I DIRITTI NEGATI DELLE DONNE

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I DIRITTI NEGATI DELLE DONNE
Basta solo una rapida occhiata alle cifre sulla condizione delle donne nel mondo per capire che c’è ancora molta strada da fare sulla via delle pari opportunità.
La discriminazione nei confronti delle donne che vivono nei paesi poveri spesso, si traduce in vera e propria eliminazione fisica, infatti, una buona parte non fa neppure in tempo a nascere, in virtù degli aborti effettuati. La discriminazione è più che una malattia antica, è una malattia congenita, difficile da debellare, anche se oggi le forze in campo sono maggiori.
QUALCHE CIFRA
Il 70% dei poveri e i 2/3 degli analfabeti nel mondo sono donne.
Solo il 14% delle posizioni professionali direttive sono occupate da donne,
il 10% dei saggi parlamentari e il 6% delle cariche ministeriali.
Le donne sono ancora fortemente discriminate sul mercato del lavoro, infatti, molto spesso il loro viene nascosto o poco o affatto remunerato.
In Africa il 70% del lavoro agricolo è assicurato dalle donne che si occupano inoltre della vendita dell’80% dei prodotti alimentari.
BAMBINE E ADOLESCENTI.
Un’ indagine ufficiale condotta in Cina ha indicato che il 12% di tutte le gravidanze di feti di sesso femminile termina con un aborto.
In tutta l’Asia meridionale, i bambini sono più numerosi delle bambine.
In Pakistan, ad esempio, uno studio rivela che il 71% dei bambini sotto i due anni ricoverati in ospedale sono maschi, le femmine se si ammalano ricevono meno cure. Spesso i genitori scelgono di mandare a scuola i figli maschi perché le femmine sono più utili in casa nei lavori domestici.
In Afganistan, Burkina Faso, Mali, Nepal, Nigeria e Yemen, circa tre quarti delle ragazze non hanno completato alcun tipo d’istruzione; in Bangladesh, Guinea, Marocco e Senegal la percentuale supera la metà. In Bangladesh, però, grazie alle scuole pilota finanziate dall’‘UNICEF, molte bambine hanno l’opportunità di studiare.
Quello dei matrimoni e delle gravidanze precoci è un grave problema: in Bangladesh il 72% delle ragazzine tra i 15 e i 19 anni sono già sposate; la mortalità da parto in questa fascia di età è doppia rispetto alla media.
Si verifica spesso una profonda discrepanza tra i diritti garantiti a livello politico e quelli effettivamente praticati nella convivenza civile. Ciò è tanto più vero per le donne che ancora in molte realtà, soprattutto nel Sud est asiatico, imparano a loro spese che i diritti politici significano in realtà diritti dei membri maschi della società.
La maggior parte delle convenzioni internazionali riconosce di fatto agli Stati la discrezionalità di decidere sul livello di garanzie da riconoscere ad ogni suo singolo membro. Delle Convenzioni internazionali dedicate ai diritti delle donne, la più esplicita e politica è la Convenzione per l’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le donne (CEDAW), che affronta in maniera specifica l’argomento tabù della violazione dei diritti delle donne. La CEDAW ha provocato moltissime limitazioni: quasi un terzo degli stati parti ha presentato riserve sostanziali o dichiarazioni di non conformità. Paesi come Malesia, Maldive, Marocco, Pakistan e Tunisia hanno evidenziato molti punti sui quali la Convenzione risultava inaccettabile in quanto in contrasto con gli ordinamenti giuridici interni.
LE SEPOLTE VIVE DI BAGDAD
Nella prigione femminile di Bagdad ci sono 150 recluse con o senza processo, con o senza condanne per omicidio,prostituzione, sequestro di persona, furto, o semplicemente follia, con o senza figli: neonati e adolescenti seguono la sorte della madri colpevoli o innocenti.
Tutti insieme senza limiti di età, di reati, di permanenza.
Un tribunale islamico ne ha giudicato più o meno la metà ma sono sentenze giuridicamente prive di valore.Del resto, per finire, dietro queste sbarre possono bastare una spiata o una calunnia.
Raggiungere questa fortezza è molto difficile perché: nessuno ne parla e nessuno “sa niente”.
Zenha,vent’anni e un bimbo accanto, accusata dell’omicidio del cognato,che aveva cercato di violentarla. Zenha aveva informato il marito delle morbose attenzioni dell’ uomo. Ma, per tutta risposta, era stata riempita di botte. Così s’è fatta giustizia da sola e poi ha cercato di fuggire. Ora è in prigione, non ha ancora avuto un processo, ma almeno è viva: se uscisse, troverebbe il suo clan ad attenderla per lavare l’ onore infangato, uccidendo lei e sua figlia.
La ventunenne Safah sconta i 17 anni che le ha inflitto un tribunale islamico per essersi prostituita nei paesi del golfo. Come la maggioranza delle detenute, Safah non si protesta innocente. Si, è vero, ha iniziato a vendersi a Bagdad quando aveva16 anni, spinta dalla sua matrigna. I 17 anni di galera la fanno sorridere: “ sono stati gentili, i giudici, con me. Se avessero applicato la sharia, sarei stata lapidata”. Certo, prima dell’ arrivo degli americani, racconta lei, anche fare la vita era più facile: “quando la polizia ti prendeva, bastava essere un po’ gentile con uno degli ufficiali e, dopo una settimana, tornavi libera. Adesso, quando ti arrestano, ti fanno le stesse cose, ma poi ti tengono dentro e ti condannano”.
La sua compagna di cella è Amna, una diciassettenne sannita, molto bella. Si copre il viso con il velo, ma non può nascondere i suoi occhi intensi e nerissimi come pezzi di carbone. Non ha famiglia: “una banda di uomini armati mi ha portata via dall’ orfanotrofio” è il suo racconto “poi sono stata venduta ad altri uomini”. Si, i gestori dei bordelli di Samara e di Mosul, nel triangolo sannita. Un giorno, è stata rimandata a Bagdad, drogata e costretta ad indossare una cintura esplosiva. “dovevo farmi saltare vicino ad un imam sciita” prosegue Amna” ma sono scappata”. La sua fuga è stata interrotta dai miliziani dei madhi ( esercito di moutadaal sadr, ndr) , ai quali la ragazza si è consegnata senza sapere dove altro andare. Ha accolto quasi con sollievo i suoi sette anni di carcere che per lei rappresentano la salvezza: fuori di qui non avrebbe una casa o parenti dai quali tornare. Ad aspettarla ci sono soltanto i sanniti radicali e l’ hanno gia condannata a morte per tradimento.
In realtà il carcere è uno dei posti più sicuri di Bagdad, non si rischia di saltare in aria e le angherie non sono peggiori di quelle che queste ragazze erano costrette a subire prostituendosi per nove dollari.
INDIA : LE DONNE DIMENTICATE.
Paradossale, assurda, incomprensibile e piena di contraddizioni. Così si potrebbe riassumere la condizione femminile in India in cui le donne sono formalmente uguali agli uomini con gli stessi diritti politici e le stesse opportunità sociali e di lavoro. Un paese in cui la discriminazione sessuale è addirittura vietata dalla costituzione indiana.
Un paese in cui ai vertici della vita economica e sociale si affermano sempre di più nomi femminili. Ma anche un paese negato alle donne. Un paese in cui la discriminazione di massa resta una realtà che affonda le sue radici in tradizioni arcaiche, che le statistiche generali mettono bene in evidenza.
Su una popolazione di circa un miliardo di individui, infatti le donne, a differenza di quel che avviene in quasi tutto il mondo, sono in minoranza: il 48%. Il rapporto è di 929 donne per 1000 uomini, a conseguenza di una selezione spietata praticata talvolta ancora prima della nascita. 40 donne su 100 non hanno alcun grado di istruzione, e se in alcuni stati, l’ alfabetizzazione primaria è prossima alla totalià della popolazione femminile, non raggiunge il 28%.
Le donne occupano solo l’ 8% dei posti in parlamento, il 6,1 dell’ amministrazione pubblica, un quarto di tutta la forza lavoro registrata. E sempre più numerose sono le giovani che frequentano la facoltà di Ingegneria, di Informatica o di Economia, la presenza femminile nelle università è soltanto il 5%. Ma questi in fondo sono solo numeri. E le storie? Quelle donne indiane, raccontano casi strazianti di sfruttamento, di spose bambine vendute per un sacco di riso, di ripudi e prepotenze, di eliminazioni fisiche per questioni di dote. Il rifiuto preconcetto di una figlia, considerata come un peso per la famiglia.
Su 8000 aborti registrati a Bombay dopo un ciclo di esami mirati ad accertare il sesso del nascituro, 7999 erano feti femminili. La discriminazione fra uomini e donne nasce e si perpetua nella famiglia, secondo antiche convenzioni. La donna è destinata fin dalla nascita a stare in cucina, ad occuparsi della casa sostenendone tutto il peso. È difficile cambiare la mentalità. È così nei villaggi, è così ancora in molti ambienti della città. In una famiglia borghese, anche benestante, è normale che il cibo vanga servito agli ospiti uomini dalle donne, che poi mangiano per conto loro.
Molte cose stanno cambiando anche nella società indiana, ma nella profonda India quella dei villaggi, le tradizioni resistono anche alle riforme, nonostante il sorger di movimenti di pressione. Dal 1993 un emendamento della costituzione riserva il 33% dei posti nei consigli locali alle donne. Di fatto, anche quando vengono elette, molte sono convinte a lasciare la delega al marito, perché non hanno il tempo o la capacità di seguire i lavori. Così la forma è rispettata e la sostanza non cambia.
ISRAELE: DONNE DI PROPRIETA’.
Cosa pensereste di un marito che preferisce aggiustare la sua macchina piuttosto che portare la moglie, che sta per partorire, in ospedale? E se vi dicessimo anche che il risultato di tanto egoismo è che il bambino è nato morto? Terribile. Eppure sono cose che capitano. Capitano ad esempio nel deserto del Neghev, in Israele.
Sorvolando dall ‘alto questo fazzoletto del mondo, si notano tante piccole oasi abitate: sono i vallaggi dei beduini. Non vivono in case ma in grosse tende e dormono su materassi sparsi sulla sabbia all’ ombra di grandi tele. Intorno alle tende corrono sempre dozzine di bambini, spesso figli dello stesso padre, ma non della stessa madre. E dentro le tende, vivono rinchiuse le donne beduine.
Donne che, neanche a dirlo, sono considerate proprietà del marito. Già una proprietà. E questa è la somma di una triplice forma di discriminazione. Innanzitutto queste donne sono musulmane, e all’ interno della società ebraica israeliana rappresentano una minoranza. In secondo luogo sono donne che vivono in una società fortemente patriarcale, dove mariti e padri hanno il completo controllo su di loro. Infine, vivono nel Neghev, una zona periferica rispetto al centro di Israele e lontana dalle zone industrializzate.
La donna beduina è la vittima di una tradizione molto forte in cui la religione è mal interpretata. Tra queste donne, ci sono molte vittime di stupri e incesti. Vittime che non hanno nessuno a cui rivolgersi all’ interno della comunità, e sicuramente non possono presentare denunce alla polizia perché rischierebbero di essere uccise. Non deve stupire, quindi, che le donne beduine siano molto chiuse, difficilmente facciano capire le loro sensazioni e i loro stati d’ animo: non sono abituate a parlare con stranieri, e quindi è difficile capire cosa le faccia star male.
Molte di loro soffrono, ad esempio, di tumori al seno, ma nonostante il vicino ospedale Soroka di Beer Sheva abbia i macchinari per mammografia più avanzati al mondo, quasi nessuna si fa visitare: i mariti non vogliono che le proprie mogli vengano visitate da estranei.

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