Farinata

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Testo

FARINTA

Manente degli Uberti, soprannominato Farinata, visse a Firenze nei primi decenni del XIII secolo.
Nel 1239 fu capo del partito ghibellino. Fu un personaggio di grande rilievo perché contribuì, nel 1248, alla cacciata dei guelfi dalla città, ma quando questi riuscirono a tornare nel 1251, riprese la lotta tra le due fazioni che si concluse, questa volta, con la sconfitta dei ghibellini che furono esiliati (1258).
Farinata andò in esilio a Siena, dove riorganizzò i ghibellini. Con l’appoggio degli armati di Manfredi, Uberti portò la sua fazione alla vittoria di Montaperti, nel 1260, anche se a scapito di una sanguinosa battaglia. Inoltre salvò Firenze dalla distruzione voluta dal resto dei ghibellini. Nel 1264 morì e due anni dopo, i guelfi ripresero definitivamente il potere della città.
Dante incontra Farinata nel sesto cerchio dell’inferno, luogo destinato a punire gli eretici. Egli è un epicureo ovvero una persona che non crede nell’immortalità dell’anima. Coloro che si sono macchiati di questo peccato, scontano la loro pena in tombe infuocate, che si chiuderanno dopo il Giudizio Universale, verificando dolorosamente la continuazione della vita oltre la morte.
Di questo personaggio, anche s non è descritto nei particolari, si intuisce il fatto che è un uomo possente, forte e superiore, che incute timore perfino a Dante. E’ una persona fiera e dignitosa, che si interessa ancora al mondo che ha lasciato, mentre sembra disprezzare l’inferno, così come in vita non vi ha mai dato importanza. E’ profondamente legato, quasi ossessionato alla politica e al suo paese, tanto che chiede a Dante il nome della sua famiglia per capire a quale fazione appartiene. In seguito nasce un battibecco tra i due, entrambi troppo orgogliosi per non rispondere alle provocazioni dell’altro.
Dante inizialmente è intimorito da Uberti. Prova per lui un grande senso di rispetto e ammirazione pur se appartenente ai ghibellini. E’ desideroso di rispondere alle sue domande e di parlare con lui e lo considera un privilegio, infatti ha un atteggiamento umile, quasi sottomesso.
Ma, non appena Farinata elogia la sua fazione, egli non può fare a meno di controbattere e di rispondergli per le rime dimostrando di essere anch’egli un uomo di parte.
Da questo punto di vista, i due sono molto simili e accomunati da un amore profondo per la patria.
Quando Dante lo informa dell’esilio permanente dei ghibellini, Farinata cambia atteggiamento e, pur rimanendo austero e imponente, si rattrista e si dimostra più umano, rimpiangendo la vita terrena.
Ritengo ammirevole la sua determinazione e il suo amore per la patria. Non era guidato dal desiderio di arricchirsi o di diventare più potente, voleva solamente raggiungere il suo scopo che riteneva giusto per la sua terra. Anche se voleva portare i ghibellini alla vittoria, non ha accettato di distruggere Firenze e questo denota un grande senso di responsabilità.
Di certo però, era troppo ossessionato, tanto da non apprezzare il resto del mondo che lo circondava e così pensare a quello che in futuro gli sarebbe successo, anche dopo la morte.
La sua vita si è basata su un solo obiettivo, mentre si dovrebbero cercare di raggiungerne il più possibile.

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