vita fatta di avventure e amori. Sicuramente se Leopardi non avesse vissuto una giovinezza infelice nella sua Recanati egli non avrebbe attribuito al paesaggio questo ruolo fondamentale che oggi tutti studiamo nelle sue opere.

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