Goldoni: descrizione dei patrizi

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Testo

SITUAZIONE SOCIALE E POLITICA A VENEZIA

I Patrizi erano l'elite ereditaria tra cui venivano scelti il doge e i membri dei consigli e delle magistrature.
Fondavano le proprie ricchezze sul commercio marittimo e si configuravano essenzialmente come una casta chiusa. Nessuna delle varie famiglie patrizie riuscì ad imporsi su tutte le altre .
La veste dei patrizi era la toga, lunga fino ai piedi, allacciata in vita da una cintura, bordata di pelliccia d'inverno, rossa per i consiglieri ducali, azzurra per altri magistrati e nera per quelli sprovvisti di cariche speciali.
I patrizi dovevano vestirsi così per essere riconosciuti tra i cittadini.
Vennero ideati vari mezzi per compensare i cittadini della mancanza di diritti politici e per garantire la loro fedeltà alla costituzione vigente.
Il prestigio sociale e il potere economico derivanti da questi incarichi, distoglievano i cittadini da ambizioni politiche che avrebbero minacciato le posizioni del patriziato.
Nacquero così delle confraternite laiche divise in due gruppi: Scuole Grandi e Scuole Piccole.
Erano le famiglie facoltose a prendersi cura delle confraternite minori e a provvedere alla manutenzione delle altre, per aumentare il proprio prestigio.
Tutti coloro che non facevano parte del Patriziato rientravano nella vasta categoria dei popolari, ma non tutti i popolari erano uguali tra loro.
Mentre i Patrizi erano considerati "cives" e detenevano tutti i diritti civili, i lavoratori manuali si trovavano dalla parte opposta della scala sociale, ne erano invece privati.
Questa distinzione rispecchiava molto la struttura della società Veneziana, nella quale a mezza strada fra il Patriziato e la plebe, si estendeva la categoria dei cittadini.
Costoro erano suddivisi in tre categorie :
I primi erano i cittadini "de Intus": erano riconosciuti tali coloro che avessero vissuto a Venezia per almeno quindici anni, durante i quali avessero sempre pagato le tasse regolarmente.
Dopo venticinque anni di residenza ininterrotta e pagamento dei contributi, il cittadino "de Intus" poteva diventare cittadino "de Intus et de extra".
Ma la cittadinanza più ambita era quella originaria o "de Jure", nella quale entravano di diritto tutti coloro i cui ascendenti avessero avuto la pienezza dei diritti Veneziani.
Il filosofo Gasparo Contorini definiva la cittadinanza originaria come una sorta di "nobiltà di popolo" e i cittadini originari godevano di privilegi sostanziali e concreti, potevano svolgere le stesse attività dei Patrizi, godendo degli stessi vantaggi doganali e partecipando agli stessi oneri fiscali. Esercitavano le attività considerate più autorevoli, sopratutto l'avvocatura e accedevano alle alte cariche ecclesiastiche.
Che i cittadini Veneziani fossero insoddisfatti della loro condizione sociale, non esiste alcun indizio.
La classe popolare é al suo interno stratificata : in alto ci sono i dipendenti dello Stato, iscritti alle circa centotrenta "arti" (gli equivalenti Veneziani delle corporazioni), mentre ai livelli più bassi troviamo la massa dei lavoratori generici e la manovalanza. All'orlo superiore della classe c'é una serie di funzionari minori (ministri); essi sono dei privilegiati e hanno il diritto di partecipare alle processioni dogali.
L'ammissione dei garzoni e degli apprendisti alle arti era legata ai buoni costumi e all'onestà degli aspiranti che dovevano aver compiuto dodici anni.
Una condizione particolare era quella dei pescatori, gente per lo più poverissima e dedita alla minuta pesca lagunare,
Anche chi non era iscritto a un'"arte" poteva usufruire dell'assistenza fornita dalle scuole che praticavano attività assistenziale verso i poveri come pratica edificante e devozionale.

Venezia nel settecento

Nel '700 Venezia si trovava in una condizione di debolezza politica. La repubblica veneta non giocava più quel ruolo di grande potenza che aveva esercitato sul panorama mondiale, soprattuto verso Oriente, nei secoli di maggiore splendore.
Uno degli aspetti più clamorosi di questa decadenza, di grande significato simbolico, fu la progressiva perdita della “Signoria dell’Adriatico”, cioè la fine della pretesa di controllare in modo esclusivo il traffico mercantile e militare in quella zona del Mediterraneo. In quei decenni Trieste ed Ancona contendevano a Venezia il primato di maggiore porto commerciale dell’Adriatico e soprattutto sfidavano la tenuta dei regolamenti Veneziani e l’applicazione dei relativi dazi sulle merci.
Sicuramente la Venezia del 700 non aveva la forza politica e militare dei secoli d’oro, ragion per cui, trovandosi stretta come in una morsa tra l’Austria e la Spagna, le due superpotenze dell’epoca, scelse la strategia della neutralità politica.
Militarmente arretrata e finanziariamente in crisi la Repubblica optò per questa strategia, garantendo così al proprio popolo un lungo periodo di pace che attraversò tutto il secolo XVIII, dal 1718 al 1797.
Il sentimento di decadenza era comunque diffuso nella popolazione, soprattutto perchè “i Veneziani del tempo [...] non facevano ciò che avevano fatto i loro avi” (Lane) e questo li spinse verso l’imitazione del passato, in una ricerca quasi morbosa dei loro modelli ancestrali.
In questo clima nostalgico e malinconico si sviluppa quindi il settecento Veneziano, che per contrappasso fu anche un secolo frivolo e mondano.
La miscela dei diversi elementi che caretterizzavano la società veneziana (nostalgia del passato, frivolezza, fermenti culturali ed artistici, una certa decanza morale e licenziosità) generava un clima eccitante, fantastico, misterioso, che si riversò collettivamente nel fenomeno del Carnevale.
Non va dimenticato che nella rappresentazione collettiva Venezia rimaneva sempre la città degli antichi splendori: infallibile nella saggezza del suo governo (il Senato), fiera della sua libertà, indipendente sin dai tempi dalla sua fondazione sull’isolotto di Rialto, estranea ai fermenti rivoluzionari e alle angosce della nascente modernità.
Venezia infatti era sempre uguale a se stessa, apparentemente coesa, solida, indistruttibile, oligarchica, immutabile.
Tutto ciò alimentava il mito e la magia di una città surreale, sospesa nello spazio e nel tempo.
Si può pensare che furono gli stessi cittadini a coltivare questo mito, interessati loro stessi a esaltare, imitare e perpetuare i modelli dei loro avi.
Soprattutto per questi motivi Venezia attirava un sempre crescente “turismo aristocratico”. La città era inoltre una tappa fondamentale del cosiddetto “Grand Tour”, quel percorso formativo che i giovani letterati europei come, tra gli altri, Gohete e Montesquieu dovevano obbligatoriamente percorrere.
Culturalmente infatti la Venezia del sei-settecento conobbe una stagione d’oro. Basti pensare ai ben 17 teatri, costruiti per una popolazione di soli 140.000 abitanti. In quegli anni le rappresentazioni erano molto seguite e Venezia era considerata il maggiore centro operistico del mondo. I suoi maestri furono grandi musicisti come Monteverdi, Cavalli e Cesti.
Il settecento diede poi molto spazio alla commedia con Carlo Goldoni che rivisitò la forma della “commedia dell’arte”: una rappresentazione in cui le maschere servivano a far capire al pubblico qual era il personaggio rappresentato: ad esempio Arlecchino e Pantalone.
Questo tipo di maschere usate nei teatri erano però tutt’altra cosa rispetto alle maschere indossate invece nella vita di tutti i giorni durante il Carnevale, in particolare la Bauta.
Quest'ultima infatti doveva solamente nascondere l’identità di una persona. Era più uno strumento che non il fine del travestimento.
Per questo motivo Bauta e Carnevale ottenero grande successo a Venezia.
Perché attraverso il mascheramento si poteva celare la propria identità e quindi partecipare più facilmente al clima festoso e mondano che regnava in quei tempi
La gente andava in giro mascherata, eccitata dalle possibilità che l’anonimato poteva fornire: non solo avventure amorose, ma anche fingersi un nobile e scavalcare così stratificazioni sociali molto rigide, oppure per un nobile mischiarsi nel popolo senza perdere la reputazione, oppure ancora entrare nelle case da gioco (ridotti) senza essere riconosciuti.
Luoghi tipici di quei tempi erano i caffè, che aprirono a decine soprattutto attorno a piazza San Marco (Florian 1720, Quadri 1775) diventando luoghi di incontro abituale e di discussione; i ridotti, case da gioco di proprietà nobiliare, in cui molti patrizi trascorrevano giornate e notti intere attorno ai tavoli da gioco. Non solo si giocava d’azzardo ma si conversava, si facevano spuntini e si beveva il caffè, meglio se mascherati. Nel ridotto di San Moisè ad esempio c’erano ben dieci sale riservate ai giocatori e altri salotti dedicati invece all’intrattenimento.
Il carnevale quindi, fenomeno culturale presente in molte società, acquistava a Venezia un significato particolare e diverso. Rappresentava qui la "scusa" per mascherarsi e poter partecipare al clima festoso e mondano della città.
Ecco perchè a Venezia il carnevale è arrivato a durare anche parecchi mesi.
La bauta poteva sorgere e aggirarsi solo in questa città... in questa particolare alchimia storico-culturale.
Mentre altrove la maschera rappresentava un personaggio o uno stato d’animo, a Venezia serviva solo a nascondere.
E una maschera progettata per questo scopo doveva essere inespressiva, anonima, funzionale: così nacque la bauta, la vera maschera di Venezia.

Governo
descrizione idilliaca di governo in realtà oligarchico

La sovranità apparteneva formalmente all'Arengo (il popolo veneziano), che la esercitava nel momento dell'approvazione del Doge, eletto con un complicato sistema, elaborato per impedire brogli: nelle epoche più antiche l'approvazione rappresentava una vera e propria conferma da parte dei cittadini liberi dell'elezione del "Dux" veneto-bizantino da parte dei patrizi e del clero, poi, con il progressivo instaurarsi della forma oligarchica della Repubblica, il residuo dell'antico potere venne a sedimentarsi nella tradizionale acclamazione del popolo al nuovo Doge.
Il Doge rappresentava formalmente la sovranità e la maestà della Repubblica, ma aveva scarso potere (essenzialmente il diritto di guidare in guerra l'esercito e la flotta) ed era coadiuvato e controllato nelle proprie funzioni da sei consiglieri, coi quali costituiva il Minor Consiglio (o Serenissima Signoria). La sovranità risiedeva invece nel Maggior Consiglio, l'organo fondamentale dello Stato (esso rappresentava fino alla "Serrata del Maggior Consiglio" i notabili della città, poi i membri della sola aristocrazia), al quale appartenevano di diritto i membri maschi e maggiorenni delle grandi famiglie patrizie, mediamente circa un migliaio di individui. Il Maggior Consiglio esercitava poi la propria sovranità attraverso dei Consigli minori di sua emanazione: il Collegio, cioè il governo della Repubblica, il Senato (o Consiglio dei Pregadi), responsabile per la politica estera, il Consiglio dei Dieci, responsabile della sicurezza dello Stato, e i tribunali della Quarantia. In particolare il Consiglio dei Dieci venne nel tempo a costituirsi come un organismo quasi onnipotente, baluardo delle istituzioni repubblicane e dell'ordinamento oligarchico.
L'aristocrazia veneziana era una categoria sociale relativamente aperta: ad essa si poteva accedere per grandi meriti e servigi offerti alla Repubblica. In pochi casi, per rimpinguare le finanze in tempo di guerra, la Repubblica vendette l'iscrizione al "libro d'oro" dell'aristocrazia. L'aristocrazia non era solo una classe di privilegiati, ma anche di servitori professionisti dello Stato, educati nell'università di Padova. Infatti i nobili veneziani lavoravano nell'amministrazione anche come segretari di ufficio, contabili, capitani di porto, e anche giudici. Per impedire il concentrarsi del potere in poche mani, garantire un certo ricambio e consentire al maggior numero di aristocratici di avere un impiego, tutte queste cariche erano di breve durata, spesso di un solo anno. Erano spesso mal pagate, tanto che molti nobili sopravvivevano grazie alla assistenza pubblica per gli aristocratici poveri.
Un capitolo a parte merita l'amministrazione della Giustizia, ammirata per secoli in tutto il mondo tanto da meritare alla Repubblica il titolo di Serenissima, proprio per la maniera equilibrata di fare giustizia. Essa si basava su un ridotto ruolo degli avvocati, su giudici non di carriera (aristocratici nominati per 1 o 2 anni, anche nelle alte gerarchie), e soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza) ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando la applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l'equilibrio naturale delle cose.
La Serenissima Signoria
Si componeva del Doge, dei suoi sei consiglieri (uno per ciascuno dei Sestieri della città) e dei tre capi della Quarantia,dava udienza, riceveva gli ambasciatori e presiedeva tutti i vari Consigli in cui si articolava il governo della Repubblica. I consiglieri ducali costituivano insieme il cosiddetto Minor Consiglio, che coadiuvava e sorvegliava il "Serenissimo Principe" nelle sue funzioni, lo sostiuiva nei casi d'assenza o impedimento e ne apriva e curava la corrispondenza.
Il Collegio
Si componeva della Serenissima Signoria e dei sei "Savi Gradi", dei cinque "Savi di Terraferma" e dei cinque "Savi agli Ordini", che costituivano nel complesso i ministri della Repubblica: quest'organo disponeva quindi di funzioni esecutive.
Il Senato
Noto anche come Consiglio dei Pregadi (lett. di coloro che venivano "pregati" di fornire il proprio consiglio al Doge), si componeva del Collegio e di sessanta senatori, cui si aggiunsero successivamente altri sessanta membri che costituivano la cosiddetta Zonta (lett. "Aggiunta"). Il Senato era l'organo deliberativo della Repubblica, che si occupava di discutere della politica estera e dei problemi correnti, per i quali si configurava come un organismo decisionale più snello rispetto al Maggior Consiglio.
Il Consiglio dei Dieci
Venne inizialmente istituito in via temporanea nel 1310 in seguito alla fallita congiura di Bajamonte Tiepolo venne più volte prorogato fino a divenire nel 1334 un organo stabile del governo della repubblica. Composto da dieci membri con incarico annuale, aveva ampi poteri al fine di garantire la sicurezza della repubblica e del suo governo.
Il Tribunale Supremo de la Quarantia
Il Maggior Consiglio
Era l'organo sovrano dello Stato veneziano e vi appartenevano di diritto tutti i membri maschi e maggiorenni delle famiglie patrizie (cioè quelle iscritte nel "Libro d'Oro" della nobiltà cittadina): tale assemblea coincideva in pratica con la Repubblica stessa, avendo competenza illimitata in qualunque materia e procedendo all'elezione di tutti gli altri consigli e magistrature.
La Repubblica di Venezia: il governo
La base della struttura era il Maggior Consiglio, parlamento sovrano al quale erano inscritti tutti gli aristocratici, al compimento dei 25 anni. Questo organo, composto in media di 1500 aventi diritto, oltre a ratificare le leggi di maggiore importanza; eleggeva diverse magistrature, e i membri di quelle che oggi chiameremmo commissioni, preposte a risolvere ed approfondire vari problemi.
Solo i componenti del Consiglio potevano accedere al governo dei territori, alle più importanti cariche di comando della flotta, alla carriera diplomatica.
Nel 1297 l'appartenenza al Maggior Consiglio divenne un diritto ereditario: questo può essere giudicata una mossa, con cui la neonata aristocrazia voleva assicurare a sé ed ai suoi eredi i privilegi del potere. Va detto invece che molti studiosi lo vedono come un tentativo riuscito di codificare un modo di governare che avrebbe posto al sicuro la Repubblica da tentativi di predominio di una singola famiglia ( cosa che stava avvenendo in tutti gli altri stati italiani).
Il Senato e la Zonta
Il Maggior Consiglio eleggeva anche il Senato, chiamato anche Assemblea dei Pregadi, che arrivava a due–trecento componenti. Sessanta erano i Senatori eletti ogni anno in dieci adunanze, tenute in agosto e settembre.
I rimanenti formavano la Zonta: questa veniva eletta dai Senatori e la nomina ratificata dal Maggior Consiglio. Si aggiungevano tutti coloro, le cui cariche davano diritto automatico all'ingresso in Senato. In questo organismo più snello e rapido nelle decisioni, si concentrò il maggiore potere della repubblica, si eleggevano gli ambasciatori e si creava il Collegio.
Il Collegio
Era composto da sedici Savii, in carica per sei mesi e guidati da sei magistrati, detti Savii grandi, preparavano l'ordine del giorno per i Pregadi (Senatori) e presentavano proposte relative al governo della Repubblica. Di tale organismo facevano parte anche i seguenti ordinamenti:
Savii di Terra Ferma, nel numero di cinque, si occupavano delle forze di terra.
Savii agli Ordini, come sopra, si occupavano del settore marittimo. Questa era una carica riservata ai giovani "di prima barba", che iniziavano così la carriera politica.
Quarantia al criminal: composta di tre persone, rappresentava il supremo organo giudiziario penale. Era un curioso ibrido politico giudiziario, dato che i suoi membri erano Senatori de officio, ed i suoi capi, partecipavano all'attività del Collegio. Il potere giudiziario e legislativo si intersecavano (cosa impensabile ai nostri tempi, ma possibile quando una classe governa per il bene comune.)
Il doge stesso con i sei Consiglieri Dogali faceva parte del Collegio; il suo incarico era a vita ed era il coordinatore principale dei vari organi di governo, e vigilava affinché non oltrepassassero i propri limiti e competenze.
I sei consiglieri doganali, eletti uno per ogni sestiere di Venezia, sedevano a fianco del Principe e duravano in carica otto mesi; controllavano attentamente l'operato del doge, in quanto senza la presenza e la sottoscrizione di almeno quattro di questi il doge non poteva dire o deliberare alcuna cosa. Allo stesso modo, non si potevano riunire il Consiglio dei Dieci, i Pregadi, né il Gran Consiglio, né il Collegio senza quattro di loro.
Consiglio dei Dieci
Organo un po' al di fuori della struttura piramidale del potere, nato come magistratura straordinaria, fin dalle sue origini ebbe il compito di vegliare sulla sicurezza dello Stato, risolvendo i problemi con particolare segretezza, esulando dalla normativa ordinaria. Poiché tale organismo interveniva anche su questioni concernenti la guerra e la pace, settore di competenza del Senato, accadeva che qualche volta i due organi entrassero in conflitto. Ciò portò ad una più precisa definizione dei compiti di tale istituzione.
Come si evince dal nome, era composto da dieci membri, di solito eletti dal Maggior Consiglio tra i senatori; l'età minima richiesta era di quaranta anni e non vi dovevano esser parenti in carica nello stesso momento.
Dal 1427 in poi anche i consiglieri Dogali ebbero l'obbligo di partecipare alle sedute dei Dieci, mentre per il doge era un diritto senza obbligo. Massimo quindi fu lo sforzo di controbilanciare e controllare l'enorme potere del Consiglio dei Dieci, che in ogni caso raramente si abbandonò ad arbitrii ed ingiustizie.

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