Esempio di tema di maturità sulla poesia nella grande guerra

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Testo

ESERCITAZIONE ALLA PRIMA PROVA DELLA MATURITA’
SAGGIO BREVE: POETI E LETTERATI DI FRONTE ALLA “GRANDE GUERRA”

“Le molteplici visioni della grande guerra dei letterati del tempo”

La prima guerra mondiale fu un evento di indiscussa drammaticità e importanza per la nostra storia anche se tale giudizio obiettivo è stato reso possibile dagli anni che ci dividono da essa, presupposto fondamentale per la sua comprensione.
Agli inizi del 1900, anni in cui l’inaspettata e logorante guerra era alle porte, le reazioni dei contemporanei furono, infatti, forti e spesso anche “disumane”.
Mi riferisco in particolar modo ai poeti e ai letterati del tempo, le quali opinioni ebbero un ruolo cruciale nella visione della guerra nella società.
I documenti del tempo ci offrono numerose informazioni riguardo alla visione della grande guerra da parte di poeti e letterati e ci permettono di suddividerli in due blocchi elementari, ossia quelli a favore e quelli contrari alla guerra.
Tra gli assoluti sostenitori di essa, ma che allo stesso tempo fa caso a sé, troviamo la celebre figura di Gabriele D’Annunzio che ne fu l’indiscusso promotore.
In uno dei suoi tanti elogi bellici, tenuto a Quarto nel 1915, D’Annunzio, infatti, afferma:
“Accesa è tuttavia l’immensa chiusa fornace, o gente nostra, o fratelli: e che accesa resti vivo il vostro Genio, e che il fuoco metallo si strugga, sinchè la colla pronta, sinchè l’urto del ferro apra il varco al sangue rovente della resurrezione…”
Anche se nella figura del poeta si può ritrovare la sua spinta narcisistica che lo spinge a credere nella guerra esclusivamente per motivazioni esaltatrici della sua persona, da queste parole percepiamo come D’Annunzio fosse favorevole alla sua guerra nazionale e con quanta passione egli cercasse di diffondere questi ideali. In questo caso l’approvazione verso la guerra si traduce in termini puramente nazionalistici come dimostra anche il testo tratto da “Scritti storici e politici” di Thomas Mann.
Dalle parole di Mann emerge chiaro il punto di vista dei tedeschi. Anche in questo caso la guerra appare solo come un mezzo per affermare il principio nazionalistico di superiorità che a quei tempi era molto presente nell’animo dei letterati.
Lo scrittore afferma, infatti, che “fu la guerra di per se stessa a entusiasmare i poeti” e ne sottolinea la sua “necessità morale”. Per i letterati tedeschi la guerra suscitava in loro un senso di “purificazione” e di “liberazione” che li spinse a schierarsi a favore di quell’evento che, secondo loro, avrebbe offerto la supremazia alla loro amata Germania.
Questa classe di letterati di cui D’Annunzio e Mann in questo caso ne sono “portavoce”, visualizzava quindi la guerra esclusivamente sotto il suo aspetto “nazionalista” in quanto unico strumento di “difesa” della sacra patria. Questi ideali “estremi” non ci devono stupire in quanto si erano già affermati nella società del tempo, quando dagli ideali patriottici difesi nel Romanticismo si era passati a spietati ideali sciovinisti, frutto di tensioni da tempo accumulate all’interno degli stati stessi.
D’altra parte, la voce degli intellettuali si focalizzò anche sull’aspetto umano della “grande guerra” scindendosi in opinioni decisamente antitetiche.
Nel Manifesto del Futurismo, pubblicato da “Le Figaro” nel 1909 si afferma:
“Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igiene del mondo”.
Queste parole che ai nostri occhi appaiono quasi impronunciabili erano invece largamente approvate da parte di numerosi letterati dell’epoca e, in particolar modo, dai futuristi.
Negli anni della prima guerra mondiale, infatti, si diffusero in Europa i canoni del futurismo che sostenevano una realtà in continuo movimento basata sull’industrializzazione e sull’aggressività; un’aggressività dimostrata dalla precedente citazione in cui si raffigura l’ideale della guerra come unico strumento di igiene. La sensibilità umana verso i propri simili viene quindi annullata, la guerra perde i suoi aspetti “umani” e assume connotati decisamente positivi in quanto libera il mondo dalla feccia dell’umanità.
Alla citazione del “Manifesto del Futurismo” si aggiunge a tale proposito quella di Giovanni Papini che nel testo “Amiamo la Guerra”pubblicato in Lacerba nel 1914 giustifica la guerra in quanto al mondo “siamo troppi”e solo questa può “fare il vuoto perché si respiri meglio”.
Agli occhi di questi letterati la guerra non appare solo giusta ma soprattutto necessaria per il bene del mondo che si deve liberare dagli individui inutili per la società.
Papini inoltre conclude affermando che tra gli innumerevoli morti a causa della guerra solo pochi meritano di essere ricordati e qui appare ben chiaro come i valori umani vengano calpestati per lasciare posto a ideali bellici decisamente disumani.
Naturalmente, contrapponendosi alle ideologie filobelliche di numerosi letterati, esiste un’altra faccia della medaglia che rappresenta coloro che si tengono ancorati ai valori umani e si schierano contro la guerra proprio per le conseguenze umane che questa causa.
A questo proposito è utile citare le parole del letterato Vladimir Majakovsfkij che condanna la guerra in quanto teatro di orrori e di distruzione.
Nella sua poesia l’atmosfera della guerra viene resa lugubre, segnata dal sangue e dalle grida di tante vittime. Majakovsfkij comprendeva infatti l’immane tragicità di tale evento il quale portò in lui stesso una crisi interiore e un senso di sfiducia nella storia che lo portò al suicidio.
Di analogo schieramento, ma con tesi diverse, poniamo la figura di Renato Serra che nel suo “Esame di coscienza di un letterato” tratto da “La Voce” del 30.4.1915 condanna egli stesso la guerra, non come “ teatro di orrori” ma bensì come strumento inutile per l’umanità.
Nella citazione egli infatti afferma: “Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa? […]”.
La sua posizione appare ben chiara: la violenza non giova assolutamente ad un mondo pieno di violenza, i milioni di morti che la prima guerra mondiale ha causato non verranno santificati e il loro sangue sarà stato versato inutilmente poiché niente cambierà.
Non bisogna affrettarsi nel dare giudizi affrettati. Ogni uomo è figlio della sua storia perciò è necessario analizzare tali opinioni all’interno di una situazione storica e sociale ben precisa che era quella degli inizi del 1900.
Bisogna innanzitutto considerare la mentalità e la cultura del tempo notevolmente influenzate dalla nascita della psicanalisi di Freud e dall’espressionismo.
Entrambe, infatti, esaltavano le pulsioni inconsce, anche le più violente e distruttive, come quelle che hanno spinto numerose personalità ad appoggiare la guerra. Inoltre è necessario comprendere che a quei tempi non era ancora maturata l’idea di una guerra di tale portata, perciò i letterati del tempo non potevano percepirne i disastrosi effetti.
Non a caso, infatti, al termine del conflitto mondiale, gran parte degli intellettuali, che in principio la sostenevano, non esitarono a cambiare idea dopo averne vissuto, alcuni in prima persona, i drammatici esiti.
Nonostante questo abbiamo appreso che le lezioni della storia non sono sempre efficaci poiché anche ai giorni nostri c’è chi non esita ad alimentare nuova violenza.
A questo punto non è che forse la guerra è proprio una necessità di cui l’uomo non riesce a fare a meno?

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