Dante e l'escatologia musulmana nella Divina Commedia

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Testo

LO SCENARIO STORICO E SOCIALE
Dopo l’anno 1000 entrarono in crisi i due poteri universali del Medioevo europeo: il Sacro Romano Impero e la Chiesa. La crisi dell’Impero determina la nascita delle grandi monarchie nazionali e, soprattutto in Italia, dei Comuni. La Chiesa è pervasa da profondi movimenti riformatori, sia interni sia esterni. Questo lento processo di trasformazione si conclude soltanto nel 400, dopo un lungo periodo di guerre sanguinosa, quando si consolida l’autonomia nazionale di Francia, Spagna e Inghilterra e quando nascono, in Italia, le prime Signorie e i primi Principati regionali. In questo periodo si afferma una nuova classe sociale: la borghesia. I protagonisti della vita culturale della città sono proprio mercanti, notai, banchieri, che costituiscono una élite intellettuale molto attiva in ambito politico e letterario.
IL CONTESTO CULTURALE E FILOSOFICO
L’ideologia medioevale è caratterizzata da alcuni principi assoluti, di matrice cristiana, che vengono soltanto parzialmente messi in discussione nel 400, con la diffusione dell’Umanesimo.
a) L’uomo medioevale concepisce la vita terrena come un “esilio” che prelude alla vita eterna. Ogni speranza mondana contamina la purezza dell’anima, e la morte è quindi vista come una sorta di liberazione dal peccato.
b) La storia è retta da Dio e dalla Provvidenza. Ogni azione umana è finalizzata alla realizzazione della volontà Divina e, ogni epoca della storia umana è una tappa di un processo che porterà all’affermazione della Parola di Dio in terra.
c) Anche il potere politico è considerato uno strumento della Provvidenza divina.
È però vero che, all’interno del pensiero cristiano medioevale, coesistono e spesso si contrappongono due visoni della fede: quella razionalistica, esposta nella summa teologica di San Tommaso dove si cerca di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio ed interpretare la realtà all’interno di un “ordine” intellettuale; quella mistica, derivata dal pensiero di Sant’Agostino che esalta soprattutto i valori della carità, degli ascesi, dello slancio mistico, arrivando quindi ad una concezione irrazionalistica della fede. L’Umanesimo sottolinea il ruolo della vita dell’uomo nella determinazione del suo destino, affermandone la nobiltà e la grandezza che si manifesta in particolare nelle opere e nell’azione politica.
IL DOLCE STIL NOVO
A cavallo fra il 200 e il 300 si afferma, prima a Bologna, poi anche Firenze e a Pistoia, il cosiddetto dolce stil novo (la definizione è di Dante). Si tratta di un movimento poetico chiaramente ispirato al modello provenzale, sia per la prevalenza assoluta del tema amoroso sia per la forte idealizzazione della donna. Tuttavia, mentre i trovatori e poi il Ciclo Bretone esaltavano il valore della cortesia, sottolineando così il legame con la corte, cioè con l’ideologia feudale e cavalleresca, i maggiori stilnovisti, Guido Guinizzelli, Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia insistono sopratutto sulla gentilezza, la qualità morale che chi ama deve necessariamente possedere. L’amore proviene dalla donna, che è una figura sacrale come nella poesia trobadorica ma più concreta, tanto da essere descritta anche fisicamente; sta però al cuor gentile dell’uomo, al suo animo sensibile e raffinato, accogliere l’amore e farne uno strumento di elevazione al di sopra della volgarità della vita quotidiana. Tipico dell’amore stilnovistico è il saluto della donna amata, che dona salute al poeta e ne rivela la “gentilezza”. Attraverso l’amore, che è un sentimento naturale ma non per questo concesso a tutti, l’uomo raggiunge la salvezza dell’animo: la donna è quindi un angelo che guida l’amante verso Dio. Anzi, come dirà Dante, nell’amore l’uomo avverte una dolcezza che sarà poi quella della beatitudine ultraterrena: sentimento amoroso e fede in Dio sono quindi uniti da uno strettissimo legame. Rispetto ai poeti provenzali, lo stil novo si caratterizza per una maggiore profondità dell’analisi psicologica, per la capacità di descrivere la complessità del sentimento d’amore e per una notevole raffinatezza nello stile.
DANTE ALIGHIERI
La concezione cortese dell’amore e della poesia è recepita da Dante Alighieri, che nel suo primo testo compiuto , la Vita Nuova, un prosimetro (cioè un insieme di prose e poesie), ricostruisce la storia dell’amore per Beatrice, dal primo incontro fino alla “mirabile visione” della donna in Paradiso. Dopo aver visto Beatrice in cielo, Dante decide di non scrivere più all’amata fino a quando non potrà “degnamente trattare di lei”. La Vita Nuova si inserisce nell’ambito del dolce stil novo (il libro è dedicato all’amico Cavalcanti), ma con una presenza più marcata del tema religioso. Dante cerca infatti di coniugare l’amore cortese con la dottrina cristiana. Ecco allora che i motivi tradizionali del saluto e dello sguardo della donna sono interpretati come segno di salvezza eterne, e la lode della donna-angelo si concentra soprattutto sulle virtù morali. Attraverso l’amore, l’uomo di “cor gentile” arriva alla beatitudine celeste. La Vita Nuova è infatti la storia del lungo percorso di Dante verso la perfezione morale, ottenuta attraverso l’amore per Beatrice. Anche la morte della donna amata viene interpretata su uno sfondo religioso: la si considera infatti un segno divino, perché da lì inizia la vita vera, quella ultraterrena. Attraverso il lutto e il dolore per la morte di Beatrice, Dante ritroverà la via che conduce a Dio e alla salvezza eterna. La completa fusione fra amore cortese e fede religiosa si attua completamente nella Commedia. Qui Beatrice, impietosita dalla vita inquieta e dissoluta di Dante, che ha smarrito la “diritta via”, guida il poeta fino alla visione suprema di Dio, facendogli prima attraversare Inferno e Purgatorio.
VITA E OPERE DI DANTE ALIGHIERI
Dante Alighieri nasce nel 1265 a Firenze. Suo padre è un modesto cambiavalute, ma la famiglia materna è di antica, anche se decaduta, nobiltà. La madre muore giovane; prima 1283 muore anche il padre. Dell’infanzia e della giovinezza del poeta si sa poco: studia dai francescani, poi segue le lezioni dello scrittore Brunetto Latini e infine, fra il 1286 e il 1287, frequenta le lezioni di filosofia e di medicina all’Università di Bologna. Nel frattempo, inizia a “dire parola per rima”, dedicandosi alla poesia d’amore; la sua donna, conosciuta nel 1274, è Beatrice, che però sposerà il ricco Simone Bardi e morirà giovanissima nel 1290. Nel 1285 Dante sposa Gemma Donati dalla quale ha 3 figli. Intanto si impegna nella vita politica e militare di Firenze (nel 1289 partecipa alla battaglia di Campaldino). La prima opera importante è un prosimentro intitolato Vita Nuova. Al centro dell’opera c’è l’amore per Beatrice, la donna-angelo giunta in terra “a miracolo mostrare”. Nel 1295 Dante accresce il suo impegno politico nella fazione dei guelfi bianchi. Diviene membro dell’Arte dei Medici e Speziali e viene eletto nel Consiglio del Capitano del Popolo. Poi passa nel Consiglio dei Cento, che si occupa dell’amministrazione del denaro pubblico, ottiene incarichi diplomatici e, infine, è chiamato nel governo della Signoria. Nel 1300, in un periodo politico burrascoso, Dante è nominato priore, e come tale è costretto a mandare in esilio l’amico Cavalcanti. Nel 1301 è inviato come ambasciatore presso il suo mortale nemico, papa Bonifacio VIII. Mentre Dante è ancora presso la corte papale, il fratello del re di Francia, Carlo di Valois, entra a Firenze. I guelfi neri, sostenuti da Carlo di Valois, ne approfittano per vendicarsi dei guelfi bianchi: Dante, privato di tutti i suoi beni, viene condannato all’esilio. La pena viene poi trasformata in condanna a morte nel 1303. Inutili sono i tentativi di rientrare in città con la forza, insieme agli altri fuoriusciti bianchi. Dante vive alla corte di alcuni signori dell’Italia settentrionale, che lo ospitano in cambio di modesti servizi da segretario o ambasciatore. Nel 1303 è a Forlì, poi a Verona. Nel 1304 compone il Convivivio, opera filosofica in volgare. Negli stessi anni inizia la stesura dell’Inferno e scrive il De vulgari eloquienta, in difesa del volgare. Intanto si sposta a Treviso, poi a Bologna, poi a Lucca, poi in Lunigiana e forse anche a Parigi. È in questo periodo che viene composta la Commedia. Nel 1319 Dante si trasferisce a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta. Lì termina il Paradiso. Muopre nel settembre del 1321.
LA DIVINA COMMEDIA
La Commedia (fu Boccaccio nel 1535 ad aggiungere l’epiteto Divina per sottolineare l’eccellenza dei versi) rappresenta il viaggio immaginario del poeta che, guidato da Virgilio e poi da Beatrice, attraversa Inferno, Purgatorio e Paradiso e giunge a vedere Dio. Si tratta ovviamente di un viaggio allegorico, cioè di un viaggio con un significato simbolico: Dante intende rappresentare il percorso di un uomo che, smarrito in una vita di peccato e dannazione, attraverso al conoscenza e la fede arriva alla beatitudine celeste. Il poema è suddiviso in tre cantiche, Inferno, Purgatorio, e Paradiso, che contengono, rispettivamente, 34, 33 e 33 canti. Il metro è la cosiddetta terzina dantesca, costituita da endecasillabi a rima incatenata. La commedia ha una struttura ed una articolazione tematica di straordinaria complessità. Sulla base della concezione geocentrica dell’universo, Dante immagina che la porta dell’Inferno si trovi presso Gerusalemme. Agli antipodi sorge il Purgatorio, una montagna in mezzo all’oceano. Sia l’Inferno che il Purgatorio sono stati creati dalla caduta di Lucifero. Attorno alla Terra ruotano i nove cieli del Paradiso, contenuti dall’Empireo, dove i beati contemplano Dio. Dante immagina di iniziare il viaggio nel 1300, anno giubilare. Mentre cerca di uscire da una selva oscura che rappresenta simbolicamente il peccato e la perdizione, incontra Virgilio che gli propone di guidarlo attraverso l’Inferno e il Purgatorio per raggiungere il Paradiso. Durante il viaggio, pericoloso e ricco di colpi di scena, il poeta incontra innumerevoli personaggi della cronaca e della storia; tutti i peccati, le debolezze, le passioni, le speranze dell’uomo trovano un personaggio che li incarna. In cima al Purgatorio, nella foresta dell’Eden, incontra Beatrice che sarà sua guida nell’ascensione dei Cieli del Paradiso. La disposizione dei dannati e dei beati obbedisce a precise regole tecnologiche e filosofiche. In fondo all’Inferno stanno coloro che si sono macchiati dei peccati più gravi; quando si avvicina a Dio, Dante trova personaggi sempre più vicini alla grazia Divina. Nell’ultimo canto del poema Dante vede una luce fortissima, insostenibile: il viaggio è finito, il poeta ha avuto la visione del Bene supremo.
L’ESCATOLOGIA MUSULMANA E LA DIVINA COMMEDIA
Nel 1919 Miguel Asin Palacios pubblicava La escatologia musulmana en la Divina Commedia ponendo agli studiosi di Dante il problema delle fonti arabe-spagnole per le indubbie analogie tra la costruzione del mondo ultraterreno nella Commedia e l'escatologia musulmana. Infatti nella tradizione culturale dei paesi islamici era particolarmente diffuso in varie versioni il racconto del viaggio ultraterreno del Profeta.
I dantisti italiani non accolsero favorevolmente l'ipotesi dell'orientalista spagnolo, che si basava su numerose analogie e somiglianze collezionate da vari testi, ma non dalla traduzione latina del Libro della scala di Maometto, che non era ancora stata edita. Invece nei paesi arabi il libro di Asin Palacios trovò un'accoglienza quasi trionfale. Possiamo qui ricordare L'influenza della cultura islamica sulla Divina Commedia di Dante di Salah Fadl , pubblicato al Cairo nel 1980, secondo il quale «Dante è un autentico sufi, o per lo meno ragiona e si comporta come tale».
Nel 1994 apparve la traduzione italiana dell'opera di M. A. Palacios con la successiva sua risposta ai dantisti ed orientalisti, con una nota dei traduttori sull'accoglienza nei paesi islamici dell'ipotesi di Palacios e una introduzione di Carlo Ossola.
Solo nel 1949 lo studioso italiano Enrico Cerulli pubblicava nella Biblioteca Apostolica Vaticana per la prima volta la edizione nei testi francesi e latino del Libro della scala, che alla corte del re Alfonso X il Savio fu dapprima tradotto in castigliano dal medico ebreo Abraham e in seguito nel maggio del 1264 ritradotto in francese e latino dal notaio senese Bonaventura.
banA Firenze la traduzione di Bonaventura forse giunse tramite Brunetto Latini, che era stato per un certo periodo ambasciatore di Firenze alla corte di Alfonso X. Pare infatti che recentemente sia stato scoperto che il titolo si trovi menzionato in una lista di libri formanti la sua biblioteca.
La traduzione dal latino in italiano del Liber scalae Machomethi avvenne solo molto più tardi, nell'ultimo decennio del XX secolo, essendo sorto da noi un interesse alla cultura islamica, interesse suscitato dagli immigrati provenienti dai paesi di cultura e religione islamica.

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