Il Grand Tour

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Testo

I luoghi del Grand Tour
Itinerario proposto da Fabio Ronci
IL GRAND TOUR IN ITALIA
Il termine Grand Tour appare per la prima volta nel 1670 all’interno del Voyage of Italy, or a complete Journey through Italy dell’inglese Richard Lassels ma gli inizi sono sporadicamente rintracciabili già nel XVI° sec. nei viaggi di Montaigne.
Il vero e proprio boom si avrà però nel corso del ‘700, ed abbraccerà tutto il secolo, estendosi poi fino alla metà dell’800. Verso la fine del ‘700 ogni uomo di cultura europeo che si rispettasse doveva aver compiuto almeno un viaggio in Italia, paese ricco di testimonianze del passato classico (greco e romano), di paesaggi bucolici e sempre vivacizzato da feste, spettacoli teatrali e musicali.
Nel 1738 e 1748 gli archeologi avevano riportato alla luce Ercolano e Pompei, veri e propri musei all’aria aperta che attraggono studiosi e curiosi da tutto il mondo come il tedesco Winckelmann, il quale descriverà all’Europa intera le nuove scoperte (1756), invogliando altri viaggiatori a mettersi in viaggio verso il sud della penisola.
Nonostante le strade dissestate e i pericoli, come il brigantaggio, nessuno vuole rinunciare all’esperienza unica del Grand Tour.

IN UMBRIA, LUNGO LA FLAMINA
L’Umbria, terra di transito quasi obbligata lungo la strada che conduce a Roma, riveste un ruolo centrale in tutti gli itinerari. Ciò giova indiscutibilmente anche alla sua fama nel corso del Grand Tour.
Il pittoresco ed il sublime, alla cui ricerca si mettono i viaggiatori, sono due aspetti di una certa estetica del paesaggio sicuramente presenti in Umbria: dalla bellezza degli Appennini allo scenario naturale “bello e terribile” offerto dalla Cascata delle Marmore, dai paesaggi rilassanti dei monti di Colfiorito alle testimonianze del passato romano a Narni e Carsulae.
Il passaggio nell’Umbria meridionale, lungo la Via Flaminia, tocca dapprima Foligno e quindi Spoleto, l’incontro con il sublime però avviene indubbiamente all’arrivo inValnerina: i paesaggisti e gli scrittori si dilungano a parlare del paesaggio quasi “alpino” che li accoglie all’imbocco della gola del Nera, e dei piccoli paesi, come Papigno che ne costellano il cammino.

Il fragore della cascata
La Cascata delle Marmore è uno degli spettacoli più affascinanti e grandiosi della natura: una massa enorme di acqua spumeggiante precipita in basso nella stretta valle del Nera con tre salti successivi, per 165 metri, un vero spettacolo di luce e di suoni.
Le acque del fiume Velino furono fatte deviare dal loro corso in modo artificiale già nel 271 a.C. dal console romano Manlio Curio Dentato, allo scopo di regolamentare il corso dello stesso fiume nella piana reatina. Da quel momento in poi molti lavori interessarono quest’opera di ingegneria idraulica allo scopo di migliorarne lo sfruttamento anche per scopi industriali: si può infatti affermare che il sistema Nera-Velino sia alla base della moderna industrializzazione della città, che sfruttò al meglio la forza idrica per produrre elettricità già alla metà dell’800.
Il salto è osservabile dal basso, nel piazzale antistante il salto dell’acqua, e dall’alto, dal Belvedere superiore, grazie ad una stradina che conduce verso la parte più alta della cascata: da questa posizione lo spettacolo è sicuramente magnifico.
Il tedesco J.G. Seume così descrive il paesaggio agli inizi dell’800: “...mi si aprì il cuore quando, alcune miglia prima di Terni, (...) mi si aprì la valle del Nera, e di nuovo mi si spalancò davanti agli occhi il paradiso...”.
Tutti gli artisti ne danno una descrizione, chi con le parole e chi con la pittura: notissime sono sotto questo punto di vista le opere del francese Corot, ma anche alcuni scrittori si dilettarono a farne degli schizzi, sebbene, nelle parole del canonico tedesco F.L. Meyer nel ‘700: “... invano la pittura ha tentato di rendere queste grandi scene della natura, di cui il movimento e la vita sono l’essenza..”
Da Hans Christian Andersen a Wilhelm Heinse, da Chateaubriand a De Sade, da Goethe fino a Lord Byron, praticamente tutti gli scrittori che visitano la Valnerina rimangono annichiliti dallo spettacolo visivo (ed anche acustico, per cui il fragore dell’acqua che cade resta impresso almeno quanto la sua immagine) e non possono fare a meno di descriverne l’effetto.
Nota in tutto il mondo è l’ode diByron, inclusa nell’opera Childe Harold’s Pilgrimage, ma il poeta inglese non si è limitato ad elogiare la cascata, egli ha inserito nel suo percorso anche il piediluco, ed a questo riguardo ecco le sue parole: “..è singolare che le due più belle cascate d’Europa siano artificiali, quella del Velino e quella di Tivoli. Raccomando subito al viaggiatore di seguire il Velino sino al piccolo lago detto di Piediluco. .”

Gli “aranceti” ternani

Terni attende i visitatori poche miglia più in basso, nella valle; l’attuale capoluogo di provincia risulta già all’epoca una città di medie dimensioni che viene curiosamente preceduta dalla fama dei suoi aranceti per cui alcuni viaggiatori si mettono alla ricerca dei pregiati frutti, lodandone poi la bontà (alcuni inglesi, tra cui il Richards, addirittura paragonano la pianura circostante al Paradise Lost di Milton), mentre altri si affannano a smentire questa voce. Il celebre marchese De Sade dirà apertamente che: “..è falso che nella pianura vi siano alberi di arancio..”
Neppure il Goethe ( che di paesi degli aranci se ne intende..) ne fa riferimento, ma così la descrive, brevemente: “... la cittadina è in una posizione ridente, che ho ammirato con piacere, in un giro fatto ora. Si trova al principio di una bella pianura, fa monti di roccia calcarea. Come Bologna dalla parte opposta, così Terni al di qua si stende ai piedi di una catena di monti..”.
E’ interessante ricordare anche un’altra caratteristica del territorio ternano, osservata dal Goethe, così come da altri visitatori, ovvero la presenza costante di olivi nel paesaggio.
Johann Caspar Goethe, padre del celebre poeta, recatosi a Terni nel 1740, parlando della vanagloria dei suoi cittadini rispetto all’origine antica del luogo, afferma che: “...i cittadini (...) dicono che i primi fondamenti ne sono stati gettati da Numa Pompilio....”.
La poetessa inglese Anna Miller invece, nel 1771 ne descrive le glorie passate, e ci lascia la testimonianza di alcune perle archeologiche, e dei luoghi ove si trovano: “... nel giardino del vescovo, ove c’é un anfiteatro e alcuni sotterranei, nella chiesa di S. Salvatore ci sono alcuni esigui resti di un tempio del sole, e parte di un tempio di Ercole nelle celle dei Gesuiti…”

Il ponte d’Augusto nell’immaginario dei viaggiatori

Il tragitto che da Terni porta a Narni passa irrimediabilmente per il Ponte Romano (o d’Augusto), l’opera dell’epoca classica maggiormente apprezzata dai nuovi pellegrini: più volte dipinto (Corot, tra gli altri), e quindi riprodotto in stampe da appendere all’interno delle proprie case. L’opera è l’oggetto dell’ammirazione dei viaggiatori soprattutto per la sua altezza, ma essa offre lo spunto anche per ardite ipotesi circa la sua forma originaria, per cui si formano due partiti di storici dell’arte: quelli che ipotizzano tre navate e chi ne immagina quattro ( a dire il vero quest’ultima ipotesi meno accreditata), per cui non è raro ritrovare nelle descrizioni vere e proprie dichiarazioni di fede per l’una o l’altra tesi.
Alcuni turisti sono inoltre a conoscenza dell’antico percorso della Flaminia, e sanno che proprio quel ponte aveva lo scopo di collegare Narni ad un altro sito romano importantisimo per l’epoca, in via di scavo proprio a metà del ‘700: Carsulae, di cui però pochissimi viaggiatori lasciano descrizioni.
L’inglese Addison cita (questa volta correttamente) addirittura un epigramma di Marziale per sottolinearne l’importanza in epoca antica, e così ne parla: “...è una delle più imponenti rovine d’Italia..”.
Anche il Marchese De Sade, che trascorre molti giorni a Narni, descrivendone anche la cattedrale ed il centro urbano, lo trova bellissimo e si dilunga a descriverne le fattezze e a confrontarlo con il piccolo ponte medievale accanto ad esso.

Ocriculum
Ultima stazione lungo la Flaminia prima del Lazio, e dell’agognata Roma è Otricoli , l’antica Ocriculum. Mentre la città moderna passa praticamente inosservata, l’attenzione dei viaggiatori si dirige verso i resti dell’antica città romana, i cui scavi erano ancora in corso nel ‘700, e quindi tanto più interessante agli occhi di molti artisti con velleità di archeologi.
Già l’Addison parla dei “....segni della sua antica magnificenza..” citandone i frammenti di opere, marmo ed altro. L’abate Jérome Richard la visita nel 1762 e così la descrive: “...la città di Ocriculum costruita con magnificenza, lo si giudica dalle rovine del teatro ed altri edifici pubblici, che sono a ponente della città...”
Il marchese De Sade ci spiega anche il perché del trasporto di alcuni monumenti da Ocriculum alla Villa Albani a Roma ( tra cui la celebre testa del Giove): “...il miglior frammento è stato portato a Villa Albani, dato che il Cardinale Albani è il protettore di Otricoli..”.
Alle spalle di Otricoli inizia il Lazio, e quindi Roma, meta finale del viaggio.

I PERCORSI E LE TAPPE ALTERNATIVE
Tra i turisti (soprattutto inglesi) che preferiscono giungere a Roma percorrendo la antica Via Francigena, ovvero l’asse Via Aurelia - Via Cassia, la Toscana gioca un ruolo predominante.
I viaggiatori dell’800 allargano il loro sguardo, alla ricerca di nuove strade da solcare, ed in questo secondo scorcio di Grand Tour l’Umbria subentra nella parte finale di tale percorso, proprio prima di entrare nel Lazio da Viterbo: essi sono fatalmente attratti da Orvieto e le zone circostanti: il Corbara in primo luogo, mentre pochi altri si addentreranno lungo la strada che congiunge la città del Duomo ad Amelia, alla ricerca di ulteriori testimonianze romane.
Orvieto, dunque, ed in questo caso il passato da scoprire è preferibilmente quello etrusco, ma il grandioso Medioevo della città non passa qui inosservato: dal tufo emerge possente il Duomo del Maitani e di Simone Martini, vera oasi dell’arte pittorica, così legato alla Toscana nelle sue forme esterne che rimandano all’amata Siena.
Karl Gottfried Pfannschmidt, artista amato dagli scrittori romantici, riporta nel 1845 queste impressioni di Orvieto: “...la prima passeggiata si orientò verso il Duomo, che, nella sua superba bellezza, ci fece una straordinaria impressione al pensiero che un’opera di tale perfezione potesse essere compiuta da una sola cittadina. Più lo si guarda, più diventa specchio del cielo, porta della città...”
Altro punto d’attrazione, questa volta paesaggistica, della zona è senza dubbio la valle del Tevere con il Corbara
Per Jacques Camille Broussole, una voce lirica segnata dal tempo in cui scrive, il tardo ‘800, “...altre valli, altre colline si ripetono in lontananza, come un’eco, quasi all’infinito, e le ultime note sono ancora le più belle che si perdono nel mistero delle luci rosate e meravigliosamente addolcite..”
L’inglese William Davies, altra voce di letterato sulle orme del Grand Tour classico, lascia, invece, la propria testimonianza nell’opera “The pilgrimage of the Tiber from its source” (1873), ponendo particolare attenzione al fiume sacro ai romani: “... il Tevere incastrato nel lussureggiante fogliame, tratti di cielo azzurro si riflettevano tra gli argini (...) La scena era infinitamente varia: verdi di ogni tono e sfumatura, gruppi di alberi ondeggianti, cime dominanti, colline ondulate punteggiate da ville e fattorie...”
http://www.provincia.terni.it/Cultura/bus/storie/tour.htm

La nascita del Grand Tour
Il viaggio in Italia prima del Grand Tour
Il viaggio in Italia ha radici lontanissime. Dal Medioevo, epoca cui l'itinerare fu estremamente congeniale, le strade d'Italia sono state battute da tanti pellegrini, poi da mercanti, da artisti, predicatori, studiosi, oltre che da banditi, nullafacenti e avventurieri, di cui sempre lo spazio è teatro. Il viaggio a Roma, in particolare, anche quando vennero meno i dominanti caratteri penitenziali, restò una tappa fondamentale nella vita di molti, nuovi viaggiatori, divenendo occasione mondana e, nel corso del XV secolo, viaggio laico ed erudito. A Roma si affiancarono presto città nuove: Milano, Venezia, Firenze, Bologna. Altre componenti vennero messe in evidenza sul versante culturale, della curiosità intellettuale e su quello psicologico. Ma, assorti nei libri devozionali o di conto, i viaggiatori spesso guardavano a stento ciò che li circondava e, se lo facevano, davano alla loro testimonianza un carattere pragmatico (un libro di conti, per esempio, che ci informa sulle merci e sui prezzi in vigore) o parziale (una raccolta di mirabilia, per esempio, da cui l'uomo medievale era incline a vedersi circondato): il dato numerico dei viaggiatori non corrisponde ad analogo dato informativo (anche senza voler badare ai pregi letterari delle relazioni). Le lontane radici del viaggio in Italia, dunque, non hanno sempre prodotto la letteratura ragguardevole che i secoli XVII e XVIII avrebbero prodotto, e questo è il primo vistoso elemento che fa riflettere su un fenomeno che ebbe, a quella altezza cronologica, le proporzioni di una vera e propria moda.

Una nuova idea di viaggio
Fu quello infatti un momento in cui, nella storia della mentalità collettiva, il viaggio acquistò valore per le sue intrinseche proprietà. Indipendente dalla soddisfazione di questo o quel bisogno, si propose esso stesso come unico e solo fine, in nome di una curiosità fattasi più audace, in nome del sapere e della conoscenza da un lato e del piacere dell'evasione, del puro divertimento dall'altro. Questa idea innovativa cominciò a diffondersi in Europa sul finire del XVI secolo e si incarnò nella voga del ‘viaggio in Italia'. Il quale dunque, pur praticato da molti secoli, si configura come istituzione solo alla fine del secolo successivo, quando diventa la tappa privilegiata di un ‘giro' che i giovani rampolli dell'aristocrazia europea, gli artisti, gli uomini di cultura, cominciano a intraprendere con regolarità. Il ‘giro' presto diventa una moda e ad esso è assegnata una sua dicitura internazionale: il Grand Tour.

Il significato del termine Grand Tour
Con questo nome si indicò il viaggio di istruzione, intrapreso dai rampolli delle case aristocratiche di tutta Europa, che aveva come fine la formazione del giovane gentiluomo attraverso il salutare esercizio del confronto. Il termine tour, che soppianta quello di travel o journey o voyage, chiarisce come la moda di questo viaggio si specifichi in un ‘giro' - particolarmente lungo e ampio e senza soluzione di continuità, con partenza e arrivo nello stesso luogo – che può attraversare anche i paesi continentali ma ha come traguardo prediletto e irrinunciabile l'Italia. Non più l'Italia degli itineraria medievali, certo, ma l'Italia delle cento città la cui fitta trama urbana diventa la meta prediletta di un nuovo pellegrinaggio.

Ricettività
Un po' di storia
Il passaggio decisivo verso una moderna concezione di ricettività si realizza con l'avvento dell'ospitalità a pagamento. Risale al 1111 una iscrizione sul duomo di Lucca che elenca le case che offrono ospitalità in cambio di denaro. Cominciano a venire aperte le taverne (solo per la mescita) e le locande (per il pernottamento e vettovagliamento). Assume un ruolo di primo piano la figura dell'oste, che spesso svolge funzioni non ammesse di fonte creditizia, mediazione, deposito di merce e quelle, ammesse, di confidente della autorità pubblica, con una larvata funzione di polizia.
Con il procedere del tempo sono le stazioni di posta a offrire ricovero e ristoro al passeggero. Sorte con lo scopo duplice di ricettività e di stazione per il cambio dei cavalli, sono collocate ad una distanza variabile le une dalle altre. Spesso vedono svilupparsi un reticolo di attività collaterali che conduce, talvolta, alla nascita di piccoli borghi.
In Toscana in particolare, grazie alla cura prestata dai Lorena al problema della viabilità, la risistemazione delle vecchie direttrici e l'apertura delle nuove strade determina la progettazione delle stazioni di posta contestualmente al tracciato, costituendo un interessante esempio di architettura stradale. Compatte e decorose, funzionali, esse prevedono un porticato, stalla e rimessa per le carrozze al piano terra, camere ai piani superiori (Le antiche strade, s.d.).
Le possibili alternative
Vista l'ospitalità piuttosto spartana delle locande di posta, il viaggiatore che ne aveva la facoltà preferiva scegliere soluzioni alternative. Tra queste, se non possedeva conoscenze che gli permettessero di fruire della ambita ospitalità presso una casa privata, vi sono gli alberghi urbani o le camere locande, o, se il soggiorno si prolungava, la possibilità di prendere in affitto dei quartieri.
La locanda, un microcosmo
Dopo la carrozza è la locanda il microcosmo per eccellenza dove si annullano le distanze e si appianano le differenze di ceto e di borsa. Ruoli e pratiche del vivere quotidiano sembrano soggetti ad una momentanea sospensione, la parola circola con meno impaccio rispetto ai protocolli abituali, la tavola conviviale costituisce l'occasione per incontri di nuove specie.
Locande buone e cattive
La cattiva fama delle locande di posta italiane è ampiamente testimoniata, sebbene esistano voci di controcanto.
In via generale nel nord Italia, e in particolare lungo una trafficata via di comunicazione, il comfort era certamente più alto rispetto alle sperdute contrade meridionali. Montaigne (1581) ad esempio, nella sua sosta a Rovereto, rimpiange la pulizia tedesca ma apprezza le cortine di tela ai letti e induce a notare interessanti distinzioni come quelle fra la civiltà del piumino, nordica, e quella della coperta di lana, italiana, oppure quella fra l'area della birra e del vino ( mediterranea quest'ultima), che non conosce l'ubriachezza . A Levanella - fra Firenze e Arezzo - loda il lusso di una piccola osteria dove servono il cibo in piatti di peltro, come nei più lussuosi alberghi parigini.
Particolarmente famigerate, invece, le locande di Radicofani sulla via Francigena dopo Siena (cui è dedicato uno spazio descrittivo notevole e orientato al romanzesco), Pietramala (Appennino), Camicia (Trasimeno). Nel sud d'Italia, Roland de la Platière nel 1777 «osserva che la locanda si riduce a una stalla enorme alla cui estremità si fa il fuoco e si cucina senza camino né fornelli, dove si mangia e ci si corica su tavolacci appoggiati a file di mattoni messi per ritto al centro della stalla, dietro ai cavalli, o nella mangiatoia quando c'è posto» (Brilli, 2004).
Una descrizione
Il vasto piazzale delle stazioni di posta è un piccolo brulicante mondo su cui si affacciano, insieme alla locanda, le scuderie, l'officina del maniscalco, la biglietteria, il deposito bagagli, le rimesse delle carrozze. La contiguità delle bestie conferisce all'agognato luogo di sosta un inconfondibile lezzo di letame, come dice Howells in Italia nel 1640 (cui fa concorrenza, secondo Lady Blessington - 1826, il tanfo di cavolfiore bollito nei più lussuosi alberghi fiorentini); la conformazione del locale, inizialmente unico per vitto e alloggio, lo rende fumoso e sporco, condannato alla promiscuità (si mangia a tavola coi propri servi), all'estrema povertà di arredi. Le voci dei viaggiatori raccontano di finestre senza vetri in stanze senza camini, porte senza chiavi, letti sporchi ma spruzzati d'acqua (e dunque umidi) per far credere che siano freschi di bucato, condizioni igieniche generali precarie, assenza di latrine: così che Samuel Sharp (1766) si lamentava di dover sopportare sotto gli occhi e sotto il naso, per tutta la notte, ciò che sarebbe stato opportuno «rimuovere e consegnare all'oblio» (Brilli, 2004).
Accorgimenti utili
I rimedi consigliati erano molti, il principale, che era anche un lusso, quello di viaggiare portandosi dietro un letto. La lettiera poteva essere smontata e ripiegata in poco spazio. Bisognava comunque arieggiare la stanza, immergere le gambe del letto nell'acqua al vetriolo per evitare gli assalti di sgraditi animaletti, smontare i baldacchini per evitare corse di sgradevoli quadrupedi, spruzzare di lavanda o fornirsi di pastiglie di canfora per volatili vari. Altro consiglio sempre valido è quello di «portare con sé un marchingegno di ferro con il quale chiudere la porta dal di dentro», una serratura da camera che raccomandano Evelyn nel 1644 come la Starke due secoli dopo.
Cibo e altri pericoli
L'altro capitolo afferente il racconto della sosta, quello del cibo, presenta tratti meno inquietanti, limitandosi le sorprese meno gradevoli alle locande fuori mano ed a quelle dei centri minori.
Vi è tutto un filone poi che racconta di accordi segreti fra locandieri e briganti, col caso tristemente famoso delle locande dello stato pontificio e di quello borbonico.
Gli ospizi dei valichi
Un caso a parte è rappresentato dagli ospizi dei valichi dove il soggiorno si rivelava perlopiù gradevole. L'assistenza al Gran S. Bernardo, per esempio, era gratuita per tutti, senza distinzione. Era sufficiente iscriversi nell'album dei visitatori e lasciare una mancia ai monaci tuttofare che, all'occorrenza, si occupavano anche di recuperare i dispersi e li rianimavano strofinandoli con la neve. Per i forestieri di qualche riguardo potevano persino trovarsi delle stufe. I posti erano molti e il cibo genuino e buono. Niente che facesse rimpiangere gli alberghi delle grandi città (Astengo, 1992).
Ospitalità privata
L'indigenza e lo squallore delle locande di posta, che i viaggiatori cercavano di mitigare portandosi dietro di tutto, dalla biancheria agli oggetti di cucina, era il motivo delle tante querule lamentele: le camere gelide, i letti umidi, la scarsità di candele, i soffitti coperti di ragni, l'assalto delle cimici o pulci o pidocchi, il latte e il burro introvabili.
Un sistema per evitare tutto questo trambusto era procurarsi ospitalità presso qualche casa privata. Questo era il valore portentoso delle lettere di presentazione che, a seconda del mittente e del suo grado di importanza, potevano aprire al viaggiatore le porte di case per bene, comode e ben equipaggiate. La consuetudine è talmente diffusa che ancora nell'Ottocento le guide turistiche più comuni, come quelle dell'editore milanese Artaria, consigliano vivamente il turista di «munirsi di lettere commendatizie» per le famiglie più illustri della città, anche se con la ‘borghesizzazione' del viaggio quegli accessi, che una casta aristocratica regolava e alimentava fra i suoi membri, cominciano a essere negati.
Un viaggio tra case private è sostanzialmente quello del poeta Thomas Gray che, accompagnando l'aristocratico e ben accolto Horace Walpole tra il 1739 e i 1741, riferisce di molti soggiorni in abitazioni private. Famoso quello di Firenze dove è ospite, col Walpole, del console inglese Horace Mann: «siamo qui sistemati con il signor Mann in un appartamento incantevole; sotto le finestre scorre l'Arno da cui possiamo pescare. Il cielo è così terso e l'aria così temperata che ci si può trattenere all'aperto con una vestaglia leggera per tutta la notte senza il minimo pericolo; corron tutti al ponte di marmo ad ascoltare la musica, a mangiare frutta gelata e a cenare al chiaro di luna…».

Viaggio attraverso i costumi
Gli inglesi a Firenze
Il successo della capitale del granducato come meta di viaggio, la sua fama mondiale, deve moltissimo alla comunità inglese. Si può dire che furono gli inglesi a eleggere Firenze quale capitale artistica del mondo. Se nella seconda metà del XIX secolo un terzo dei cittadini di Firenze era costituito da stranieri, la maggior parte era proprio di provenienza anglosassone (altre colonie straniere non meno significative nella tradizione toscana furono quella tedesca e quella francese). Una colonia numerosa, della quale fecero parte il poeta e prosatore Walter Savage Landor, i Browning (Robert e Elizabeth, con il loro salotto letterario in Casa Guidi di via Maggio), George Nassau, terzo conte Cowper, la contessa di Orford, solo per citarne alcuni. Il fenomeno, sensibile nel XIX secolo, ha radici più lontane se già nel 1729 Montesquieu poteva affermare: «gl'inglesi si portano via tutto dall'Italia: quadri, statue, ritratti [...] ma gl'inglesi si portano via raramente roba di valore: gl'italiani se ne disfano il meno che possono, perché sono degli intenditori che vendono a gente che non lo è. Un italiano vi venderebbe piuttosto la moglie in originale che non un originale di Raffaello».
Gli anglo-fiorentini formavano una comunità colta, che collezionava, come si è visto, ma poi scriveva, e non solo corrispondenze di viaggio, e leggeva moltissimo. La loro storia è legata inoltre alle residenze extracittadine che spesso, nei passaggi di mano seguiti alla decadenza medicea e alla politica di tagli dei Lorena, finivano nelle loro mani. E' il caso di Lady Orford che acquista Villa Medici a Fiesole nel 1772 (che divenne Villa Spence nell'Ottocento restando anche dopo proprietà di area anglosassone), il caso di George Nassau che risiedeva a Villa Palmieri, di Lord Holland, ambasciatore inglese presso la corte toscana, che prese in affitto nel 1845 la Villa di Careggi, e di molti altri.
L'immagine della comunità inglese a Firenze è strettamente legata alla figura di colui che ne è stato lungamente l'animatore, sir Horace Mann. Cugino di Horace Walpole, l'illustre Primo Ministro dei regnanti Giorgio I e Giorgio II d'Inghilterra, Horace Mann a Firenze ricoprì dapprima l'incarico di segretario di legazione, successivamente investito del grado di inviato ed infine, dal 1738, accreditato come Ministro Britannico nella capitale del Granducato; incarico che restò suo fino alla morte, nel 1786, passando il granducato dalla reggenza medicea a quella lorenese. Horace Mann era un uomo brillante e un buon anfitrione: i suoi ricevimenti settimanali divennero luogo d'incontro della società mondana e intellettuale fiorentina. Fu descritto come «persona molto ricca, assai amabile e, malgrado fosse inglese, ricco di simpatia e di buon gusto» e con ancor più entusiasmo da Lady Orford, l'eccentrica ereditiera del Devonshire cognata di Horace Walpole che acquistò Villa Medici nel 1772, che lo descriveva come: «l'uomo più compiacente ed amabile che sia mai vissuto, ha una casa ch'è una delizia, si fa vedere molto in giro e vive con grandissimo sfarzo». La signora metteva poi in evidenza un dato che giustifica ancor meglio il primato toscano/fiorentino per la comunità itinerante per eccellenza, quella inglese, in quel momento storico: «la mescolanza di Tedeschi e d'altri forestieri rende questo luogo più acconcio di Roma o di Napoli alla vita di società».Questo è il viaggio più ricco, più avventuroso, più divertente e a maggior grado informativo che il lettore possa fare sulle pagine dei viaggiatori, quando si metta in ascolto dei loro viaggi reali.
Certo ci si può facilmente imbattere, soprattutto nella letteratura settecentesca del genere, in quelle desolanti galoppate attraverso selve di nomi, di artisti, di opere, di strade. Ma anche nelle relazioni più severe c'è sempre un posto per dire, magari senza raccontare, della festa del patrono della città, dell'abbigliamento o del carattere dei cittadini, della musica di quel tale teatro. E' il lato umano del viaggio che si insinua sempre, per poi dominare nelle relazioni di piglio quasi etnografico ed includere, con l'approssimarsi della sensibilità romantica, il lato umano anche di chi scrive.
Fare una scelta di luoghi risulta piuttosto difficile. Attraverso le osservazioni dei viaggiatori si ripercorrono infatti gli usi e costumi della società toscana in senso molto ampio, dalla vita intellettuale agli aspetti più legati al costume ed alle curiosità locali.
Un capitolo a parte è dedicato agli inglesi ed al rapporto speciale che da secoli li lega alla città di Firenze.

I tempi del Grand Tour
Il ‘secolo d'oro' del viaggio
Il momentaneo altalenare della fortuna non incrinò un primato che rimase saldissimo per tutto il corso dei secoli XVII e XVIII e si affermò soprattutto in quest'ultimo, ‘secolo d'oro' dei viaggi, la cui parabola può dirsi definitivamente esaurita solo alle soglie del XIX secolo, in concomitanza con la tempesta napoleonica. Il ‘secolo d'oro', su basi dunque seicentesche non fece che ampliare a dismisura il fenomeno, così che fra 1760 e 1780 crescono le lamentele degli stranieri assediati dai compatrioti non solo nelle città maggiori ma anche in quelle minori (tra cui Lucca e Siena). Cresce a dismisura anche lo stuolo degli accompagnatori, sempre proporzionato al grado e alle facoltà del viaggiatore: medico, cuoco, valletto, pittore, musicista corriere, spesso, a loro volta, divenuti esperti relatori. Cominciano inoltre a comparire nella comunità viaggiante le donne, precorritrici delle grandi viaggiatrici di epoca romantica.
Gli anni '40 del XVIII secolo
Importante spartiacque nella storia italiana del viaggio sono gli anni quaranta del secolo, quando le nuove straordinarie scoperte archeologiche di Ercolano (1738) e Pompei (1748) determinarono nuove coordinate negli itinerari italiani. Fino ad allora era stato possibile riconoscere i viaggiatori dalla loro provenienza e si parlava, a buon diritto, di viaggiatori inglesi piuttosto che francesi identificabili nel fatto che gli uni prediligevano Venezia, gli altri Roma, fin dai tempi di Rabelais. Intorno alla metà del Settecento si assiste, invece, a quella che è stata chiamata la «internazionalizzazione» del Grand Tour (De Seta, 1982) che unifica gli itinerari (da nord a sud) incardinandosi intorno all'epicentro costituito dalle due città. L'«internazionalizzazione» costituisce il risvolto materiale di un concetto sopranazionale dell'Europa, concetto tipicamente settecentesco, segno della cultura cosmopolitica che si sta affermando. Contestualmente la durata del viaggio comincia ad assottigliarsi, segno di una minore disponibilità economica e mentale.
Come si trasforma l'idea del viaggio
Dopo il Congresso di Vienna, infatti, l'Italia romantica fu oggetto di nuovi miti e il viaggio, con la modernizzazione della società, acquistò nuovi ritmi e incarnò nuovi valori. Le aspirazioni culturali si impoverirono, facendo prevalere quelle di pura evasione. La scoperta del viaggio è sempre meno personale e sempre più sintonizzata sulle informazioni predisposte dalla ‘guida', il nuovo strumento del viaggiatore, che non organizza più in proprio ma viene condotto dalla nuova figura dell'organizzatore di viaggi; questi, grazie alla geniale intuizione di Thomas Cook e complice la nuova viabilità ferroviaria, si annette le possibilità conoscitive del viaggio determinandole in base ad esigenze piuttosto economiche che culturali. Si crea adesso perciò il fenomeno, tuttora vitale, del turismo organizzato e di massa. La filosofia turistica che vi viene impartita, diretta ad un pubblico accresciuto e massificato ad un tempo, è più accessibile e rudimentale di quella maggiormente consapevole e pretenziosa dei secoli precedenti, quando la schiera dei grandtourists solcava le strade italiane a bordo di carrozze ben equipaggiate.
Il dibattito sul Grand Tour: sostenitori e oppositori
Nascita dell'idea in Inghilterra
La nascita di un'idea del viaggio come strumento di formazione, come mezzo di scambio e commercio intellettuale che, tramite il confronto, fa nascere e progredire la coscienza critica e la consapevolezza del viaggiatore, ha origine in Inghilterra e da lì si irradia. La predisposizione della cultura inglese all'empirismo determina la preferenza per l'esperienza diretta in luogo dei dogmatismi del sapere di cui la tradizione scolastica medievale era stata campione.
I precetti per un buon viaggio
I precetti baconiani furono la base filosofica che diede al viaggio di istruzione degli inglesi il primato cronologico e l'appoggio incondizionato della Corona. Il saggio di Bacon intitolato Of Travel (1625) contiene già, in modo completo, tutto il corredo di motivazioni e buone norme che - con sorprendente successo editoriale - saranno poi specificate, arricchite, ripetute, riorganizzate in una manualistica fiorente che da sola basterebbe a dar conto del fenomeno. Come capostipite di quella precettistica dell'organizzazione materiale dei viaggi, in cui saranno indicate minuziosamente la durata (che all'inizio era stabilita in tre anni), il corredo materiale e culturale del viaggiatore, i luoghi di sosta e le molte altre indicazioni necessarie, Bacon fece scuola. Egli consigliava che il giovane destinato al Grand Tour avesse una certa conoscenza della lingua del paese di destinazione, che vi si recasse provvisto di guide cartacee e di un tutore; raccomandava che tenesse un diario, che non si trattenesse troppo in una stessa città e che, durante il soggiorno, cambiasse più volte residenza in modo da impratichirsi negli spostamenti, sempre provvisto di lettere di presentazione per potersi inserire nella buona società.
L'altra faccia della medaglia
Questi erano i buoni precetti per un utile viaggio. Ma gli oppositori guardavano l'altra faccia della medaglia: l'Italia, dopotutto, era anche la patria di Machiavelli, cioè degli atteggiamenti cinici e della liceità di qualsiasi mezzo pur di raggiungere il fine; la patria del cattolicesimo, in cui lo sfarzo esibito dalla Controriforma poteva abbagliare i non cattolici (oltre che costituire il pericolo, per chi non era protetto dalla carta diplomatica, di incorrere nella rete dell'Inquisizione); un luogo dove la libertà di costumi era pericolosa. Non solo. Le molte pagine dei resoconti dicevano di un paese reale ben diverso da quello mitico che i viaggiatori idealizzavano. Eppure non furono queste ombre a creare la forte corrente dei dissidenti rispetto ad una pratica che sollevò, come è proprio di tutte le mode, anche moltissime obiezioni. Di fatto, la mutata situazione della penisola, il suo diminuito (ma mai demolito) prestigio quale faro della formazione umana e culturale per la giovane classe dirigente, non sarebbero bastati ad inficiare il principio che alimentava il fenomeno europeo: il viaggio istituisce il confronto e, di per sé, genera conoscenza.
Ma è piuttosto su questo versante ‘filosofico' che si appuntavano le critiche più perniciose, quelle che fecero realmente da contrappeso nell'opinione pubblica, pur non incidendo realmente sui numeri del flusso itinerante. La voce dissidente, accogliendo in un dossier gli sparsi indizi che pure trapelavano dalle relazioni, ne faceva la propria arma ideologica. Non tutti i tutors, infatti, erano persone degne di fede, molti anzi sperperavano i denari messi a disposizione per il viaggio di istruzione lesinando sulla ‘istruzione' e concedendosi lussi di ogni tipo. Non tutti i giovani, d'altra parte, erano così desiderosi di compiere il loro apprendistato artistico e culturale piuttosto che farsi sedurre dalle sirene del teatro, dalla promiscuità delle locande, dalla vita fastosa e irregolare di Roma, dalla ‘avventura'. Come possono realizzarsi conoscenza e apprendimento in condizioni così poco propizie, sostenevano gli oppositori? E, soprattutto, quale guadagno mai non può ottenersi a casa propria, laddove i costumi scioperati delle altre nazioni possono solo fuorviare il giudizio e oscurare l'intendimento? Ancora nel 1781 la questione restava aperta se John Moore nel suo View of society and manners in Italy scriveva: «Si ritiene che per mezzo di una precoce educazione all'estero, tutti i ridicoli pregiudizi inglesi potranno essere evitati . Questo può esser vero: ma chi ci garantisce che altri pregiudizi, forse altrettanto ridicoli, e molto più dannosi non mettano radici?».
La posizione dell'Inghilterra
Sebbene le ‘radici' del Grand Tour siano inglesi, fu proprio dall'Inghilterra che arrivarono anche le maggiori obiezioni. L'altalenante prevalere dei pro e dei contra fecero del viaggio in Italia, almeno per tutto il Cinquecento, un mito vagheggiato e insieme temuto. Una fortuna contesa, quella del Grand Tour, che vincerà nel secolo successivo ogni resistenza contemporaneamente diffondendosi, in modo massiccio, anche negli altri paesi europei.
La posizione della Francia
Anche nella Francia del Cinquecento si contano pionieri del viaggio in Italia, dato che molti dei migliori artisti la scelgono come luogo di elezione per i loro studi. Ma anche qui il fenomeno si radicalizzerà nel secolo successivo, cambiando però fisionomia: da iniziativa privata a programma di Stato, come dimostra la fondazione dell' Accademia di Francia a Roma nel 1666, atto solenne della consacrazione dell'Italia come fonte cui abbeverarsi, punto di sosta e aggregazione per gli artisti di tutta Europa. Curioso destino, in questo caso, quello del viaggio, che promuove il suo esatto contrario cioè l'esigenza della stanzialità.
Superamento della polemica nel ‘secolo d'oro'
Il ‘secolo d'oro' dei viaggi mette fine al calore polemico della diatriba. Essa resta o come fatto biografico del singolo viaggiatore o come controversia determinata da fattori contingenti, quale ad esempio la fortuna editoriale dilagante degli stampatori di Travel Book. Soprattutto in Inghilterra, il fenomeno editoriale fa infatti scattare a più riprese l'antidoto dell'ironia e della parodia.

La relazione settecentesca
Una conoscenza enciclopedica
Il viaggio del grandtourist settecentesco ha in via generale le aspettative della conoscenza enciclopedica, esaustiva. Il viaggiatore è paragonabile in questo ad un filosofo sperimentale di «eccezionale voracità tesaurizzante » (Brilli, 1987), che ambisce alla sistematicità. Dotato, quando sia scrupoloso, di una preparazione teorica molto solida realizzata tramite la lettura di diversi manuali metodologici per apprendere come ‘organizzare la visione', ha del tempo un'idea quantitativa e quanto più vede tanto più ritiene di avere svolto il suo compito. Le reazioni, i gusti, i pareri troppo personalistici sono banditi. Prevalgono le descrizioni di luoghi e cose in uno stile oggettivo e accurato che si propone come lo specchio fedele della realtà.
Una miscela di utilità e piacevolezza
Un'attendibile chiave di lettura del modo in cui il secolo dei lumi considera questo genere letterario, ci viene fornita dalla Critical Review: «un libro di viaggi [...] costituisce uno dei prodotti letterari più attraenti ed istruttivi. In esso si registra una felice commistione di utile e di dulce; esso diverte e cattura la fantasia senza ricorrere alla finzione romanzesca; ci fornisce un'ampia messe di informazioni pratiche e suggerimenti morali senza la noiosità della trattazione [...]» (Brilli, 1987).
Un profilo originale
Tale intento documentaristico si distingue perciò rispetto ad una pratica di scrittura che nel secolo precedente riteneva ammissibile riportare fatti di seconda mano e utilizzare un repertorio di aneddoti - relativi alle proprie ‘incredibili' avventure, ai pericoli corsi, alle difficoltà incontrate - relegando in secondo piano l'osservazione diretta. Ma prende anche le distanze dallo sfogo memorialistico e dalla predominanza del narratore, atteggiamenti che saranno tipici dell'ultima parte del secolo e poi dell'Ottocento. Nei ‘diari', ‘cronache', ‘relazioni', ‘guide' ed ‘epistolari' di quel secolo, scarseggia il gusto dell'aneddoto salottiero, la notazione di sentimento o personale, mentre predomina il desiderio di oggettività del resoconto. Diari e lettere, soprattutto, consentono di simulare la piena autenticità (anche se quasi sempre subiscono rielaborazioni e affinamenti nella stasi del dopo viaggio) e di realizzare in modo spontaneo la funzione didattico-informativa ritenuta essenziale. La lettera in particolare costituisce una scelta tra le preferite (Bacchereti, 1981). Essa consente uno stile discorsivo, piano e alieno da ricercatezze; autorizza a saltare da un argomento ad un altro grazie alla presenza di un interlocutore (spesso fittizio); comporta l'idea di una scrittura immediata, contemporanea alla stesura che era assicurazione di veridicità.

La relazione ottocentesca
Col procedere del secolo il viaggiatore comincia a nutrire nuove ambizioni. Piuttosto che rivestire il ruolo di informatore si sente il protagonista degli eventi, sulla cui trama si sposta il baricentro della scrittura.
Al viaggiatore 'filosofico' sobrio e impersonale comincia a sovrapporsi il viaggiatore 'ipocondriaco' e quello 'sentimentale' con la sua emotività, con i suoi sentimenti, con il suo io, fino ad allora severamente emarginato e adesso invece invitato agli onori della cronaca.
Cambia il rapporto del viaggiatore con la realtà esterna: oggetto di descrizione, quanto più esaustiva ora diviene movente di altre descrizioni, quelle del proprio stato d’animo e delle proprie riflessioni suscitate dalla seduzione pittoresca o dalla 'sublimità' del paesaggio.

Caratteristiche comuni
L'impostazione da ‘guida' turistica
Nella ricchezza tipologica del genere, un dato comune riguarda il prevalere di una volontà ‘guidistica', da cui deriva una tendenza alla ripetizione poi massificata coi Baedeker (tra le prime e più diffuse guide nel senso moderno del termine): degli stessi itinerari, degli stessi giudizi, persino degli stessi aneddoti. A Firenze, per esempio, il percorso-tipo procede dal Duomo a Palazzo Pitti, ammirando le strade ben tracciate e pavimentate, il campanile di Giotto, i soffitti di Pietro da Cortona, esprimendo orrore per il gotico di Santa Croce e la volgare profusione delle Cappelle Medicee.
La parentela fra i testi
Un secondo dato comune riguarda la parentela strettissima che si instaura fra testo e testo, nessuno ignaro dei predecessori, negati, incorporati o rispettati che siano. Le aspettative degli scrittori di viaggio, insomma, sono già orientate dalle letture con cui si sono preparati. E' perciò difficile uscire dalla casistica per cui da Roma ci si aspetta il trionfo del barocco e delle cerimonie per la Pasqua, da Venezia lo spettacolo del Carnevale e da Pisa la magnificenza della Piazza dei Miracoli, tanto per fare un esempio. E' vero però che il ricorrere degli argomenti crea una progressiva precisazione dei dati. Se uscire dalla logica del luogo comune è infatti impresa che può essere affrontata solo dai ‘grandi' scrittori, perfezionare la descrizione di alcuni punti privilegiati serve a dare degli oggetti ritratti precisi, riccamente informativi oltre che rivelatori, per la loro stessa ripetitività, dei gusti e predilezioni dell'epoca.

I protagonisti del Grand Tour
I giovani
La schiera dei grandtourists fu fitta ed eterogenea. La percentuale più cospicua fu assegnata ai giovani, di età compresa fra i sedici e i ventidue anni. Furono loro, spesso accompagnati da tutors più forniti d'anni e di esperienza, a percorrere le strade italiane.
Gli eredi delle nobili casate aristocratiche videro ben presto affiancarsi i meno blasonati ma spesso più facoltosi figli della classe borghese in ascesa che proprio attraverso il viaggio di istruzione, nobilitava le sue patenti culturali. Il target giovanile si spiega col carattere di apprendimento e di acquisizione attribuito all'esperienza del Tour. Il legame con l'idea di istruzione era così stretto che in Inghilterra la Corona finanziava i viaggiatori, a fronte di una richiesta debitamente motivata, con 300 sterline annue.
Gli uomini di cultura
Il viaggio di ‘istruzione' non resta tuttavia appannaggio della sola gioventù europea. Esso, inteso più largamente come viaggio di formazione, interessa da vicino la schiera dei tutors , spesso scelti tra gli artisti, i letterati, gli uomini di cultura che, privi di mezzi materiali, erano provvisti di quel saggio discernimento da somministrare ai loro giovani signori. Fu questo una sorta di mecenatismo moderno, grazie al quale un gruppo davvero notevole di artisti o amatori d'arte godette della possibilità non solo di apprendimento ma anche di scambio. Il commercio intellettuale, favorito dall'incontro, si rispecchiò poi nel commercio di oggetti, opere d'arte, vedute, che cominciarono a circolare tra paesi visitati e madrepatria ampliando le possibilità di confronto e realizzando, in concreto, l'idea universalistica della cultura che l'uomo europeo sentiva come necessaria.
Professionisti e curiosi
Il catalogo dei viaggiatori non si esaurisce tuttavia ancora: molti uomini politici, diplomatici, poi poeti e letterati, ma anche mercanti e uomini d'affari, interessati principalmente al collezionismo, intere famiglie infine furono protagonisti del viaggio. La ragione di questo allargamento a macchia d'olio del desiderio del viaggio nella società europea sta nella ricchezza dell'Italia, di un luogo che costituiva insieme mèta e mito culturale, naturalistico, scientifico, politico, avventuroso, artistico, religioso eppure mondano. L'Italia dei monumenti, dell'archeologia, della campagna toscana e del ‘ sublime' panorama alpino, del carnevale veneziano e delle feste romane, dei teatri; l'Italia del clima mite, che fa di Pisa il rifugio di tanti anglosassoni malati di tisi, l'Italia delle Accademie e delle biblioteche, delle cento città: i suoi tanti volti diventano il prisma in cui si riflette tutta la società europea, coinvolta in una gara di emulazione nel partecipare all'irrinunciabile viaggio.

Le motivazioni del viaggio sei-settecentesco
Una curiosità a tutto campo
Tentare di districarsi nel mare magnum della produzione odeporica cinque-ottocentesca guardando alle motivazioni dei viaggiatori è impresa ardua e piuttosto inefficace. Piuttosto che stabilire delle categorie, necessariamente fluide e fluttuanti, meglio pensare ad un viluppo di motivazioni (tra formative ed edonistiche, con tutte le possibili variazioni, dall'avventuroso al terapeutico) che trovano la loro sintesi nella idea di un viaggio come «forma di amatissimo e splendido spreco, ancorché variamente motivato» (Brilli, 1987).
Il viaggio del grandtourist infatti, erede dei viaggi ‘utilitaristici' dei secoli precedenti (pellegrinaggi, viaggi mercantili e di affari, ambascerie ecc.), possiede un carattere più svincolato da un interesse o finalità specifica e insieme un'ambizione infinitamente più alta: quella di vedere tutto e di tutto dissertare. Al di là della casistica personale, infinitamente variegata, il motore che muove questa potente migrazione europea infatti può riassumersi nel termine curiosità. E se è la curiosità a muovere i viaggiatori, non può escludersi a priori nessun campo di indagine: dall'interesse intellettuale insufflato dalla nuova scienza, al richiamo della cultura classica, allo studio dei sistemi legislativo-politico-amministrativi, all'interesse per l'economia, che sia l'agricoltura o l'industria, all'attenzione per l'articolazione politica (l'Italia costituiva, per Joseph Addison, il più eccentrico e variegato museo di forme politiche esistente al mondo); da luogo propizio per il collezionismo (sia artistico sia naturalistico), alla cura della malinconia, autentico mal du siècle cui si deve il lancio di una moda plurisecolare, all'evasione ed all'edonismo, al potere taumaturgico del viaggio, all'amore per l'arte (musica e teatro), fino alla semplice questione di moda.
Una letteratura prismatica
Sterminata si configura da subito anche la letteratura che dà conto dei viaggi compiuti, se già nel 1691 Maximilien Misson, autore del celebre Nouveau voyage d'Italie, la dichiarava inclassificabile. Le impressioni di viaggio che ci sono state con essa trasmesse sono portatrici di una cultura veramente enciclopedica. La varietà dei temi che esprimono è incrementata dalle personali preferenze di ogni scrittore tese a sottolineare un aspetto piuttosto che un altro. L'ambizione a classificarli per motivazione ne risulta, per questo, complessivamente delusa.
In questo genere letterario, pertanto, trovano posto tutti i moventi nati dall'incontro fra la vastità e l'eterogeneità degli interessi propri di tutta la cultura settecentesca (che offre la possibilità di spaziare dagli aspetti politici, economici, culturali, ai fenomeni di costume senza trascurare le coordinate geografiche e le condizioni ambientali, dalla descrizione minuziosa di biblioteche e pinacoteche all'interesse per l'urbanistica o per i giardini di una città, allo studio sull'indole o la composizione sociale di un popolo, ecc.) e il prevalere delle inclinazioni personali di ciascun viaggiatore.
La vasta produzione figurativa
Sterminata a sua volta la produzione figurativa, che fa il paio con quella letteraria. Nella rubrica del viaggiatore così eteronomo negli interessi perseguiti, il capitolo che riguarda l'arte, da vedere e da riprodurre, è spesso dominante. La visita è il movente di una vasta produzione figurativa, alimentata dai pittori ingaggiati in patria ad hoc prima del viaggio oppure sul posto, quando le finanze non permettevano una assunzione di così lunga durata. Alcune volte è il talento degli stessi viaggiatori ad esprimere anche col linguaggio figurativo le personali emozioni. Quanto e più ricca della produzione letteraria fu quella iconografica: incisioni, stampe, acqueforti, carte topografiche, in special modo di Roma. Il vedutismo che si affermerà poi contribuirà al fenomeno ottocentesco del collezionismo, con le sue ricadute sulla realtà materiale e intellettuale dei paesi che intraprendono gli scambi.
Un settore a parte: l'archeologia
Un settore da considerare a parte per l'impatto culturale che determinò è quello legato alla ‘riscoperta' di Paestum e del dorico, insieme a quelle di Ercolano, Pompei e Agrigento: occasione per aprire uno scenario sulla realtà archeologica prima e dopo Winckelmann.
http://www.spacespa.it/nazionale/narrazione.php?id=1.2#top

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