Giacomo Leopardi

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Testo

LE FASI DEL PENSIERO LEOPARDIANO
Partiamo dal presupposto che Leopardi comincia a scrivere testi di vario genere partendo dagli undici anni fino alla morte che avvenne quando aveva 39 anni.
I primi scritti partono dal 1809, e da questa data al 1815 abbiamo la cosiddetta fase storico – mitologica, in cui la produzione del Leopardi è incentrata soprattutto sui saggi e trattati eruditi, con la presenza di pochissimi testi poetici.
E’ implicito che per scrivere saggi gli fosse necessario avere già una grande formazione e un grande bagaglio culturale, tanto che già a 14 anni i suoi precettori (dopo avergli fornito le basi di una tipca formazione settecentesca) non avevano più nulla da insegnargli.
Questa maturazione tanto precoce è proprio un indizio della grande genialità del Leopardi e della sua indole quantomeno particolare, che lo portava, già da bambino, a preferire lo “studio matto e disperatissimo” allo stare insieme agli altri.
Insomma, un’accanita volontà di perfezione porta il piccolo Giacomo a disintegrare gli stessi limiti di quell’ideologia e di quella cultura accanitamente gretta e conservatrice che era tipica di tutta Recanati nonché del suo stesso padre.
Per questo motivo non andrà mai d’accordo con il padre sotto ogni punto di vista, perché Leopardi si caratterizzerà sempre, secondo il critico Binni, per una sostanziale intransigenza e un estremismo nella contrapposizione di valore e disvalore, di giusto e sbagliato.
Ed è questo che gli impedisce di integrarsi nella società o di aderire integralmente a questo o quel pensiero letterario e filosofico, perché Leopardi è incapace del compromesso.
E a causa di questa sua caratteristica Leopardi a partire dal ’15, dunque, si libera dei condizionamenti dell’educazione familiare e cerca un suo personale modo per intervenire in modo originale nello scenario culturale.
Nel 1816, quindi, si consuma il passaggio “dall’erudizione al bello”, catalizzato proprio dalla lettura e traduzione dei classici.
Tra le poesie è da segnalare soprattutto l’Inno a Nettuno ed un abbozzo della mai completata tragedia Maria Antonietta.
A partire dal ’17 avviene un altro importante cambiamento in Leopardi, ovvero lo spostamento della sua attenzione su di sé e sulla propria condizione infelice, il che si traduce, per esempio, nella stesura del Diario del Primo amore e, dunque, dello Zibaldone.
Sullo Zibaldone non mi dilungo, dico solo che è importante soprattutto perché ci fornisce una chiave di lettura di tutti i testi poetici di Leopardi dal ’17 al ’32.
Attraverso lo Zibaldone, quindi, possiamo ricostruire l’avvicendamento delle fasi di pensiero di Leopardi in maniera ben più organica di quanto non possiamo fare semplicemente leggendo le poesie.
Molto interessante, in relazione a questo periodo, sono anche alcuni scritti teorici sulla sua poetica, ovvero La Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana che espone alcune tesi che verranno riprese nel Discorso di un italiano sopra la poesia romantica.
Con questo testo Leopardi prende posizione nel dibattito tra classicisti e romantici, dibattito che si era aperto con l’articolo del 1816 di Madame de Stael sulla Biblioteca Italiana (Sulla maniera e sull’utilità delle traduzioni).
Nella Lettera Leopardi si dichiara d’accordo con il Giordani, che aveva detto che i classici avevano raggiunto un vertice assoluto e pressoché impossibile da superare.
Il Discorso di un italiano sopra la poesia romantica è su questo stesso argomento e quindi espone la poetica del Leopardi, però bisogna tener presente che viene scritto nel 1818, quando era già in corso la conversione dal bello al vero, ossia un cambiamento in senso filosofico del pensiero leopardiano.
Dal punto di vista strettamente filosofico, Leopardi abbandona la primitiva fede religiosa e fa propri l’ateismo e la concezione materialistica degli illuministi.
Dal punto di vista letterario, invece, la conversione consiste nel prendere coscienza che le favole antiche coltivate dai classici sono illusioni.
Quindi, nel parlare del Discorso (la cui stesura tra l’altro coincide con l’inizio della produzione poetica), bisogna tener presente che questo è un periodo di transizione, in cui cominciano ad emergere anche idee che confluiranno nel periodo successivo.
Nel Discorso di un Italiano, oltre a dichiararsi classicista, Leopardi si rivolge all’Italia presente per risvegliarne la “virtù”, in quanto l’Italia odierna è erede non solo dell’antica Roma, ma anche di una tradizione letteraria che va dai classici latini a Dante e Petrarca ai più moderni Parini e Alfieri.
Anche se questa presa di posizione classicista può suonare un po’ strana (anche chi non conosce la letteratura sa che Leopardi è il romantico per eccellenza) può essere compresa tenendo presente che Leopardi era avvicinato alla poesia, proprio grazie alla lettura dei classici.
Tanto più che in questo periodo l’autore conosce il classicista Pietro Giordani, che diventa uno dei suoi pochi amici e con cui intraprende uno scambio epistolare.
Influenzato insomma da questi motivi, Leopardi comincia la sua esperienza estetica partendo da basi classiciste.
Oltre al richiamo alla virtù e all’eredità dei classici, è un’altra convinzione di carattere più filosofico che lo induce a optare per la fazione classicista: secondo lui gli antichi, essendo più vicini alla Natura, erano anche dotati di un’incontaminata facoltà immaginativa.
Ponendosi sulla stessa riga di Rousseau, Leopardi vede un’opposizione tra natura e barbaro incivilimento; infatti il rapporto con la natura è fonte di grande capacità di sentire che si traduce nella capacità immaginativa, ovvero la capacità di costruirsi illusioni.
I poeti antichi, imitando la natura, crearono una poesia capace di illudere, che aveva valore estetico proprio per questo.
Con lo sviluppo del raziocinio, i moderni hanno perso la facoltà di illudersi, distruggendo il grande dono dato loro dalla Natura benigna e votandosi invece al culto dell’arido vero, ossia la filosofia illuminista.
Questo è dunque il cosiddetto “pessimismo storico”, che, lo dice il nome stesso, è legato al periodo storico e che però caratterizzerà soprattutto il periodo dei piccoli idilli.
A questa sofferenza, Leopardi individua però una soluzione nella poesia (e questo invece è fondamentalmente uno dei principali elementi della teoria del piacere): essa è in grado di mantenere in vita le illusioni, ma per farlo non può essere legata alla civiltà contemporanea, ma ai modi di rappresentazione dei classici.
Il che non significa affermare il concetto di imitazione tradizionale, che invece Leopardi critica; egli ricerca un tipo di imitazione capace di far rivivere il più ampio significato della poesia classica, che contrariamente a quello che credevano i romantici, era fondamentalmente “sentimentale”.
Tuttavia, anche se con queste opere Leopardi si dichiara classicista per questi motivi, soprattutto il Discorso di un italiano presenta elementi di ambiguità.
Anche se il classicismo di Leopardi è legato soprattutto al rimpianto di un mondo eticamente e poeticamente superiore, Leopardi critica aspramente il Monti, che fino a poco tempo prima considerava un maestro.
Critica il tradizionale concetto di imitazione, mostra perplessità sull’uso della mitologia, critica nei moderni la mancanza di passioni e di ispirazione.
Questi sono tutti elementi tipici del pensiero romantico.
In linea definitiva possiamo affermare, e questo vale per tutta la produzione saggistica, prosaica e poetica leopardiana, che Leopardi è sia classicista che romantico.
Classicista per la formazione e per le scelte linguistiche e formali che non lo allontanano mai da una razionalità comunicativa; ed è classicista anche perché il suo orientamento filosofico, in linea di massima, è matrice materialista illuminista, anche se non bisogna prendere questo dato in senso assoluto perché c’è sempre il ruolo della ragione che si capovolgerà; ed è anche distaccato dal Romanticismo italiano perché il romanticismo italiano è moderatamente progressivo e ha tendenze religiose.
Leopardi però è anche romantico per la sua sensibilità e la sua attenzione a temi prettamente esistenziali. Come per i Romantici, la poesia per Leopardi è uno strumento di conoscenza, in primo luogo di sé, in quanto è espressione della persona, e deve suscitare nel lettore (cito testualmente lo Zibaldone) “una tempesta, un impeto, un gorgogliamento di passioni”.
Nel ’18, dunque, si ha questa conversione al vero che coincide con l’inizio della produzione poetica.
Dopo una brevissima parentesi di genere patriottico, nella quale Leopardi scrive due canzoni civili, Sopra il monumento di Dante e All’Italia, si entra nel pieno della prima fase, quella dei piccoli idilli.
Le canzoni e i piccoli idilli sono il corrispettivo poetico di quel pessimismo storico che aveva trovato una prima elaborazione nel Discorso di un italiano sopra la poesia romantica e nello Zibaldone, e cioè che noi siamo più infelici degli antichi perché il nostro periodo storico ha sviluppato la ragione, che uccide quelle illusioni che la Natura madre ci ha permesso di creare per addolcire la nostra esistenza.
Strettamente collegata al pessimismo cosmico è anche la teoria del piacere, che in pratica espone le modalità attraverso le quali l’immaginazione donataci dalla natura addolcisce la nostra esistenza.
L’anima umana tende naturalmente al piacere, cioè alla felicità, in particolare ad una felicità infinita per durata e per estensione.
Tuttavia una felicità infinita è impossibile, perché l’uomo tende all’assuefazione, concetto che non è del tutto estraneo a quella noia esistenziale di cui aveva parlato per esempio Seneca.
Allora entra in gioco l’immaginazione, che è quella facoltà dell’uomo che è capace di dilatare fino all’infinito i confini del piacere in quanto consente di proiettarsi in un piano diverso dal presente in cui è lecito proiettare anche tutti i nostri desideri e aspettative.
Abbiamo visto come emerge dunque quello schema ragione VS natura, che vedeva una ragione maligna e una natura benigna.
Tuttavia, a causa dell’approfondimento del pensiero illuminista, Leopardi comincia ad appropinquarsi a quell’idea che la Natura non sia altro che un insieme di enti fisici, priva di qualsiasi connotazione etica e morale. Tuttavia questa nuova coscienza suscita in Leopardi sentimenti di dolore e ribellione, tanto che, non potendo rinunciare alla connotazione morale, tipica della sua “filosofia”, giunge alla sostituzione del binomio Ragione VS Natura con Natura VS uomo.
Infatti la Natura diventa ora un’entità maligna e “matrigna”, in quanto ha messo al mondo l’uomo con il solo scopo di farlo soffrire.
Questa presa di coscienza comincia ad apparire, in maniera ancora poco accentuata, nelle poesie del suicidio. Nell’Ultimo canto di Saffo (1822), che pure fa parte, ancora, del pessimismo storico e dei piccoli idilli, c’è per esempio un verso in cui dice “vivi felice, se mai felice in terra visse nato mortal” oppure la tragica affermazione “nascemmo al pianto”.
Se è vero che “nascemmo al pianto” allora, penserà il Leopardi del ’22, qualcosa evidentemente non va nella visione del pessimismo storico.
In questo periodo “di passaggio” tra le due fasi del pessimismo leopardiano la tensione e l’inquietudine del poeta si fa tale che per ben 6 anni Leopardi non scrive più poesie.
Infatti la radicalizzazione del pessimismo di Leopardi comporta la sua auto - imposizione alla rinuncia delle illusioni; e la poesia, lo sappiamo bene, è la suprema illusione.
Dunque abbandonando la poesia, si dedica invece all’esperienza prosastica delle Operette Morali.
Questi sono appunto una raccolta di testi in prosa di natura filosofico – esistenziale in cui Leopardi sviluppa il tema dell’infelicità in tutte le sue sfaccettature.
Le Operette Morali mettono in evidenza concetti interessanti del pensiero di Leopardi che ritroviamo naturalmente in molti canti.
Tanto per fare qualche esempio, nel Dialogo della Natura e di un’Anima Leopardi afferma che la coscienza dell’infelicità umana è proporzionale alla magnanimità del singolo essere umano.
Quanto più un uomo è grande, dunque, tanto più risulta essere infelice.
Un esempio su tutti i canti connessi, il Passero Solitario.
Nel Dialogo della Terra e della Luna invece Leopardi traspone il suo pessimismo in un piano universale, osservando che il dolore e la sofferenza non coinvolgono solo gli esseri umani ma anche tutti gli enti naturali (ed è una prima formulazione del pessimismo cosmico).
Anche qui per citare un canto che richiama questo tema, basti pensare al Canto Notturno di un Pastore Errante.
Ancor più pregnante e ancor più evidente è il pessimismo cosmico del Dialogo della Natura e di un Islandese. In questo dialogo un Islandese incontra in Africa la Natura, e le fa domande riguardo al destino dell’uomo e al dolore e alla sofferenza che lo accompagna lungo tutta la sua vita.
La Natura afferma che all’uomo non è minimamente interessata, ma che tutto ciò che si verifica in Natura è l’espressione di un circuito creazione – distruzione.
Quando l’Islandese le chiede maggiori spiegazioni, la Natura se ne va lasciando insoluta la sua domanda e l’Islandese viene sbranato dai leoni.
Forse però l’operetta morale più famosa è Il cantico del Gallo Silvestre, che intreccia il tema dell’infelicità con una narrazione quasi apocalittica del destino dell’Universo.
Si potrebbe dire che questo sia il cantico della morte, intesa come unica possibile conclusione di tutta spirale di desolazione e sofferenze sia per l’uomo che per tutto l’universo.
Infatti il gallo silvestre ridesta ogni giorno gli uomini alla vita in quanto coscienza della loro infelicità, dovuta al loro destino ineluttabile di morte che si avvicina ora dopo ora.
E si conclude, appunto in un’immagine desolante della fine dell’universo, quando il tempo sarà passato, e la natura tutta sarà spenta.
Prima abbiamo spiegato perché Leopardi si dedica alle Operette Morali, ma ho tralasciato di dire che è proprio un’operetta morale ad accendere in lui la scintilla per riprendere la poesia.
Quest’operetta è il Dialogo di Porfirio e di Plotino, del 1827.
Ci sono questi due filosofi antichi che stanno parlando tra loro del suicidio.
Porfirio attacca tutti coloro che ritengono il suicidio un atto contro natura, proprio perché è la stessa natura ad essere “innaturale” in quanto malvagia e di contro la ragione ci mostra che alla fine la vita nell’universo altro non è che un manifestissimo e semplice errore di computazione.
Quindi Porfirio conclude che è perfettamente lecito suicidarsi.
Plotino accetta le tesi di Porfirio, ma conclude che comunque un valore nella vita è individuabile nella forza dei sentimenti: anche se egoisticamente sarebbe più semplice per noi uscire dalla vita, ci sono alcuni elementi che ad essa ci legano, ovvero gli affetti e il nostro bisogno di solidarietà che ci lega.
E’ pur vero che questi elementi verranno sviluppati completamente solo nella Ginestra, ma bisogna riconoscere che il Dialogo di Porfirio e Plotino testimonia in Leopardi un exploit legato intrinsecamente alla rivalutazione dei sentimenti.
E sicuramente non è un caso che di lì a un anno Leopardi interrompe il suo silenzio poetico, deciso a seguire il flusso delle emozioni e delle sensazioni che costituiscono pur sempre una componente ineliminabile dell’animo umano.
E insomma, da questi pensieri in un fuoco titanico esce fuori, nel ’28, quella poesia che porta il nome di “Il Risorgimento”.
Il De Sanctis offre pagine critiche molto interessanti al riguardo: che cos’è questo risorgimento di Leopardi?
Ha trovato la felicità? No, anzi è più pessimista di prima.
Ha ritrovato la speranza? No, anzi è consapevole di averla perduta per sempre.
Nessuna delle sue visioni negative si è affievolite, anzi il sentimento della sua infelicità è ancora più radicato. Allora che cos’è che lo riporta “a nuova vita?” La consapevolezza che dentro di lui esiste ancora la facoltà di sentire, ovvero il cuore.
E proprio in virtù di questa “Rinascita”, tutte le poesie di questo periodo saranno legate al tema della giovinezza e della felicità che solo alla giovinezza può essere legata.
La poetica di questi grandi idilli, dunque è la poetica della rimembranza, che altro non è che una diretta conseguenza di quella teoria del piacere che già aveva caratterizzato i piccoli idilli.
Infatti l’unico piacere, l’unica felicità che ormai rimane al Leopardi è il ricordo di quel passato in cui viveva proiettato nel futuro.
Ha riacquistato, dice il De Sanctis, i moti e sensi della gioventù, ma non l’ingenuità.
Ed è per questo motivo che in alcuni canti emerge una certa ironia nei confronti di quella Natura che una volta benediceva, un’ironia che, vista dalla prospettiva del genere umano, lascia però l’amaro in bocca.
Come per esempio nel Sabato del Villaggio, che, pur essendo una canzone relativamente positiva per gli standard di Leopardi si conclude con quell’invocazione al garzoncello scherzoso.
Se è vero che da un lato Leopardi sa che il garzoncello adesso è felice, dall’altro lo compatisce perché sa quanto soffrirà nel momento in cui si renderà conto che tutto ciò per cui ha vissuto la giovinezza altro non erano che illusioni. Ed è appunto per questo motivo che “altro dirti non vo”, perché ciò che rende bella la giovinezza è l’incoscienza di quanto il futuro sia drammatico.
Cominciato nel ’28, quindi, il periodo dei grandi idilli si conclude nel 1830.
Infatti nel ’30 abbandona per sempre Recanati e va a Firenze, dove si innamora di Fanny Torgioni Tozzetti.
Quest’innamoramento suscita in Leopardi una vicenda interiore molto particolare, in quanto il poeta non vive un rapporto amoroso reale e totale, ma desidera provare di nuovo quell’emozione e quell’affetto determinato dall’incontro con donne reali.
Dall’esperienza amorosa nascono le liriche del ciclo di Aspasia, che vanno dal 1831 al 1836.
Inoltre in questo periodo scrive l’ultima operetta morale che vede come protagonista la figura di Tristano, uno dei classici eroi medievali legati al tema dell’amore.
Dunque questo periodo vede un allontanamento dalla poetica del ricordo e della rimembranza, e invece una tensione a qualcosa più strettamente legata al suo presente.
La caratteristica più interessante è che si perde molto la dimensione naturalistica che aveva caratterizzato le fasi precedenti e si passa a tematiche che pure erano già presenti in precedenza, ma che questa volta si segnalano per l’eccesso di impeto con la quale sono trattati.
Anche per questo motivo lo stile perde quell’equilibrio sostanzialmente classico che aveva avuto in precedenza e invece diventa frammentario.
Alla fine del ciclo di Aspasia, cosciente che l’Amore altro non è che un’illusione, Leopardi decide, e questa volta lo fa per sempre, di tranciare di netto il filo che lo lega alle illusioni.
E da qui viene quel titanismo eroico che consiste nella radicale applicazione di quelle intuizioni avute quando ha elaborato il pessimismo cosmico.
Dato che la Natura è una forza maligna e l’uomo altro non ha che la Ragione per cercare di contrastarla,
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