Gelsomino notturno, orfano, aquilone

Materie:Appunti
Categoria:Italiano

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Testo

Il gelsomino notturno Giovanni Pascoli

Il gelsomino notturno è una poesia di Giovanni Pascoli, composta da strofe di quattro novenari a rime alternate e presenta numerosi enjambements. Protagonista della lirica, come suggerisce il titolo stesso, è il gelsomino notturno, simbolo usato non per descrivere un pittoresco quadro della natura, ma, per esprimere la malinconia e le rassegnate sensazioni del poeta.
Sin dall’inizio, il Pascoli è colto da un susseguirsi di emozioni e visioni, suggeritegli dal sopraggiungere della notte e dall’addormentarsi di tutte le cose.
Sembra che la sua lirica nasca dal nulla o che sia parte di un discorso già cominciato. Il tutto viene reso, con abile artificio e straordinaria capacità immaginifica, dall’apertura dei fiori notturni, come se nel momento in cui la luce non illuminasse + la terra, la razionalità lascerebbe il posto all’irrazionale, al mondo dei ricordi. I ricordi sopraggiungono nel silenzio, quando si tacciono le grida e gli occhi si chiudono sotto le loro ciglia, come gli uccelli che dormono coprendosi il capo. La natura sonnecchia, ma, il gelsomino notturno, apre i suoi calici, nasce l’erba sopra le fosse e “un’ape tardiva sussurra”. Dopo la descrizione delle ultime creaturine del crepuscolo, l’autore rivolge lo sguardo al cielo, alla costellazione della chioccetta e trascorre il suo tempo odorando il profumo del gelsomino notturno. Così arriva l’alba e i petali si chiudono. è dalla loro azione che una nuova felicità riprende vita.

L’aquilone Giovanni pascoli

Giovanni pascoli dedica la poesia “l’aquilone” ad un suo compagno morto in giovane età. Descrive il paesaggio con gli occhi di un bambino, come se stesse vivendo, e non ricordando, le esperienze raccontate. Nell’aria è già arrivata la primavera, nel bosco sono nate le viole e si respira un’aria tiepida. Ancora, però, permane qualche colore autunnale: le bacche rosse e le foglie per terra, i rami spogli sui quali saltella un pettirosso. Il poeta, allontanandosi con la mente dal paesaggio appena descritto, rammenta un altro luogo, un altro paese in cui trascorse la fanciullezza e pensa a quei giorni in cui, non andando a scuola, si recava con dei compagni a far volare gli aquiloni. Paragona l’aquilone ad un fiore che fugge, con il suo stelo, per volare lontano, e ricorda i ragazzi che lo seguono finché esso non diventa un puntino nel sole. Ad un tratto, però, un colpo di vento lo tira giù, come il compagno malato che morì. Pascoli pianse per lui ma si consola credendo che, morto da giovane, l’amico non ha visto svanire i sogni, ma solo cadere gli aquiloni. “È più bello morire da giovani, con il viso roseo, la fanciullezza addosso….”

Orfano Giovanni Pascoli

In questa composizione poetica, l’autore descrive con parole semplici la natura a lui tanto cara. Tutta la lirica è pervasa da una marcata malinconia, da una profonda tristezza e da una musicalità lieve, intensa ma suggestiva che evidenzia i sentimenti del poeta, il suo desiderio d’oblio e il suo simbiotico rapporto con la natura. La capacità immaginifica del pascoli trasporta il lettore nel freddo paesaggio invernale descritto, gli fa vedere la neve che fiocca e sentire il pianto del bimbo dentro la culla mentre la vecchia gli canta la ninna nanna. Ella invita il piccolo a sognare un giardino di fiori e col dondolio della culla, che smorza i rumori di cui la vita è piena, il bambino si addormenta. Col canto il poeta gli cela il presente, la sua realtà di orfano, offuscando il dolore per la morte dei genitori tramite il sogno.

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