Giovanni Pascoli

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Testo

GIOVANNI PASCOLI

LA VITA
Giovanni Pascoli nasce nel 1855 a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli), in provincia di Forlì. È il quarto di dieci figli dell’amministratore di una tenuta principesca, lavoro che assicura alla famiglia condizioni economiche più che agiate. A sette anni entra al Collegio Raffaello ad Urbino, dove riceve una profonda educazione classica, base per la sua solida cultura greca e latina.
Quando il poeta non ha ancora compiuto dodici anni, il padre viene assassinato a colpi di fucile, mentre tornava in calesse da Cesena, e mandanti ed esecutori dell’omicidio non vengono scoperti, lasciano l’omicidio impunito, lasciando una forte traccia nei figli e soprattutto in Giovanni, che si ostina nella ricerca dell’autore per ottenere giustizia. Il lutto viene poi richiamato esplicitamente in alcune liriche (come “X Agosto” e “La cavallina storna”), ed è un evento cruciale nella vita e nella poesia pascoliane, e da questo e da altri eventi luttuosi (la morte di una sorella, della madre e di due fratelli) che pascoli decide di prendere le mosse. Pascoli non riuscirà mai ad elaborare appieno l’evento luttuoso, rivivendolo sempre come origine dei mali che hanno afflitto la famiglia.
Nonostante si fosse ritirato dal collegio di Urbino a causa delle ristrettezze economiche seguite la morte del padre, egli si impegna nel portare a termine gli studi liceali, ottenendo una borsa di studio che gli consente di accedere alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna, dove segue il corso di letteratura italiana tenuto da Carducci.
Proprio durante gli anni universitari Pascoli partecipa ad alcune attività politiche: a causa della sua partecipazione ad una manifestazione contro il ministero della Pubblica Istruzione perderà la borsa di studio che gli permetteva di frequentare. Conosce il socialista anarchico Andrea Costa e, in questo momento di crisi, dovuta anche alla morte di un fratello viene coinvolto nell’attività politica. Viene quindi arrestato e detenuto in carcere, in seguito ad una retata poliziesca, con l’accusa di “grida sovversive” e di “oltraggio alla forza pubblica”. L’esperienza della prigionia ha una risonanza enorme sul poeta, nonostante la breve durata della detenzione. Venne scarcerato con l’assoluzione a formula piena, anche grazie alle testimonianze a suo favore (fra cui quella di Carducci), ma esce mutato dalla vicenda, deciso a chiudere con l’attività politica: è disgustato di fronte ad una politica che infierisce contro un ragazzo in cerca di ideali, ma che non è capace di punire gli assassini del padre.
Ripresi gli studi, Pascoli riesce finalmente a laurearsi nel 1882 in letteratura greca. Riceve varie cattedre, prima a Matera, poi a Massa ed a Livorno. A Massa, Pascoli si riunisce con le sorelle minori Ida e Maria, e riesce ad attuare il progetto di ricostruire il “nido” familiare, od almeno quello che ne resta. Il legame che si viene a creare è costituito da irrisolte relazioni edipiche: Giovanni si sente investito di un ruolo e di una responsabilità paterna, mentre le due sorelle assumono, nella sua mente, una funzione materna nei suoi confronti. Il “nido” è la misura del mondo stesso di Pascoli, tutto ciò che è esterno ad esso lo spaventa, ed attraversa un grave periodo di crisi nervosa quando la sorella Ida decide di sposarsi: vive questo fatto come un vero e proprio tradimento, come un’ulteriore lacerazione del tessuto familiare ricreato a fatica. Pascoli rifiuta di presenziare al matrimoni, e l’idea che il mondo esterno gli sia nemico si rafforza sempre di più in lui.
Da questo momento si chiude sempre di più nel “nido”, con Maria, l’altra sorella, in un insieme di memoria dei morti e di un rapporto sempre più morbosamente stretto ed esclusivo. Zvnì e Mariù, come sono soliti chiamarsi fra loro, si spostano fra i monti della Garfagnana, in provincia di Lucca, in un contesto ambientale simile a quello dell’infanzia dei due, dove affittano, restaurano ed infine acquistano una casa isolata. Intanto Pascoli riceve innumerevoli riconoscimenti: oltre ai ripetuti trionfi al concorso internazionale di poesia latina di Amsterdam, intraprende una brillante carriera universitari che lo porta a ricoprire varie cattedre, per poi ottenere, finalmente, nel 1905, la prestigiosa cattedra di letteratura italiana dell’Università di Bologna, da poco lasciata dal suo maestro Carducci.
Pascoli muore a Bologna nel 1921 dopo anni non facili, a causa di incomprensioni e contrasti in ambito accademico e di problemi di salute. La sorella Maria gli sopravvive fino al 1953, curandone gli scritti e pubblicandone alcuni postumi.
LA POETICA
La poetica di Pascoli non è affidata ad un unico saggio, né tanto meno procede in modo coerente e sistematico. Un ruolo fondamentale nell’elaborazione di Pascoli è svolto da “Il fanciullino”, pubblicato per la prima volta nel 1897 su di una rivista ed in una stesura rivista e definitiva nel volume del 1903 “Miei pensieri di varia umanità”. Il saggio è composto da venti brevi capitoli in cui Pascoli enuncia la propria idea di poesia. In esso sono presenti rimandi filosofici (come quello al Fedone di Platone) e letterari (come l’equazione di origine leopardiana fra poesia ed infanzia). Tipicamente pascoliano è il vagheggiamento dell’infanzia come momento intatto, non toccato dal male ed immune dalla sofferenza, come età di perfetta innocenza. Il “fanciullino”, in pascoli, si muove in una dimensione domestica e familiare
Il poeta coincide con il fanciullo che è in ognuno di noi, non solo in qualche uomo superiore: quella di pascoli non è quindi una poesia elitaria. Ma, con la nostra crescita fisica ed esteriore, egli rimane piccolo: nell’infanzia la sua voce si confondeva con la nostra, ma nell’età adulta, troppo duri e insensibili, la nostra voce arriva a sovrastare la sua e, nonostante egli provi costantemente a parlarci, noi lo mettiamo a tacere con la nostra voce “adulta”. Il poeta è quindi chi sa ascoltare il “fanciullino” che è in lui, chi si fa guidare da lui e grazie a questo rapporto riesce a vedere le cose a cui di solito non badiamo, le cose semplice ma che hanno una forte impronta poetica. Quindi, Pascoli sottolinea il carattere alogico, primigenio e straniante della poesia: il segreto della poesia, la sua tensione a creare miti, sta nel la meraviglia, nello stupore, nelle paure del “fanciullino”.
Il poeta, oltre che un fanciullo ingenuo, è anche “l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente”e che “scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose”: è il fanciullino che scopre le corrispondenze e le ingegnose relazioni metaforiche presenti nelle opere di Pascoli. Per il poeta la poesia non si inventa ma si “scopre”: la poesia non è un’operazione razionale da farsi a tavolino, ma è il risultato di una scoperta, di un’apertura al mondo ed agli oggetti (anche quelli apparentemente impoetici).
Questo comporta un “allargamento del poetabile”, cioè di ciò che può essere reso oggetto di poesia: i protagonisti della poesia di Pascoli sono la campagna e tutto ciò che ha a che fare con essa, con titoli fino a quel momento impensabili, come “Galline”, “La polenta”, “Arano”.
Contrapposta alla poetica dannunziana dello stile, quella pascoliana degli oggetti condurrà, attraverso l’esperienza crepuscolare delle “umili cose”, fino a Montale ed al suo correlativo oggettivo..
Pascoli nega la retorica: se il poeta è “ingenuo”, egli sicuramente non potrà essere un retore, il quale è “scaltrito” ed indirizza la propria poesia ad un fine preciso. Carducci e D’Annunzio compaiono entrambi come idoli polemici, seppur non nominati, nella sezione VI de “Il fanciullino”. Il poeta non è, quindi, l’eroe democratico di stampo risorgimentale, non è il superuomo, non è l’esteta. È un uomo umile e modesto, capace di dire la parola che tutti, senza saperlo, hanno nel cuore e in cui tutti si riconoscono.
Pascoli è molto attento al realismo della poesia: critica il seppur amatissimo Leopardi di scarsa verosimiglianza, quando, ne “Il sabato del villaggio” questo pone nello stesso mazzolino rose e viole, che crescono in due periodi dell’anno ben distinti. Secondo Pascoli, Leopardi aveva privilegiato la letteratura nella tradizionale antitesi tra essa (facente parte della cultura) e la natura. Il poeta-fanciullo deve solamente “vedere” ed “udire”, e tramite la registrazione di tali impressioni egli deve scoprire la poesia che è nelle cose e negli oggetti.
Ne “Il fanciullino” non ci sono rimandi diretti al simbolismo, ma tutte le sue opere sono fittamente intrecciate di una rete ricca di simboli: quando parla di Dante, egli dice che in lui convivano polisemia (ogni parola ha più significati) e dialettica fra determinato ed indeterminato, visibile ed invisibile, ma troviamo queste caratteristiche anche in Pascoli stesso.
La poetica del Pascoli si sviluppa non linearmente, ma quasi a spirale: da un lato tende a tornare costantemente sulle opere per modificarle ed ampliarle, dall’altro sperimenta nello stesso tempo modalità poetiche differenti sotto diverse ispirazioni.
Il “nido” assume in Pascoli un’importanza rilevante: esso non è la famiglia che ogni adulto, tramite il matrimonio e la procreazione forma, ma il nucleo originario, protettivo e cementato da forti vincoli di sangue e dalle memorie, unico luogo di affetti veri e che non può essere abbandonato. Conseguentemente a questa ideologia si sviluppa quella secondo cui tutto ciò che è estraneo al nido, la società moderna, le metropoli che in quel periodo vanno formandosi, siano oggetti negativi, mostruosi. Da tutto ciò il poeta tenta di fuggire rifugiandosi in campagna, nella piccola proprietà che viene vista come un eden rurale: da qui l’insistenza sulle figure campestri, che vanno a via a via scomparendo, incalzate dalla modernizzazione.

OPERE: MYRICAE
Il titolo dell’opera, Myricae, cioè tamerici (sono arbusti umili e comuni), nasce da due importanti influenze: innanzitutto la conoscenza di fiori e piante della campagna, luogo dell’infanzie del poeta, poi la sua profonda conoscenza dei poeti classici. Virgilio, nella quarta “Bucolica”, aveva detto: “non omnis arbusta iuvant humilesque myricae” (non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici). Pascoli priva la citazione di Virgilio del “non omnis”, ribaltandone il significato: se il poeta classico desiderava parlare di “cose un po’ più grandi” delle tamerici, a Pascoli interessano proprio queste, cioè gli oggetti semplici ed umili. Dal titolo dell’opera capiamo come questa sia una raccolta di poesie agresti, che trattano temi quotidiani.
Già Pascoli, nella sua “Prefazione” all’opera, ne riassume brevemente alcuni temi: il lutto, la memoria ed il dolore per i morti (in questa raccolta compaiono “X Agosto”, “La cavallina storna” e “L’assiuolo”), ma anche la campagna, i suoi suoni, le sue voci segrete, voci a volte rassicuranti a volte inquietanti (il frullo delle ali degli uccelli, lo stormire dei cipressi, il suono delle campane). Sempre nella prefazione compare la natura, assimilata ad una dolce e comprensiva figura materna, calunniata a torto dall’uomo che la incolpa del male che c’è sulla terra.
La poesia di Myricae si propone modestamente, attenta ai temi quotidiani, alle piccole cose cantate con il linguaggio di tutti i giorni:comprensibile, quasi immediato. Ma nonostante l’apparente semplicità, l’opera di Pascoli va letta scindendo il significante dal significato, per poter accedere alla psicologia del poeta.

Esempio



  


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    commento della vergine cuccia

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