Guerra

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Testo

Guerra

“La guerra è il male peggiore che affligge la società umana ed è fonte di ogni male e di corruzione. Ad essa non è possibile fornire una cura assoluta e immediata”.
Immanuel Kant

“Il movimento dei venti preserva il mare dalla putredine, nella quale sarebbe ridotto da una quiete durevole, così la guerra preserva i popoli dalla fossilizzazione alla quale li ridurrebbe una pace durevole o perpetua”.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel

La guerra è un massacro, questo lo sanno tutti, ma si continua comunque a farla.
Le cause per cui scoppia possono essere molte: politiche, militari, economiche, territoriali, religiose. Ma qualsiasi siano le cause è sempre la stessa cosa: GUERRA. C’è chi l’approva e chi no. Fra questi troviamo Renato Serra che vedeva la guerra come una perdita, dolore, sperpero, distruzione enorme e inutile. Nel suo “Esame di coscienza di un letterato” tratto da “La Voce” del 30.4.1915 afferma: “È una vecchia lezione! La guerra è un fatto, come tanti altri in questo modo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura: […].
Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella: per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. In questo mondo, che non conosce più la grazia. Il cuore fatica ad ammetterlo: [...] Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa?”
Un altro personaggio contro la guerra era papa Benedetto XV, il quale la definì “un inutile strage; questo perché il gioco non vale la candela”.
Anche Vladimir Majakovsfkij condannò la guerra in quanto teatro di orrori e di distruzione. Nella sua poesia l’atmosfera della guerra viene resa lugubre, segnata dal sangue e dalle grida di tante vittime. Majakovsfkij comprendeva infatti l’immane tragicità di tale evento il quale lo portò al suicidio:
“Edizione della sera! Della sera! Della sera!
Italia! Germania! Austria!”
E sulla piazza, lugubremente listata di nero,
si effuse un rigagnolo di sangue purpureo!

Un caffè infranse il proprio muso a sangue,
imporporato da un grido ferino:
“Il veleno del sangue nei giuochi del Reno!
I tuoni degli obici sul marmo di Roma!”

Dal cielo lacerato contro gli aculei delle baionette
gocciolavano lacrime di stelle come farina in uno straccio
e la pietà, schiacciata dalle suole, strillava:
“Ah, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi”
Infine, ma sicuramente non meno importante, troviamo Giuseppe Ungaretti che con le sue poesie fa capire l’orrore e la brutalità della guerra.

SOLDATI:
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Questa poesia, scritta durante una pausa dei combattimenti nel Bosco di Courton,sul fronte italo-francese,esprime quanto sia in bilico l’esistenza dei soldati che si sentono sospesi tra la vita e la morte,come le foglie sugli alberi in autunno,quando basta un soffio di vento per farle cadere.

San Martino del Carso:
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti che mi corrispondevano
non è rimasto neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
E' il mio cuore
il paese più straziato

Questa seconda poesia contiene immagini di desolazione e di morte, legate alla guerra. Gli effetti della distruzione si imbattono sulle case in uno squallido paesaggio di macerie e di rovine su cui si è abbattuta la furia degli eventi.
Ma non tutti la pensavano come Ungaretti o Serra. C’era chi vedeva la guerra come una cosa assolutamente indispensabile, come Gabriele D’Annunzio:

[…] Accesa è tuttavia l’immensa chiusa fornace, o gente nostra, o fratelli: e che accesa resti vuole il nostro Genio, e che il fuoco ansi e che il fuoco fatichi sinché tutto il metallo si strugga, sinché la colata sia pronta, sinché l’urto del ferro apra il varco al sangue rovente della resurrezione […].

Ma c’era addirittura chi vedeva la guerra come un’esperienza inebriante, quasi afrodisiaca; in ogni caso, assolutamente indispensabile per l’umanità: i futuristi, primo fra tutti Filippo Tommaso Marinetti, autore del manifesto. Marinetti, disprezza addirittura i neutralisti (immonda genia dei pacifisti), approva e addirittura istiga l’uso della violenza: “Abbiamo recentemente cazzottato con piacere, nelle vie e nelle piazze, i più febbricitanti avversari della guerra”. Egli vede lo scontro come unica soluzione per la società umana, che ne uscirà più “pulita”:

Noi vogliamo cantar l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno. Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

Nelle aree marginali del futurismo c’era anche Giovanni Papini che come Marinetti esaltava la guerra:
[…] siamo troppi. La guerra è un’operazione maltusiana. C’è un troppo di qua e un troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita […].
Lasciando quindi al mondo, solo coloro che davvero lo meritano, una sorta di “razza ariana”, come dirà Hitler negli anni successivi... Infatti, egli definisce le vittime dello scontro come il rifiuto della società:
Fra le tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? Ci metterei la testa che non arrivino ai diti delle mani e dei piedi messi insieme […].
Inoltre lui sostiene utile il massacro dei soldati, poiché “la guerra giova all’agricoltura e alla modernità”, infatti i corpi concimeranno i campi per sfamare gli uomini rimasti, i migliori. Una visione un po’ macabra ma alla fine la guerra è così.
Nonostante tutto io sono però a favore della guerra, ma sono a favore di una guerra “pulita”. Una guerra dove non ci sia uno sterminio di persone innocenti (seconda guerra mondiale), una guerra dove non si spari a donne e bambini per divertimento (Vietnam) una guerra dove i prigionieri non vengano torturati, decapitati, bruciati vivi o costretti a delle orge (quella attuale in Afghanistan). Per evitare tutto ciò, fin dal diciannovesimo, sono state elaborate delle norme che però a partire dai due conflitti mondiali non sono state seguite più di tanto.
UN SOLDATO DEVE:
1 Rispettare la disciplina militare e le leggi di guerra, create per la sua stessa protezione e per ridurre sofferenze inutili.
2 Trattare in modo umano tutte le persone che cadono nelle sue mani e proteggerle dai pericoli della guerra. Ciò significa permettere ai prigionieri di guerra di tenere i loro elmetti e il corredo NBC: può succedere che si trovino sotto vento nel caso di un attacco con armi chimiche, o che siano bombardati dai loro caccia mentre vengono trasferiti nelle retrovie.
3 Raccogliere e curare i feriti, nemici inclusi. Questo può andare a vostro vantaggio: un nemico trattato in modo umano sarà più disposto a parlare con chi l’ha catturato. Fotografie illustranti prigionieri che ricevono cure mediche fanno sembrare giusta la vostra causa e possono spingere altri nemici ad arrendersi.

UN SOLDATO NON DEVE:
4 provocare danni e feriti di quanto sia effettivamente necessario alla sua missione militare. Se distruggete una città con attacchi aerei e di artiglieria, non troverete l’appoggio della popolazione, anche se la state liberando.
5 Impadronirsi di oggetti del nemico per proprio uso personale.
6 Usare veleno o modificare le proprie armi o munizioni così da causare più ferite o danni.

UN SOLDATO NON DEVE ATTACCARE:
7 I civili che non sono coinvolti nel combattimento. Ma se i civili sono armati e indossano uniformi o insegne dei partigiani o guerriglieri, allora sono impegnati in attività belliche e le regole di guerra valgono anche per loro
8 Il personale medico e militare e i cappellani.
9 Per ovvie ragioni non dovete attaccare ospedali, veicoli a uso medico o personale medico.
10 Nemici che non possono più combattere perché si sono arresi o perché sono feriti.
11 Gli edifici civili e i terreni non adibiti a scopo militare o che non hanno alcuna importanza militare.

SE CATTURATO UN SOLDATO DEVE:
12 dare il proprio nome di matricola, grado, nome, cognome e data di nascita – nient’altro. Queste informazioni vengono trasmesse alla potenza protettrice, uno stato neutrale incaricato di controllare che le leggi di guerra vengano rispettate. Essa può a sua volta trasmetterle al paese natio del soldato, in modo che il suo nome cessi di essere sulla lista dei dispersi e passi su quella dei prigionieri. E’ nell’interesse stesso del soldato dare queste informazioni, ma qualsiasi altra informazione è segreto militare, pertanto è suo compito non diffonderla.

Sbaglio o dalla seconda guerra mondiale in poi queste regole non sono state più di tanto seguite?
Gli antichi Greci, distinguevano due tipi di conflitto:
STASIS, una violenza soggetta a limiti e regole in quanto esercitata da soggetti che si riconoscevano come tali (e che danno per scontato che il momento della violenza sarà inevitabilmente seguito dalla ricomposizione e dalla convivenza);
POLEMOS, la violenza senza limiti: violenza-distruzione totale, violenza-sterminio, nei confronti del totalmente “ALTRO”, del barbaro.
Io quindi sono a favore di una guerra di tipo stasis, un conflitto dove ci sia giustizia, cosa che ultimamente viene lasciata da parte per far spazio alla forza.
Continuando a parlare di giustizia e di forza vorrei concludere con queste parole di Pascal:

La giustizia senza la forza è impotente, la forza senza la giustizia è tirannica.
La giustizia senza la forza viene contraddetta, perché ci sono sempre dei malvagi;
la forza senza la giustizia è sotto accusa.
Bisogna dunque mettere d’accordo la giustizia e la forza e, per questo,
far si che quello che è giusto sia forte, oppure che quello che è forte sia giusto.
La giustizia è soggetta a controversia, la forza è molto riconoscibile e indiscussa.
Quindi non si è riusciti a dare forza alla giustizia,
dato che la forza contesta la giustizia e sostiene che essa è ingiusta,
mentre a essere giusta è soltanto lei.
Pertanto, non riuscendo a far si che quello che è giusto sia forte,
si è fatto che quello che è forte sia giusto.

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