GIOVANNI VERGA (Catania 1840-1922)

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GIOVANNI VERGA (Catania 1840-1922)

Manzoni e Verga, a prescindere da ogni giudizio soggettivo riguardante i loro componimenti (compreso il mio che potrebbe essere piuttosto negativo), hanno dato sicuramente un grande contributo alla letteratura italiana; si pensi che se non fosse esistito Manzoni, probabilmente non avremmo mai sentito parlare di romanzo (in Italia); d’altro canto, se non fosse esistito Verga, probabilmente in Italia non sarebbe mai nato il romanzo moderno.
Il motivo per cui ho introdotto Manzoni accanto a Verga è quello di fare un confronto tra i due autori, per capirne le differenze, e capire quindi il distacco tra romanticismo e verismo: Manzoni è lo scrittore del narratore onnisciente che conosce gia i fatti e le psicologie dei personaggi; mentre Verga (almeno quello dei grandi romanzi) rinuncia a tale prospettiva, adottando un punto di vista coincidente con quello dei personaggi: il suo narratore non sa niente dei fatti e delle varie psicologie, poiché entrambi si devono evincere dalle descrizioni popolari, e colui che scrive non deve far trasparire minimamente le proprie opinioni.
E’ questa la rivoluzione stilistica del Verga: si abbandona per la prima volta quell’ atteggiamento di dominio nei confronti dei personaggi; e questa è sicuramente una grossa rinuncia. Il popolo non è più visto con distacco, anzi si guadagna il posto di protagonista determinando la prospettiva del racconto. La rivoluzione tematica verghiana sta proprio nel far entrare di prepotenza le masse contadine nei romanzi, nella letteratura.
Verga è l’ultimo rappresentante della generazione romantico-risorgimentale, e ne vive le contraddizioni: il protagonismo sociale degli intellettuali romantici, non è più possibile in una società dominata dagli interessi economici e dal potere industriale. L’adesione al verismo (e di conseguenza all’impersonalità), non è quindi solamente una scelta stilistica, ma anche la conseguenza di una crisi storica. La grandezza di tale scrittore sta proprio qui: dopo Verga, la rinuncia di un ottica ideologica, e quindi del narratore onnisciente, diventerà di uso comune fra gli scrittori del novecento.

BIOGRAFIA

Personaggio dalla psicologia schiva e riservata, Verga si dedicherà per ben trent’anni alla letteratura. Dal 1875 al 1893 fu al centro dell’attività letteraria milanese (al tempo all’ avanguardia della ricerca artistica italiana). La sua attività artistica terminerà solo dopo il 1890 con l’avvento di D’annunzio.
Nasce a Catania da una famiglia di proprietari terrieri, di provenienza nobile; quando Garibaldi guidò i mille in Sicilia, Verga aveva solo ventanni; questo fatto lascerà un segno indelebile nella sua mentalità, tanto che egli rimase sempre fedele ai valori risorgimentali (a sedici anni scrive un romanzo dal titolo amore e patria, e successivamente altri romanzi di tematica patriottica)
Nel 1869 si stabilisce a Firenze (allora capitale d’Italia), dove entra in contatto con intellettuali tardo-romantici quali Prati e Aleardi. In questa città compone storia di una capinera, romanzo epistolare nella quale conclusione si notano gia degli interessi per le situazioni estreme, tipiche degli scapigliati. Comincia la stesura di Eva.
Nel 1872 si trasferisce a Milano (al tempo capitale letteraria ed economica) fino al 1893; qua instaura diverse amicizie con scrittori scapigliati, tra cui Praga e Boito. In questa città, estremamente avanzata economicamente, Verga capisce che l’epoca romantica è finita, e che l’ arte è diventato ormai un lusso inutile, in una società dominata dalle imprese e dalle industrie. Nel ’75 (dopo la pubblicazione di Eva), pubblica Tigre reale; qua si sente forte l’influenza della scapigliatura. Intanto nel 1874 aveva scritto Nedda, novella ispirata agli ambienti contadini siciliani, dove si nota l’avvicinamento dello scrittore al verismo, tuttavia quest’ultima non può essere considerata un opera verista; infatti la sua adesione al naturalismo arriva nel 1877, e il suo primo racconto verista è Rosso malpelo. In questo periodo Verga abbandona l’idea di un bozzetto intitolato Padron n’Toni, per riscriverlo in chiave di romanzo verista: uscirà nel 1881 col titolo I Malavoglia. Nel 1888 è la volta di Mastro Don Gesualdo, romanzo che doveva far parte di un ciclo (il ciclo dei vinti)che rimase incompiuto.
Dal punto di vista politico, Verga aderisce dapprima alla destra storica (il loro programma proponeva un potenziamento dell’agricoltura a scapito dell’industria: la cosa era positiva per un proprietario terriero), per poi distaccarsi completamente dalla politica, diventando sempre più conservatore, e talvolta reazionario e nazionalista.
Nel 1893 torna a Catania; il suo pessimismo arriva ormai a sfiorare il cinismo (anche nella vita privata); si dedicherà per qualche anno al teatro. Nel 1920 viene nominato senatore, ma muore solo due anni dopo: il 24 gennaio del 1922.

VERGA E IL POPOLO

Solitario, riservato, chiuso in una sorta di cronica malinconia e rassegnazione, il Verga dedicò molti anni della sua vita alla stesura di romanzi in cui compariva prepotentemente, insieme alle sue problematiche, il mondo contadino siciliano.
Subito dal primo approccio con i suoi testi potrebbe emergere un dubbio: per quale motivo una persona conservatrice e talvolta reazionaria come lui, mette a nudo le gravi problematiche delle condizioni di vita del mezzogiorno?
I suoi intenti erano tutt’ altro che rivoluzionari: la sua stessa visione del mondo non lasciava spazio che alla rassegnazione. La vita, per Verga, era una fiumana che ci trascinava via violentemente; ogni tentativo di aggrapparsi ad un argine (quindi di cercare di “cambiare” in qualche modo il destino del mondo), non faceva altro che accelerare il decorso naturale delle cose, e anticipare il brutale destino umano; in Verga non entra la speranza: l’affetto, e persino l’amore, restano chiusi nell’ ambito familiare; in quella sorta di eterna lotta che era la vita, solo il più forte era destinato a vincere, mentre il debole, fatalmente a soccombere.
Ma è proprio da questo pessimismo che scaturisce la sua grandezza, poiché una simile concezione del mondo, in cui non esiste speranza di riscatto (neppure religioso), rappresenta gia di per se una denuncia nei confronti della società, con una forza che, probabilmente, nessun movimento populista avrebbe potuto avere.

LE OPERE PIU’ IMPORTANTI

Nedda (1874)

Nedda è una novella uscita nel 1874 dove, per la prima volta Verga sceglie un ambientazione e dei personaggi di umile estrazione sociale: Nedda è infatti un’orfana raccoglitrice di olive che, in quanto povera e indifesa, viene trattata peggio delle altre compagnie. Dopo la morte della madre ella rimane sola e si innamora di Janu (un contadino); questi si ammala di malaria, ma decide di continuare ugualmente a lavorare. Stanco e stremato dalla malattia un giorno casca da un albero e muore. Nedda rimane ancora sola, e questa volta anche incinta di Janu. Alla nascita, si rifiuta di portare la bambina alla ruota (luogo dove venivano abbandonati i figli illegittimi), per questo viene condannata dal prete, e accusata dalle comari. Purtroppo non può far altro che assistere alla morte per stenti della figlioletta.
La scelta di personaggi e ambienti contadini è molto importante, ma non è sufficiente a poter affermare l’adesione di Verga al verismo: in Nedda manca del tutto l’impersonalità; l’autore interviene spesso per difendere la protagonista, non senza atteggiamenti morali.
Anche dal punto di vista stilistico e linguistico, la novella non può essere definita verista: il linguaggio è un fiorentinismo di maniera, mentre le espressioni popolari sono scritte in corsivo per sottolineare il cambio di registro linguistico.
Tuttavia si nota un progressivo distaccamento dell’autore dalle poetiche scapigliate (siamo ormai all’alba del grande passo)

Vita dei campi e Rosso mal pelo (1880)

Vita dei campi è la prima opera verista di Verga. E’ una raccolta di otto novelle scritta tra il 1878 e il 1880. La novità non si trova tanto nell’ ambientazione e nell’umile estrazione sociale dei personaggi (questo era gia accaduto in Nedda), quanto nella scelta di assumere la loro prospettiva: la voce narrante è quella dei personaggi.
Alla base di queste novelle sta una profonda contraddizione psicologica, che accompagnerà Verga anche nei malavoglia: da una parte l’autore vuole mostrare come nella società moderna tutto sia mosso dalla molla dell’interesse economico ed egoistico, dall’altra c’è una sorta di visione romantica del mondo arcaico-rurale, capace di conservare valori autentici. La presenza di quest’elemento romantico è confermata dal ricorrente tema amore-passione, all’interno delle novelle
Questa contraddizione viene comunque superata con il prevalere del primo aspetto sul secondo; ad esempio, in particolare in Cavalleria rusticana, si nota proprio il prevalere dell’interesse economico sull’amore: qua la protagonista (Lola), lascia il povero Turiddu per sposarsi con l’agiato carrettiere Alfio.
Ma un altro aspetto dominante in Vita dei campi, è sicuramente il tema dell’escluso, questo soprattutto nel capolavoro di queste novelle: Rosso malpelo. Rosso è l’emblema della diversità: non solo è orfano, ma ha anche i capelli rossi, simbolo di estraneità e (per il popolo) di cattiveria.
Qua Verga adotta per la prima volta l’artificio dello straniamento: il punto di vista del narratore, che è esplicito e reputa strano ogni atteggiamento del protagonista, si trova a contrasto con quello (implicito) dell’ autore, che finisce per emergere facendo capire la realtà delle cose (lo strano non è Rosso, ma chi lo reputa tale). La tecnica è quella di sostenere una tesi (in questo caso farla sostenere ai personaggi) ma, contemporaneamente, far capire che è possibile l’esatto opposto.
Verga riesce così a far emergere le proprie opinioni, pur restando all’interno dei canoni del verismo.

I Malavoglia (1881)

Gia nel settembre 1875 Verga aveva sviluppato l’intreccio di quello che sarà il romanzo I Malavoglia, sottoforma di un “bozzetto marinaresco” intitolato Padron ‘Ntoni . Probabilmente l’idea di usare lo schema del bozzetto, gli era sorta dal grande successo riscosso da Nedda (chiamato dall’autore “Bozzetto siciliano”); ma successivamente, con la sua adesione al verismo, Verga reintraprende la stesura di questa trama, stavolta sottoforma di un romanzo dal titolo I Malavoglia, che è un soprannome scherzoso, sull’uso di quelli usati nel linguaggio siciliani; gia dal titolo quindi Verga compie una scelta stilistica: quella di adottare il linguaggio e l’ottica dei personaggi (secondo i canoni veristi)

IL PROGETTO DEL CICLO DEI VINTI

Contemporaneamente Verga stava lavorando ad un ciclo di cinque romanzi (dapprima chiamato “della marea”, poi “dei vinti”), di cui I Malavoglia doveva essere il primo. Tutto questo è documentato in una lettera dell’autore a Verdura, che farà da introduzione al romanzo. Il ciclo aveva l’esigenza di studiare gli effetti provocati dal progresso su ogni strato della società, partendo dal più basso (la famiglia Toscano, protagonista de I Malavoglia era una famiglia di pescatori), per arrivare al livello più alto (L’uomo di lusso).
Questo progetto non fu mai concluso (sono stati scritti solo I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo), poiché più che si sale nella società, più che diventa difficile tale operazione: secondo i canoni del verismo, gli stati d’animo dei personaggi, non potevano essere descritti attraverso un introspezione psicologica, ma andavano fatti capire al lettore attraverso i loro gesti, le loro parole; questo risulta difficile quando i personaggi diventano persone colte, che in quanto tali tendono a nascondere i propri sentimenti e le proprie emozioni.

LA VICENDA

La vicenda abbraccia un periodo compreso tra il 1863 e il 1878. Protagonista è la famiglia Toscano, pescatori del paesello di Aci Trezza, soprannominati da lungo tempo i malavoglia. La famiglia, che vive nella casa del nespolo, è composta dal patriarca Padron ‘Ntoni, suo figlio Bastianazzo e sua moglie Maruzza, e i cinque nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Lia, Alessi.
Le disgrazie cominciano quando ‘Ntoni (il nipote), viene richiamato a svolgere il servizio di leva e Padron ‘Ntoni, per sopportare lo sgravo economico che ne derivava, decide di comprare una partita di Lupini che suo figlio Bastianazzo avrebbe dovuto vendere a bordo della barca la Provvidenza. Sfortunatamente la barca affonda e Bastianazzo muore; questo causa un progressivo indebitamento della famiglia che decide di vendere la casa. Intanto Luca, partito al posto di ‘Ntoni, muore durante la battaglia di Lissa, mentre ‘Ntoni comincia a frequentare brutte compagnie e viene arrestato per contrabbando. Lia, sulla quale correvano brutte voci, scappa e diventa prostituta in città, mentre Mena, rinuncia a sposare il tanto amato carrettiere Alfio per andare a vivere con Alessi e la moglie e riscattare la casa del nespolo.
Non è un caso che le disgrazie comincino tutte dopo la convocazione di ‘Ntoni: probabilmente Verga vedeva la leva militare obbligatoria (inesistente nell’ Italia pre-unitaria) una sorta di rinnovamento, quindi di progresso, che in quanto tale (secondo la visione del progresso di Verga) non poteva che essere la causa di una serie di catastrofi.

I PERSONAGGI

Un ruolo fondamentale all’interno del romanzo è sicuramente quello svolto dal villaggio di Aci Trezza nel quale cominciano e si svolgono le disgrazie della famiglia. Lungi dall’essere solamente uno sfondo, il villaggio interviene nelle vicende amplificandole e commentandole, così come fa con i vari personaggi; tanto che si può tranquillamente parlare di questo romanzo come di un opera corale. Tuttavia questa caratteristica non esclude, ne sminuisce il rilievo di alcuni personaggi, tra cui Padron ‘Ntoni, e il nipote ‘Ntoni, che possono essere considerati i due cardini della visione verghiana del mondo: Padron ‘Ntoni e il simbolo dei valori ancestrali, della “religione” della famiglia, è colui che difende la necessità che ognuno si accontenti del proprio strato sociale; al contrario ‘ntoni incarna la voglia di nuovo, di cambiamento, di progresso che ,secondo Verga, non può che portare al disastro; per entrambi la legge è la stessa, solo che il primo la accetta, mentre l’altro la rifiuta.
Bastianazzo, che è l’inizio di tutti i guai, è la prima tragica conferma di quella “legge dell’ostrica” che lega ognuno al suo scoglio.
Un legame simile a quello fra ‘Ntoni e il nonno, è quello fra Mena e la sorella Lia: infatti Lia, disonorata dalle voci del paese, si macchia del “crimine” di aver trasgredito la legge naturale della sottomissione silenziosa ad una immutabile condizione, mentre la sorella è una vittima volontaria di tale legge e della rigida “religione” della famiglia (rinuncia infatti a sposarsi, per rimanere in casa col fratello Alessi).
Possiamo affermare che, durante tutto il romanzo, Verga gioca sull’opposizione tra coppie di personaggi (Padron ‘Ntoni\’Ntoni – Mena\Lia…), nelle quali uno ha la parte del trasgressore che cerca ad “aggrapparsi agli argini della fiumana”, mentre l’altro si rassegna alla “legge” naturale.

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