Il lupo dela steppa - Hesse

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano
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Data:07.08.2007
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Testo

Alessia Orlandi 1° BT
Hermann Hesse, Il Lupo della Steppa
La vita
Hermann Hesse nasce nel 1877 a Cawl, figlio di Johannes Hesse e Maria Gundert, entrambi missionari in India come il nonno materno. Fin da bambino viene educato secondo i criteri del movimento protestante chiamato pietismo, e, grazie alla famiglia, si avvicina alla cultura indiana e al pensiero orientale. Nonostante ciò, i genitori reputano l’arte solamente atmosfera e bellezza che non attinge mai a valori più profondi come la morale, la volontà, il carattere, e Hermann risente fortemente di questa opinione, dalla quale si separerà completamente in tutte le sue opere. Durante gli anni dell’adolescenza entra in una grave crisi per diversi motivi: l’obbligo di frequentare il ginnasio, il trasferimento a una severa scuola pietista, la fuga da questa e, infine, la tragica esperienza presso un pastore che in realtà pratica esorcismi, che lo porterà a tentare il suicidio e a finire in una casa di cura per malati di mente. Questo lungo “periodo buio” finisce con il distacco di Hermann dalla famiglia, nel 1895, quando si dedica alla professione di libraio e autodidatta prima e Tubinga e poi a Basilea. E’ in questi anni che si appassiona alla lettura classica e moderna,ma soprattutto ai poeti romantici tedeschi. Il risultato di questa passione è la sua prima raccolta di poesie, “Canti romantici”, seguita da
“Un’ora dopo mezzanotte”. Nel 1904 Hesse sposa la svizzera Maria Bernoulli, da cui ha tre figli, che mantiene con la sua proficua attività letteraria;in questi anni, infatti, scrive per diversi giornali e pubblica il romanzo “Sotto la ruota”. Ma ben presto si risveglia in lui una crisi per la vita sedentaria, aggravata dalla crisi del matrimonio. Parte così per l’India, ma questo viaggio non risolve i suoi problemi. Pochi anni dopo, lo scoppio della prima guerra mondiale porta Hesse a una svolta: attraverso la stampa, lancia appelli all’umanità e alla pace, che suscitano stupore e dissenso dalla maggior parte degli intellettuali contemporanei. Inizia qui una seconda crisi morale, dovuta anche alla malattia del figlio Martin e ai problemi mentali della moglie. Per superarla, Hermann si rivolge a uno psichiatra, che lo salverà dal crollo nervoso e gli farà conoscere le basi della psicologia. Buona parte delle sue auto analisi emergono in “Siddharta” e in “Il lupo della Steppa”. Nel frattempo la sua vita sentimentale con Maria lo porta al divorzio, in seguito al quale sposa la cantante Ruth Wenger. Anche questo matrimonio, però, fallisce. La sua terza moglie sarà la studiosa di storia dell’arte Ninon Dolbin, con la quale si trasferisce nella casa di Montagnola. Qui compone il suo ultimo romanzo, “Il gioco delle perle di vetro” che viene pubblicato nel 1946,a fine guerra. Nello stesso anno, Hesse riceve il premio Nobel, preceduto da molti altri riconoscimenti importanti. Chiuso nella casa di Montagnola, si isola sempre di più dal resto del monda, fino alla sua morte, il 9 Agosto del 1962.
Il libro
Il Lupo della Steppa fu scritto da Hermann Hesse durante gli anni trascorsi nell’angoscia per una vita sedentaria, per un matrimonio tutt’altro che felice, per la malattia del figlio. Emerge il tentativo di superamento dell’unità di carattere, come accettazione della molteplicità della propria natura. La struttura del Libro è molto inconsueta: è suddiviso in tre parti, una prefazione del curatore, le memorie del protagonista, cui segue il trattato del lupo della steppa e l’introduzione al “teatro magico”. La prima parte è scritta dal cosiddetto “curatore” che inizialmente ci è ignoto, ma che prende pian piano forma proseguendo con la lettura. Egli (non viene scritto il nome) è un personaggio nella storia di Harry Haller, il Lupo della steppa, e più precisamente si presenta come un coinquilino del protagonista. Ciò che emerge da questa introduzione è la descrizione, il ricordo e l’immagine di Harry, secondo il nipote della zia che ospita il Lupo della steppa in casa sua. “Il lupo della steppa era un uomo di circa cinquant’anni che un giorno, alcuni anni or sono, si presentò in casa di mia zia a chiedere una camera ammobiliata. (…) Conduceva una vita molto quieta e appartata e, se la vicinanza delle nostre camere non avesse offerto l’occasione di qualche incontro sulle scale o nel corridoio, probabilmente non l’avremmo neanche conosciuto, poiché socievole non lo era di certo; era anzi così poco socievole come non avevo mai visto altre persone; era realmente, come diceva talvolta, un lupo della steppa, un essere estraneo, selvatico e anche ombroso, anzi molto ombroso, quasi fosse di un mondo diverso dal mio.” Questo è l’inizio della descrizione del protagonista, che prosegue per tre quarti della prima parte. Una volta raccontato dei pochi momenti di contatto con il lupo della steppa,delle sue abitudini e della sua vita, il curatore introduce le memorie di Harry Haller come un documento del tempo che rappresenta non solo il malessere di un singolo individuo, ma tutta la crisi che arriva agli uomini più forti e intelligenti della società dell’epoca. La seconda parte inizia con una frase particolare: “Soltanto per pazzi”. Harry Haller sa che i borghesi del tempo non possono nemmeno lontanamente immedesimarsi in lui e capire il suo disagio interiore, sa di essere escluso da una società fatta di apparenza e superficialità per cui prova contemporaneamente sentimenti opposti: da una parte, il ricordo felice della sua infanzia trascorsa con la famiglia in quell’ambiente esternamente perfetto; dall’altra, il profondo disprezzo per la finzione e l’attaccamento a un mondo falso. Questo è, infatti, il tema principale su cui si sviluppa il libro: la molteplicità del carattere di un uomo che comprende a fondo tutte le sue emozioni, se pur contrastanti tra loro, ma che non riesce a conciliarle, rimanendo quindi sospeso tra l’essere ragionevole che ammira ogni sforzo umano di migliorarsi, e l’animale, che deride quella buffa maschera dietro alla quale si nasconde la persona. Le memorie di Haller sono una sorta di diario nel quale il protagonista racconta i fatti che gli accadono e riporta i suoi pensieri. Si entra in un mondo buio, il mondo nel quale Harry vive per separarsi dalla casetta ordinata e pulita dove alloggia, attraversando strade deserte illuminate da pochi lampioni, ascoltando musica jazz che esce dai pochi locali ancora aperti. Ma all’improvviso ci si presenta davanti una scena particolare, che chiude la seconda e apre la terza parte del libro: “(…) Con questi usati pensieri proseguii per le strade bagnate attraverso uno dei più silenziosi e più vecchi rioni della città. Ed ecco al di là della strada, nel buio, il vecchio muro grigio che osservavo sempre con piacere; (…) restai sul marciapiede a guardare: era sull’imbrunire e mi parve che intorno all’architrave ci fosse come una ghirlanda o qualche cosa di colorato. E mentre mi sforzavo di vedere meglio scorsi là sopra una insegna illuminata sulla quale, così mi parve, c’era una scritta. Tesi la vista, ma infine mi decisi ad attraversare nonostante il fango e le pozze. Vidi allora sopra la porta, sull’antico grigiore verdastro del muro, una macchia debolmente rischiarata sulla quale correvano lettere mobili e colorate che tosto scomparivano poi ritornavano e svanivano.(…) Però, ecco, mi riuscì di afferrare alcune parole in fila. Diceva: “Teatro magico Ingresso libero non a tutti… non a tutti.” Tentai di aprire la porta ma la vecchia maniglia pesante non cedette ella pressione.” In seguito il protagonista si allontana dalla strana parete, e incontra un personaggio misterioso che porta una pertica con questa scritta “Serata anarchica! Teatro magico! Ingresso libero non per tutti!” e una cassettina. Allora Harry chiede all’uomo spiegazioni riguardo alla serata, ma questo gli porge solamente un libretto e se ne và. Il libretto rappresenta la terza parte del libro, e descrive in ogni piccolo particolare carattere e aspetto di Harry. Il fatto di aver visto la scritta sul muro,di aver incontrato quello strano individuo e di aver letto la propria analisi psicologica su un libro ricevuto da uno sconosciuto non sembra affatto strano a Harry, e questa prospettiva immerge anche il lettore in un mondo per metà irreale e magico. Il protagonista, a questo punto, si ritrova solo nella sua camera, riflette sulla sua triste situazione, vede il suo carattere analizzato e vivisezionato e lo trova angosciante e doloroso, vuole smettere di sentire urlare i lati contrastanti del suo carattere e arriva perfino a pensare al suicidio: “Avevo dunque tra le mani due miei ritratti, l’uno un autoritratto in endecasillabi, triste e angoscioso come me stesso, l’altro freddo e disegnato con apparente oggettività, da un estraneo, visto dall’alto e dal fuori, scritto da uno che ne sapeva più eppure meno di me. E i due ritratti, il balbettio malinconico della mia poesia e l’intelligente bozzetto di mano ignota, mi fecero male tutti e due, entrambi avevano ragione, delineavano senza veli la mia esistenza sconfortata, rivelavano chiaramente che la mia situazione era insopportabile e insostenibile. Quel lupo della steppa doveva morire, doveva por fine di sua mano a un’esistenza noiosa.” In seguito Harry ricorda le innumerevoli volte in cui era stato costretto da quel sentimento di angoscia, di affanno e di tormento a togliersi la maschera che si era di volta in volta costruito, prima quella del borghese, poi quella del buon marito, e ora anche quella del solitario intellettuale. Si trova al bivio tra vita e morte: “ No, per tutti i diavoli, non c’era potere al mondo che potesse esigere da me di fare un altro incontro con me stesso, un’altra metamorfosi, una nuova incarnazione la cui meta non recava pace e tranquillità, ma sempre nuove distruzioni, nuovi rifacimenti di me stesso! Fosse pure il suicidio una cosa sciocca, vile e volgare, fosse pure un’uscita di soccorso ingloriosa e vergognosa, era desiderabile; qui non c’era più il teatro dell’eroismo e della magnanimità: qui mi trovavo a dover scegliere semplicemente fra un dolore piccolo e fugace e una sofferenza infinita e indicibilmente bruciante.” Dunque arriva all’apice della crisi. Ma poi, improvvisamente, si calma. Il lupo della steppa assume quel comportamento razionale di chi sa che il destino è nelle proprie mani, e decide di tenere in qualsiasi momento pronta la possibilità del suicidio, senza rimpianti che lo blocchino. “Non dirò che la decisione abbia modificato di molto la mia vita. Mi rese un po’ più indifferente ai disagi, un po’ più libero nell’uso dell’oppio e del vino, un po’ più curioso circa il limite di sopportazione. Ecco tutto.” Per un breve periodo Harry avanzò nella sua vita sicuro di poterne sempre uscire non appena ne avesse avuto voglia. Ma un incontro cambia radicalmente le cose. Egli si innamora di una ragazza conosciuta in un’osteria,Erminia. Lei era il genere di ragazza allegra e spensierata che serviva a lui in quel momento. Ascoltava i sogni del lupo della steppa, lo capiva, era in sintonia con lui. E nello stesso tempo sapeva che Harry aveva bisogno di essere riportato al mondo reale e materiale. Il primo incontro all’osteria fu per il protagonista il primo momento felice dopo la sua crisi; addormentato al tavolo dove Erminia lo aveva lasciato per andare a ballare sogna un colloquio con Goethe. Le comparse di scrittori e compositori sono presenti in più occasioni: Goethe gli appare in sogno, la musica di Bach gli fa avere per un istante un illuminazione, Mozart lo accompagnerà nel Teatro magico alla fine del libro. Dopo l’incontro con Erminia, Harry ha la sensazione che la barriera esistente tra lui e il mondo esteriore fosse caduta, tanto da cenare assieme alla famiglia che lo ospita. Mentre il protagonista pensa a Erminia, lei ha già molti altri uomini che la corteggiano: ognuno di questi ha qualcosa di speciale, un lato particolare che piace alla ragazza. In questa figura femminile si sente il distacco dalla mentalità morale, per arrivare alla semplicità di lei, che segue solamente i sensi ed è legata a ciascuno dei suoi pretendenti da quella parte di cui è innamorata. Inizialmente questo disorienta e ferisce Harry, che la vorrebbe solo per se, ma infine capisce che Erminia non sarebbe la stessa senza la sua molteplice felicità. L’ultima parte, il teatro magico, è ambientata in un palazzo, dove Pablo, un amante di Erminia che suona in una banda, organizza una festa in maschera. Il palazzo brulica di gente, e Harry si lascia trasportare dalla musica e dalla danza, fino a che tutti, stanchi e assonnati, se ne vanno. A questo punto Pablo e Erminia lo accompagnano in un piccolo salottino, dove Pablo distribuisce a tutti una bevanda e una sigaretta. Dopo essersi riposati un po’,il ragazzo indica a Harry uno specchietto, e dice che se vuole entrare nel teatro magico deve dimenticare la sua immagine, i suoi pensieri e i suoi problemi. Harry acconsente. Improvvisamente si trova all’interno di un teatro con mille porte, e su ognuna di queste era scritta una frase. Il protagonista rivive gli anni della sua giovinezza, gli anni della leva militare, le ragazze e le donne che aveva amato, e molte altre scene fantasiose. L’ultima è una lunga chiacchierata con Mozart che gli fa capire che lui deve vivere ancora e ridere molto…ma mentre gli dice questo Mozart non è più lui ma si trasforma in Pablo, che gli offre un’altra sigaretta e lo riporta con se nel suo magico mondo.

~[b]H e l l i o n[/b]~ Narcisistic Existence scrive:
poi elvenking a palla cercando di imparare a memoria i testi
~[b]H e l l i o n[/b]~ Narcisistic Existence scrive:
Skywards again, I search for my dimension
People don't know how I am alive
Experience has taught to count every single move
Now I know I'm standing alone
Stone after stone I'm moulding my shelter
I watch it grow with endless delight
Carry me, carry me all your devotion
Deep in my heart to see my haven fall once again
alessia scrive:

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