La Gran Bretagna

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Testo

Gran Bretagna
propriamente Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord (United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland), Stato insulare dell'Europa nord-occidentale, che comprende la maggior parte delle Isole Britanniche, e precisamente l'intera Gran Bretagna e la sezione nord-orientale dell'Irlanda, tra l'Oceano Atlantico, a N e a W, il Mare del Nord, a E, il Canale della Manica a S. Al Regno Unito appartengono inoltre numerose isole, tra cui le Orcadi, le Shetland e le Ebridi, al largo delle coste scozzesi; l'is. di Wight, nel Canale della Manica; l'is. di Anglesey, presso la costa gallese; le is. Scilly, di fronte al capo Land's End. Non fanno invece parte del Regno Unito, ma dipendono direttamente dalla Corona conservando ampie autonomie, l'is. di Man, nel Mare d'Irlanda, e le Isole del Canale (o Isole Normanne), situate nel Canale della Manica, a breve distanza dalla costa francese. In passato l'insularità ha permesso al Paese – istituitosi in epoca relativamente antica in una forte e ben cementata compagine nazionale – di distinguersi dal resto dell'Europa e di trovare, grazie anche alle sue aperture marittime, una dimensione mondiale, realizzando il più importante e articolato impero dei tempi moderni, ed “esportando” ovunque la propria lingua, la propria cultura, i propri modelli politici e socio-economici. Oggi il Regno Unito, esaurita la sua funzione primaria e assunti più ridotti ruoli sulla scena politica mondiale, ritorna all'Europa, che peraltro fu la matrice della civiltà britannica.
LO STATO
Il Regno Unito è una monarchia costituzionale; caratteristica particolare dell'ordinamento britannico è la mancanza di un'effettiva Costituzione, di un documento cioè unitario, organico, in quanto il sistema di governo è fondato su una serie di documenti, di leggi e di consuetudini, alcuni dei quali risalgono al Medioevo, ed è, si può dire, in continua trasformazione. Il sistema governativo è di carattere parlamentare ma progressivamente il gabinetto ha acquistato un peso sempre maggiore come effettivo centro di potere. Capo dello Stato è il sovrano (la monarchia è ereditaria anche per linea femminile), che è parimenti a capo del Commonwealth. Supremo organo legislativo è il Parlamento, composto dalla Camera dei Comuni, i cui membri sono eletti per 5 anni a suffragio universale diretto col sistema uninominale, e dalla Camera dei Lords, i cui poteri sono notevolmente diminuiti dopo la riforma del 1911 e i cui membri sono tali a titolo ereditario (nel 1999 il loro numero è stato drasticamente ridotto da 759 a 92), o per ufficio, o nominati a vita. Il potere esecutivo è esercitato dal governo, presieduto dal primo ministro (nominato dal sovrano nella persona del leader del partito di maggioranza); questi forma il governo e insieme ai titolari dei più importanti dicasteri costituisce il gabinetto. Dal 1921 l'Irlanda del Nord, o Ulster, ha goduto di ampia autonomia, con Parlamento e governo propri ed è rappresentata nel Parlamento di Londra da 17 membri. Il 30 marzo 1972 entrava però in vigore il Northern Ireland (Temporary Provisions) Act, in virtù del quale il governo di Londra assumeva direttamente il controllo politico dell'Irlanda del Nord. Tuttavia, l’accordo del 10 aprile 1998, stipulato dal primo ministro inglese insieme al premier irlandese e ai delegati di otto partiti nordirlandesi, poi confermato da un successivo referendum, ha avuto come effetto la nascita del primo Parlamento misto nordirlandese, composto da ministri cattolici e protestanti. Dal 1997 anche il Galles e la Scozia, in base ai referendum tenutisi nel mese di settembre di quell’anno, hanno ottenuto l’autonomia amministrativa. Il Regno Unito, che si estende per 244.110 km2 e ha una popolazione di 58.395.000 ab. (stima 1994), è composto dalle regioni storico-geografiche dell'Inghilterra, della Scozia e del Galles (che, insieme, formano la Gran Bretagna) e dell'Irlanda del Nord, suddivise in contee, contee metropolitane, regioni e distretti. Capitale è Londra che, insieme a 32 sobborghi (boroughs) metropolitani, forma la contea della Grande Londra, sottoposta ad amministrazione speciale. La popolazione è in maggioranza di lingua inglese, ma idiomi celtici sono tuttora parlati in Scozia e nel Galles. La religione più largamente professata è la cristiana protestante, specie delle Chiese anglicana o d'Inghilterra (che è la Chiesa di Stato) e presbiteriana (che è la Chiesa ufficiale della Scozia). Oltre 5.100.000 sono i cattolici; si hanno inoltre 450.000 ebrei e 800.000 musulmani.
LINEAMENTI GEOMORFOLOGICI
Il territorio britannico è di formazione assai antica, poiché in gran parte risale all'era primaria o paleozoica (a ciò tra l'altro si deve la ricchezza mineraria del Paese). All'orogenesi caledoniana, che si manifestò ampiamente tra il Siluriano e il Devoniano, si devono i rilievi delle sezioni sett. e occid. dell'isola: in Scozia gli Highlands, divisi dalla depressione tettonica del Glen More (o Great Glen) in Northwest Highlands e in Southeast Highlands (che hanno nei m. Grampiani la principale catena), e i Southern Uplands; nel Galles i m. Cambrici. Tali rilievi rappresentano la prosecuzione del sistema scandinavo, come mostra anche l'orientamento da NE a SW, ben sottolineato dal Glen More; all'orogenesi caledoniana risalgono parimenti i rilievi dell'Irlanda del Nord. Alla successiva (Paleozoico superiore) orogenesi ercinica si devono invece i rilievi dell'Inghilterra, che si elevano nella parte centr. (m. Pennini) e sud-occid. (alture di Cornovaglia) dell'isola e che si collegano con quelli armoricani della Francia nord-occidentale. L'attività erosiva demolì gli antichi rilievi britannici; le parti più depresse, p. es. il Bacino di Londra, rimaste a lungo sommerse, furono colmate da sedimenti marini (calcari) del Mesozoico, specie nei periodi Giurassico e Cretaceo, e da arenarie del Cenozoico; come contraccolpo dell'orogenesi alpina si ebbero ulteriori assestamenti accompagnati da fratture attraverso le quali fuoriuscirono materiali vulcanici che tuttora affiorano nell'Irlanda del Nord e nelle is. Ebridi, presso la costa nord-occid. della Scozia. Durante il Neozoico si ebbe una grande espansione dei ghiacciai, alla cui marcatissima azione si devono le valli a truogolo dai ripidi fianchi e dal fondo ampio spesso occupato dai laghi (famoso è il Lake District, nel massiccio del Cumberland), i fiordi, particolarmente pronunciati nel litorale nord-occid., e le alture moreniche (drumlins), assai accentuate nell'Irlanda. Col ritiro dei ghiacci si determinarono i moti eustatici che provocarono un'ingressione marina nel territorio, con conseguente divisione dell'isola dal continente, tra cui si interpose il Canale della Manica, profondo non più di 200 metri. Il Paese presenta una straordinaria rispondenza tra struttura geologica e aspetti del paesaggio. Prevalentemente montuosa (Highland Britain) è la G. paleozoica, mentre pianeggiante (Lowland Britain) è la G. mesozoica e cenozoica. Ma anche nella Highland Britain l'antichità del rilievo, lungamente smussato e logorato dall'intensa azione glaciale, si manifesta con forme basse e in genere arrotondate (in Scozia però si hanno spesso delle asperità), tipiche di una morfologia matura se non senile; la massima elevazione, lo scozzese Ben Nevis, tocca appena i 1343 m, mentre nel Galles il m. Snowdon (m. Cambrici) raggiunge i 1085 m e in Inghilterra lo Scafell Pike (Monti del Cumberland) è di soli 978 metri. Caratterizzano la Lowland Britain tratti pianeggianti o lievi ondulazioni, con strutture prevalentemente tabulari; la sovrapposizione degli strati sedimentari si evidenzia p. es. lungo le coste della Manica: le tinte biancheggianti delle stratificazioni marnose mesozoiche, assai spiccate a Dover, hanno valso all'isola l'antico nome di Albione (probabilmente “bianca terra”). La vasta ingressione marina post-glaciale è anche in parte responsabile delle estremamente complesse articolazioni delle coste britanniche che, data la povertà delle pianure alluvionali, sono per lo più alte e rocciose. Particolarmente frastagliate sono le coste scozzesi, fittamente incise dai firths, stretti golfi che si addentrano sin nel cuore della regione (spettacolari il Moray Firth e il Firth of Forth, sul lato orient., il Firth of Lorne e il Firth of Clyde su quello occid.), che sovente corrispondono a foci fluviali. Le coste inglesi, anch'esse assai articolate, sono alte e rocciose sul lato atlantico (dove sono interrotte dalla penisola gallese, ampiamente falcata nella baia di Cardigan): vi si aprono le profonde rientranze della baia di Liverpool e del Canale di Bristol, rifugio di quei magnifici porti che tanta parte hanno avuto nelle fortune marinare della Gran Bretagna. Generalmente basse e sabbiose sono invece le coste inglesi merid. (che all'estremità sud-occid. si protendono però con la rocciosa e frastagliata Cornovaglia) e orient.; sul lato sud-orient. è l'estuario del Tamigi, porta d'ingresso alla parte più importante e vitale del Paese. Scosceso è infine il litorale nord-orient. dell'Irlanda del Nord, dove i m. dell'Antrim giungono sino al mare, mentre altrove è per lo più basso con larghe falcature. Delle tre grandi regioni britanniche la più estesa è l'Inghilterra, largamente affacciata a S alla Manica, a E al Mare del Nord, mentre a W è in parte limitata dal Galles, tra le due “aperture” marittime dell'Oceano Atlantico e del Mare d'Irlanda. La regione, che presenta un paesaggio aspro solo nell'estremità nord-occid. (Monti del Cumberland), è percorsa nella zona centro-occid. dalla più bassa e raddolcita catena dei Pennini, cui fanno seguito verso S le Cotswold Hills e le Chiltern Hills e, a SW, le alture di Cornovaglia (Dartmoor, 621 m); nell'ampio tratto orient. e sud-orient. si stende invece una serie di pianure lievemente ondulate (i Midlands, il Bacino di Londra, i Fens, ecc.). Un solco molto marcato, costituito dalle valli del Dee e del Severn, divide l'Inghilterra dal Galles, tozza penisola montuosa in gran parte occupata dai m. Cambrici e affacciata all'Atlantico (Canale di Bristol), al Canale di San Giorgio e al Mare d'Irlanda. Una strozzatura ben segnata a W dal Solway Firth separa invece l'Inghilterra dalla Scozia. La regione, anch'essa eminentemente montuosa, è occupata in buona parte dagli Highlands, che mostrano ovunque tracce imponenti della glaciazione quaternaria, e dai più bassi e dolci Uplands; divide i due massicci una profonda depressione (i Lowlands) in corrispondenza della quale l'isola si restringe, tra il Firth of Clyde e il Firth of Forth, ad appena 50 km. L'Irlanda del Nord infine si presenta come una vasta conca, in parte occupata al centro dal Lough Neagh e circondata dai rilievi caledoniani che ampie valli fluviali separano, così da farne dei gruppi isolati.
IDROGRAFIA E CLIMA
In un territorio così geograficamente assestato i fiumi hanno corsi maturi, antichissimi, e portate abbondanti e regolari, in quanto sono ben alimentati dalle precipitazioni; il loro sviluppo è però breve, data la conformazione dell'isola, complessivamente stretta, allungata e interrotta da groppe montuose. In genere inoltre i fiumi sfociano con ampi e profondi estuari, nei quali si sono potuti sviluppare ben protetti e importanti centri portuali: in primo luogo Londra alla foce del Tamigi, Glasgow a quella del Clyde (principale fiume della Scozia), Liverpool del Mersey, Bristol del Severn, Kingston-upon-Hull sul Humber (l'estuario dei f. Trent e Ouse). In particolare ampi e in buona misura navigabili sono i fiumi inglesi, mentre hanno corso piuttosto veloce e impetuoso nella Scozia e nel Galles, dove sono utilizzati per la produzione di energia elettrica. Tipici della regione scozzese sono i lochs, laghi stretti, allungati, talora profondamente incassati; il più esteso bacino lacustre del Paese è però l'irlandese Lough Neagh (396 km2), dalle sponde basse ma frastagliatissime. • Pressoché tutto il territorio è soggetto a un clima essenzialmente oceanico, uniformemente mite e piovoso; ciò è il risultato della vasta apertura marittima del Paese, privo inoltre di barriere montagnose interne e in posizione marginale rispetto al blocco delle terre continentali, e della sua forma, che si espande proprio nella più temperata sezione merid.; fondamentale è l'influsso della calda Corrente del Golfo, grazie alla quale, a parità di latitudine, le temperature invernali sono assai più alte che nell'Europa centro-orientale. Inverni tiepidi, estati fresche, umidità costante sono fattori di grande rilievo anche ai fini del popolamento delle isole. Variazioni tuttavia non mancano da parte a parte; più sensibili sono infatti gli influssi delle masse d'aria marittime sul versante occid., mentre a E, specie d'inverno, si fanno più marcati quelli anticiclonici continentali. Le temperature così variano alquanto da W a E, specie per quanto concerne i valori termici invernali: nel mese più freddo, gennaio, si passa dai 3,5 ºC della zona di Londra ai 6,5 ºC della Cornovaglia, la regione più calda della G. (tanto da consentire la presenza persino delle palme e di altre essenze subtropicali). Abbastanza regolare è invece l'innalzarsi, da N a S, dei valori termici estivi: in luglio l'Inghilterra merid. è attraversata dall'isoterma dei 16,5 ºC, la Scozia sett. da quella dei 13 ºC. Le piogge cadono frequentemente in ogni stagione; tuttavia molto meno umido è il lato orient., più “continentale”, del Paese (Londra e in genere l'Inghilterra ricevono meno di 700 mm annui di piogge), mentre sui versanti degli Highlands più esposti alle masse d'aria marittime si raggiungono persino i 5000 mm annui. Frequenti sono le nebbie, per l'incontro dell'aria calda e umida portata dalla Corrente del Golfo con quella fredda dell'interno. Uno splendido tappeto prativo, interrotto da ammanti di maestose latifoglie come la quercia, è il risultato delle condizioni climatiche, specie per l'Inghilterra; nel Nord e sui rilievi le coperture vegetali si impoveriscono, passando ai boschi di conifere ma soprattutto alle brughiere e ai magri pascoli, sino alle tundre dell'estremo Nord (is. Shetland e Orcadi), prime avvisaglie dell'ambiente subartico.
GEOGRAFIA UMANA: POPOLAMENTO E SVILUPPO DEMOGRAFICO
Il popolamento della G. è avvenuto per successive immigrazioni, tutte peraltro dall'Europa. Le tracce più antiche (III millennio a. C.) di una stabile occupazione risalgono alle popolazioni neolitiche giunte da SW (costruttori delle architetture megalitiche), mentre da SE provengono quelle genti agricole – i cosiddetti Beakers – che introdussero forme ben organizzate di sfruttamento del suolo. Più estese e consistenti le testimonianze dei Celti, che hanno dato un sostrato incancellabile all'umanizzazione del territorio britannico, oltre che alla cultura inglese. Le manifestazioni delle civiltà celtiche tuttavia si trovano soprattutto nel Galles e in altre parti della sezione occid. dell'isola, la più montagnosa, la più difesa, vera e propria “frangia celtica” per la ricca presenza di elementi dell'antica cultura venuta dal continente. Lo spostamento dei Celti verso tale aspra regione fu dovuto all'immigrazione degli Angli e dei Sassoni, avvenuta dopo la romanizzazione (tra i cui principali effetti fu la larga diffusione della lingua latina), tra il sec. V e il VI. Queste genti che hanno dato l'impronta definitiva alla popolazione britannica, occuparono inizialmente le pianure merid. e il fronte orient. dell'isola, ricacciando via via verso W l'elemento celtico. Ma è in questa stessa pianura merid. che fin da allora andò concentrandosi la popolazione, e ciò per ovvie ragioni, date le condizioni ambientali più favorevoli allo sfruttamento agricolo. Dopo la penetrazione dei Vichinghi, tuttavia, che, giunti dalla Scandinavia, colonizzarono la costa, ci fu la formazione di nuove aree di popolamento periferiche, presso le migliori foci fluviali, cioè là dove poi sorsero o si svilupparono quelle grandi città portuali che nella geografia umana dell'isola fungono da congegni di primo piano e che diedero un orientamento nuovo all'economia britannica. Questa tuttavia fu a lungo prevalentemente agricola e solo molto tardi il mercantilismo operò profonde trasformazioni nella vita e nella geografia del Paese. Quanto ai dati circa la consistenza demografica dell'isola, nel sec. XVI la popolazione del Galles e dell'Inghilterra era di appena 2,5 milioni di abitanti; nel sec. XVIII però essi erano già raddoppiati. Poco dopo ebbe inizio la rivoluzione industriale, che si accompagnò notoriamente a profonde trasformazioni nella geografia umana del Paese, sia per quanto riguarda la distribuzione della popolazione, sia per quanto riguarda gli sviluppi demografici. Già nel 1801, anno del primo censimento, vi erano in G. 10,5 milioni di ab. (8,9 milioni di ab. nell'Inghilterra e nel Galles, 1,6 in Scozia), che da allora aumentarono con ritmo elevatissimo (fino al 1880 il tasso di natalità si mantenne sul 35‰) nonostante l'emigrazione e l'alta mortalità causata dalle pessime condizioni in cui viveva nei suburbi (slums) il sottoproletariato urbano, che già in età minorile andava a lavorare nelle fabbriche, con conseguenze letali per la propria salute. Agli inizi del sec. XX la popolazione del Regno Unito era di oltre 38 milioni di ab., divenuti 44 nel 1921, 49 nel 1941 e 52,7 nel 1961. L'ultimo censimento (1981) ha dato una popolazione di 55,7 milioni, di cui ben 46,2 residenti in Inghilterra. Stime anagrafiche del 1994 attribuiscono al Paese una popolazione di 58,4 milioni di abitanti.
GEOGRAFIA UMANA: FLUSSI MIGRATORI
L'emigrazione ha notevolmente pesato sugli sviluppi demografici di questo secolo, ma non in misura eccezionale, specie dopo la I guerra mondiale. Il fenomeno iniziò notoriamente ancora nel sec. XVII, ma da principio interessò pochi gruppi di persone appartenenti a sette religiose (famosissimi i puritani della Mayflower) che la Riforma protestante aveva emarginato; si fece massiccio ai primi dell'Ottocento. Le cause furono le stesse che motivarono la grande corsa alle città e cioè la degradazione dell'economia tradizionale dopo la rivoluzione indotta dagli Enclosures Acts, con la recinzione delle proprietà dovuta alla formazione dei latifondi e il conseguente abbandono delle colture seminative a favore del pascolo, fatto che gettò nella povertà migliaia di contadini. Ciò si verificò anche in Irlanda, dove i vecchi possidenti inglesi, i Landlords, avevano intrapreso una colonizzazione che radicò sempre di più l'elemento e la cultura inglesi nell'isola vicina. A questi fatti interni si aggiunse l'espansione economica e commerciale nelle terre d'oltreoceano, donde i coloni cominciarono ben presto a esportare i loro prodotti nell'ex madrepatria (grani statunitensi, carni congelate australiane e neozelandesi, ecc.), con ingentissimi danni per l'agricoltura britannica. All'abbandono delle campagne fece riscontro l'addensamento nelle città industriali o nelle aree meglio favorite dal punto di vista industriale (zone minerarie, città portuali, ecc.). Ma ovviamente vi era sempre un surplus demografico che veniva in parte assorbito dall'emigrazione. L'America Settentrionale accolse subito il maggior numero di emigranti, che in misura minore e in un secondo tempo si diressero anche verso l'Africa del Sud, l'Australia e la Nuova Zelanda. Il grande movimento verso gli Stati Uniti cominciò a diminuire attorno al 1914; si calcola che nei precedenti cento anni, tra il 1813 e il 1915, complessivamente le isole britanniche abbiano perduto 16-20 milioni di ab. a causa dell'emigrazione. Questa riprese dopo il 1920 con una media di 200.000 partenti all'anno, via via diminuiti agli attuali ca. 100.000. Vi è stata però fin dai primi decenni del secolo una rilevante corrente di ritorno, che toccò negli anni Venti quote elevate (nel 1924 si ebbero 70.000 ritorni su 214.000 partenti); essa ha ripreso consistenza soprattutto dopo la II guerra mondiale, che ha visto il ritorno di numerosi inglesi dagli U.S.A., dal Canada, ecc. Essa si è accompagnata all'immigrazione di Indiani, Africani e gente di colore provenienti dai Paesi del Commonwealth, spinti sia da ragioni politiche (è il caso degli Indiani dell'East Africa) sia dalle richieste di manodopera non qualificata. Negli ultimi decenni i flussi migratori si sono molto attenuati: in particolare si è decisamente ridotto il numero delle emigrazioni (nel 1986 213.000 persone hanno lasciato il Paese), mentre le immigrazioni hanno avuto un andamento meno costante. Oggi questi immigrati popolano specialmente la fascia periferica di Londra e delle altre grandi città e la loro integrazione rappresenta uno spinoso problema.
GEOGRAFIA UMANA: DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE
Il movimento naturale della popolazione ha segnato – dopo l'ultima guerra – valori bassi, addirittura negativi (-0,2% 1983-88). Il coefficiente di natalità (1989) è pari al 13,6‰ per Inghilterra e Galles; 16,5‰ per l'Irlanda del Nord e al 12,5‰ per la Scozia. Il coefficiente di mortalità (1987): 11,3‰ Inghilterra e Galles; 9,7‰ Irlanda del Nord; 12,1‰ Scozia. La mortalità infantile è stimata fra l'8 e il 9‰. Sotto il profilo della distribuzione della popolazione vi sono differenze sensibili da regione a regione e ciò a causa dello spopolamento che ha interessato soprattutto certe regioni povere della Scozia sett. a vantaggio delle aree più attive e urbanizzate dell'Inghilterra (il cosiddetto scivolamento verso Sud, Drift to the South). Si è avuto in sostanza un fenomeno di concentrazione in poche zone che ha continuato quello avviato con la rivoluzione industriale. Le aree privilegiate da questa sono state la zona intorno all'estuario del Tamigi, dove sorge Londra, quelle minerarie e carbonifere dei Midlands e i Lowlands scozzesi (con Glasgow ed Edimburgo). È qui che sono ubicate le altre metropoli, che con i loro popolosi dintorni fanno registrare densità superiori ai 500 ab./km2. Al di fuori di queste aree si distinguono territori regionali gravitanti sulle grandi città e le aree più povere, marginali, scarsamente popolate. La regione più densamente popolata è l'Inghilterra con 364 ab./km2, il Galles ha 138 ab./km2, la Scozia 65 ab./km2 e l'Irlanda del Nord 112 ab./km2. In tutta la G. l'urbanesimo è assai sviluppato e complessivamente interessa gran parte della popolazione. Il fenomeno dell'alta concentrazione urbana è una condizione caratteristica del Paese, la cui geografia antropica ha come basi le sue grandi aree urbanizzate, che fanno capo a una o più città fondamentali, le quali ne hanno poi attratte delle altre, dando origine a quelle “conurbazioni” che proprio in G. hanno i loro originari modelli. La più grande conurbazione è senz'altro quella di Londra, che comprende tutta una schiera di città satelliti; le altre sono quelle del West Midlands che fa capo a Birmingham, del South East Lancashire che s'impernia su Manchester, del West Yorkshire retta dalle due città di Leeds e Bradford, la Merseyside coordinata da Liverpool, il Tyneside che fa capo a Newcastle-upon-Tyne; nella Scozia vi è la conurbazione incentrata su Glasgow, la Central Clydeside, mentre nell'Irlanda del Nord Belfast è il perno di un'ultima conurbazione. Entro le trame di queste aree di esaltato urbanesimo s'inseriscono città isolate, talora di dimensioni non trascurabili, cittadine o grandi centri corrispondenti ad antichi mercati che reggono a loro volta il tessuto insediativo delle campagne, disseminate di farms, casali (hamlets), castelli, piccoli borghi.
GEOGRAFIA UMANA: URBANESIMO
L'urbanesimo ha origini antiche in G.: esso conobbe i suoi primi sviluppi già in età romana e molte città inglesi, come Londra, si sono sviluppate proprio sui primitivi nuclei romani. È tuttavia nel Medioevo che la città inglese viene configurandosi così come appare ancor oggi nel nucleo di molti centri cosiddetti storici, dominati dalla cattedrale e con quartieri di strette viuzze: Canterbury, uno dei meglio conservati centri medievali, così come Oxford e Cambridge, i quali però ebbero sempre una loro funzione specifica, in quanto sedi universitarie e di cultura. Fino a tutto il sec. XVIII l'urbanesimo non mutò molto i suoi caratteri, benché già avesse subito le prime espansioni. Con l'imporsi della rivoluzione industriale esso esplose però in forme nuove e nacquero le cosiddette città-fungo, che si svilupparono spesso intorno a nuclei modesti, senza tradizioni urbane (è il caso di Birmingham) ma favoriti dalla vicinanza di risorse minerarie, o intorno a città già notevoli (come Liverpool per le sue attività portuali e industriali). La struttura urbanistica della città ottocentesca comprendeva intorno al nucleo originario una zona di industrie e centri residenziali (inner zone) che nel corso di questo secolo perse le sue funzioni originarie e divenne la city, sede degli affari, delle banche, delle società industriali, mentre la popolazione scelse, come aree residenziali, le zone più periferiche, secondo un movimento verso l'esterno (overspill) che ha finito col dare agli sviluppi urbani un ampliamento a macchia d'olio. Il fenomeno è continuato fino a tutta la prima metà di questo secolo, provocando fenomeni di congestione, cui si pose rimedio con interventi diretti, dopo l'ultima guerra, da un organismo di pianificazione urbana; a esso si deve la creazione di città-giardino e di città nuove, le famose new towns, che furono sperimentate intorno a Londra, per attenuare l'assedio del centro da parte dei quartieri periferici, fatti di piccole dimore unifamiliari, che nel frattempo l'avevano soffocata.
GEOGRAFIA UMANA: CONTROURBANIZZAZIONE
Nel corso degli ultimi lustri si sono avuti sensibili mutamenti nel campo della distribuzione della popolazione e a poco a poco si è affermata una tendenza alla controurbanizzazione: le grandi aree metropolitane hanno cominciato a perdere abitanti a favore della rete urbana inferiore e delle regioni periferiche. Non solo tutte le principali conurbazioni del Paese, ma anche i centri satelliti hanno, quindi, registrato pesanti cali demografici; particolarmente consistente la perdita della Grande Londra, la quale, in meno di un quindicennio, ha visto diminuire di 500.000 unità la propria popolazione. Cause economiche sono alla base di questa inversione di tendenza, che ha scosso tradizionali equilibri territoriali. Infatti, la crisi dell'industria manifatturiera e dei settori di base, nonché il sorgere di nuove attività nell'ambito dei servizi alle imprese hanno contribuito ad allontanare manodopera dalle città carbonifere e siderurgiche e dai distretti lanieri, alla ricerca di nuove possibilità di lavoro. Fra le zone interessate da saldi positivi vanno ricordate alcune aree costiere della Manica, per l'afflusso in massa di persone della terza età richiamate dalle favorevoli condizioni climatiche, nonché la regione di Aberdeen (Scozia), da quando è iniziata la valorizzazione delle risorse petrolifere del Mare del Nord.
GEOGRAFIA UMANA: LE CITTÀ
Per quanto riguarda le funzioni delle città, da cui dipende in sostanza la loro espansione, occorre fare un discorso a parte per Londra. La capitale, sorta in una felice posizione presso l'estuario del Tamigi, cioè alla convergenza di tutta l'Inghilterra merid., ricca e popolosa, si è sviluppata nel corso degli ultimi secoli per la molteplicità delle sue funzioni, tra cui, oltre a quelle politica, amministrativa e culturale, quelle commerciali e industriali. Il suo porto è uno dei più attivi del mondo. Per popolazione, considerando la contea della Grande Londra, è la seconda metropoli d'Europa dopo Parigi, con 6,7 milioni di abitanti. Sulla Manica si affaccia una serie di città di medie dimensioni che hanno funzioni portuali: Dover, Folkestone, Brighton, Portsmouth, Southampton, Plymouth, ecc. Importanti scali marittimi sono anche Cardiff e Newport, città gallesi sull'estuario del Severn, che servono la grande area urbanizzata e industrializzata di Birmingham (2,6 milioni di ab. l'agglomerato urbano), capit. dell'industria pesante inglese, nel cuore del bacino carbonifero del Black Country. Sempre sulla costa occid., sull'estuario del Mersey, è Liverpool (1,4 milioni di ab. l'agglomerato urbano), uno dei massimi centri portuali inglesi, base dei traffici extra-oceanici, dove si è sviluppata l'industria tessile che sfrutta, come in passato, materia prima proveniente da lontani mercati. Le industrie sono però soprattutto accentrate a Manchester (2,6 milioni di ab. l'agglomerato urbano); direttamente collegata al mare tramite il Manchester Ship Canal, Manchester per così dire vive in gemellaggio con Liverpool: è il maggior centro cotoniero del Regno Unito ma anche sede di poderosi complessi meccanici. Città di marcate vocazioni industriali sono Leeds (2,1 milioni di ab. l'agglomerato urbano), Sheffield, Bradford, tutte nell'interno ma che hanno i loro sbocchi anche sulla costa orient. (Kingston-upon-Hull). Qui i porti maggiori sono però quelli del Teesside e del Tyneside, oltre a Edimburgo, la capit. storica della Scozia; in questa regione le funzioni industriali e gli sviluppi dell'urbanesimo a esse legati si concentrano in Glasgow e nelle città vicine, compito assunto nell'Irlanda del Nord da Belfast (304.000 ab.), che svolge altresì le principali attività portuali.
STRUTTURA ECONOMICA
Cuore della “rivoluzione industriale” e, pertanto, vero motore dell’economia moderna, la G. poneva le basi della sua decisiva affermazione già alla fine del Settecento, potendosi considerare, alla metà del secolo successivo, come l’“officina” del mondo. La presenza di risorse minerarie (specie carbonifere) assai cospicue e di una dinamica classe imprenditoriale, arricchita dai capitali accumulati nei secoli da un'abile politica mercantile, fu la straordinaria base di partenza per un'espansione economica che, avvalendosi altresì di una sapiente organizzazione del lavoro e di una tecnologia per l'epoca di assoluta avanguardia, toccò vertici forse irripetibili di prosperità. Né va dimenticato il ruolo importantissimo svolto dall'immenso impero coloniale, creato dalla G. in tempi relativamente brevi grazie alla sua marina, ai suoi eserciti e alla sua moneta; esso costituì per l'economia britannica un enorme serbatoio dal quale attingere materie prime a costi bassissimi e nel quale riversare ogni sorta di prodotti industriali, in un regime, quindi, di pressoché assoluta mancanza di concorrenza. I grandi vantaggi offerti dalla politica imperiale (anche una volta disciolto l'impero, la G. si è sforzata di mantenere stretti legami commerciali con la maggior parte dei Paesi già sotto il suo dominio) avevano reso meno evidente il fatto che in realtà, con l'emergere degli Stati Uniti quale massima espressione dell'economia capitalista, sin dal primo dopoguerra la G. aveva perso molti dei propri primati. Rimaneva, comunque, una poderosa eredità da utilizzare convenientemente (infrastrutture in genere, miniere, porti, ferrovie, apparati produttivi, un fitto tessuto urbanizzato e altamente potenziato dalle installazioni industriali, ecc.), ma che presentava lo svantaggio di essere direttamente connessa alla presenza dei bacini carboniferi, cui erano legate sia l'intera geografia economica del Paese sia la prevalente tipologia industriale. Il progressivo declino del carbone come elemento trainante dei settori produttivi, verificatosi dagli anni Trenta, rappresentò in genere un fattore di grave crisi per le regioni di più antica industrializzazione, specie quelle centro-sett., che avevano fondato la loro economia sulle industrie pesanti, come la cantieristica, e sull'attività estrattiva; per contro si ebbe un crescente sviluppo dell'Inghilterra sud-orient., che poteva fruire dei vantaggi di un vasto mercato di consumo quale Londra oltre che della vicinanza geografica al cuore d'Europa. Tali contrasti andarono via via accentuandosi, tanto che, per l'accrescersi del fenomeno della disoccupazione nelle aree depresse e insieme per la non concorrenzialità di molte industrie, la G. si trovò a dover affrontare, a partire dal secondo dopoguerra, il problema della radicale riconversione delle proprie strutture produttive. Ciò significava in primo luogo l'attuazione di una politica regionale radicalmente nuova, volta a frenare l'ulteriore congestionamento delle aree più prospere, specie quella londinese, a incoraggiare mediante finanziamenti e sgravi fiscali la localizzazione di moderne industrie nelle regioni a economia stagnante, a creare nuove città per rivitalizzare le aree depresse, a realizzare una rete di vie di comunicazione adeguata alla mutata realtà geo-economica, ecc. La grave crisi degli anni Settanta nasceva principalmente da questa non compiuta ristrutturazione, dalle difficoltà, peraltro mondiali, in cui versavano la siderurgia, la metallurgia dell'alluminio, le produzioni meccaniche tradizionali, quelle tessili, ecc., da una certa incapacità del Paese a tenere il passo con i tempi nonostante la creazione delle aree di sviluppo (Enterprises Zones), dall'insufficiente rinnovamento degli apparati produttivi. Alle conseguenze occupazionali del deterioramento dell'economia di zone a marcata specializzazione produttiva in tali settori (p. es. le Midlands e il Merseyside) si dovevano, inoltre, preoccupanti fenomeni di disgregazione sociale e degrado urbano. Per far fronte a tali complessi problemi, si era andato enormemente accrescendo il peso del settore pubblico nell’economia, soprattutto attraverso il consolidamento del Welfare State, che, pur conoscendo proprio in G. una delle sue realizzazioni più precoci e compiute, finiva per tradursi in scarsa efficienza del sistema complessivo. Sul finire degli anni Settanta, l’avvento al potere dei Conservatori avviava la cosiddetta “rivoluzione thatcheriana”, che, perseguendo rigorosi obiettivi neoliberisti, apportava drastici tagli della spesa pubblica e, in particolare, riduceva del 45% in un decennio il peso dell’industria di Stato, con interventi in ogni settore, dal siderurgico e petrolifero all’automobilistico, come pure nei trasporti e telecomunicazioni. Era l’industria, del resto, la “grande malata” dell’economia britannica, ancora eccessivamente legata al settore carbonifero, la cui ristrutturazione determinava momenti di drammatico conflitto sociale, e ormai priva di competitività a causa del globale invecchiamento sia tecnologico, sia localizzativo; eppure, sotto la spinta delle crisi energetiche mondiali, si era avuta la scoperta e valorizzazione di ingenti risorse petrolifere off shore (v. oltre), che ponevano la G. in condizioni di sostanziale autosufficienza. Nella seconda metà degli anni Ottanta, nonostante la radicale ristrutturazione attuata e l'incentivazione agli investimenti del capitale straniero (con un significativo ingresso di quello giapponese), proseguivano le difficoltà dei comparti manifatturieri e la deindustrializzazione: anche per contrastare tale tendenza, nel 1984 erano state individuate sei zone franche in altrettanti porti e aeroporti, dove trasformare merci provenienti dall'esterno della Comunità Europea godendo dell'extraterritorialità doganale. La ripresa è stata quindi sostenuta dalla crescita del terziario e soprattutto delle sue attività di rango più elevato, che hanno usufruito della deregulation finanziaria e della ristrutturazione della borsa londinese (Big Bang del 1986). L’inflazione, che aveva raggiunto punte del 24% (1975), proprio in conseguenza degli squilibri generati dalla politica sociale, rientrava al 5% già negli anni Ottanta, per poi proseguire la discesa fino all’attuale 2%; e anche la disoccupazione, che aveva superato i 3 milioni di unità (pari a oltre il 13% della complessiva forza di lavoro) all’inizio del 1983, si ridimensionava alquanto, pur restando intorno all’8% fino alla metà degli anni Novanta. Questi ultimi mettevano ancora in evidenza forti contrasti: uscita da una crisi congiunturale (1990-92) che aveva visto il prodotto interno lordo diminuire dell’1,3% all’anno, la G. traeva vantaggio competitivo dalla svalutazione della sterlina, che rilanciava le esportazioni, facendo rimbalzare il tasso di crescita del P.I.L. a +2,3% nel 1993 e +3,9% nel 1994; ma né i consumi interni né l'edilizia confermavano il trend positivo, anche perché la maggiore flessibilità sul mercato del lavoro si traduceva, per lo più, in impieghi a tempo parziale o a termine. Quando, nel 1997, i Laburisti tornavano al governo, trovavano un’economia profondamente ristrutturata, anche sotto la spinta dell’integrazione europea: produzioni agricole di base, come quella del frumento, addirittura raddoppiate; forte incremento dell’estrazione petrolifera, a sancire il definitivo tramonto del carbone; sensibile ripresa dell’industria automobilistica, pur se passata sotto il controllo del capitale estero; grande sviluppo dei rami manifatturieri ad alta tecnologia (elettronica); avanzata privatizzazione dei servizi (distribuzione di energia, telecomunicazioni, trasporti). I divari regionali – pur non eccessivamente accentuati, come da taluni affermato, in conseguenza della politica economica neoliberista – permangono tuttavia sensibili: le aree (metropoli londinese e Sud-Est) che negli anni Ottanta facevano registrare differenziali di produzione, occupazione e reddito largamente positivi, rispetto alla media dell’intero Paese, mantengono pressoché inalterata tale situazione di vantaggio, semmai estesa da processi di decentramento verso l’East Anglia e le Midlands orient.; restano viceversa in ritardo Inghilterra settentr., Galles e Scozia, oltre all’Irlanda del Nord. Tuttavia, proprio verso queste aree più deboli si sono indirizzati, in prevalenza, gli investimenti esteri, mentre le politiche di sviluppo locale hanno mirato a incoraggiare l’imprenditorialità endogena su nuovi comparti produttivi, sia di beni di consumo che high tech, abbandonando le strategie di sostegno alle industrie preesistenti: sono state dismesse, così, una ventina di Enterprises Zones (soprattutto nell’Inghilterra centro-settentr.), dove l’offerta di servizi alle imprese da parte degli enti pubblici non aveva ottenuto i risultati attesi, non essendo riuscita a promuovere né la riconversione delle industrie tradizionali in crisi né la creazione di un indotto apprezzabile intorno alle nuove localizzazioni. È importante anche sottolineare i progressi compiuti dalle riforme istituzionali in campo regionale, con la maggiore autonomia riconosciuta a Galles e Scozia, in seguito ai referendum del 1997, e prevista per l’Irlanda del Nord, con gli accordi di pacificazione del 1998. La crescita del P.I.L. è ripresa a ritmi elevati (+ 3,3% nel 1997), determinando l’innalzamento dei tassi di interesse ben oltre la media europea e, con ciò, un apprezzamento della sterlina che è tornato a frenare le esportazioni: non estranea a questa situazione è stata la scelta di non partecipare alla prima fase dell’unificazione monetaria, che tuttavia sottende una consolidata diffidenza nei confronti del processo di integrazione continentale. Pur scesa intorno al 20° posto della graduatoria mondiale in base al reddito pro capite e al 15° di quella relativa agli indicatori di benessere socioeconomico, la G. vi si confronta oggi, nuovamente, da una posizione di maggiore equilibrio e forza.
AGRICOLTURA, ALLEVAMENTO E PESCA
La forte urbanizzazione, provocata sin dal secolo scorso dall'intenso sviluppo industriale, ha fatto sì che da gran tempo fosse piuttosto modesto il numero degli addetti alle attività agricole; oggi l'agricoltura assorbe solamente il 2% della popolazione attiva, percentuale che è tra le più basse fra quelle di tutti i Paesi del mondo. Malgrado ciò il settore, largamente meccanizzato e tecnicamente molto progredito, fornisce oltre il 50% delle necessità alimentari del Paese e contribuisce alla formazione del reddito nazionale in misura proporzionale all’occupazione assorbita. Arativo e colture arborescenti coprono il 24,5% della superficie territoriale, ma in genere gli sforzi produttivi e gli investimenti vengono concentrati su quelle aree che, per caratteristiche climatiche e pedologiche, possono garantire i maggiori rendimenti. L'estensione delle proprietà terriere è molto varia: mentre in Scozia sono comuni i latifondi anche di diverse migliaia di ha, in Inghilterra e nel Galles le aziende hanno in genere media estensione, sui 20 ha; prevale ovunque l'azienda agricola mista, che associa le colture all'allevamento del bestiame. L'arativo è per gran parte occupato dai cereali, diffusi soprattutto nelle zone orientali più asciutte. L'orzo, destinato all'alimentazione del bestiame e alla produzione di birra, occupa un quinto dell'arativo, essendosi esteso dall'Est anche al Nord e all'Ovest, e fornisce annualmente 75-80 milioni di q; il frumento fornisce 160 milioni di q ed è coltivato quasi esclusivamente in Inghilterra; la produttività è molto elevata, di oltre 50 q/ha, ma la produzione, pur in fortissima ripresa dagli anni Ottanta, deve essere parzialmente integrata dal ricorso all’importazione. È in regresso l'avena (ca. 6 milioni di q), ben rappresentata tuttavia nell'Irlanda del Nord, mentre ha grande rilievo la coltivazione delle patate (oltre 70 milioni di q). Tra le colture industriali prevale la barbabietola da zucchero (95 milioni di q), diffusa soprattutto nell'Inghilterra orient. e anch’essa oggetto di rinnovato interesse economico da parte dei produttori e dell’industria; i suoi sottoprodotti sono in parte utilizzati anche nell'allevamento. Importanti sono pure il luppolo, per la fabbricazione della birra, e, nell'Irlanda del Nord, il lino. Ma nel quadro dell'agricoltura britannica l'elemento di maggior novità è fornito dall'espansione dei prodotti ortofrutticoli (pomodori, cipolle, cavoli, mele, pere, prugne, ecc.), in parte coltivati in serra, che tuttavia non bastano a coprire le richieste interne sempre crescenti e sono quindi ampiamente importati. Non ha grande importanza lo sfruttamento forestale, dato che poco più del 10% della superficie nazionale è occupato da boschi e foreste (la splendida copertura forestale che un tempo ammantava il Paese è stata distrutta nel corso dei secoli e quanto oggi esiste è opera precipua dell'ente statale per il rimboschimento); annualmente si ricavano 8 milioni di m3 di legname, in larga misura fornito dalla Scozia. • Risultati decisamente brillanti sono stati invece conseguiti nel settore zootecnico, che può contare su aree assai vaste a prato e pascolo permanente (pari al 45% del totale) ed è favorito da un clima che apporta sufficiente umidità ai terreni. L'allevamento consente di soddisfare quasi interamente le richieste interne di carne, formaggio e uova, nonché il 100% di quelle di latte, grazie soprattutto a un'accurata selezione del bestiame, che si avvantaggia altresì di un'alimentazione altamente razionale. Prevalgono l'allevamento bovino (11 milioni di capi, sia da carne sia da latte), cui sono riservati molti dei più ricchi pascoli dell'Inghilterra merid. e della Scozia centrale e sud-occid., e quello ovino (con 29 milioni di capi la G. è nettamente al primo posto in Europa), destinato essenzialmente alla produzione di lana e che si accontenta dei terreni più magri degli altopiani, particolarmente della Scozia settentrionale. Elevato è anche il numero dei volatili da cortile (140 milioni); ca. 8 milioni sono infine i suini. Le attività legate all'allevamento sono di notevole rilievo: l'industria casearia fornisce 125.000 t di burro e ca. 350.000 t di formaggi, la produzione di carne è di 3,3 milioni di t, quella di lana lavata supera le 45.000 t. • Anche la pesca rappresenta una notevole componente nell'economia britannica, benché dia un contributo inferiore a quello che ci si potrebbe attendere da un Paese insulare: con un pescato annuo di 1 milione di t, la G. è preceduta anche in Europa da molte altre nazioni. Il settore è comunque ben attrezzato e si avvale di una buona flotta peschereccia con ca. 18.500 addetti, che in parte si dedicano alla pesca costiera, ma in un buon numero si spingono anche nelle acque della Groenlandia e del Mare di Barents; tra i principali porti pescherecci, dotati di adeguate industrie conserviere, sono quelli di Aberdeen, Kingston-upon-Hull e Grimsby sul Mare del Nord, Fleetwood sul Mare d'Irlanda; il pescato – aringhe, sgombri, merluzzi, ecc. – è in gran parte avviato a Billingsgate (un quartiere di Londra), che è il massimo mercato britannico del pesce.
RISORSE MINERARIE
Il carbone, che è stato alla base della passata potenza del Paese e che ne ha notevolmente condizionato il modello di sviluppo economico (v. sopra), ha subito, negli anni più recenti, una nettissima perdita di importanza, pur potendo contare su ingenti riserve, che, al ritmo attuale di estrazione, possono durare addirittura alcuni secoli ancora. La supremazia del carbone fu pressoché assoluta fino alla II guerra mondiale; nel 1947 l'industria carbonifera venne nazionalizzata (National Coal Board) e, in seguito, soltanto i pozzi più redditizi vennero modernizzati; il ridimensionamento del settore provocò problemi assai gravi, sottolineati anche dalle molteplici agitazioni dei minatori (il numero di questi lavoratori era di ben 600.000 unità alla fine degli anni Cinquanta). In effetti la produzione carbonifera, che toccò i valori massimi nel 1913 con ca. 290 milioni di t estratte, è andata progressivamente diminuendo: 190 milioni di t nel 1965, 130 milioni nel 1980, solo 47 milioni nel 1997. Il bacino più esteso e produttivo resta quello dello Yorkshire-Nottinghamshire-Derbyshire, in Inghilterra; altri sono nel Galles merid. e in Scozia. Il Paese è anche stato favorito dalla concomitante presenza, specie nello Yorkshire, di minerali di ferro, da tempo comunque insufficienti a coprire le richieste dell'industria nazionale. Si estraggono inoltre stagno, salgemma, barite, fluorite, caolino. Ma la risorsa che ha rivoluzionato, in epoca recente, il quadro minerario del Paese è rappresentata dal petrolio, largamente presente nella piattaforma continentale del Mare del Nord e sfruttato dal 1975, sotto la spinta della crisi mondiale innescata dagli “shock” energetici di quel decennio (v. sopra): con oltre 120 milioni di t annue, la G. si colloca al secondo posto della graduatoria europea (dopo la Norvegia) ed entro i primi dieci di quella mondiale, precedendo numerosi Paesi del Golfo Persico, la Libia e l’Algeria. In Scozia e nel Mare del Nord si estraggono altresì buoni quantitativi di gas naturale (oltre 70.000 milioni di m3). Petrolio e carbone sono anche al servizio della produzione di energia elettrica, che, con ca. 335.000 milioni di kWh (1995), è la terza d'Europa dopo quella della Germania e della Francia (escludendo la Russia) ed è in grandissima prevalenza di origine termica. Tuttavia, mentre l'apporto idroelettrico rimane estremamente modesto, in quanto i bacini idrici sono troppo esigui per fornire considerevoli quantità d'energia (le centrali maggiori sono comunque in Scozia), grandi passi ha compiuto il settore elettronucleare da quando, nel 1956, divenne operativa a Calder Hall la prima centrale nucleare del mondo: oggi il Paese ha 16 centrali nucleari, che, nel 1995, hanno fornito 89.000 milioni di kWh, pari al 27% dell’energia complessivamente prodotta.
INDUSTRIE
L'industria, che includendo il settore minerario partecipa per ca. il 30% alla formazione del reddito nazionale (occupando il 27% della forza lavoro), attraversa, come detto, una fase di complessa ristrutturazione e di cambiamento del modello territoriale: ai comparti di base, inizialmente legati alla disponibilità di materie prime e tuttora fondamentali, anche per la lunga tradizione produttiva, si affiancano quelli innovativi, la cui localizzazione risulta assai più flessibile, subendo solo in parte l’attrazione delle vecchie agglomerazioni e delle aree più “mature”, e costituendo, viceversa, un fattore di sviluppo dei distretti finora più deboli (v. sopra). La compresenza di ferro e carbone favorì naturalmente la nascita dell'industria siderurgica, i cui sviluppi imponenti hanno poi allargato le richieste al punto da rendere necessarie cospicue importazioni di minerali ferrosi; il settore è tuttavia in grave crisi e le produzioni sono molto diminuite (in concomitanza, peraltro, con una contrazione che colpisce un po' tutti i Paesi altamente industrializzati), orientandosi piuttosto verso beni a maggior valore aggiunto e a più alto contenuto tecnologico (acciai speciali, nuove leghe, ecc.). Nel 1997 si sono prodotte ca. 12 milioni di t di ghisa e 18 milioni di t d'acciaio, in complessi ubicati particolarmente nell'Inghilterra nord-orient., nel Galles merid., nei Lowlands scozzesi, ecc., e comunque per lo più lungo le coste, dove giunge il ferro importato, o in vicinanza dei bacini carboniferi. Gli impianti utilizzano coke nazionale, di cui si producono ca. 6 milioni di t. L'industria metallurgica, che naturalmente si avvale di minerale d'importazione, è pure ben sviluppata, specie per la metallurgia dell'alluminio (ca. 250.000 t di alluminio di prima fusione), con vari impianti per lo più in Scozia e nel Galles; il Paese dispone altresì di raffinerie di stagno, zinco, magnesio, rame (119.000 t di rame raffinato) e soprattutto di piombo, di cui con oltre 350.000 t annue di metallo raffinato, è il primo produttore d'Europa e il terzo del mondo. Tuttavia fra le industrie pesanti quella che ha ricevuto la maggiore espansione è la petrolchimica. Sorta da una quarantina d'anni, essa si basa su una possente serie di raffinerie: si tratta in genere di unità di grandi dimensioni, dislocate lungo le coste e che raffinano dai 6 agli 8 milioni di t ciascuna, ma p. es. quella di Fawley presso Southampton lavora annualmente oltre 17 milioni di t di grezzo e quella di Stanlow sul Manchester Ship Canal sfiora i 17 milioni, mentre a Milford Haven nel Galles merid. un complesso di tre raffinerie ha una produzione totale di ca. 25 milioni di t. Numerosi oleodotti collegano le zone di raffinazione con i porti di arrivo del grezzo o le aree di consumo, come lo Stanlow-Manchester e il Fawley-Londra; sono inoltre in funzione vari oleodotti per il trasporto del grezzo dai giacimenti del Mare del Nord alle raffinerie della costa. L'intero settore petrolchimico si avvantaggia da un lato dell'attiva presenza delle società petrolifere britanniche nel mondo, dall'altro dell'esistenza di complessi industriali polivalenti, spesso a capitale misto (anglo-olandesi sono p. es. sia la Royal Dutch Shell, la seconda società petrolifera del mondo, sia la Unilever, poderoso trust chimico specializzato nella produzione dei saponi e dei detersivi in genere). La presenza di ricchi giacimenti di sale determinò la localizzazione del più antico distretto chimico britannico, quello del Cheshire e del Lancashire meridionale. L'acido solforico (1,3 milioni di t) e quello nitrico (ca. 3 milioni di t) sono in particolare forniti da numerosi stabilimenti di Newcastle e centri satelliti; Glasgow e Birmingham, ma anche altre città, sono specializzate invece per la produzione di ammoniaca e Aberdeen per quella dei fertilizzanti azotati (800.000 t). In vari centri del Lancashire e dello Yorkshire è ben rappresentata l'industria dei coloranti, richiesti dalla locale industria tessile. Il settore delle materie plastiche e delle resine sintetiche si è molto espanso negli ultimi anni e produce 1,6 milioni di t di materiale impiegato nella fabbricazione dei più svariati oggetti; l'industria dei pneumatici, al servizio di quella delle automobili, fornisce annualmente 34 milioni di pezzi; un buon ruolo ha anche il settore farmaceutico. In grande sviluppo è l'industria atomica, che annovera centri specializzati nella produzione di isotopi e materiali radioattivi, laboratori di ricerca, impianti nucleari, reattori sperimentali, ecc. Un settore che nel suo insieme regge bene alla concorrenza internazionale è anche quello della meccanica specializzata (con una produzione annua di 1,8 milioni di autoveicoli la G. si colloca al quinto posto in Europa, pur se alla fine della II guerra mondiale deteneva il primato continentale), che ha pressoché rimpiazzato le vecchie fabbriche di materiale ferroviario, cantieristico, tessile, agricolo, di cui la G. fu maestra a tutto il mondo. Oggi sono le costruzioni aeronautiche, l'elettromeccanica, la meccanica di alta precisione, l'elettronica, ecc. a compensare la forte crisi della meccanica pesante: particolarmente grave è il declino del settore cantieristico, già prestigioso, tanto da essere stato uno dei principali strumenti dell'espansione britannica nel mondo (molti cantieri sono stati smantellati e oggi si varano appena 125.000 t di stazza lorda all'anno, quando ancora negli anni Settanta si superava il milione di t). Occupa invece una posizione di tutto rispetto l'industria aeronautica, localizzata a Bristol e nei pressi di Londra. Un'altra industria già importantissima e oggi molto decaduta è la tessile che, dopo essersi imposta per almeno un secolo sui mercati internazionali, risente in modo assai grave della concorrenza estera, sia nelle ex colonie sia in molti altri Paesi, come Brasile, Cina, Taiwan, Corea del Sud, ecc., avvantaggiati dalla manodopera a bassissimi costi. I più antichi centri di produzione tessile sono situati nello Yorkshire; Bradford fu la capitale del commercio laniero e Leeds la sede dell'industria dell'abbigliamento, ma anche Londra ebbe sempre grande importanza in questo campo. Oggi l'industria laniera produce 100.000 t di filati e 40 milioni di m2 di tessuti. Successivo è lo sviluppo dell'industria del cotone, sorta nel Lancashire e che si valse fin dalle origini delle materie prime importate dalle piantagioni d'America, poi dell'Egitto e dell'India. Liverpool fu sempre il tradizionale porto di sbarco del cotone greggio e la vicina Manchester il grande centro della fabbricazione dei tessuti. La produzione cotoniera nel 1995 è stata di 20.000 t, mentre i tessuti raggiungono i 185 milioni di m. Ha una certa diffusione l'industria serica, ma di più tradizionale impianto è il linificio, presente in Scozia e nell'Irlanda del Nord; rivestono infine notevole importanza le fibre artificiali e sintetiche (220.000 t fra fibre e fiocco). Antica origine ha anche la lavorazione della pelle e del cuoio; prevale il calzaturificio, con fabbriche a Leicester, Norwich, ecc. L'industria alimentare, orientata soprattutto verso il mercato interno, presenta un ventaglio piuttosto ampio di prodotti. Rinomati i birrifici (63 milioni di hl di birra), dislocati soprattutto in Inghilterra, e le distillerie di whisky (in specie quello scozzese è esportato in tutto il mondo) e di gin; si ricordano inoltre le industrie dolciarie, gli zuccherifici (13 milioni di q di zucchero), i conservifici, ecc. Di alta qualità sono anche le manifatture di tabacchi, che producono oltre 100.000 milioni di sigarette e 1,3 milioni di sigari. Vanta antiche tradizioni l'industria della ceramica, che ha le sue aree di maggior diffusione nella zona di Stoke-on-Trent, il cosiddetto pottery district, in prossimità della quale sono anche sorte le industrie del vetro e del cristallo. Lungo il Tamigi e altri fiumi, come il Humber, sono ubicati invece i principali centri di produzione del cemento (12 milioni di t). Molto diffuse e largamente famose sono infine la stampa e l'editoria, con grandi complessi operanti soprattutto nelle città universitarie di Londra, Edimburgo e Oxford.
COMUNICAZIONI E COMMERCIO
Londra è sempre stata il principale nodo delle comunicazioni, data la sua ininterrotta preminenza come massimo agglomerato urbano e manifatturiero; gli altri vertici della rete britannica sono sin dal passato i grandi sbocchi portuali, cui si aggiungono taluni fondamentali centri industriali dell'interno, come Birmingham. L'Inghilterra e la Scozia merid. sono comunque le aree meglio servite dalle vie di comunicazioni, mentre talune carenze sono avvertibili nelle zone scarsamente abitate o economicamente meno sviluppate. Il Paese si dotò ben presto di ferrovie; i primi tronchi entrati in funzione furono la Stockton-Darlington e la Liverpool-Manchester, tra il 1825 e il 1830, e nei successivi decenni tutte le principali linee ferroviarie erano completate. Agli inizi del sec. XX la G. possedeva ben 38.000 km di linee ferrate, divise però tra oltre un centinaio di compagnie private e che presentavano spesso macchinari e materiale rotabile molto scadenti. Dopo la II guerra mondiale il settore fu nazionalizzato e completamente ristrutturato; oggi lo sviluppo complessivo della rete ferroviaria è ridotto a meno della metà (ca. 17.000 km) rispetto al periodo di massima espansione, ma con servizi in genere efficienti, anche a seguito del recente processo di riprivatizzazione. La rete stradale si sviluppa per 380.000 km, comprendenti 3300 km di autostrade. Nel secolo scorso furono anche ampiamente valorizzate le vie d'acqua interne, che sfruttavano i quattro principali fiumi del Paese, il Tamigi, il Severn, il Mersey e il Trent, opportunamente collegati da canali: attualmente la rete navigabile interna utilizzata è di ca. 2300 km, benché le vie d'acqua raggiungano i 4000 km. Strade, autostrade, ferrovie, canali navigabili si infittiscono naturalmente nell'Inghilterra sud-orient., in funzione dell'area londinese, il cui porto sull'estuario del Tamigi è la principale via d'accesso all'isola. Ma il Paese dispone di oltre 400 porti, piccoli e grandi, variamente specializzati. Tra i tanti hanno particolare rilievo: nel Mare d'Irlanda, Liverpool e, raggiungibile per canale, Manchester; sulla Manica, Southampton e Dover, il principale scalo passeggeri dal continente; all'estremità merid. del Canale di San Giorgio, Milford Haven, che è più propriamente il terminale di un grande oleodotto; sul Mare del Nord, i vicini Stockton-on-Tees e Hartlepool, nonché, più a S, Kingston-upon-Hull, Grimsby e Felixstowe, quest’ultimo affermatosi, negli ultimi anni, come il maggiore scalo specializzato nella movimentazione di containers; sempre sul Mare del Nord, ma in Scozia, sono invece i cosiddetti “porti del Forth”, sviluppatisi in funzione del petrolio, così come terminali petroliferi sono i nuovi porti sul Tamigi, cioè Isle of Grain, Coryton e Thames Haven; sul Canale di Bristol, Newport e Bristol; infine sul Canale del Nord sono Glasgow, principale sbocco marittimo della Scozia, e Belfast, massimo centro portuale dell'Irlanda del Nord. L'esistenza di una così fitta rete portuale si collega ovviamente alla straordinaria espansione marittima britannica: la recente evoluzione economica internazionale ha comunque determinato anche per la G. una netta riduzione dell'importanza della flotta mercantile nazionale, passata in poco più di un decennio da 22 a 4,5 milioni di t di stazza lorda. Intensissimo è anche il traffico aereo; la maggiore compagnia è la British Airways, che ha servizi di linea con ca. 80 Paesi esteri. Londra è naturalmente uno dei più attivi scali aerei del mondo (aeroporti di Heathrow e Gatwick); gli altri maggiori scali britannici sono Glasgow (Abbotsinch), Manchester (Ringway), Luton, Edimburgo (Turnhouse), Birmingham e, nell'Irlanda del Nord, Belfast (Aldergrove). • La bilancia commerciale, pur avendo più che dimezzato il deficit (sceso al 7% nel 1997) nel corso degli anni Novanta, rimane passiva, mentre quella dei pagamenti – che ha beneficiato dei positivi risultati degli investimenti all’estero, soprattutto negli U.S.A. – oscilla, con scarti complessivamente lievi, attorno al pareggio ed è semmai appesantita dal crescente divario della bilancia turistica (v. oltre). La G.esporta soprattutto macchinari di vario genere, mezzi di trasporto (aerei, veicoli, ecc.), prodotti petroliferi e chimici, prodotti tessili, acciaio e metalli non ferrosi, bevande, tabacco, ecc., mentre importa in prevalenza macchinari di alta tecnologia, mezzi di trasporto, manufatti vari, prodotti alimentari, minerali di ferro, ecc. Gli scambi più intensi si svolgono nell'ambito dell’Unione Europea (Germania, Francia, Paesi Bassi e Italia); seguono quelli con gli Stati Uniti e il Giappone. Assai importante è il turismo che ha ricevuto ulteriore impulso dall’apertura dell'Eurotunnel (1994), collegamento ferroviario che, sottopassando la Manica, unisce il Paese alla Francia: lungo 50 km (di cui 38 sottomarini), è formato da due gallerie di scorrimento e una di servizio. Nonostante la G. si collochi fra le prime dieci mete preferite dal turismo internazionale, il saldo tra flussi turistici in entrata (24 milioni di visitatori nel 1995) e in uscita è negativo per un valore di oltre 5 miliardi di dollari, evidenziando la forte propensione della popolazione britannica a recarsi in vacanza all’estero. Dal punto di vista spaziale, il turismo straniero si concentra prevalentemente su Londra e il Sud-Est (ca. il 50% del totale), mentre solo il 10% si dirige verso la Scozia e il 15% verso le regioni occidentali; a queste ultime rivolge, invece, maggiore attenzione la domanda interna (35%).
ISTRUZIONE
Già nei sec. XIV, XV, XVI furono fondate le cosiddette public schools, fra le quali le più importanti erano quelle di Winchester (1387), Eton (1441), Rugby (1567) e Harrow (1571). L'educazione popolare era però fortemente carente essendo rappresentata da pochi centri parrocchiali o privati. Solo con il sec. XIX la situazione andò migliorando: furono proposti finanziamenti per la scuola, nel 1839 fu creato il Ministero per l'Educazione Pubblica; vennero in seguito decretate l'obbligatorietà scolastica e la sua gratuità. Una ancor maggiore espansione si produsse nella prima metà del sec. XX in cui fu, fra l'altro, stabilita l'obbligatorietà scolastica fino a 15 anni (oggi 16) e venne applicato un piano integrale a tutte le scuole del Paese per porre un certo ordine ai vari tipi di scuole e di sistemi educativi esistenti. La scuola primaria va dai tre agli undici anni ed è divisa in tre cicli: scuola materna (nursery school) dai 3 ai 5 anni, non obbligatoria; scuola infantile (infant school) dai 5 ai 7 anni; scuola giovanile (junior school) dai 7 agli 11 anni. L'istruzione media è di tre tipi, corrispondenti alle tendenze attitudinali degli allievi: scuola secondaria (secondary grammar school), scuola tecnica (secondary technical school), scuola moderna (secondary modern school). Questi tre tipi di scuola secondaria hanno un corso triennale seguito da un quadriennio di specializzazione che permette l'accesso agli studi superiori e universitari. La scuola unica integrata (comprehensive school) comprende le scuole secondarie sopra elencate e consente il passaggio di indirizzo e di livello, anche nel corso dello stesso anno scolastico. Sono da ricordare inoltre le public schools, scuole private caratterizzate da un manifesto stile aristocratico, le più conosciute delle quali sono: Eton, Winchester, Westminster, Harrow, Rugby, Saint Paul, Shrewsbury. Dal 1989 sono stati introdotti curriculum omogenei e test di lingua inglese, di matematica e di scienze, per valutare i ragazzi inglesi e gallesi delle scuole statali secondo uno stesso criterio. I test vengono somministrati all'età di 7, 11 e 14 anni. In Scozia le scuole secondarie hanno una durata che varia dai 3 ai 6 anni. Nell'Irlanda del Nord l'istruzione è obbligatoria per i ragazzi dai 5 ai 16 anni e gratuita nelle scuole primarie e secondarie intermedie; vi sono grammar schools, scuole intermedie secondarie e scuole intermedie tecniche, equivalenti delle modern e delle technical schools del Galles e dell'Inghilterra. All'università si accede attraverso un esame molto selettivo e i suoi corsi durano generalmente 3 o 4 anni, al termine dei quali si consegue il titolo di bachelor (first degree); per conseguire i titoli di master e di doctor si richiede un ulteriore proseguimento degli studi. Fra le università le più antiche sono Oxford e Cambridge (sec. XIII), formate entrambe da vari colleges ai quali è obbligatorio appartenere per essere ammessi all'università. Fra le altre sedi universitarie le più importanti sono: Glasgow (1451), Aberdeen (1494), Edimburgo (1583), Londra (1836), Cardiff (1893), Liverpool (1903), Manchester (1903), Leeds (1904). Dal 1969 i corsi della Open University con sede a Bletchley sono trasmessi dalla B.B.C. Vi sono poi istituti superiori tecnici, agricoli, d'arte, ecc.
SERVIZI D'INFORMAZIONE
Nel sec. XVII la stampa britannica operava secondo canoni simili a quelli della stampa francese o spagnola. Nel 1622 apparve il Weekly News, nel 1625 il Mercurius Britannicus, prima pubblicazione periodica imitata in tutta Europa. Le pubblicazioni periodiche furono favorite agli inizi della rivoluzione borghese, ma con il consolidamento al potere di Cromwell la libertà di stampa fu limitata a un paio di pubblicazioni (Mercurius Politicus e Publik Intelligencer). Nel sec. XVIII vi furono alcuni letterati che fondarono periodici la cui influenza superò i confini del Regno Unito: Steele fondò il Tatler nel 1709 e nel 1711, insieme ad Addison, lo Spectator, De Foe la Review nel 1704, Swift The Examiner nel 1710. Alla fine del secolo furono promulgate alcune leggi che sopprimevano il protezionismo reale sui permessi di pubblicazione e lo Stato favorì l'espansione della stampa: nel 1785 fu fondato The Times che continuava la tradizione dello Spectator. Nel sec. XIX apparvero molti quotidiani esistenti tuttora, fra i quali il Daily Telegraph e il Guardian. Nel 1896 lord William Harmsworth fondò il Daily Mail e nel 1903 il Daily Mirror; seguirono poi il Daily Express e il Daily Herald. All'inizio del sec. XX prese l'avvio il processo, che continua tuttora, della concentrazione della stampa britannica in catene, delle quali le maggiori sono l'Associated Newspapers Holding Ltd. che pubblica il Daily Mail e The News International PLC che controlla The Times. Esistono inoltre pubblicazioni della domenica come The Sunday Times e The Observer. Il monopolio della radiodiffusione appartiene alla British Broadcasting Corporation (B.B.C.), organo pubblico che gode di larga autonomia. Nel 1989 vi erano 57.456.832 apparecchi radio. La televisione dipende anch'essa dalla B.B.C. e trasmette su tutto il territorio nazionale dal 1956; nel 1989 erano in circolazione 18.953.000 apparecchi televisivi.
ORGANIZZAZIONE MILITARE
Le forze armate britanniche sono interamente costituite da volontari da quando (1956) è stata abolita la coscrizione obbligatoria. La ferma, rinnovabile, ha durata triennale ma per taluni incarichi è di 6 anni. La struttura di comando delle forze terrestri si articola in 9 comandi distrettuali in patria e 3 alti comandi militari oltremare: Armata britannica del Reno, Hong Kong e Cipro. Vi sono inoltre guarnigioni permanenti britanniche a Gibilterra, isole Falkland, Belize e Brunei. In quest'ultimo Paese prestano servizio reparti della brigata gurkha, costituita da elementi di una popolazione nepalese che da 150 anni fornisce volontari all'esercito britannico. L'esercito regolare, a parte la brigata gurkha, ha una forza di ca. 160.000 unità, delle quali 55.000 nell'armata del Reno. Le forze di riserva sono costituite dalla riserva regolare (173.000 unità) e dall'esercito territoriale (73.000). Il compito di quest'ultimo è di fornire una riserva su scala nazionale per l'impiego in specifiche operazioni in patria e oltremare e affrontare esigenze improvvise; in particolare, completare l'ordine di battaglia delle unità assegnate alla N.A.T.O., costituire e garantire una base sicura per le forze di stanza nell'Europa continentale, assicurare la struttura per una eventuale espansione delle riserve. Nell'Irlanda del Nord è di stanza una unità della riserva, l'Ulster Defence Regiment, forte di 6500 uomini, che prende parte attiva, a fianco dell'esercito regolare, nella repressione delle locali attività di guerriglia. Nell'esercito regolare, così come in quello territoriale, prestano servizio alcune migliaia di donne (6500 nell'esercito regolare) con compiti prevalentemente ausiliari. L'aviazione leggera dell'esercito impiega ca. 300 elicotteri e 25 velivoli ad ala fissa. La marina (Royal Navy) impiega (inclusi 7700 marines) oltre 64.000 uomini e donne e dispone di un elevato numero di unità, tra le quali le maggiori sono: tre portaerei leggere da 20.900 t (Invincible, Illustrious, Ark Royal) che imbarcano ciascuna 8 cacciabombardieri a decollo verticale e corto Sea Harrier e 12 elicotteri Sea King, in parte per impiego antisommergibili, in parte per avvistamento; 13 cacciatorpediniere; 36 fregate, sommergibili a propulsione diesel-elettrica e sottomarini a propulsione nucleare. L'aviazione navale dispone di ca. 320 velivoli. L'aviazione (Royal Air Force) impiega ca. 90.000 tra uomini e donne. I velivoli da combattimento dipendono da tre organizzazioni di comando: Group 1, responsabile del bombardamento e dell'attacco al suolo, della ricognizione, dell'appoggio aeroterrestre e del rifornimento (aerei Tornado GR1, Jaguar, Harrier GR5, elicotteri Chinook, Puma, Wessex); Group 11, incaricato della difesa aerea (caccia Tornado F3 e Phantom ognitempo, missili superficie-aria Bloodhound, rete radar e relativa rete trasmissioni), Group 18, responsabile delle operazioni sul mare (aerei Nimrod Mk2, BAe Buccaneer, Canberra, elicotteri Sea King e Wessex).
PREISTORIA
Le diverse fasi del Paleolitico della Gran Bretagna sono note per numerosi e importanti giacimenti. Resti umani (un occipitale e due parietali della stessa calotta cranica), riferiti a un preneandertaliano, sono stati rinvenuti, nel 1935, 1936 e 1955, a Swanscombe (Kent), ove è presente un livello con industria riferita al Clactoniano, sottostante a una sequenza di due livelli dell'Acheuleano. Dal giacimento eponimo di Clacton-on-Sea (Essex), prende nome la facies “clactoniana”, definita da H. Breuil nel 1932, la cui interpretazione come phylum a sé stante ha subito in anni recenti numerose critiche. Una fauna abbondante, più recente di Swanscombe, a elefante antico, cervo elafo, bue primigenio, daino (Dama clactoniana) e rinoceronte, è associata in questo sito a industria su schegge caratterizzate da angolo di distacco molto aperto, talloni ampi e lisci, qualche strumento su ciottolo e assenza di bifacciali. Industrie acheuleane e del Musteriano sono note a High Lodge (Suffolk) e due livelli acheuleani sono stati riconosciuti a Hoxne (Suffolk). La grotta di Cotte di Saint-Brelade nell'isola di Jersey ha dato un'importante industria del Paleolitico medio e denti umani riferiti a un neandertaliano. Resti umani provengono anche dalla grotta di Pontnewydd (Galles), da livelli del Pleistocene medio-recente, con industria dell'Acheuleano superiore di tecnica Levallois e fauna a rinoceronte, renna e equidi. Un'importante e lunga sequenza che inizia con l'Acheuleano (circa 300.000 anni fa), seguito da industria musteriana e da una sequenza completa del Paleolitico superiore, è nota a Kent's Cavern (Devon). Il Paleolitico superiore inizia con un aspetto transizionale (Lincombiano), le cui fasi più antiche sono datate a ca. 38.000 anni fa, seguito dall'Aurignaziano (27.000 anni), dal Maisieriano (26.000/22.000 anni), considerato una variante dello stadio antico del Perigordiano superiore, e dal Creswelliano, nelle sue diverse fasi, datate da 20.000 a 10.000 anni fa, corrispondenti alla parte medio finale del Paleolitico superiore del resto dell'Europa. Questa successione di industrie si ritrova in altri giacimenti come, p. es. Pin Hole e Robin Hood Cave (Derbyshire), siti la cui sequenza inizia con industrie musteriane. Una importante sepoltura del Paleolitico superiore, datata a 18.460s340 anni da oggi, nota come la “Red Lady” (in realtà un giovane di sesso maschile, riferito al tipo di Cro-Magnon e ricoperto di ocra), fu rinvenuta nel 1823 nella grotta di Paviland (Galles), dove era conservato un deposito attribuito per lo più all'Aurignaziano e al Creswelliano. Numerosi oggetti di ornamento in avorio facevano parte del corredo funerario di questa tomba. All'VIII millennio (C14=7611g120 a. C. e 75401350 a. C.) è datato il Mesolitico di Star Carr (Yorkshire), giacimento di grande importanza per la presenza di strutture di abitato e per i numerosi dati di tipo paleoeconomico che vi sono stati messi in rilievo. Con un certo ritardo rispetto alle corrispondenti culture continentali, si svilupparono quelle neolitiche che videro utilizzare vari giacimenti di selce come quello delle Grime's Graves. Fra le culture neolitiche delle isole britanniche meritano un particolare cenno quella irlandese di Bann e, soprattutto, quella di Windmill-Hill, mentre a tempi più tardi appartiene la cultura della ceramica decorata a cordicella. Al Neolitico finale (IV millennio a. C.) si datano i primi monumenti megalitici, le cui dimensioni e la cui distribuzione hanno fatto pensare che si trattasse di veri e propri indicatori territoriali. Un altro elemento di particolare interesse, documentato a partire da questo periodo, è la presenza di tracce di aratura e di vere e proprie divisioni in appezzamenti coltivabili. Particolarmente diffusa, nel successivo periodo Eneolitico, è la facies culturale del vaso campaniforme; di questo periodo è la monumentalizzazione dell'imponente circolo megalitico di Stonehenge. Nel corso dell'Età del Bronzo, la ricca cultura di Wessex indica una maggiore articolazione sociale. A questo stesso periodo appartengono oggetti di ornamento e bronzi che denunciano una chiara influenza dell'area egea; va sottolineata, a questo proposito, l'importanza dei giacimenti di stagno. Verso la fine della prima metà del I millennio a. C. anche nelle isole britanniche si diffuse la metallurgia del ferro, con varie facies, come quella di All-Canning-Cross delle culture di Hallstatt e, più tardi, di La Tène.
STORIA: DALLE ORIGINI ALL'INVASIONE DEI NORMANNI
Prima della conquista romana la Britannia era popolata da tribù di stirpe celtica, dedite alla pastorizia, che parlavano dialetti affini a quelli delle stirpi che abitavano la Gallia, la cui classe dirigente era costituita da sacerdoti (druidi) che adoravano una pluralità di dei e i cui riti erano spesso cruenti. Esse non riuscirono mai a costituirsi in Stato e forse ebbero scarsi rapporti con le civili popolazioni mediterranee, essendo stata messa in dubbio la tradizione che i Fenici giungessero sulla sponda della Cornovaglia per acquistare lo stagno. Nel 55 a. C. Giulio Cesare sbarcò in Britannia e dopo due fortunose campagne, durante le quali si spinse fino all'odierna Saint Albans, sottopose a tributo le tribù della parte merid. dell'isola. La conquista vera e propria iniziò un secolo più tardi (43 d. C.) per iniziativa dell'imperatore Claudio: i Britanni avevano molto progredito in quel secolo, costituendo una specie di regno che faceva capo a Camulodunum (Colchester) e opposero una vigorosa resistenza che durò fino all'85 sotto alcuni capi, Cunobelinus, il di lui figlio Caroctacus e la regina Boadicea. Vero conquistatore e pacificatore della Britannia fu Agricola, che però non inglobò mai il territorio sett. dell'isola per le difficoltà costituite dalla zona montagnosa e dal carattere bellicoso degli abitanti (Caledoni). Gli imperatori Adriano e Antonino Pio, proseguendo la politica difensiva inaugurata da Domiziano, fecero costruire due linee fortificate per proteggere la provincia dalle invasioni degli abitanti degli altopiani. Il dominio romano, durato fino al 409, quando le legioni furono ritirate per difendere la frontiera del Reno, modificò molto la situazione della Britannia che godette un periodo di pace: vi si diffusero la lingua celtica e, a partire dal sec. II, la religione cristiana che ebbe anche là i suoi martiri durante la persecuzione di Diocleziano (fine sec. IV). Col ritiro dei Romani si ebbero subito le invasioni al Nord di Pitti e Scoti e, a partire dal 449, quelle dei Sassoni, degli Angli e degli Juti, tutti provenienti dalle coste delle odierne Germania e Danimarca; con loro si ebbe un ritorno al politeismo non più della religione druidica, ma di quella germanica. I cristiani emigrarono in parte nell'attuale Bretagna mentre altri si ritirarono nella parte occid. dell'isola e nell'odierno Galles, dove per decenni contrastarono il passo agli invasori: tra i difensori del cristianesimo emerse la figura, divenuta leggendaria, di re Artù con i suoi cavalieri della Tavola Rotonda. Il periodo che va dal sec. V all'VIII è pieno di leggende, a noi tramandate dal Venerabile Beda; l'unica notizia storica è che nella prima metà del sec. VII anche le popolazioni germaniche dell'Inghilterra si convertirono al cristianesimo sia a seguito dei contatti con la popolazione locale, con i Franchi, con gli Scozzesi e con gli Irlandesi, sia per l'evangelizzazione compiuta da Sant’Agostino (detto l'Apostolo di Inghilterra) che, inviato a tale scopo da papa Gregorio Magno nel 596, si stabilì a Canterbury. A Nord la sede più importante divenne (e lo è tuttora) Eburacum (York). Gli invasori costituirono vari regni: i Sassoni quelli chiamati Wessex, Essex e Sussex; gli Angli quelli di East Anglia, Northumbria e Mercia; gli Juti il Kent. Questi regni costituirono la cosiddetta Eptarchia anglosassone, termine improprio in quanto gli Stati furono più di sette sia per l'esistenza effimera di altri staterelli di origine germanica, sia perché nel numero non vennero calcolati quelli di origine celtica esistenti nel Galles e nella Cornovaglia. Comunque nel sec. IX Egberto di Wessex riuscì a unificarli sotto il proprio dominio, ma tale unione durò poco, poiché l'invasione dei Danesi portò nell'870 alla divisione del Paese in due parti, una a oriente del Lee lasciata agli invasori, l'altra a occidente, soggetta ad Alfredo il Grande. Con alterne vicende la lotta coi Danesi (nel 1016 il danese Canuto il Grande era riuscito a diventare re di tutta l'isola) durò fino al 1043, anno in cui un re nazionale, discendente di Alfredo il Grande, Edoardo il Confessore, riuscì a cingere la corona. Alla sua morte però vi fu una nuova invasione, quella dei Normanni i quali, guidati dal duca Guglielmo il Conquistatore, riuscirono con la battaglia di Hastings (1066) a impadronirsi dell'Inghilterra sconfiggendo e uccidendo il successore di Edoardo, re Aroldo. Questa invasione fu decisiva per la storia dell'isola. I Normanni infatti, benché di origine scandinava, erano completamente francesizzati e diffusero nell'isola la lingua francese che, mescolandosi con quella anglosassone, diede origine più tardi alla lingua inglese.
STORIA: IL CONFLITTO CON LA FRANCIA E LA GUERRA DELLE DUE ROSE
Il potere politico passò completamente nelle mani dei seguaci di re Guglielmo, che si guardò bene dall'accordare ai nuovi feudatari domini troppo vasti (come esistevano in quel tempo in Francia e in Germania) tali da potere contrastare il potere regio, il quale pertanto fu agli inizi molto forte. Andò invece perdendo vigore sotto i suoi successori, come logica conseguenza delle lotte tra i figli del Conquistatore; delle guerre contro gli Scozzesi e i Francesi; dell'eccessivo potere acquistato dalla Chiesa cui i primi re si erano appoggiati per averne aiuto contro i numerosi nemici che insidiavano la corona; della stessa crociata condotta da Riccardo Cuor di Leone – re dal 1189 – il quale, per fare danari, fu costretto alla vendita di privilegi. Il potere regio ne fu scosso e dopo l'umiliazione del fondatore della dinastia dei Plantageneti Enrico II, seguita all'assassinio dell'arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket (1170), dopo la revoca degli statuti di Clarendon che limitavano i poteri dei feudatari ecclesiastici e infine dopo la sconfitta di Bouvines a opera dei Francesi (1214), re Giovanni Senza Terra fu costretto nel 1215 a concedere la Magna Charta Libertatum che, mentre limitava i poteri del re a favore dei feudatari laici ed ecclesiastici, dava origine a quel Parlamento che a partire dal 1265, quando furono chiamati a farne parte due rappresentanti per ogni città con lo scopo di contenere la potenza dei baroni, si articolò in Camera dei Lords e in Camera dei Comuni. In campo internazionale Enrico II iniziò la conquista dell'Irlanda di cui si proclamò signore (1172) e col matrimonio con Eleonora di Aquitania (1152) ampliò la propria potenza in Francia: infatti ai domini ereditati dal padre (Angiò, Maine e Turenna) e dalla madre (Normandia) aggiunse la Guienna, il Poitou, il Saintonge, l'Alvernia, il Périgord, l'Angoumois ed il Limousin. Questa situazione assurda per cui il re d'Inghilterra era vassallo del re di Francia, ma di lui assai più potente, generò un lunghissimo conflitto durato tutto il sec. XIII, conflitto che, sopito parzialmente durante i regni di Enrico III in Inghilterra e di San Luigi IX in Francia, l'uno alle prese con gravi problemi interni, l'altro con le crociate, e brevemente interrotto sotto il regno di Edoardo I il quale riuscì a conquistare il Galles (1283) e a sottomettere la Scozia, perduta poi durante il regno di Edoardo II, scoppiò in tutta la sua violenza sotto Edoardo III, il quale nel 1337 pretese di succedere alla corona di Francia dopo che da alcuni anni si era estinto il ramo diretto dei Capetingi. Fu la cosiddetta guerra dei Cent'anni che durò, sia pure inframezzata da lunghe tregue, sino al 1453 e che tanto peso doveva avere sulla storia politica ed economica dei due Paesi. La sconfitta subita in Francia ebbe gravissime ripercussioni in Inghilterra in quanto riaprì la strada alle rivendicazioni di un ramo cadetto dei Plantageneti, gli York, i quali avevano ereditato i diritti del duca di Mortimer che Riccardo II, privo di eredi legittimi, aveva designato a succedergli al trono. Scoppiò così la guerra delle Due Rose tra i sostenitori di Enrico VI e i sostenitori degli York, guerra durata fino al 1485, durante la quale perì la maggior parte della grande feudalità inglese, ivi compresi molti membri della famiglia reale. La vittoria degli York con Edoardo IV, turbata del resto da un effimero ritorno di Enrico VI che fu ucciso col figlio Edoardo nel 1471, oltrepassò di ben poco il suo regno perché il fratello Riccardo III, resosi odioso per una serie di delitti a lui forse a torto tutti attribuiti, fu sconfitto e ucciso a Bosworth (1485) da Enrico VII Tudor (1485-1509), imparentato coi Lancaster e, dopo l'incoronazione, marito dell'erede degli York.
STORIA: L'AVVENTO DELLA BORGHESIA E I COMUNI
Egli fu il fondatore di una nuova dinastia sotto la quale (dal 1485 al 1603) l'Inghilterra subì importanti trasformazioni. Innanzitutto la decimazione della grande nobiltà feudale favorì l'avvento della borghesia su cui i sovrani di quella famiglia si appoggiarono dapprima per rintuzzare le pretese di aspiranti al trono veri o falsi che fossero, poi per combattere la Chiesa cattolica con cui Enrico VIII, che pure aveva confutato la dottrina di Lutero guadagnandosi il titolo di Defensor Fidei (1521), ebbe a lottare per motivi politico-religiosi oltre che sentimentali. Votato dal Parlamento il principio che la Chiesa cattolica inglese fosse sottratta all'autorità papale e sottoposta a quella del re (1531), Enrico VIII scatenò una lotta spietata sia contro tutti coloro che disapprovavano le sue decisioni antiromane, sia contro coloro che consigliavano un riavvicinamento alla religione riformata tedesca. Le influenze calviniste si infiltrarono in Inghilterra sotto il regno del minorenne Edoardo VI (1547-53) a opera del reggente Somerset, che ebbe l'appoggio di tutti coloro che avevano ottenuto i beni sequestrati ai conventi: fu in tale periodo che venne ammesso il matrimonio dei preti, che vennero soppressi l'adorazione della Croce, l'uso dell'acqua benedetta e delle immagini sacre, che vennero abolite le leggi emanate nel sec. XV contro i lollardi, che venne composto il libro di preghiere da recitarsi dai fedeli della Chiesa anglicana e che venne emanato il decreto che permetteva al primate di inquisire i dissidenti (Act for Uniformity of Public Worship). Tale indirizzo fu rafforzato dopo la breve e sanguinosa repressione della cattolica Maria I (1553-58) sotto il regno di Elisabetta I (1558-1603) la quale ottenne la conferma dell'Act of Supremacy, cui fu costretto a prestare giuramento ogni detentore di un impiego pubblico (1559). La politica estera dei Tudor oscillò tra la necessità di mantenere l'equilibrio (balance-of-power) tra le grandi potenze europee e quella di procurarsi alleati contro le potenze cattoliche e il clero: orientata in senso favorevole alla Spagna sotto Enrico VII, oscillante tra Francesco I e Carlo V sotto Enrico VIII, seguì sotto Elisabetta una linea decisamente anticattolica; ella appoggiò la rivolta antispagnola dei Paesi Bassi, i movimenti ugonotto in Francia e puritano in Scozia, favorì i corsari che devastavano le colonie americane spagnole e da ultimo, col trionfo (1588) sull'Armada spagnola che Filippo II le aveva mandato contro per vendicare l'esecuzione capitale di Maria Stuarda, avviò l'Inghilterra al dominio dei mari. Sotto il suo regno ebbe inizio anche la colonizzazione della costa atlantica dell'America Settentrionale (1585) pur se, per il momento, l'iniziativa fu stentata e controversa. Maggiore sviluppo ebbe durante il regno di Giacomo I, sotto il quale la colonizzazione fu affidata a due compagnie (1606) e la stessa Virginia, fino ad allora languente, rifiorì a opera del governatore Delaware. L'Irlanda, su cui la sovranità inglese era spesso precaria, soprattutto dopo il conflitto religioso con Roma, fu sottoposta a colonizzazione di elementi protestanti nella sua parte sett., l'Ulster, a partire dal 1610. Ma già sotto il suo regno, il primo sull'Inghilterra della famiglia scozzese Stuart, si ebbero i primi sintomi della lotta che doveva contrapporre la corona, giunta con i Tudor all'apogeo della propria forza, ai Comuni, che rappresentavano una borghesia ricca, economicamente divenuta la classe dominante dello Stato, la quale pretendeva di strappare al re una parte dell'immenso potere di cui questi godeva. Il conflitto scoppiò aperto e violento sotto Carlo I, di temperamento impetuoso, il quale mal tollerava che gli fossero lesinati i sussidi per guerre alle quali era stato indotto dallo stesso Parlamento e nel corso delle quali, per mancanza di mezzi, aveva subito umilianti insuccessi. Rifiutandosi di cedere alle richieste presentate con la Petition of Right del 1628, Carlo I governò il Paese senza Parlamento, giovandosi di un antico organismo che Enrico VII aveva richiamato in vita, la Camera Stellata; ma allorquando scoppiò un conflitto con la Scozia, cui egli voleva imporre la religione anglicana, fu costretto a riconvocare il Parlamento. Dominavano nella Camera dei Comuni i puritani i quali, volendo ridurre a ben poco il potere regio, attaccarono anche la Chiesa anglicana di cui il re era a capo e trovarono facile gioco ad accusare Carlo e gli anglicani di “papismo”. Gli errori del re, che si alienò la Scozia e cedette alle pretese dei Comuni (non condivise dalla Camera dei Lords) sia sul terreno delle concessioni (abolizione della Camera Stellata, impossibilità per il sovrano di sciogliere il Parlamento) sia sacrificando alle loro vendette i fedeli ministri Strafford e Laud, fecero il resto: scoppiò una guerra civile che, sconfitte le forze regie, ebbe come conclusione il processo e la decapitazione del re (1649) e la proclamazione della Repubblica (Commonwealth). Fu un breve ma glorioso intervallo (1649-60) durante il quale emerse Oliver Cromwell, il quale impose al Paese una durissima dittatura militare soffocando l'opposizione parlamentare, abolendo la Camera dei Lords, conducendo due vittoriose e sanguinose campagne militari in Irlanda e Scozia e all'estero sottraendo Giamaica e Dunkerque agli Spagnoli, colpendo col Navigation Act (1651) il commercio olandese basato sul noleggio delle navi e favorendo in tal modo lo sviluppo della marina mercantile nazionale.
STORIA: DAL REGNO DI CARLO II AL TRATTATO DI UTRECHT (1713)
La morte di Cromwell (1658) provocò il caos e fu un'altra volta l'esercito, condotto dal generale Monk, che ristabilì l'ordine: sciolto il Parlamento, nuove elezioni restaurarono la monarchia nella persona di Carlo II, il figlio del decapitato re. Il regno di questo sovrano, notevole per la moderazione da lui mostrata al momento della restaurazione e per lo splendido impulso dato all'architettura delle città inglesi e specialmente di Londra, ricostruita dopo l'immane incendio che la distrusse nel 1666, vide la ricostituzione della Chiesa anglicana, l'allontanamento dei puritani e dei cattolici dai posti di comando, dai quali questi ultimi furono espressamente esclusi dal Parlamento (1663), la concessione dell'Habeas Corpus Act (1679), in base al quale fu stabilito che nessun cittadino potesse essere arrestato senza che gli venisse contestata l'imputazione e che il processo dovesse venire celebrato subito: con il che la libertà individuale venne garantita contro gli abominevoli arresti eseguiti ad arbitrio del re, come era avvenuto fino ad allora in Inghilterra e come continuò ad avvenire per vari decenni nei Paesi del continente europeo. Eppure il regno di Carlo II non fu un periodo tranquillo: la questione religiosa agitava sempre il Paese e, non avendo il re discendenza diretta legittima, la corona spettava al fratello Giacomo che dal 1669 aveva annunciato la propria conversione al cattolicesimo. Anche la politica estera di Carlo II, favorevole alla Francia, era osteggiata dall'opinione pubblica. Questi fermenti esplosero nel 1688 quando Giacomo II (1685-88), che nei suoi tre anni di regno aveva senza alcun riguardo favorito i cattolici, ebbe un erede maschio: la prospettiva di un Paese protestante governato da una dinastia cattolica scatenò un'aperta rivolta: il re fu abbandonato da tutti e il suo posto fu preso dalla sua primogenita Maria II (ch'era protestante) e dal genero Guglielmo III statolder d'Olanda. Questa rivoluzione fu chiamata “gloriosa”, perché attuata senza spargimento di sangue: Giacomo II riparò in Francia, da dove tentò ripetutamente ma invano di riconquistare il trono. La base dell'operazione era la cattolica Irlanda, particolarmente colpita da una legge del 1699 in base alla quale tutti i cattolici che non avessero giurato obbedienza all'Atto di Supremazia venivano spogliati delle loro proprietà terriere a favore del parente protestante più prossimo. Fu invece abbandonato l'Atto di Uniformità per cui i protestanti dissidenti godettero parità di diritti con gli anglicani (1680) e, nuova salvaguardia per la libertà, fu stabilito che nessun giudice potesse esser rimosso dal re, attuandosi in tal modo la completa indipendenza del potere giudiziario. Infine fu deliberato che il ramo maschile (e quindi cattolico) degli Stuart non avrebbe potuto regnare e che la corona sarebbe spettata in ordine di precedenza: ai figli di Guglielmo III e di Maria II; ai figli di quest'ultima e di un suo eventuale secondo marito; ad Anna, sorella di Maria II e ai suoi discendenti; ai figli di Guglielmo III nati da un suo eventuale secondo matrimonio (1689). Nel 1701, non essendosi verificata nessuna di queste ipotesi, con l'Act of Settlement fu designata alla successione di Guglielmo III la protestante Sofia del Palatinato, moglie dell'elettore di Hannover e discendente da Giacomo I. Nel campo della politica estera Guglielmo III ruppe con la politica orientata verso un'intesa con la Francia, che era stata la politica di Cromwell e degli ultimi due Stuart, e per salvare l'equilibrio europeo divenne il più implacabile avversario di Luigi XIV che tentava di imporre la supremazia francese su tutto il continente; in altre parole trasferì in Inghilterra quella politica antifrancese che da vent'anni attuava in Olanda con ben minori mezzi. La lotta antifrancese continuò sotto il regno di Anna Stuart e fu coronata da brillanti vittorie militari conseguite per terra tra il 1704 e il 1709 dal generale John Churchill, duca di Marlborough, a Blenheim, a Ramillies, a Oudenarde e a Malplaquet e, per mare, con ripetuti vittoriosi scontri in America e in Europa. Furono occupate Gibilterra (1704) e Minorca (1708) che il trattato di pace firmato a Utrecht nel 1713 lasciò all'Inghilterra, che divenne pertanto una potenza mediterranea. In America ottenne Terranova, l'Acadia, ribattezzata Nuova Scozia, e la baia di Hudson.
STORIA: NASCITA DELLA GRAN BRETAGNA ED ESPANSIONE COLONIALE
Nel 1714, alla morte di Anna, succedette pacificamente Giorgio I di Hannover, figlio dell'elettrice Sofia. In previsione di tale avvenimento, a evitare che la Scozia respingesse la successione hannoveriana adottata dal Parlamento di Londra, nel 1707 si giunse a quella fusione di Inghilterra e Scozia che Giacomo I aveva invano proposto nel 1607. Fu stabilito che i due Stati ne avrebbero formato uno solo chiamato G., che la religione presbiteriana sarebbe stata la sola riconosciuta in Scozia la quale avrebbe conservato le proprie leggi e usanze e avrebbe goduto degli stessi diritti degli Inglesi in fatto di commercio e di navigazione. Si decise inoltre che il Parlamento di Edimburgo sarebbe stato soppresso e 45 deputati (di cui due terzi sarebbero stati scelti dalle contee e un terzo dai borghi) e 16 lord, scelti dai loro pari per la durata di una legislatura, avrebbero seduto al Parlamento di Londra. Il regno dei due primi sovrani hannoveriani, Giorgio I (1714-27) e Giorgio II (1727-60), fu turbato solo in Scozia da una rivolta in favore del pretendente stuartiano (1716) e da un intervento navale nel 1718 contro la Spagna che aveva violato i trattati del 1713-14. Il potere fu in mano dei whigs, particolarmente di sir Robert Walpole che governò la G. dal 1721 al 1741, e il potere regio ne uscì notevolmente ridotto sia a causa della scarsa conoscenza della G. e della stessa lingua inglese da parte di Giorgio I, sia per il fatto che tanto lui quanto il suo successore spesso avevano soggiornato in Hannover. La guerra riprese nel 1739 contro la Spagna per motivi coloniali, poi contro la Francia per la questione della successione ai domini asburgici, e riuscì favorevole alla G. la quale con la Pace di Aquisgrana (1748) ottenne che la Francia espellesse il pretendente degli Stuart, Carlo Edoardo, il quale nel 1745, dopo aver sollevato la Scozia, aveva marciato contro Londra ma era stato infine decisamente battuto a Culloden Moor (1746). Con la Pace di Parigi del 1763, che chiuse la cosiddetta guerra dei Sette anni, la G., guidata risolutamente dal grande statista William Pitt, ottenne vantaggi ben più cospicui: il Canada, la Louisiana orient., la Florida, i possedimenti francesi in India le furono ceduti e l'impero coloniale francese fu virtualmente distrutto mentre quello britannico si estendeva su tre continenti: America, Africa e Asia. Una battuta d'arresto fu segnata, un ventennio più tardi, dalla rivoluzione delle colonie nordamericane, causata dalle pesanti tasse che il governo britannico, estenuato dalla guerra dei Sette anni, aveva imposto per rinsanguare l'erario. Fu una lezione che gli Inglesi non dimenticarono più e servì loro di guida per i rapporti con le altre colonie nel secolo successivo. La più immediata conseguenza fu il trapianto nel Canada dei 40.000 coloni lealisti americani espulsi dagli Stati Uniti, che furono sistemati dividendo il Canada in due zone distinte (1791), evitando in tal modo sia la tirannia della minoranza anglosassone sulla maggioranza cattolica, come avveniva in Irlanda, sia la sottomissione della prima alla seconda, che l'opinione pubblica britannica non avrebbe mai potuto sopportare.
STORIA: IL PERIODO HANNOVERIANO E LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
Nel periodo hannoveriano l'Inghilterra subì profonde trasformazioni. Il villaggio che fino ad allora era stato il centro della vita agricola ed era autosufficiente poiché, oltre a produrre i cereali per la popolazione, produceva artigianalmente quanto era necessario per la popolazione locale (oltre a un sovrappiù che veniva raccolto dai commercianti che percorrevano le campagne, attraversate da pessime strade, con lunghi convogli di cavalli da soma), si modificò sostanzialmente quando, al di là degli orti e delle centinaie di strisce seminate, l'aperta campagna, coperta da paludi, brughiere, boschi, terre incolte fu, a imitazione di quanto nei secoli precedenti era avvenuto in poche zone dell'Inghilterra (Kent, Devon, Cornovaglia, Sussex, Suffolk ed Essex), trasformata. Si scavarono canali, si risolse l'annoso problema delle strade, soprattutto di quelle convergenti su Londra che per il fatto di essere l'unica città inglese popolata (700.000 abitanti verso la fine del sec. XVIII laddove Bristol, che è la seconda per popolazione, superava appena i 50.000) abbisognava di quotidiani rifornimenti di prodotti del suolo; infine, soprattutto, si attuò la recinzione dei campi aperti: nacque la figura del proprietario bonificatore e fu incrementata la produzione di grano in relazione all'aumento della popolazione. La campagna assunse un aspetto più prospero, le comunicazioni migliorarono, ma dal punto di vista sociale il piccolo agricoltore indipendente a poco a poco scomparve e fu sostituito da un lato dal fittavolo, dall'altro dal contadino-proletario che era il bracciante. Quasi contemporaneamente ebbe inizio la cosiddetta rivoluzione industriale. Alcune scoperte tecniche e chimiche, unitamente all'impiego del vapore, trovarono in G. più che in ogni altro Paese la disponibilità di danaro liquido fornito dalle grandi compagnie commerciali, che permise la creazione dell'industria tessile, con la conseguente scomparsa dell'artigianato nei villaggi e l'impoverimento delle famiglie rurali meno ricche che emigrarono in città a costituirvi una nuova classe, il proletariato urbano operaio. Coi prodotti dell'industria e con la vendita dei prodotti coloniali trasportati in Europa dalla sua vasta flotta, la G. conquistò ben presto il mercato europeo; ed è ben naturale che in tale situazione gli studiosi inglesi sostenessero la libertà dei commerci dando origine al fenomeno del liberismo economico accompagnato dal liberalismo politico.
STORIA: DALLA RIVOLUZIONE FRANCESE AL CONGRESSO DI VIENNA (1815)
Tale pacifico slancio fu interrotto dallo scoppio della Rivoluzione francese che, apprezzata in un primo momento in G. come aggiornamento delle strutture della Francia al modello inglese, fu fieramente avversata quando si tramutò in strumento al servizio dell'imperialismo francese. La G., che contava 16 milioni di abitanti, non esitò nel 1793 a schierarsi contro una Francia di quasi 30 milioni di abitanti che fu in grado, nel giro di pochi anni, di arruolare tutte le forze del continente europeo dal Portogallo alla Polonia, dalla Danimarca all'Italia. Eppure la G. non cedette: finanziò con grande sacrificio tutte le coalizioni organizzate contro la Repubblica e l'Impero francesi; resistette al blocco continentale decretato da Napoleone (1806) che aveva lo scopo di metterla a terra provocando una spaventosa crisi di sovrapproduzione; decretò a sua volta il blocco del continente europeo, privandolo in tal modo del prezioso apporto dei prodotti coloniali; infine inviò le proprie flotte e, quando questo non bastò più, i propri eserciti a combattere ovunque il nemico poteva essere colpito: San Vincenzo, Abukir, Copenaghen e Trafalgar furono splendide vittorie dell'ammiraglio Nelson; Maida del generale John Stuart; Viniera, Talavera, Salamanca, Vitória, Waterloo del duca di Wellington al quale spettò il merito di aver liberato il Portogallo e la Spagna, dopo una lunga campagna la cui importanza era sfuggita inizialmente al Ministero britannico, e che ebbe la fortuna di dare il colpo di grazia a Napoleone, superando in tal modo la popolarità fino ad allora goduta dal duca di Marlborough. Il Congresso di Vienna (1814-15), che chiuse una guerra che per la G. era durata 21 anni, consacrò il trionfo politico britannico: l'Europa fu modellata secondo uno schema favorevole al containment delle sue rivali, la Francia e la Russia, appoggiandosi sulla forza dell'Austria, mentre il predominio navale e coloniale inglese veniva rafforzato dall'acquisto di Malta, delle isole Ionie, della Colonia del Capo, di Ceylon e da altri minori acquisti. Meno felice fu la situazione economica perché col ritorno all'Europa del legittimismo dinastico non si tornò alla posizione di privilegio dell'industria britannica: durante il conflitto anche alcuni Paesi del continente europeo avevano iniziato la propria industrializzazione e dopo il 1815 i nuovi governi ebbero interesse a proteggere queste iniziative con barriere doganali che ridussero le esportazioni inglesi, le quali trovarono solo parziale compenso nell'apertura dei mercati dell'America spagnola in rivolta contro la madrepatria.
STORIA: L'IRLANDA E IL "PROBLEMA" DEI CATTOLICI
Furono anni difficili, durante i quali maturarono decisioni che a poco a poco, sia pure attraverso aspri conflitti talora sanguinosi, trasformarono la “vecchia” Inghilterra nella G. moderna. Infatti se il Canada, dopo la divisione in due parti effettuata da Pitt e Grenville (1791), e l'India, dopo i provvedimenti adottati da Warren Hastings e con l'Indian Act di Pitt (1784), rimasero quieti per molto tempo; se l'invio di colonie penali in Australia e in Nuova Zelanda (1786), che sostituivano quelle perdute in America, fu seguito prima dall'emigrazione di liberi cittadini rimasti senza lavoro nella madrepatria in seguito alla rivoluzione industriale, poi da agricoltori capitalisti che nei primi decenni del sec. XIX introdussero l'allevamento del bestiame su vasta scala, e se da questo intrecciarsi di motivi nacquero agli antipodi, senza gravi contrasti, due nazioni di popolazione anglosassone, non altrettanto tranquilla fu la situazione nella vicina Irlanda e anche nella stessa G. a causa della pesante discriminazione che fino dal 1699 gravava sui cattolici. Qualche miglioramento fu concesso all'infelice isola nel 1778 e nel 1780 (libertà di commercio, liberazione dei protestanti dissidenti dalla Legge di Prova, il Test Act); altri furono concessi nel 1793 ai cattolici irlandesi che ebbero il diritto attivo di voto, purché fossero possessori d'un terreno che desse almeno 40 scellini di reddito annuo (in pratica lo ebbero tutti i contadini proprietari), ma non ebbero il diritto di voto passivo e pertanto non poterono essere eletti al Parlamento di Dublino al quale venivano rappresentati da deputati protestanti. Domata un'insurrezione scoppiata nel 1798, il governo britannico decise di abolire il Parlamento irlandese (1800) e l'isola venne semplicemente annessa alla G.: 100 deputati e 32 lord irlandesi (4 spirituali e 28 temporali, nominati dai loro pari a vita) furono ammessi al Parlamento britannico, ma lo scopo di far sedere a Londra i rappresentanti del popolo irlandese venne meno in quanto l'eleggibilità dei cattolici, che ne era la premessa e che Pitt aveva promesso, venne negata dal re: Pitt si dimise e la situazione fu peggiorata rispetto a quella precedente. Ma il problema dei cattolici era ormai entrato nella coscienza di una parte degli Inglesi e dopo lunghe, estenuanti battaglie elettorali, nel 1829 Giorgio IV ammise il Catholic Relief Bill votato dal Parlamento, in base al quale i cattolici furono ammessi a qualunque carica salvo quelle di reggente, di lord Cancelliere e di viceré d'Irlanda. Due anni più tardi fu votato il Reform Bill, reso necessario dal fatto che, in seguito allo spostamento della popolazione causato dalle riforme agrarie e dalla rivoluzione industriale, le circoscrizioni elettorali erano talmente poco rappresentative che mentre da un lato vi erano dei borghi in cui erano rimasti soltanto uno o due elettori (i cosiddetti “borghi putridi”) dall'altro vi erano città che non avevano deputati. Fu deciso che i 50 borghi con meno di 2000 abitanti non fossero rappresentati in Parlamento; che 30 con meno di 4000 abitanti avessero un deputato solo, e 143 seggi furono così ridistribuiti: 64 alle città senza rappresentanza, 80 alle contee; inoltre fu affermato il principio dell'identità di criterio per godere dell'elettorato attivo. In tal modo la piccola borghesia delle regioni industriali fu ammessa ai Comuni. Altra importante decisione fu presa nel 1835 trasformando il governo da costituzionale in parlamentare: fu cioè affermato il principio che un ministero non avrebbe potuto reggersi senza la maggioranza ai Comuni anche se avesse goduto della fiducia del re e di quella dei lord. La volontà popolare, anche se allora espressa da un corpo elettorale limitato, prese il sopravvento sulla vecchia oligarchia e l'avvento al trono nel 1837 di una regina diciottenne e inesperta, la regina Vittoria, consolidò il principio allora affermatosi.
STORIA: IL REGNO DELLA REGINA VITTORIA E IL LIBERISMO
Ma la vita inglese mutava anche sotto altri aspetti: nel 1825 si apriva la prima ferrovia tra Stockton e Darlington; nel 1826 si iniziava lo smantellamento del Navigation Act e si giungeva nel 1842 e 1849 alla sua abrogazione con trionfo del principio della libertà di navigazione sia pure regolata da negoziati internazionali; nel 1839 veniva abolita la tassa sulle lettere a carico del destinatario e sostituita dal pagamento da parte del mittente di una modica tariffa qualunque fosse stata la distanza. Nel campo sociale si riconoscevano nel 1825 le associazioni operaie che, costituitesi più tardi in Trade Unions, divennero la molla per ulteriori richieste della classe operaia anche se un movimento radicale sorto dalle sue fila, il cartismo, finì per rivelarsi inconcludente. Nel 1833 venne abolita nelle colonie in cui ancora sopravviveva la schiavitù accordando un risarcimento ai proprietari di schiavi; nel 1839 lo Stato iniziava a interessarsi dell'istruzione sino ad allora lasciata ai privati sotto il controllo della Chiesa anglicana. Una riforma di grande importanza che recò un grave colpo al ceto agrario conservatore fu la conseguenza della lotta scatenata dalla Anti-Corn Laws-League per l'abolizione delle tariffe protezionistiche a favore dei cereali inglesi, introdotte nel 1815 per permettere ai proprietari di mantenere il benessere di cui avevano goduto durante le guerre napoleoniche quando l'Inghilterra doveva essere autosufficiente. L'aumento della popolazione avvenuto negli anni successivi aveva reso inutile questa norma che gravava sulle classi più povere e nel 1846 un illuminato conservatore, Peel, riuscì a far sopprimere, sia pure gradualmente, le leggi protezionistiche. Tale decisione fu di grande portata non solo economica e sociale ma anche politica perché spezzò in due tronconi il Partito conservatore che per molti anni non fu più in grado di governare il Paese. Più tardi (1868) il suffragio fu ulteriormente allargato fino alla concessione del suffragio universale agli uomini (1918) e alle donne (1929) il che, col progressivo esautoramento della Camera dei Lords, iniziato nel 1911, ha dato al Parlamento inglese il volto di un'istituzione democratica temperata dalla Camera dei Lords. Nel 1859 infine gli Israeliti (che erano stati espulsi nel 1290 e riammessi durante il periodo di Cromwell ma senza godere di diritti politici) ottennero la parità con gli altri cittadini britannici. L'industrializzazione, favorita dalla presenza nel sottosuolo di miniere di carbone, e l'espansione costante dei domini coloniali, ottenuta con facili spedizioni navali in Asia e in Oceania, fecero sì che la G. mantenesse per tutto il sec. XIX il primato mondiale, primato favorito da una politica di pace (interrotta solo nel 1854-56 dalla cosiddetta guerra di Crimea combattuta contro la Russia per impedirle di installarsi nel Mediterraneo e dalla necessità di reprimere, nel 1857, una violenta rivolta dell'India) e di appoggio al principio di nazionalità e all'instaurazione di governi liberali sul continente europeo oltre che da trattati di commercio fondati sul liberismo (famoso quello concluso con la Francia nel 1860). Dal punto di vista delle istituzioni la monarchia ricevette un valido rafforzamento dal dignitoso e glorioso regno della regina Vittoria (1837-1901), che cancellò il ricordo degli scandali avvenuti durante precedenti regni. Figure di fama mondiale, per i principi che predicarono, furono Canning, Peel, lord John Russell e lord Palmerston, nei quali si può personificare la G. della prima parte del sec. XIX.
STORIA: LA I GUERRA MONDIALE
Nella seconda metà, al liberismo e al liberalismo subentrarono il conservatorismo, il protezionismo e l'imperialismo. Ne furono massimi esponenti B. Disraeli, lord Salisbury, J. Chamberlain e C. Rhodes. Negli ultimi trent'anni di regno della regina Vittoria, la G. che, cedendo le Isole Ionie alla Grecia (1863), aveva indebolito la propria posizione nel Mediterraneo orient., riacquistò forza diventando di fatto padrona del Canale di Suez, mediante l'acquisto di una grossa quota delle azioni della società (1875) e successivamente occupando Cipro (1878) e l'Egitto (1882); sottomise al suo controllo gran parte dell'Africa Nera e distrusse (1902) l'indipendenza delle repubbliche boere; entrò in conflitti diplomatici che rischiarono di diventare conflitti militari con la Francia (incidente di Fascioda, 1898) e con la Russia, la quale fu costretta ad abbandonare le posizioni occupate nella Penisola Balcanica (1878) e in Estremo Oriente (1905); dovette subire la sfida commerciale e navale del nuovo impero tedesco e tale minaccia la spinse, agli inizi del sec. XX, a mutare rotta. Non potendo sostenere lo “splendido isolamento” del secolo precedente, la G., dopo essersi alleata col Giappone nel 1902 in funzione antirussa, si riavvicinò alla Francia (1904) e alla Russia (1907) in funzione antitedesca e nel 1914 fu al loro fianco quando queste due potenze furono attaccate dalla Germania. La I guerra mondiale vide la G. impegnata in uno sforzo notevole che fu coronato dal successo: i trattati di pace del 1919-20 aumentarono il suo dominio coloniale ed eliminarono il pericolo germanico; ma contemporaneamente si affermò nel mondo la potenza degli Stati Uniti e del Giappone ed ebbe inizio la propaganda bolscevica diretta a scuotere il predominio della G. e della Francia nei Paesi asiatici. La G., che aveva accordato fin dal 1867 l'autogoverno al Canada e l'aveva man mano esteso all'Australia (1901), alla Nuova Zelanda (1907) e all'Africa del Sud (1909), fu costretta a concederlo all'Irlanda (1921) risolvendo, almeno temporaneamente, quel problema la cui soluzione aveva tentato invano di raggiungere, proprio con l'autogoverno (Home Rule), un'altra grande figura politica della seconda metà del secolo scorso, Gladstone. Con lo Statuto di Westminster (1931) furono allargate le già vaste autonomie dei Dominions così da farne dei veri e propri Stati indipendenti aventi in comune la persona del sovrano; fu concessa, sia pure con limitazioni di carattere militare, l'indipendenza all'Egitto (1922) e all'Iraq (1932); fu favorita la politica del disarmo e della sicurezza collettiva patrocinata dalla Società delle Nazioni; ma tale condotta, ispirata a nobili ma utopistici ideali e perseguita per motivi di bilancio, finì per rivelarsi dannosa perché mise le potenze militariste in grado di violare la pace senza dover temere la reazione britannica.
STORIA: LA II GUERRA MONDIALE
L'aggressione giapponese alla Cina (1931) e quella italiana all'Etiopia (1935) e le ripetute violazioni dei trattati compiute dalla Germania hitleriana a partire dal 1935 e culminate con la distruzione della Cecoslovacchia (1939) costituirono le dolorose tappe del risveglio britannico alla realtà e fu lo stesso premier, Chamberlain, che fino all'ultimo aveva tentato di salvare il mondo dalla catastrofe di un conflitto, che nel settembre 1939 dichiarò guerra alla Germania, quando questa aggredì la Polonia. Fu la II guerra mondiale. Il crollo dell'alleata Francia (1940), avvenuto simultaneamente all'intervento italiano a lato della Germania, mise dapprima la G. in gravi difficoltà, che il popolo inglese, sotto la guida di quel grande animatore che fu W. Churchill, seppe sopportare con fermezza. Grazie agli aiuti dei Dominions e degli Stati Uniti e agli errori politici della Germania che spinse l'U.R.S.S., sino ad allora sua fiancheggiatrice, nelle fila dei suoi nemici, e del Giappone che provocò l'intervento militare americano, la G. poté così giungere, sia pure stremata di forze, alla vittoria (1945). Il secondo dopoguerra fu dedicato non solo alla ricostruzione materiale, ma a un ridimensionamento dell'Impero britannico e a una ristrutturazione della Gran Bretagna. Le colonie giudicate non ulteriormente tenibili furono subito abbandonate: nel 1947 fu concessa l'indipendenza all'India, nel 1948 alla Palestina, alla Birmania, a Ceylon (odierno Sri Lanka); nel 1956, fallito il colpo di forza contro l'Egitto che aveva nazionalizzato il Canale di Suez, il processo di decolonizzazione divenne ancor più rapido e Ghana e Malesia (1957), Cipro e Nigeria (1960), Sierra Leone e Tanganica (1961), Uganda (1962), Kenya (1963), Zambia e Malawi (1964), Malta (1965), per non ricordare che i Paesi più importanti, ottennero l'indipendenza restando sì nel British Commonwealth (dal quale sono però uscite l'Irlanda e la Birmania nel 1949 e l'Africa del Sud, odierna Rep. Sudafricana, nel 1961), ma con legami sempre più tenui perché ormai la madrepatria non era più in grado di difenderli. Fu così che, contrariamente alle sue tradizioni, la G. entrò in alleanze permanenti contro la Germania (Patto di Dunkerque, 1947), nella N.A.T.O. (1949), nella S.E.A.T.O. (1954) e nel CENTO (1955).
STORIA: CONSERVATORI E LABURISTI, LA SITUAZIONE POLITICA ATTUALE
Per quanto riguarda la politica interna, il potere è stato nel dopoguerra alternativamente diviso tra il Partito conservatore e quello laburista. Ed è sotto l'impulso di quest'ultimo che si procedette alla nazionalizzazione di funzioni e servizi fondamentali, quali la Banca d'Inghilterra (1946), le miniere di carbone (1946), l'aviazione civile (1946), i telegrafi e la radio (1946), le ferrovie e i canali (1947), i trasporti stradali (1947), l'elettricità (1947), il gas (1948), la produzione del ferro e dell'acciaio (1949). Il Partito conservatore (cui si doveva fino dal 1944 l'ammirevole National Health Service Act per l'assistenza sanitaria gratuita, piano realizzato nel 1946 dai laburisti) rispettò in massima parte queste iniziative; tuttavia, a partire dalla fine degli anni Cinquanta (in coincidenza con la perdita dell'impero coloniale), si evidenziò un inarrestabile processo di decadimento economico che portò a svalutazioni della sterlina, a fenomeni inflazionistici e all'aumento della disoccupazione. Dagli anni Sessanta, poi, alla crisi economica si aggiunse il problema dell'Ulster, col suo terribile corollario di attentati e di morti. Dopo la contrastata adesione della G. alla C.E.E. (gennaio 1973), più volte rimessa in discussione, specie dall'ala sinistra dei laburisti, e dopo gli insuccessi del cosiddetto “patto sociale”, una parziale schiarita economica si ebbe nel 1977, grazie soprattutto allo sfruttamento dei giacimenti di petrolio del Mare del Nord. Ma i problemi e le tensioni socio-economiche rimasero estremamente preoccupanti; le elezioni del maggio 1979 videro il successo dei conservatori. Il primo ministro Margaret Thatcher, leader dei conservatori dal 1975, impostò una politica di rigida ispirazione neoliberista, con pesanti tagli nelle spese sociali e rilancio dell'iniziativa privata. In campo internazionale il governo dovette affrontare la grave crisi aperta dall'occupazione argentina delle isole Falkland (2 aprile 1982): la rapida riconquista militare dell'arcipelago permise di consolidare la popolarità dei conservatori, il cui primato fu riconfermato alle elezioni del 9 giugno 1983. Prospettive di soluzione per l'annosa crisi irlandese aprì l'accordo raggiunto tra Londra e Dublino (1985) sul futuro dell'Ulster per la tutela degli interessi della popolazione cattolica dell'Irlanda del Nord: dopo la firma da parte irlandese della Convenzione Europea sulla Soppressione del Terrorismo (dicembre 1987) e una revisione dell'accordo, nel febbraio 1990 si è infatti giunti alla prima riunione di un'Assemblea consultiva permanente (a convocazione semestrale) a composizione paritetica. Nella seconda metà degli anni Ottanta il consenso ai conservatori è andato un po' diminuendo, proprio in relazione all'attuata riduzione delle strutture e delle garanzie dello Stato sociale, già all'origine di taluni disordini, pur permettendo loro di conservare la guida del Paese. L'imposizione di una tassa comunale socialmente sperequativa (detta poll tax), le persistenti difficoltà economiche (inflazione e deficit della bilancia dei pagamenti in crescita) e in parte anche l'atteggiamento isolazionistico all'interno di una Comunità Europea in fase di più stretta integrazione su piani diversi hanno quindi eroso la popolarità del governo, passato attraverso numerosi avvicendamenti ministeriali: principalmente proprio su temi di quest'ultimo genere e dopo la posizione assunta al vertice di Roma (27-28 ottobre 1990) dalla G. sul Mercato Unico, all'interno dello stesso Partito conservatore sono emerse divisioni che hanno infine portato al ritiro della candidatura di riconferma a leader dei tories e quindi alle dimissioni dalla carica di governo di Margaret Thatcher (28 novembre 1990). Primo ministro è stato nominato il nuovo presidente del partito John Major. Questi, dopo la vittoria elettorale dell'aprile 1992, ha dovuto fronteggiare una grave crisi monetaria e l'intensificarsi delle azioni terroristiche dell'I.R.A., mentre nel Paese hanno suscitato enorme scalpore gli scandali che hanno investito ripetutamente la famiglia reale. In questo contesto i conservatori hanno subito un serio colpo nelle europee del 1994 (giugno). Nello scorcio del 1994 la decisione unilaterale di sospendere ogni attività armata da parte dell'I.R.A. ha favorito l’avvio di contatti segreti tra il governo britannico e il braccio politico dell'organizzazione, Sinn Fein, che peraltro hanno suscitato un certo scalpore nell'opinione pubblica e forti rimostranze nella comunità protestante dell'Irlanda del Nord; Major, tuttavia, ha proseguito coraggiosamente nelle trattative. Il dialogo, che avrebbe potuto potrebbe finalmente portare a una reale pacificazione, veniva rilanciato immediatamente dopo la visita della regina Elisabetta nell'Ulster (marzo 1995). Major doveva, però, contrastare la stella crescente di Tony Blair, il nuovo leader laburista che aveva accelerato il rinnovamento del partito contrastando la politica dei tories sul loro stesso terreno di liberalizzazione dell’economia. Con l’idea di rilanciarne l’immagine, il premier provocava una crisi nel Conservative Party dimettendosi da leader e costringendo il suo principale avversario, John Redwood, a un confronto definitivo che si risolveva a suo favore (giugno-luglio 1995). Ma il processo di pace per l’Ulster, sul quale Major giocava praticamente tutte le sue carte, iniziava ben presto a incepparsi per il rifiuto dell’I.R.A. di accettare la pregiudiziale della consegna delle armi per l’avvio del negoziato diretto. Nonostante il susseguirsi dei tentativi per rilanciare la trattativa, i separatisti mantenevano la loro posizione e nel febbraio 1996 annunciavano la fine del cessate il fuoco riprendendo l’attività armata. La credibilità del governo era scossa anche dalla crisi che investiva il settore zootecnico britannico, messo sotto accusa dalla comunità internazionale per la carenza di controlli con la conseguente proliferazione di un morbo sospettato di provocare la morte nell’uomo. Al declino dei conservatori, costretti ormai a inseguire i problemi senza riuscire a conseguire risultati significativi nel governo del Paese, faceva riscontro l’incessante avanzata dei laburisti che nel corso degli anni si aggiudicavano tutte le consultazioni suppletive parziali erodendo la già debole maggioranza parlamentare di Major sino ad annullarla. Quando ciò si determinava (all’inizio del 1997) la legislatura era, del resto, prossima alla sua conclusione e Major fissava le elezioni politiche che si svolgevano nel mese di maggio. Questa volta i pronostici della vigilia erano pienamente rispettati e Tony Blair con il suo New Labour si aggiudicava la competizione assumendo la responsabilità di guidare la G. proprio negli anni di transizione dal secondo al terzo millennio. Tony Blair svolgeva un ruolo decisivo per la pace nell’Irlanda del Nord. Il 10 aprile 1998, insieme al premier irlandese Bertie Ahern e ai delegati di otto partiti nordirlandesi, tra cui l'unionista David Trimble, per i protestanti, e Gerry Adams, il leader dello Sinn Fein, braccio politico dell'I.R.A., firmava un accordo per l'assetto dell'Irlanda del Nord che prevedeva il mantenimento dell'Irlanda del Nord nel Regno Unito con un proprio governo, composto da ministri divisi proporzionalmente tra partiti cattolici e protestanti, e la nascita di un Consiglio congiunto dei ministri di Belfast e di Dublino per la cooperazione tra le due parti e la liberazione dei prigionieri politici dopo la deposizione delle armi da parte dei gruppi paramilitari. Approvato a larghissima maggioranza nel referendum tenutosi nel maggio 1998, l'accordo portava nel mese successivo alle elezioni per il primo Parlamento misto, con l'affermazione dei due maggiori partiti cattolici, favorevoli all'accordo di Pasqua. La politica laburista di Tony Blair portava, inoltre, a un’autonomia amministrativa del Galles e della Scozia (alle prime elezioni per il Parlamento scozzese e per l’Assemblea gallese, svoltesi nel maggio 1999, si affermava il Partito laburista) e alla riforma del Welfare.
LINGUE
La lingua nazionale è l'inglese, ma entro i confini del Regno Unito ci sono minoranze alloglotte sempre bilingui. Nel Galles si parla ancora il gallese, lingua celtica insulare del ramo britannico; in Scozia lo scozzese, lingua celtica insulare del ramo gaelico cui appartengono anche l'irlandese e il dialetto parlato nell'isola di Man; in Cornovaglia si parlò sino alla fine del sec. XVIII il cornico o cornovagliese, altra lingua celtica insulare del ramo britannico (si fanno attualmente dei tentativi per far rivivere questa lingua scomparsa).
LETTERATURA: LA LETTERATURA ANGLOSASSONE (CA.650-1100)
C'è uno stacco, sia linguistico sia culturale, fra la letteratura anglosassone (ca. 650-1100), la letteratura medio-inglese (ca. 1100-1500) e quella inglese moderna. La prima (v. anche Anglosassoni) è scritta in una lingua sintetica, appartenente al gruppo germanico-occid. delle lingue indeuropee, più vicina al tedesco che non all'inglese moderno. Essa venne profondamente modificata nel lessico, nella grammatica e nella sintassi da apporti latini e francesi fin dall'epoca normanna, tanto da divenire ben presto incomprensibile. Questa lingua esprime una visione “barbarica” dell'esistenza che è agli antipodi della visione gaia e armoniosa, raffinata e cortese che i Normanni avrebbero portato dalla Francia. Ma come l'anglosassone rappresenta la radice linguistica e il nerbo espressivo dell'inglese, così nella letteratura anglosassone sono racchiuse le origini della letteratura inglese vera e propria. I testi più antichi che ne rimangono sono testi di poesia pagana risalenti ai sec. VI e VII, fra cui spiccano le cosiddette “elegie pagane”: The Ruin (La città diruta), The Wanderer (L'errante) e The Seafarer (Il navigatore), in cui spira una caratteristica aria triste e malinconica, in contrasto con la fresca e serena visione dei fenomeni naturali che traspare dai Riddles (Indovinelli). A una poesia pagana appena tinta di cristianesimo appartengono i superstiti canti eroici del periodo, dal Widsith al Lamento di Deor, da The Battle of Brunanburh a The Battle of Maldon (sec. X): fra questi eccelle il Beowulf, il più antico poema epico delle letterature moderne (risalente al sec. VIII), in cui trova espressione un mondo di eroismo guerriero ancora mitico e primitivo, desolato e violento. Tutte queste composizioni sono scritte nel particolare metro allitterativo della poesia germanica, basato sul verso di quattro accenti, in cui almeno tre delle sillabe accentate cominciano con lo stesso suono: un metro che dà un carattere forte e scabro, formale e sostenuto insieme, a questa poesia. Di non minore importanza sono le composizioni cristiane (per lo più parafrasi bibliche, inni, leggende o poemetti allegorici, come The Dream of the Rood, sec. VIII, Il sogno della croce), che vengono variamente attribuite a due poeti di cui ci è rimasta notizia, Caedmon e Cynewulf. La prosa anglosassone fiorì invece in epoca più tarda alla corte di re Alfredo (849-899) con traduzioni di opere storiche e religiose; la testimonianza più genuina del suo sviluppo è data dalla Cronaca anglosassone, iniziata sotto re Alfredo e continuata fino al 1154, quando già agli Anglosassoni si erano sostituiti i Normanni. Questi ultimi, completamente gallicizzati, portarono dalla Francia un grado di civiltà raffinata e cortese, mentre il gusto per il verso sillabico e per la rima soppiantava il metro allitterativo. Il francese divenne lingua di corte e della classe dominante e, mentre il latino restava lingua internazionale della Chiesa e della scienza, l'anglosassone era relegato al ruolo di vernacolo. Quando due secoli più tardi risorse a dignità letteraria, era profondamente trasformato dal contatto col francese, tanto da apparire come la più romanza fra le lingue germaniche.
LETTERATURA: LA LETTERATURA MEDIO-INGLESE (1100-1500)
La letteratura medio-inglese (ca. 1100-1500) fu così scritta significativamente in latino e anglo-normanno (il francese parlato nell'isola) prima ancora che in inglese. I primi accenni alla leggenda arturiana, destinata a divenire saga nazionale, sono infatti in un'opera in latino, la Historia Regum Britanniae (ca. 1135- 39), di Goffredo di Monmouth, e nel Roman de Brut (1155, in anglo-normanno) di Wace, basato sull'opera precedente, prima di ritrovarsi nel Brut (1205) di Layamon, un poema narrativo in versi rimati e allitterativi che segna il punto di passaggio alla letteratura inglese vera e propria. In inglese si scrivevano vite di santi, parafrasi bibliche, omelie e poemi a edificazione del popolo, come il Poema Morale (ca. 1200-50) o l'Ormulum (sec. XIII), oppure deliziose operette come la Ancrene Riwle (sec. XIII; La regola delle romite), mentre dalla Francia, a uso della classe dominante, provenivano il gusto e i modelli dei romanzi cavallereschi in versi. Qui gli esempi inglesi non sono all'altezza di quelli continentali. Accanto ai romanzi del ciclo germanico, incentrati su motivi epico-cavallereschi indigeni, come King Horn (ca. 1250) o Havelock the Dane (ca. 1300; Havelock il danese), sono comprensibilmente scarsi quelli del ciclo carolingio. Più numerosi e di maggior valore sono quelli del ciclo arturiano, in cui però l'elemento epico-nazionale ha ceduto il campo all'elemento magico-fiabesco connesso con la figura di Merlino, ovvero all'elemento amoroso connesso con le figure di Lancillotto e Ginevra (Morte d'Arthur, ca. 1400, in ottave rimate) e di Tristano e Isotta (Sir Tristram, ca. 1300). Di particolare rilievo sono alcuni testi ispirati a storie o leggende orientali, come Floris and Blanchefleur (ca. 1250) o Sir Orpheo (ca. 1300, in prosa), cui si aggiungono deliziosi “contrasti” poetici quali The Owl and the Nightingale (sec. XIII; Il gufo e l'usignolo) e la squisita fioritura della lirica sia religiosa sia amoroso-cortese. La letteratura medio-inglese ha dato comunque il meglio di sé ricollegandosi alle tradizioni natie e popolari, come è avvenuto nel caso della cosiddetta “Rinascita allitterativa” e degli scrittori che nella seconda metà del Trecento si ispirarono alla realtà umana e sociale del loro mondo. La fioritura in versi allitterativi che si ebbe in questo periodo nella zona nord-occid. dell'isola è testimonianza dell'avvenuta integrazione linguistico-culturale fra la tradizione vernacola e le forme cortesi. Accanto ai poemetti anonimi di edificazione morale quali Patience (Pazienza) e Cleannes (Purezza) spiccano poemetti come Pearl (La perla), che si svolge nella cornice allegorica del sogno-visione tipica della tradizione cortese, o come Sir Gawayne and the Green Knight (Galvano e il cavaliere verde), che celebra il trionfo della castità nella forma del romanzo cortese-cavalleresco. Il capolavoro del genere è però rappresentato dal poema Piers Plowman (Pietro l'aratore) di William Langland (ca. 1330-1400), di tono aspro, cupo e apocalittico, in cui l'impalcatura allegorica è come scardinata dal quadro tenebroso e appassionato che lo scrittore dà dei mali sociali e degli aspetti più foschi del suo tempo. A Langland, popolaresco e mosso dall'indignazione morale, si contrappose così la figura del suo grande contemporaneo, Geoffrey Chaucer (ca. 1340-1400), il maggior poeta del Medioevo inglese. “Padre” dell'inglese cui conferì il definitivo suggello letterario, nella molteplicità della sua opera e della sua ispirazione, culminante nei Canterbury Tales (ca. 1387-89, Racconti di Canterbury), Chaucer esprime la visione cortese del mondo e la multiforme realtà sociale del Trecento. Conoscitore dei francesi e degli italiani, ai quali pagò il tributo dell'imitazione prima di trovare voce propria, il Chaucer della maturità dà come la sintesi di un Medioevo non teologico e divino come quello di Dante, ma realistico e borghese, ancorato al mondo e alla società, leggiadro e cortese ma al tempo stesso attivo e concreto, legato alla tradizione eppure percorso da nuovi fermenti. Nella sua opera maggiore si rispecchia e si riconosce il volto ormai unitario della nazione, mentre ancora l'altro suo contemporaneo John Gower (ca. 1330-1408), accanto a un poema in inglese, Confessio Amantis (1390), compose opere in francese e in latino. Dopo la grande fioritura trecentesca, il Quattrocento è invece periodo di stasi e di transizione. Per tutto il secolo, lacerato dalla guerra intestina delle Due Rose (1455-85), una schiera di poeti seguì le orme di Chaucer ignorandone l'opera maggiore e ispirandosi alle sue opere giovanili in una serie di poemi narrativi nei quali andò estenuandosi la tradizione medio-inglese (una tradizione che venne anche gradualmente compromessa dalle profonde trasformazioni che subì l'inglese medio, nell'avviarsi a diventare inglese moderno). Fra questi si distinsero da un lato i poeti della scuola inglese, come Thomas Occleve (ca. 1369-ca. 1450), John Lydgate (ca. 1370-ca. 1450) e il più tardo Stephen Hawes (ca. 1474-1523); dall'altro i poeti della scuola scozzese, nei quali si riscontrò maggior robustezza poetica, anche perché scrissero in una lingua natia ancor vigorosa. Oltre al re Giacomo I di Scozia (1394-1437), autore del King's Quair (1423-24; Il libro del re), si ricordano soprattutto Robert Henryson (ca. 1425-ca. 1508), William Dunbar (ca. 1460-ca. 1520), autore di vigorose allegorie politiche, di violente satire antifemministe e di cupe figurazioni medievaleggianti; Gavin Douglas (ca. 1474-1522), ispirato traduttore dell'Eneide; sir David Lindsay (1490-ca. 1555), che si ispirò a temi di carattere politico-didattico, e testimonia del ritardo in cui si dibatté, rispetto alle altre letterature, la poesia inglese agli albori del Cinquecento.
LETTERATURA: LA BALLATA POPOLARE E IL TEATRO NEL QUATTROCENTO
La vera forza della tradizione medievale inglese persiste invece nella fioritura quattrocentesca della ballata popolare, che in Inghilterra assunse la forma del breve poemetto narrativo-drammatico (spiccano soprattutto le ballate di amore e morte, quelle ispirate alla guerra di confine fra Scozzesi e Inglesi e quelle su Robin Hood), e nel teatro. Quest'ultimo ebbe grande sviluppo nel Medioevo inglese e gettò le basi e le premesse della grande fioritura elisabettiana. Delle sacre rappresentazioni (Mystery Plays), oltre a frammenti e notizie di altri sedici, restano ben cinque cicli completi: quello di Cornovaglia (in gaelico), di Chester (24 misteri), di York (48 misteri), il ciclo Towneley o di Wakefield (32 misteri) e il più tardo Ludus Coventriae. Rappresentati a cura delle corporazioni in un luogo fisso (cicli stazionari) o più spesso portati in giro su carri speciali (pageants), questi misteri, fra cui spiccano dal punto di vista letterario-drammatico i due sull'Anticristo del ciclo di Chester, l'Arca di Noè e la Secunda Pastorum del ciclo Towneley, drammatizzavano i principali episodi della Bibbia, dalla creazione del mondo al Giudizio Universale, spesso con l'inserzione di elementi extra-canonici e popolareschi. Favorivano in tal modo un gusto per il dramma “agito” e rappresentato in estensione, con estrema libertà fantastica, senza restrizioni di tempo, luogo o unità di azione, che è agli antipodi del gusto classico. Ai misteri subentrarono nel Quattrocento le moralità, basate sul dibattito o sul conflitto didascalico fra personaggi allegorici; fra queste spiccano il testo anonimo Everyman (fine sec. XV, Ognuno) e in seguito i primi esempi di interludes, intermezzi comici come Fulgens and Lucrece (1497, di Henry Medwall), o come i dialoghi farseschi del più tardo John Heywood (ca. 1497-ca. 1580), che costringono a una particolare cura per l'intreccio e che nella loro caratteristica mescolanza di sublime e di comico, di cultura e gusto popolare, preludono direttamente al dramma elisabettiano.
LETTERATURA: UMANESIMO E RINASCIMENTO
Il passaggio alla nuova epoca è del pari evidente in due autori rappresentativi come sir Thomas Malory (ca. 1395-1471) e John Skelton (ca. 1460-1529). Nel primo culmina la lunga tradizione medievale della prosa, sviluppatasi nel Trecento nelle opere dottrinarie di Richard Rolle (ca. 1290-1349), nelle versioni di John Trevisa (1326-1412), nella prima traduzione completa della Bibbia, ispirata da John Wycliffe (ca. 1328-1384), e consolidatasi nel Quattrocento negli immaginari Travels of sir John Mandeville (ca. 1410- 20; I viaggi di sir John Mandeville) e nelle altrettanto celebri Paston Letters (ca. 1440-86; Lettere della famiglia Paston). Morte d'Arthur (stampata da Caxton nel 1485) di Malory dà unità al corpus delle leggende arturiane, cui conferisce il suggello artistico di una prosa ispirata ed elegiaca, ma è in fondo il canto del cigno e l'epicedio del mondo medievale. In Skelton, d'altro canto, l'elemento cortese è sopraffatto da quello grottesco e si attua la piena rottura con la tradizione chauceriana. Si è già comunque nel Cinquecento: Umanesimo e Rinascimento sono apparsi in Inghilterra in notevole ritardo rispetto agli altri Paesi europei, venendo per di più profondamente condizionati dalla Riforma. L'Umanesimo, che si lega soprattutto al nome di sir Thomas More (1478-1535), infatti si rivolse immediatamente non solo o non tanto allo studio e alla riscoperta dei classici, quanto a una riconsiderazione dei testi sacri. La rinascita degli studi coincise con una rinascita religiosa ed ebbe la sua precipua manifestazione in una quasi ininterrotta serie di traduzioni della Bibbia culminata nella celebre Authorized Version (Versione autorizzata) del 1611, destinata a diventare modello e quasi fondamento stilistico dell'inglese moderno. Con lo scisma anglicano (1534) la nazione sposò la causa del protestantesimo e le energie vitali e culturali vennero indirizzate alla difesa e all'esaltazione di quella causa, a un tempo religiosa e nazionale, che, imponendo una forma di arduo impegno civile, morale e religioso, caratterizzò di sé tutto il Cinquecento inglese. Il Rinascimento inglese ha perciò coinciso con la fioritura letteraria dell'epoca elisabettiana (1558-1603): è cioè un fenomeno tardo rispetto ai modelli continentali, di cui accetta le coeve forme preziose e manieristiche prima ancora di essersi completamente sciolto dei legami medievali. Due poeti del primo Cinquecento come sir Thomas Wyatt (1503-1542) e il conte di Surrey (ca. 1517-1547), ai quali è dovuta l'introduzione in Inghilterra rispettivamente del sonetto e del blank verse (il pentametro giambico non rimato che divenne il verso della poesia narrativa e del dramma) restarono in sostanza isolati. Solo dopo il 1570-80, con il consolidamento dell'ortodossia monarchica e della potenza militare elisabettiana, riprese vigore la tradizione letteraria, per dar vita a una fra le più intense fioriture poetiche, narrative e drammatiche, praticamente ininterrotta fino alla guerra civile e al Commonwealth puritano (1649-66). La poesia ebbe i suoi altissimi rappresentanti in sir Philip Sidney (1554-1586), perfetto cortigiano e uomo d'azione, ispirato sonettista ed efficace prosatore; in Edmund Spenser (1552-1599), il maggiore poeta dopo Shakespeare, conoscitore, come Sidney, degli italiani e dei francesi, autore di squisiti inni neoplatonici e di egloghe tinte di medievalismo arcaicizzante, di favole poetiche e di ispirate elegie, di racconti allegorici e pastorali, di sonetti, tutte opere con cui sembra prepararsi alla grande opera incompiuta, The Faerie Queene (1590-96; La regina delle fate), con la quale intendeva, rivaleggiando con Tasso e con Ariosto, dare all'Inghilterra il grande poema nazionale. Accanto a loro e a Shakespeare numerosissima fu la schiera dei poeti di alto livello quali Thomas Watson (ca. 1557-1592) e Samuel Daniel (1562-1619), Thomas Lodge (1558-1625) e sir Walter Raleigh (ca. 1552-1618), Michael Drayton (1563-1631) e altri, che solo la grandezza altrui può far considerare minori. Così la prosa si sviluppò attraverso gli pseudo-romanzi eufuistici di John Lyly (1554-1606, autore, inoltre, di eleganti commedie cortigiane) e il già ricordato Sidney, per giungere allo sfruttamento che ne hanno fatto poligrafi come Robert Greene (ca. 1560-1592, a sua volta autore di deliziose commedie) e il già ricordato Thomas Lodge, come Thomas Deloney (ca. 1543-1600) e il più originale Thomas Nashe (1567-1601), prima di trovare un suo modello di rigore e misura nei Saggi (1597 e 1625) di Francesco Bacone (1561-1626).
LETTERATURA: LO SVILUPPO DEL DRAMMA
Ancor più ricca fu la fioritura drammatica, che mantenne il proprio legame con la tradizione medievale ed espresse, oltre che l'ortodossia, i fermenti e le tensioni di un'epoca in espansione, esaltando il proprio ruolo di conciliazione fra pubblico cortigiano e pubblico popolare, ispirazione colta e radici popolaresche, linguaggio elevato e crudezza di azioni sceniche. Non essendo considerato letteratura, il dramma è un po' la terra di nessuno, o il terreno comune, su cui tali incontri sono possibili, e ciò anche per la particolare configurazione del teatro e del palcoscenico elisabettiani, che permetteva un contatto diretto fra autori e pubblico, e fra diverse classi sociali (nobili e popolani, letterati e cortigiani), alle quali simultaneamente doveva indirizzarsi l'appello del drammaturgo. Di qui la sua immediatezza, e quella vitale mescolanza di serio e di faceto, di elevato e di scurrile, di realismo e di retorica che si ritrova nei maggiori drammaturghi del periodo. La schiera è anche qui numerosissima: si va dai precursori di Shakespeare, come Thomas Kyd (1558-1594) e Christopher Marlowe (1564-1593), autore di liriche e poemetti d'amore oltre che di infuocate e ispirate tragedie, ai suoi grandi contemporanei come George Chapman (ca. 1559-1634) e come l'“impareggiabile” Ben Jonson (ca. 1572-1637), autore di altissima statura e ampiezza di interessi, cui solo la presenza di Shakespeare ha impedito di attribuire una posizione di assoluta preminenza. Con lui si trapassa nell'età giacobina (1603-25), che, accanto al sorgere del dramma fiabesco d'evasione rappresentato da Francis Beaumont (1584-1616) e John Fletcher (1579-1625), vide una ripresa della tragedia di sangue e di vendetta d'ambiente esotico in Cyril Tourneur (ca. 1575-1626), John Webster (ca. 1580-ca. 1635) e John Ford (ca. 1586-ca. 1639), mentre a nuovi esempi di tragedia domestica, come in Thomas Heywood (ca. 1574-1641) e Thomas Dekker (ca. 1570-1632), si affiancano le commedie satiriche improntate a un robusto realismo di Philip Massinger (1583-1640), John Marston (ca. 1574-ca. 1634) o Thomas Middleton (1570-1627).
LETTERATURA: DAL CINQUECENTO AL SEICENTO
Il senso di frustrazione e di vuoto morale che si coglie è importato dalla crisi che segnò il passaggio dal Cinquecento al Seicento e che trovò compiuta e valida espressione poetica nell'opera di John Donne (1572-1631). Di tutto ciò è testimone e partecipe William Shakespeare (1565-1616), che nell'altezza della sua ispirazione, nell'ampiezza dei suoi interessi e nella varietà delle sue opere rispecchia l'esaltazione dell'epoca elisabettiana, la crisi del Cinquecento e il cupo passaggio a un secolo angosciato e turbolento. Il primo Seicento fu infatti epoca di incertezza politica e di crisi filosofica, che non per nulla andò a sfociare nella guerra civile e si rispecchiò nelle opere dei poeti “metafisici”: i seguaci di Donne come George Herbert (1593-1633) e Richard Crashaw (ca. 1613-1649), a cui si riallacciarono i poeti della successiva generazione, quali Henry Vaughan (1622-1695), Thomas Traherne (ca. 1637-1674) e Andrew Marvell (1621-1678), nei quali è maturata anche la lezione dei poeti “cavalieri”, a loro volta seguaci di Ben Jonson, come Robert Herrick (1591-1674) e Thomas Carew (ca. 1595-1640). Alla tortuosità formale e di senso dei primi si contrapposero la vena lirica e la purezza di dettato dei secondi, che già sembravano preludere a quelle tendenze neoclassiche che si manifestarono in Edmound Waller (1606-1687) e John Denham (1615-1699), prima di affermarsi nella seconda metà del secolo con John Dryden (1631-1700). Queste tendenze al neoclassicismo passarono del resto nel Seicento inglese attraverso l'esperienza e la contaminazione di atteggiamenti e forme precipuamente barocchi, quali si rintracciano in Abraham Cowley (1618- 1667), nello stesso Dryden dei “drammi eroici” e soprattutto nel poeta centrale, in tutti i sensi, del secolo, John Milton (1608-1674). In lui hanno altissima espressione il tema religioso, legato alle sue esperienze di puritano impegnato, e la problematica dell'epoca, il tardo fiorire di un classicismo impregnato di impegno morale e civile accanto ai turbamenti e all'esaltazione di una sensibilità e di un linguaggio barocchi. Tali tendenze sono palesi anche nella prosa: non solo nella trattatistica religiosa di Jeremy Taylor (1613-1667), ma nelle compilazioni enciclopediche di Robert Burton (1577-1640) e nella saggistica erudita di sir Thomas Browne (1605-1682), in cui trionfa il gusto secentesco per la prosa ornata, l'iperbole e l'eloquenza. A questo gusto si opposero programmaticamente i dettami e gli ideali della Royal Society (fondata nel 1662), l'elegante semplicità di Izaak Walton (1593-1683) e la stessa narrativa allegorico-moraleggiante del puritano John Bunyan (1628-1688). Con la Restaurazione monarchica (1660), di cui offrirono una visione dall'interno i deliziosi diari di John Evelyn (1620-1706) e di Samuel Pepys (1633-1703), si affermò del resto, accanto al teatro frivolo ed elegante, spiritoso e talvolta lascivo di sir George Etherege (1635-1691), William Wycherley (1640-1716) e William Congreve (1670-1729), il gusto per la satira, presente sia in Dryden sia in Marvell, nel libertino conte di Rochester (1647-1680) come in Samuel Butler (1612-1680); gusto che è un ulteriore indizio di quel neoclassicismo verso cui si indirizzarono nella prima metà del Settecento, anche sull'esempio francese, la società e la cultura neo-augustea.
LETTERATURA: IL SETTECENTO
Il Settecento è stato in Inghilterra secolo di somma ricchezza intellettuale e letteraria, di profondi rivolgimenti sociali (basti pensare alla prima rivoluzione industriale) e culturali, che ne hanno fatto un secolo cruciale per la cultura moderna, e non solo inglese. L'ascesa e l'affermazione di una nuova classe sociale, la borghesia mercantilistica, favorì o addirittura determinò la genesi e lo sviluppo di nuovi generi letterari quali il romanzo e il saggio di costume, nonché il lento rovesciamento degli ideali neoclassici in cui si riconobbe e si arroccò per alcuni decenni la classe dominante prima di arrendersi progressivamente alla nuova sensibilità romantica, che in Inghilterra era in pieno vigore già alla fine del secolo. Il rovesciamento non poteva essere più completo, né più complessa la vastità dei fenomeni o più ricca la casistica letteraria. L'espressione più compiuta del neoclassicismo, quella di Alexander Pope (1688-1744) e, a livello teorico, di Samuel Johnson (1709-1784), l'arbitro letterario del periodo immortalato nella biografia di James Boswell (1740-1795), è già contraddetta dalle loro opere mature – la Dunciad nel primo caso, Rasselas nell'altro – e dalla furia disgregatrice e negatrice che anima i capolavori di Jonathan Swift (1667-1745). A scardinarla bastarono la voga del genere burlesco quale si era manifestata in John Gay (1685-1732), il progressivo affermarsi della commedia sentimentale e le prime manifestazioni del dramma borghese. Di contro alla cultura aulica, illuminista e raziocinante della corte e delle classi alte, andava così prendendo piede una nuova forma di cultura borghese che esprimeva gli ideali e nutriva le aspettative della nuova classe dei mercanti e che ebbe i punti di maggior forza nel saggio e nel romanzo. Il primo prosperò nei giornali come il Tatler e lo Spectator, a cui vanno indissolubilmente legati i nomi di Richard Steele (1672-1729) e Joseph Addison (1672-1719), e che sono un po' come lo specchio dei costumi dell'epoca. Il romanzo settecentesco, a sua volta, ricollegandosi alla diaristica e ai saggi di carattere seicenteschi, e saltando a piè pari l'esperienza epico-cavalleresca o pastorale, si pose sin dall'inizio come tentativo di rispecchiamento immediato della realtà e della vita vissuta, trovando in Daniel De Foe (ca. 1660-1731) l'impulso e la pratica del realismo circostanziato, in Samuel Richardson (1689-1761) il modello epistolare e in Henry Fielding (1707-1754) l'impegno a una rappresentazione totale della società dell'epoca. Alla robustezza, talora ribalda, del primo hanno fatto da contrappunto la casistica psicologica e la tendenza moralistico-sentimentale del secondo: entrambi hanno trovato il loro coronamento in Fielding, l'unico dei tre che ha avuto una certa cultura e che si sia posto il problema formale e strutturale del romanzo, riallacciandolo al modello dell'epica. Ma proprio per quella turbolenta variabilità che fu caratteristica del secolo, non appena il nuovo genere ebbe raggiunto e attuato una sua forma, che consolidò nei romanzi di Oliver Goldsmith (1728-1774) e Tobias Smollett (1721-1771), essa viene subito capovolta e frantumata dall'intervento del più originale narratore del periodo, quel Laurence Sterne (1713-1768) al quale è dovuta nel Settecento la definitiva consacrazione della sensibilità (e del sentimentalismo), della vibrazione psicologica che sostituisce il dominio della ragione. L'inquieto destino del romanzo fu fin da allora segnato: e così, passando dall'esercizio del wit alla titillazione della sensiblerie, il Settecento compì metà del suo cammino. E se nel campo del teatro la reazione anti-sentimentale del già ricordato Goldsmith portò a una ripresa della commedia brillante che trovò in Richard Brinsley Sheridan (1751-1816) il suo massimo rappresentante, anche nel campo della poesia il gusto sentimentale e la tendenza elegiaca acquistarono il sopravvento, aprendo le porte a un gusto che era già preromantico. Il mutamento di sensibilità è già avvertibile in James Thomson (1700-1748); ma è soprattutto nella poesia sepolcrale di Edward Young (1683-1765) e del celeberrimo Thomas Gray (1716-1771), nelle vibrazioni elegiache e “notturne” di William Collins (1721-1759) e nella riscoperta del tema medievale e barbarico del passato storico, che accomuna questi due ultimi poeti, che il preromanticismo è già evidente. A sostegno del nuovo gusto venivano le teorie del Sublime discusse da Edmund Burke (1729-1797), la scoperta dei Canti di Ossian da parte di James Macpherson (1736-1796), la riscoperta delle ballate medievali operata da Thomas Percy (1729-1811); fenomeni paralleli sono state le manifestazioni di primitivismo ed esotismo che si riscontrano in William Beckford (1760-1844) e in Horace Walpole (1717-1797), al quale è pure dovuto l'inizio della voga per il romanzo “nero” che proseguì ininterrotta fino in pieno romanticismo. Totalmente preromantici, per la loro mescolanza di nuova sensibilità e tradizionali forme poetiche, di completa adesione alla natura e linguaggio ancora settecentesco, del gusto del quotidiano e impagate tensioni di superamento, di realismo contadino e ricchezza sentimentale, appaiono poeti come William Cowper (1731-1800), George Crabbe (1754-1832) e lo scozzese Robert Burns (1759-1796), per bocca del quale parlano l'amore dei campi e l'anelito alla libertà, la pienezza dell'uomo sensuale e l'allegrezza di un contatto diretto con la natura, ricreati nella forma del song e in un linguaggio dialettale che ha presa immediata sulla realtà. In Burns sono già presenti i fremiti e le istanze portati dalla Rivoluzione francese (l'evento liberatore e terribile con cui il secolo si ridesta a nuova vita), fremiti e istanze che percorrono anche l'opera giovanile di William Blake (1757-1827), col quale si giunge veramente alla soglia o nei veri e propri penetrali del romanticismo.
LETTERATURA: IL ROMANTICISMO
Autore di liriche modellate sui songs elisabettiani, nonostante la sua visibile matrice settecentesca, nelle sue opere mature Blake inaugurò un tipo di poesia mitico-filosofica, esoterica e visionaria, animata da una fede assoluta nel potere dell'immaginazione, per cui potrebbe essere considerato, secondo certi schemi continentali, il poeta romantico per eccellenza. Senonché va detto che il romanticismo inglese, che anticipò di vari anni i fenomeni europei, ha avuto caratteristiche sue proprie. Coincise con gli anni di effimera esaltazione e rapida delusione della Rivoluzione francese, delle guerre napoleoniche e della Restaurazione legittimista in Europa, e almeno nella sua prima fase fu fenomeno borghese, di reazione emotiva e formale al Settecento razionalista. In quel manifesto congiunto che sono le Lyrical Ballads (1798; Ballate liriche), William Wordsworth (1770-1850) e S. T. Coleridge (1772-1834) s'erano spartiti i compiti, mirando l'uno a trasfigurare con l'adozione di un linguaggio semplice e comune le cose d'ogni giorno, l'altro a dar parvenza di realtà e credibilità al sovrannaturale grazie alla potenza della fantasia. Il primo approdava poi alla concezione dell'“egotistico sublime” e alla celebrazione della mente del poeta che la comunione con la natura rendeva capace di raggiungere ogni vetta; il secondo si stemperava nei mille rivoli di una personalità dispersiva, e per entrambi si parlò di involuzione. In rotta aperta con il loro tempo furono i poeti della seconda generazione, Percy Bysshe Shelley (1792-1822) e John Keats (1795-1821), teso il primo alla contemplazione platonica della bellezza, il secondo all'apprensione della verità estetica nel dramma umano: ma nonostante o proprio per gli altissimi vertici poetici raggiunti soprattutto nel campo della lirica, la loro carica di rivolta bruciò rapidissima in pochi anni, e già con lord Byron (1788-1824), nonostante la sua enorme importanza per il romanticismo europeo, si arrivò in fase di riflusso, se nelle sue opere mature e oggi più apprezzate come Beppo e il Don Juan è avvertibile un ritorno al linguaggio e all'atteggiamento settecenteschi. Attorno a loro ruotarono poeti e prosatori minori come Robert Southey (1774-1843), Thomas Moore (1779-1852), Charles Lamb (1775-1834), Thomas De Quincey (1785-1859), William Hazlitt (1778-1830), Leigh Hunt (1784-1859), che aggiunsero ricchezza di aspetti e di sfaccettature alla rapida e intensa fioritura. Se nel campo della narrativa il romanticismo coincise con il romanzo “nero” e soprattutto con il gusto per la storia e per la ricreazione del passato che anima Walter Scott (1771-1832), romanzieri come Jane Austen (1775-1817) o Th. L. Peacock (1785-1866) sembrano coglierne appena gli echi lontani e attutiti.
LETTERATURA: IL "COMPROMESSO VITTORIANO"
Le date parlano chiaro: fra il 1820 e il 1830 sembrava già tutto finito, anche per chi era sopravvissuto. Subentrò una fase di riflusso che assunse il nome di “compromesso vittoriano”. Il lungo periodo di stabilità, floridezza economica, espansione commerciale e coloniale che coincise col regno della regina Vittoria (1837-1901) determinò il fenomeno di una società compiaciuta e soddisfatta di sé che sembrava chiudere gli occhi di fronte all'evidenza delle lacerazioni sociali, filosofiche e psicologiche che la sottendevano. Ne scaturì un'epoca di faticosi compromessi e precari equilibri fra l'ipocrisia imperante e la realtà dello sfruttamento, fra il moralismo borghese e le tensioni vitali, fra la fede e la scienza (in particolare le teorie evoluzioniste), il mercantilismo esasperato e l'insorgere del proletariato, l'industrialismo trionfante e il rinnovato richiamo della natura. Il compromesso non diede esiti tragici, o drammatici, ma come una coloritura di inquietudine e di evasione elegiaca alle opere centrali del periodo. Nella narrativa, che per le nuove condizioni del mercato (le pubblicazioni a puntate) usurpò le funzioni e la popolarità del teatro, trionfò il realismo sentimentale di Charles Dickens (1812-1870), in cui pure si avverte una denuncia dei mali sociali, quello satirico, disincantato, vagamente settecentesco di W. M. Thackeray (1811-1863) e quello puramente illustrativo di Anthony Trollope (1815-1882), cui si affiancò la strenua tensione morale e intellettuale di George Eliot (1819-1880), e a cui in certa misura si oppose la forza simbolica ed emotiva che anima le opere delle sorelle Brontë. La visione vittoriana si rifletté del resto, o trovò formulazione teorica, nella saggistica di Th. B. Macaulay (1800-1859), J. H. Newman (1801-1890), Thomas Carlyle (1795-1881) e Matthew Arnold (1822-1888) e nella stessa accesa predicazione del valore etico della bellezza di John Ruskin (1819-1900). Essa trovò infatti la sua espressione più schietta nella prosa, informando di sé anche la narrativa minore e popolare. Nella poesia il “compromesso vittoriano” animò, condizionò e in certa misura compromise l'opera di Arnold e soprattutto di Alfred Tennyson (1809-1892), “poeta laureato” e interprete rappresentativo della sensibilità e della coscienza dell'epoca per il suo gusto elegiaco come per le sue tendenze alla meditazione filosofico-religiosa (In Memoriam, 1833-50), per la cautela borghese e per il moralismo domestico di cui ha saputo ammantare anche i personaggi della saga arturiana che ha fatto rivivere in Idylls of the King (1856-85; Idilli del re). Coventry Patmore (1823- 1896) dedicò la sua musa alla celebrazione dell'amore coniugale; date queste premesse non stupisce la violenza della reazione antivittoriana quale si è manifestata p. es. in A. C. Swinburne (1837-1909) e nei poeti preraffaelliti. Il primo ha condotto la propria opposizione nel nome di un intenso erotismo, di uno “sregolamento” dei sensi che l'ortodossia vittoriana mise forzatamente a tacere; i secondi, nel loro rifarsi al Medioevo cavalleresco e al dolce stil novo, aprirono la via a una sensibilità che stava già fra il sensuale e il decadente. Il ritorno al Medioevo, presente in William Morris (1834-1896, che per altri versi prelude al socialismo utopico), è stata una delle caratteristiche di fine secolo, in cui decadentismo ed estetismo coesistettero fianco a fianco con naturalismo e positivismo. Un poeta come Robert Browning (1812-1889) ha rappresentato il superamento diretto del vittorianesimo nella misura stessa in cui nella sua poesia moderna e frastagliata ne denunciava i limiti e la crisi; con Walter Pater (1839-1894) l'estetismo diventò esplicito e programmatico, e ininterrotta fu la linea di sviluppo che da lui portò allo Yellow Book, a Beardsley e a Oscar Wilde (1854-1900). Contemporaneamente alla battaglia per Wagner, si combatteva la battaglia per il teatro “impegnato” di Ibsen, da cui ha preso le mosse G. B. Shaw (1856-1950). Romanzieri come R. L. Stevenson (1850-1894) hanno riscoperto il fascino del “romance” nel momento stesso in cui scrittori come Henry James (1843-1916), Joseph Conrad (1857-1924) e in misura minore George Meredith (1828-1909) gettavano le basi del romanzo moderno. Grande poeta lirico, nei suoi romanzi Thomas Hardy (1840-1928) ha scosso alle fondamenta la compiacenza vittoriana che i praticanti del romanzo naturalistico, da C. Reade (1814-1884) a G. Gissing (1857-1903), avevano scalfito appena.
LETTERATURA: LO SPERIMENTALISMO DEL NOVECENTO
Il passaggio dall'Ottocento al Novecento è stato ribollente di fermenti e iniziative, di tensioni e contrasti, procedendo sul filo d'una notevole continuità. Sullo slancio di rinnovamento della rinascita celtica fiorì quello che è stato uno dei maggiori poeti del Novecento, W. B. Yeats (1865-1939), e si affermò un drammaturgo esemplare come J. M. Synge (1871-1909); isolato e sconosciuto nel suo tempo, per la sua intensa originalità G. M. Hopkins (1844-1889) era già poeta novecentesco. C'è una continuità fra Hardy e D. H. Lawrence (1885-1930), fra i naturalisti e A. Bennett (1867-1931), J. Galsworthy (1867-1933), lo stesso H. G. Wells (1866-1946); fra i poeti di fine secolo e quelli “georgiani”, fra A. E. Housman (1859-1936), R. Bridges (1844-1930) e i poeti immolatisi nella I guerra mondiale come R. Brooke (1887-1915) e W. Owen (1893-1918). Lo stacco si è attuato con i grandi rappresentanti dell'avanguardia storica, con James Joyce (1882-1941) nella narrativa e T. S. Eliot (1888-1965) nella poesia: due scrittori che parallelamente esaltano il “metodo mitico”, il monologo interiore e la frantumazione stilistica come nuovi moduli della creazione artistica, influenzando profondamente la natura e il corso della letteratura contemporanea. La loro stessa presenza ha condizionato, si trattasse di svilupparne le premesse o di contestarne la validità, quasi tutti gli altri scrittori, romanzieri come Virginia Woolf (1882-1941) e E. M. Forster (1879-1970), che pure rappresentavano il gruppo antagonista di Bloomsbury e ponevano al centro della loro opera l'una le vibrazioni impercettibili del flusso di coscienza, l'altro il gioco etico-simbolico delle contrapposizioni di costume; come A. Huxley (1894-1963), attento al gioco delle orchestrazioni sinfoniche, e G. Orwell (1903-1950), come Ch. Isherwood (1904-1986), E. Waugh (1903-1966) o il nemico dichiarato e chiassoso dello sperimentalismo moderno, Wyndham Lewis (1884-1957). Nella poesia l'influsso di Eliot è avvertibile soprattutto nei poeti degli anni Trenta, che hanno affrontato scopertamente il tema dell'impegno sociale e politico (la guerra civile spagnola è stato l'evento catalizzatore del decennio) adottando il tono grigio, distaccato, quasi metallico di Eliot proprio quando questi evolse verso un riconoscimento anche formale della tradizione. Fra questi poeti, Cecil Day Lewis (1904-1972), Stephen Spender (n. 1909), Louis MacNeice (1907-1963), W. H. Auden (1907-1973), è stato quest'ultimo a continuare e a sviluppare la lezione di Eliot nel senso d'un virtuosismo stilistico e formale che ha riscattato alla poesia la pienezza d'una vigile intelligenza critica. Lo sperimentalismo è continuato e si è rafforzato nel secondo dopoguerra: nei romanzi-conversazione di I. Compton-Burnett (1892-1969) e di H. Green (1905-1973), nella massiccia ricerca del tempo perduto di A. Powell (n. 1905) e nelle rifrazioni einsteiniane del tempo di L. Durrell (1912-1990), nelle orchestrazioni simboliche di W. Golding (n. 1911) fino alle astrattezze metafisico-linguistiche del premio Nobel S. Beckett (1906-1989), nel quale il rapporto con Joyce è diretto. In tale prospettiva restano sullo sfondo d'un alto artigianato romanzieri come Graham Greene (1904-1991) e Angus Wilson (n. 1913), mentre sembrano sulla via di una rapida involuzione quegli scrittori, come John Braine (1922-1986), Kingsley Amis (n. 1934), John Wain (n. 1925) e Alan Sillitoe (n. 1929), che negli anni Cinquanta e Sessanta erano apparsi “giovani arrabbiati”. Più profonda era stata, negli anni Quaranta, la rivolta contro il freddo intellettualismo allora imperante dei cosiddetti “poeti apocalittici”, che guardavano a R. Graves (1895-1975) e fecero di Dylan Thomas (1914-1953) un caposcuola e un maestro. L'intensità emotiva e verbale di Thomas era destinata a bruciarsi in breve giro di anni: sulle sue ceneri poetiche nacque il “Movement” (1957) col suo ideale di una poesia formalmente misurata e corretta, britannica e insulare, che si rifaceva al modello di Pope e ha avuto i suoi maggiori rappresentanti in Philip Larkin (n. 1922) e Donald Davie (n. 1922). Da loro gradualmente si sono distaccati poeti come Thom Gunn (n. 1929) e Ted Hughes (n. 1930) che, rifiutando il principio eliotiano dell'impersonalità, hanno reinserito una forte carica di partecipazione personale ed emotiva in un tipo di poesia definita “confessionale”.
LETTERATURA: LA RIPRESA DEL DRAMMA
Il fenomeno veramente nuovo e importante del secondo dopoguerra è infine rappresentato dalla strepitosa ripresa del dramma. Con Look Back in Anger (1956; Ricorda con rabbia) di John Osborne (n. 1929) esplode in G. un periodo non solo di salutare ribellione sociale, ma di ricchezza drammatica. Nei drammi di Osborne e di Beckett, di Harold Pinter (n. 1930), John Arden (n. 1930) e Arnold Wesker (n. 1932) si sono realizzate forme diverse di dramma moderno – il dramma sociale e quello della protesta esistenziale, il dramma domestico del silenzio e dell'assenza – accomunate da intensa vitalità, grande maestria tecnica, padronanza del linguaggio ed efficacia teatrale. Sebbene gli autori citati non abbiano in seguito saputo esprimersi ai livelli delle loro prime opere, altri drammaturghi hanno portato nuove energie e nuove idee al comunque vitalissimo teatro britannico. In primo luogo si ricorda Edward Bond (n. 1934), con drammi incentrati sul rapporto tra artista e società, tra intellettuale e potere, e poi David Hare (n. 1947), Howard Brenton (n. 1942), Snoo Wilson (n. 1948), usciti dal Portable Theatre, che ha svolto un ruolo decisivo per il rinnovamento del teatro inglese. Lo stesso interesse si riscontra nel teatro di David Edgar (n. 1948) e di John McGrath (n. 1935).
LETTERATURA: LA NARRATIVA CONTEMPORANEA
Il thatcherismo, che, alla fine degli anni Settanta, dominava la vita inglese in tutti i suoi aspetti, aveva, in un certo senso, intrappolato in una morsa di disinteresse il mondo della cultura britannico; le dimissioni di Margaret Thatcher nel 1990 e l'assunzione dell'incarico di premier da parte del suo successore John Major non hanno però rappresentato una svolta significativa: Major ha infatti espresso ogni intenzione di protrarre il clima di neovittorianesimo creatosi nel decennio precedente, anche se il valore effettivo di tale proposito è andato senz'altro diminuendo con il moltiplicarsi degli scandali che hanno scalfito l'immagine pubblica dei tories. Contro l'atmosfera plumbea calata sugli ambienti letterari britannici si è scagliato un drappello di intellettuali progressisti, impegnati su temi come i diritti civili, il nucleare e la tutela dell'ambiente; tra di essi possono essere citati Ian McEwan (n. 1948), antithatcheriano di sublime ironia (Cani neri, 1992; L'inventore di sogni, 1994), Martin Amis (n. 1949), geniale e dissacrante (London Fields, 1989), Julian Barnes (n. 1946), ironico ed elegante rappresentante di quella da lui stesso definita narrativa post-British, diretta alla distruzione di tutti i clichés (The Porcupine, 1992).Da segnalare per il grande impegno politico durante gli anni Ottanta: Graham Swift, Jeannette Winterson, Kate Pullinger, Marek Illis e Leslie Dick, interessati alle tematiche dell'emarginazione e delle nuove povertà. A vivacizzare il mondo letterario di lingua inglese dei primi anni Novanta, spostandone il baricentro, hanno poi senz'altro contribuito autori di origine straniera, considerabili comunque scrittori inglesi a tutti gli effetti, tra i quali si sono segnalati, oltre agli anglo-indiani Salman Rushdie (a cui il volume The Satanic Verses, 1988, è costato la condanna a morte da parte delle autorità religiose islamiche nel 1989) e Vikram Seth (A Suitable Boy, 1993), il giapponese Kazuo Ishiguro, scrittore raffinato e sottile, il cui romanzo The Remains of the Day si è aggiudicato nel 1989 il Booker Prize, e Michael Ondaatje, anglo-canadese di origine asiatica, vincitore dello stesso riconoscimento nel 1992 con The English Patient. Precedentemente, l'assegnazione del Booker Prize del 1990 aveva portato all'attenzione di un pubblico più vasto l'opera della scrittrice Antonie S. Byatt (vincitrice con Possession); le presenze femminili sono state in effetti significative in questo periodo, che, segnato in negativo dalla scomparsa di Angela Carter (1940-1992), talento visionario e neobarocco, ha visto attive, oltre alla più giovane Margaret Drabble (n. 1939) con A Natural Curiosity (1989), Penelope Fitzgerald (1916) con The Gate of Angels (1990) e Muriel Spark (n. 1918) con il romanzo Symposium (1991) e l'autobiografia Curriculum Vitae (1992). In campo maschile, autori già affermati che hanno dato alle stampe nuove opere sono stati Kingsley Amis (n. 1934) con The Folks That Live on the Hill (1991), Allan Sillitoe (n. 1929) con Last Loves (1992) e Anthony Burgess (1917-1993) con l'autobiografia You've Had Your Time (1990). Il 1993 ha visto poi il ritorno all'attività del drammaturgo Harold Pinter (n. 1930), che in Moonlight ha accantonato l'impegno politico, affrontando principalmente temi collegati alla sfera del “privato”. Nella lirica, accanto a poeti come Thom Gunn (n. 1929), ormai residente negli U.S.A., autore di The Man with Night-Sweats (1992), raccolta di poemi incentrati sul problema dell'A.I.D.S., e Ted Hughes (n. 1930), il cui Rain Charm for the Duchy (1992) ha suscitato reazioni contrastanti, si sono segnalati Andrew Motion, John Burnside, Simon Armitage, Jeremy Reed, Paul Muldoon. Tra gli scrittori degli ultimi anni si è affermato Nick Hornby (n. 1957), con il suo romanzo Fever Pitch (trad. it. Febbre a 90°; 1992).
ARTE: DAI ROMANI AI NORMANNI, L'ARCHITETTURA ANGLOSASSONE
Nei sei secoli che vanno dalla fine della dominazione romana (ca. 400) alla conquista normanna (1066) l'attività architettonica si concentrò soprattutto nei sec. VII-VIII e X-XI. Ben poco rimane dell'architettura anglosassone (v. Anglosassoni). Schemi diffusi sembrano essere stati quello della chiesa a tre navate con nartece a ovest e abside a est, cui si accedeva da una triplice arcata (Brixworth, sec. VII) e quello della navata unica con navatelle (porticus) accessibili da stretti passaggi e con coro rettangolare separato (Bradford-on-Avon, fine sec. VII). La muratura, primitiva, mostra spesso l'impiego di mattoni romani di recupero. Di edifici più grandi e complessi (Hexham, ca. 700, con matronei sopra le navate; York, con colonne e archi) parlano le fonti (Alcuino). Nei sec. X e XI l'architettura risentì della tradizione carolingia della Germania (torri assiali, transetti e Westwerk); nulla è rimasto delle chiese erette da San Dunstan, arcivescovo di Canterbury (959-88) e grande riformatore, a Ely, Ramsey, Winchester, Thorney. Resti di chiese si trovano a Stow, Deerhurst, Bradford-on-Avon. Gli edifici più caratteristici di questo periodo sono però le torri, come quella di Earl's Barton (ca. 1000), il cui paramento murario è interrotto da un rozzo graticcio di cornici in pietra mentre gli spigoli sono decorati con la tipica opera “lunga e corta”. La scultura monumentale della Britannia preromanica è documentata da centinaia di frammenti di croci in pietra (sec. VII-IX) che venivano erette nei luoghi pubblici. Erano decorate a rilievo con scene figurate tratte dal Vangelo e stilisticamente molto varie (croci di Ruthwell, Bewcastle, Easby, Colerne); come in ogni altra manifestazione artistica del periodo (miniatura, oreficeria, avori), a una prevalenza di elementi iconografici d'ascendenza classica si alternava una convergenza di stili locali celtico-barbarici, con prevalenza di fasce decorative a elementi geometrizzanti. L'attività architettonica prese ampio sviluppo solo dopo la conquista dei Normanni, che introdussero nell'isola lo stile romanico. Esso giunse a piena maturazione in una serie di cattedrali e di chiese abbaziali di dimensioni più imponenti di quelle della stessa Normandia. Le piante sono estremamente varie: terminazioni a tre absidi e transetti con cappelle si trovano a Canterbury (ricostruita dall'arcivescovo Lanfranco, 1070-77), Ely (1081), Lincoln (compiuta nel 1092) e nell'abbazia di St. Albans (1077-88); terminazioni a deambulatorio nelle cattedrali di Winchester (1079), Gloucester (1089), Norwich (1096). L'alzato è in genere a tre piani (arcate, matronei, cleristorio), le pareti ritmate da alti pilastri. Frequenti sono le torri, sia sul transetto (Exeter), sia occidentali, assiali (Ely) o doppie (Durham, Lincoln). Un edificio eccezionale nell'ambito dell'architettura romanica è la cattedrale di Durham (1093-1135), con copertura a crociere costolonate considerate le più antiche d'Europa. Le chiese romaniche inglesi, anche posteriori a Durham, mantennero soffitti piani di legno, ma il modello della volta a costoloni venne ripreso e sviluppato nello stile gotico della Francia. Si staccano per certi aspetti dagli schemi della scuola anglo-normanna la cattedrale di Gloucester e le chiese abbaziali di Tewkesbury e Pershore, suddivise da semplici pilastri cilindrici. In alcuni edifici (priorato cluniacense di Lewes; cattedrale di Canterbury) compare il doppio transetto, derivato da Cluny III, destinato ad avere grande fortuna nell'architettura inglese del periodo gotico. La decorazione, rigorosamente geometrica secondo la tradizione normanna (Durham), solo a partire dagli anni intorno al 1130 (cripta di Canterbury) accolse elementi zoo-fitomorfi. Ricchissima, forse per influsso aquitanico, è la decorazione scultorea nel tardo periodo romanico che prelude alla facciata a schermo, screen façade, delle prime cattedrali gotiche. L'architettura militare normanna è costituita da edifici incentrati intorno al mastio o torrione quadrangolare (keep) con torri angolari, contrafforti, ingresso al secondo piano con scala esterna, sala, cappella, scale a chiocciola ricavate nello spessore dei muri. Il primo esempio è la White Tower di Londra (1078). Seguirono i castelli di Kenilworth, Corfe, Rochester, Dover, Newcastle.
ARTE: GOTICO E TARDOGOTICO
L'inizio dello stile gotico in Inghilterra si fa risalire al 1174, anno in cui un maestro francese, Guglielmo di Sens, iniziò la ricostruzione del coro di Canterbury (distrutto da un incendio) in forme gotiche derivate dall'Île-de-France. Ma a parte questo e pochi altri esempi isolati di derivazione francese, l'Inghilterra elaborò subito uno stile gotico nazionale tendenzialmente antitetico a quello continentale per l'indifferenza a ogni coerenza strutturale e ai problemi di tipo tecnico-costruttivo. Caratteri del gotico inglese sono le piante “ad aggiunte” (doppi transetti, transetti e cori quadrati, cappelle della Vergine dietro il coro), le facciate occid. senza rapporto con la struttura degli interni (spesso semplici schermi come a Wells e a Lincoln), torri e guglie occid. e centrali, pareti massicce gravate di ricca ornamentazione scolpita, volte con costoloni, intrecciati a formare complessi disegni a stella e a ventaglio, ma privi di funzioni strutturali: aspetti che anticipano gli stili tardo-gotici del continente. I maggiori esempi di questa prima fase del gotico inglese (Early Gothic) si trovano nella regione occid. (Glastonbury, ca. 1186; transetti e navata di Wells, ca. 1191) e nel nord (Ripon, ca. 1175; Hexham; Whitby; coro di Rielvaux; transetti di York). Il coro di Worcester (1224), la cattedrale di Lincoln (1192), con volte decorate da nervature a palma, la cattedrale di Salisbury (ca. 1220) costruita interamente in questo stile, il coro e i transetti di Beverley (1232) sono manifestazioni esemplari della fase primitiva del gotico inglese. Nel campo dell'architettura militare, al mastio normanno si sostituì il castello a pianta regolare con cortine concentriche intervallate da torri (Conway, Caernarvon, Harlech, Beaumaris, eretti da Edoardo I nel Galles nell'ultimo quarto del sec. XIII). Caratteristiche anche le sale capitolari inglesi, a pianta circolare od ottagonale (Lincoln, ca. 1250; Southwell; Salisbury, ca. 1275; Wells, ca. 1300). Tra la metà del Duecento e la metà del Trecento il gotico inglese è caratterizzato dall'esuberanza decorativa (proliferazione di motivi decorativi vegetali, volte a stella, a trafori complessi e, ca. dal 1300, asimmetrici) e dalla rinuncia alla definitezza spaziale (ambienti a sala, ponti, costoloni senza vele, ogive tridimensionali, ecc.). I maggiori esempi dello stile gotico maturo (Decorated Style) sono il Coro degli Angeli di Lincoln (1250-80), la parte orient. di Wells (1285-1332), il coro della cattedrale di Bristol (1298), l'Ottagono (1322-42) e la cappella della Vergine a Ely, la cattedrale di Exeter (facciata iniziata nel 1346). Contemporaneamente un'alternativa allo stile ornato si sviluppò nello stile gotico “perpendicolare” che, nato come stile di corte, diventò dopo la metà del Trecento la tipica espressione del tardogotico inglese. Lo stile perpendicolare sostituì alla decorazione plastica una decorazione geometrica a elementi lineari verticali e orizzontali che definivano più precisamente le campate e inquadravano pannelli rettangolari a traforo. La massa muraria perse ogni importanza, esistendo soltanto come supporto per la decorazione lineare e a traforo, o venne addirittura abolita dalla proliferazione di grandi finestre a traforo con vetrate policrome e figurate che, pur essendo già diffuse nel sec. XIII, raggiunsero in questo periodo la massima importanza decorativa (Incoronazione della Vergine, Gloucester, cattedrale), perfettamente inserendosi nel complesso architettonico. Le volte sono a stella o a ventaglio, con intrecci di nervature sempre più complessi (Gloucester, coro, 1337; chiostri, 1357). Rarissimi gli esemplari sopravvissuti della scultura romanica e gotica inglese, quasi totalmente distrutta nel periodo della Riforma, ed essenzialmente limitati alla decorazione architettonica scolpita (cariatidi della sala capitolare della cattedrale di Durham, ca. 1130; statue-colonna di St. Mary a York, 1180; statue entro nicchie della facciata della cattedrale di Wells, 1216), alla decorazione di elementi architettonici (capitelli, cornici, portali), e al tipo del monumento tombale con effigie del defunto (Statua di re Giovanni, ca. 1230, cattedrale di Worcester). La decorazione architettonica è sensibile a influssi molteplici e in certi casi coevi (italiani, bizantini, tedeschi, aquitanici, del Poitou, dell'Île-de-France) che presuppongono l'importazione di maestranze. La scultura tombale e il ritratto passarono da forme di un realismo tipicamente insulare a forme auliche e raffinate d'importazione continentale e di stile cosmopolita (periodo tardogotico: La regina Eleonora ed Enrico III, bronzo, cattedrale di Westminster). Di ottimo livello qualitativo i rari esemplari pervenutici di statue d'alabastro policromo (Madonna Flatman, sec. XIV; Londra, Victoria and Albert Museum), tipo di produzione, tradizionale ed esportata, fiorentissima in periodo tardogotico. I frammentari affreschi romanici della cattedrale di Canterbury e dell'abbazia di St. Albans, quelli gotici di Winchester (cappella del Santo Sepolcro, ca. 1230) e di Westminster sono tra le rarissime testimonianze della pittura sopravvissute all'inconoclastia riformistica. Allo stile gotico internazionale va ricollegato il Dittico Wilton (fine sec. XIV). Le scuole monastiche di miniatura (St. Albans; Westminster), già fiorenti in epoca preromanica (sec. VI-X), raggiunsero il loro massimo splendore nei sec. XI e XII per l'originalità della decorazione e l'abbondanza delle scene figurate spesso ricollegabili a prototipi carolingi; bibbie, salteri, bestiari costituiscono un patrimonio iconografico cui attinsero arti figurative e artigianato (ricami, avori, vetrate); nei sec. XIII e XIV prevalse la decorazione di tipo naturalistico, si accentuò il carattere realistico delle scene figurate e si cominciarono ad avvertire influssi continentali, soprattutto francesi e tedeschi. Nei sec. XV e XVI lo stile perpendicolare venne applicato in edifici di grandi dimensioni come chiese, cattedrali (Sherborne, 1430) ma soprattutto in cappelle (Westminster, cappella di Enrico VII, 1503-19; Cambridge, cappella del King's College, 1446-1515; castello di Windsor, cappella di St. George, 1481 ) e in spaziose chiese parrocchiali con soffitti piani di legno, pareti a vetrate, alti pilastri: elementi tutti che traducono una tendenza all'unificazione spaziale (Bristol, St. Mary Redcliffe; Norwich, York, Coventry, ecc.). Dallo schema planimetrico dei monasteri derivò parzialmente quello dei collegi universitari (Oxford, New College, 1386). Nei primi decenni del Cinquecento cessò quasi completamente la committenza della Chiesa (non si costruirono più edifici religiosi praticamente fino all'incendio di Londra del 1666) e della corte; fiorì invece l'edilizia civile e privata, che si espresse nelle case di campagna dell'aristocrazia Tudor.
ARTE: IL RINASCIMENTO INGLESE
Fino alla metà del Cinquecento dominò ancora lo stile tardogotico: il palazzo di Hampton Court, iniziato dal cardinale Wolsey nel 1514 e regalato nel 1529 a Enrico VIII che ne continuò la costruzione fino al 1540, presenta struttura monastica a cortili, torri, muri merlati, paramento in mattoni rossi, soffitti tardogotici a travature (come nella Great Hall) ma decorati con rozze candelabre all'italiana. Durante il regno della dinastia Tudor l'Inghilterra rimase sostanzialmente estranea alla cultura rinascimentale: se vi lavorarono artisti italiani come Pietro Torrigiani (Tomba di Enrico VII, 1512-18, abbazia di Westminster) e Giovanni da Maiano (Hampton Court, decorazioni in terracotta), e tedeschi come H. Holbein, la cui opera costituisce il punto d'avvio del ritratto aulico rinascimentale, e se non era ignota la trattatistica italiana d'architettura, tuttavia l'arte inglese di questo periodo tendeva irrimediabilmente al provincialismo; l'interesse per le novità del Rinascimento non corrispondeva a una sua reale comprensione e si limitava alla sporadica assunzione di motivi decorativi. La stessa scuola di ritrattistica di corte era dominata da mediocri pittori inglesi e fiamminghi. Manifestazione artistica originale e d'alto livello fu invece l'opera dei miniaturisti N. Hilliard e I. Oliver. Nella seconda metà del secolo l'Inghilterra si accostò all'architettura rinascimentale con un eclettismo disinvolto e un po' rozzo, che utilizza archi trionfali francesizzanti, frontoni a fasce di derivazione francese ed elementi della tradizione inglese (Burghley House, 1585, progettata da William Cecil, consigliere della regina Elisabetta e architetto dilettante) e con originale, artificioso purismo nelle Prodigy Houses elisabettiane, grandiose dimore di campagna a pianta simmetricamente articolata (a E, a H, con cortili), volumi compatti, tetti piani, sobria decorazione a pilastri, enormi finestre rettangolari con suddivisioni orizzontali e verticali che svuotavano le pareti (Longleat House, realizzata dal committente John Thynne con la collaborazione del capomastro Robert Smythson, ca. 1568; Kirby Hall, 1570; Wollaton Hall, 1580-88; Hardwick Hall, 1590-97; Audley End, 1603-16; Hatfield House, 1605-12). Parallelamente si diffuse nelle città un tipo di casa privata legata agli esempi olandesi (in mattone, con frontoni curvi o a timpano).
ARTE: IL SEICENTO E L'ARCHITETTURA PALLADIANA
Una nuova fase dell'architettura inglese si aprì nel secondo decennio del Seicento con l'attività di Inigo Jones, che pose termine all'empirismo dell'architettura elisabettiana e giacobita adottando un rigoroso linguaggio palladiano (Queen's House, 1616-35; Banqueting House di Whitehall, 1619; progetto urbanistico di Covent Garden, ca. 1630). La scuola di I. Jones (J. Webb, R. Pratt) fiorì sotto il regno illuminato di Carlo I (1625-49), che commissionò opere a Bernini, a Rubens e van Dyck, la cui opera condizionò gli sviluppi futuri della pittura inglese, e rilevò nel 1627 la collezione d'arte dei Gonzaga. Il periodo che va dalla Restaurazione (1660) fino al 1720 ca., corrispondente al barocco inglese, fu dominato dalla figura dello scienziato e architetto sir Christopher Wren e dai suoi discepoli Vanbrugh e Hawksmoor. Wren, formatosi sugli esempi francesi e italiani e sulla trattatistica rinascimentale, progettò, dopo l'incendio della City nel 1666, più di 50 chiese parrocchiali e la nuova cattedrale di S. Paolo (1675-1710) e realizzò le maggiori imprese architettoniche reali (Hampton Court; Greenwich Hospital a Greenwich). Sir J. Vanbrugh (1664-1726) sviluppò gli aspetti più grandiosi e barocchi dell'architettura di Wren progettando imponenti residenze di campagna concepite scenograficamente e su scala gigantesca che costituiscono un'interpretazione originale delle tendenze francesi (Castle Howard, Blenheim Palace). Altrettanto grandioso e “irregolare” fu Hawksmoor (Christ Church a Spitalfield, 1723). Intorno al 1720 si delineò una reazione al barocco e un ritorno alla semplicità dello stile palladiano. Ne fu promotore lord Burlington (Chiswick House, ca. 1720) con gli architetti della sua cerchia: C. Campbell (Mereworth Castle, 1722-25) e W. Kent (Houghton Hall, 1726-31), che fu tra i maestri del giardino “all'inglese”. Il loro esempio non solo introdusse la moda della villa palladiana, ma informò di sé per almeno un secolo l'architettura, la trattatistica e l'urbanistica inglesi e coloniali. I primi ad applicare lo stile palladiano a interi complessi urbani furono i due Wood (John senior e junior) con la pianificazione della città termale di Bath (1727-77), articolata in squares, in isolati semiellittici (crescents) e rettangolari (terraces), piazze rotonde (circus), incroci con convergenza di strade regolari (quadrants). Questa tradizione urbanistica d'origine settecentesca culminò intorno al 1820 nell'inserimento di blocchi di case d'appartamenti nei parchi urbani di Londra, secondo schemi planimetrici regolari, progettati da John Nash (Piccadilly Circus, Carlton House Terrace, Regent Park, ecc.). Si affiancarono, nella seconda metà del secolo, al filone maestro dell'architettura palladiana, una serie di alternative ricollegabili a quel gusto pittoresco alla cui definizione validamente contribuì la trattatistica sul giardino “all'inglese”, e nel quale confluivano rovinismo, esotismo e revival degli stili gotici e antichi: dal neogotico di Strawberry Hill (di H. Walpole, 1747) allo stile cinese (Claydon House, 1754), al neoclassicismo di J. e R. Adam, che si dedicarono prevalentemente all'architettura d'interni.
ARTE: ARREDAMENTO E ARTI MINORI
L'arredamento seguì un'evoluzione relativamente affine a quella del continente; se nei sec. XVI e XVII prevalse l'influsso olandese che venne accentuandosi con l'avvento della dinastia degli Orange, con i disegni degli architetti Vanbrough e Kent il mobile inglese si adeguò a forme tardobarocche d'importazione continentale. Nelle incisioni di B. Langley e soprattutto nei modelli di Chippendale, il mobile rococò, lavorato in mogano delle Indie che si sostituì ai tradizionali legni di noce e di quercia, assunse forme di un originale eclettismo che contaminava il “gusto moderno” con elementi cinesizzanti e goticheggianti. Negli ultimi anni del sec. XVIII lo stile Adam restaurò un tipo di decorazione classicheggiante, la cui ispirazione archeologica venne precisandosi nel periodo della Reggenza. La generale tendenza verso forme più semplici e leggere è documentata dai modelli di Happlewhite (1788) e Sheraton. Parallelamente al revival neogotico in architettura, si sviluppò un'analoga tendenza all'ibridismo goticheggiante nell'arredamento, che preannunciava l'eclettismo stilistico del periodo vittoriano accompagnato dallo scadimento qualitativo di una produzione industriale poco accurata, contro la quale reagirà la scuola Arts and Crafts. Il sec. XVIII fu il periodo di massima fioritura della produzione della ceramica inglese, nelle manifatture di Stafford-le-Bow, Chelsea, Worcester, Longton Hall, Liverpool; la produzione si adeguò ai metodi industriali a opera di Wedgewood. La ceramica del Settecento è stilisticamente molto varia: si rifà a modelli del rococò francese, di ispirazione “antica”, o imita la porcellana cinese e giapponese. L'argenteria seguì da presso gli stili continentali, dapprima adottando forme olandesi e fiamminghe, poi (seconda metà del sec. XVII) francesi, importate dagli artigiani ugonotti. Nel Settecento venne definendosi un tipo di lavorazione caratteristico e destinato a lunga fortuna, con decorazione mista a sbalzo e incisa, che tocca i suoi massimi vertici qualitativi nell'opera di P. Lamerie. Dopo un periodo in cui adottò forme semplici d'ispirazione classicheggiante (stile Adam) il revival degli stili storici si estese naturalmente anche alle argenterie (ca. 1830-50). Tecnica che ha avuto le sue origini in G. è quella del metallo plated (placcato).
ARTE: LA PITTURA NEL SETTECENTO, IL RITRATTO E IL PAESAGGIO
Se gli esempi spesso mediocri e insistentemente descrittivi della ritrattistica del sec. XVI furono a lungo influenzati da Holbein, e quelli del secolo successivo dall'opera di van Dyck (Walker, Dobson, Lely), anche la decorazione monumentale barocca, genere d'importazione di cui Rubens aveva dato un saggio nella Whitehall (1634), rimase legata essenzialmente ai nomi dell'italiano Verrio e di sir J. Thornhill (soffitto della Painted Hall nel Royal Hospital a Greenwich, 1675). Soltanto in pieno sec. XVIII si delineò una scuola di pittura che, pur non escludendo contatti con le scuole continentali, può essere considerata originalmente inglese e che, pur sfuggendo alle tradizionali definizioni stilistiche, si articolò in generi e correnti dalla fisionomia ben definita. W. Hogarth per primo in Europa introdusse nella pittura di genere contenuti di satira politica e sociale, e la divulgò attraverso le incisioni. Ma il genere più diffuso e richiesto dai committenti aristocratici fu il ritratto, che toccò le sue vette nella seconda metà del Settecento con A. Ramsey, con la “maniera grande” di J. Reynolds, Th. Gainsborough, G. Romney e, nel primo Ottocento, con Th. Lawrence. Nella pittura di storia si ricordano Reynolds, A. Boydell, B. West, J. S. Copley; in quella di genere G. Stubbs, D. Wilkie e J. Wright of Derby. Il gusto per il paesaggio, coltivato sugli esempi fiamminghi, si espresse in una originale scuola di pittura: se R. Wilson si ispirò al Lorenese e Gainsborough a Ruysdael, accenti ormai moderni si colgono nei pittori della scuola di Norwich (J. Crome il Vecchio e J. S. Cotman) e negli acquerellisti J. R. Cozens e Th. Girtin, tutti attivi tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento. Turner, legato a una concezione romantica e visionaria del paesaggio, lo interpretò in modo personale e fantastico; erede degli acquerellisti fu invece Constable, uno dei creatori del paesaggio “realista” moderno, la cui opera ebbe grande influenza sulla pittura francese dell'Ottocento. Funzione analoga ebbe R. P. Bonington, attivo in Francia dal 1816 al 1828. Al filone più propriamente romantico, d'ispirazione letteraria, va riferita l'opera dello svizzero H. Füssli (in G. dal 1764) e di W. Blake che anticiparono per alcuni aspetti il simbolismo e l'estetismo dei preraffaelliti. Il movimento preraffaellita, sorto nel 1848 a opera dei pittori D. G. Rossetti, W. H. Hunt, J. E. Millais, era affine agli analoghi movimenti nazareno in Germania e purista in Italia, ma ebbe maggiore coerenza e forza di propagazione. Dal 1853 si occupò del movimento anche J. Ruskin, dalla cui ideologia dipende il movimento Arts and Crafts di W. Morris, E. Burne-Jones e W. Crane. Arts and Crafts tendeva al recupero programmatico della tradizione artigianale come antitesi al cattivo gusto della produzione industriale: è questa una posizione ancora romantica, ma mossa da una rigorosa esigenza estetica, importante soprattutto per il rinnovamento delle arti minori e dell'architettura, campi nei quali, dopo il pittoresco eclettismo di John Soane (Soane Museum, 1812) e il neogrecismo di Nash e di Robert Smirke (British Museum, 1823), si era affermato il recupero degli stili “storici” tra i quali prevalsero il neogotico (Parlamento, di Ch. Barry e A. W. N. Pugin, 1836) e il neorinascimento (Reform Club, di Ch. Barry, 1837 ).
ARTE: ARCHITETTURA, DALLA CITTÀ GIARDINO ALL'ATTUALE RECUPERO URBANO
Fin dal Settecento, in rapporto con lo sviluppo dell'industria siderurgica era nata una notevole corrente di architettura ingegneresca (ponti, padiglioni) che utilizzava i nuovi materiali – ferro e acciaio – per le nuove funzioni, con risultati estetici precocemente razionali (ponte sul Severn a Coalbrookdale, 1775; Bristol, 1829-31, Clifton Suspension Bridge; Palazzo di Cristallo di J. Paxton all'Esposizione Universale del 1851 in Hyde Park). Nella seconda metà del secolo l'attività degli architetti di Arts and Crafts si affiancò allo storicismo e all'eclettismo ufficiali: Ph. Webb (Red House, costruita per W. Morris nel 1859) e Norman Shaw realizzarono case private di città e di campagna interpretando con estrema libertà lo stile inglese delle case d'abitazione del Seicento. A questa corrente si ricollega l'attività di Ch. F. Annesley Voysey, il quale nell'ultimo decennio del secolo progettò una serie di case di campagna che, per semplicità di linee, furono quanto di più vicino all'architettura razionale esistesse in Europa in quel tempo. Contemporaneamente si affermò l'idea tipicamente inglese della città giardino che, sostenuta dalle ideologie sociali, tendeva a determinare un equilibrio tra l'ambiente naturale, l'architettura e le esigenze della comunità (Letchworth Garden City, 1904). Grande importanza, nello stesso periodo, ebbe l'opera di Ch. R. Mackintosh (Art School di Glasgow, 1896-1907), un pioniere del liberty. Ma le opere di Voysey e di Mackintosh ebbero maggiore risonanza nel continente (dove influenzarono Horta, Van de Velde e gli architetti della Secessione Viennese) che in patria. Infatti, dopo gli apporti fondamentali del sec. XIX, l'architettura inglese segnò una battuta d'arresto fino al secondo dopoguerra; solo dopo il 1945, in relazione alle esigenze della ricostruzione e alla necessità di decongestionare il capoluogo, la G. tornò a essere, con i Paesi scandinavi, uno dei poli dell'architettura europea. La committenza è stata assunta dagli enti pubblici: un organo statale, il London County Council, ha promosso la creazione di quartieri residenziali di case d'abitazione a basso costo che sostituiscano gli slums londinesi (Roehampton, di J. L. Martin, R. H. Matthew e H. Bennett) e di new towns o città satelliti, come Harlow, Crawley, Stevenage, Hemel Hempstead. La stessa preoccupazione sociale spiega l'alta qualità dell'architettura scolastica inglese (edifici promossi dal-l'Hertfordshire County Council). Ricordiamo a tale proposito la scuola di Hunstanton (Norfolk) di P. e A. Smithson, l'Università del Sussex a Brighton di sir Basil Spencer, la York University di sir Robert Matthew e S. Johnson-Marshall e la East Anglia University a Norwich di sir Denis Lasdun. Contemporaneamente si realizzano le prime megastrutture pubbliche (Cumberauld New Town a Glasgow e Brunswick Centre di Bloomsbury a Londra). All'inizio degli anni Sessanta emerge il gruppo “Archigram” che esercita un'interessante funzione di rottura sul piano culturale. Nel decennio successivo si è potuto assistere a una nuova ripresa delle iniziative pubbliche nell'edilizia accademica; le realizzazioni più interessanti sono opera di J. Stirling e J. Gowan. Nel corso degli anni Ottanta gli interventi architettonicamente più significativi si sono realizzati nell'area metropolitana londinese, nel recupero e nella riorganizzazione del tessuto urbano esistente.
ARTE: ARTI FIGURATIVE E SCULTURA, LE NUOVE SCUOLE
Nell'ambito delle arti figurative, se negli anni intorno al 1930 i gruppi “Unit One” e “Circle” tentarono di definire degli indirizzi programmatici, nel corso dei decenni successivi l'opera di rinnovamento avvenne tuttavia sul piano della ricerca individuale. Tra i principali artisti inglesi contemporanei menzioniamo: lo scultore H. Moore (1898-1986) e i pittori F. Bacon (1909-1992) e G. Sutherland (1903-1980); gli astrattisti B. Nicholson (1894-1982) e A. Davie (n. 1920), al quale va il merito di aver compreso per primo in Europa la grandezza di J. P. Pollock. Nel 1960 “Situation”, gruppo di pittori astratti (R. Smith, R. Denny, H. e B. Cohen, J. Hoyland, I. Stephenson e A. Green), rispose in modo ancora più preciso ai suggerimenti provenienti da New York. R. Hamilton, P. Blake, D. Hockney e A. Jones furono invece i precursori inglesi della pop art. Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta il delinearsi del movimento Art & Language, orientato verso l'arte concettuale, offrì un nuovo sviluppo dell'arte della G. La continuità con la tradizione figurativa, che rimane pur sempre una delle caratteristiche focali dell'arte britannica, fu mantenuta, oltre che da F. Bacon, da pittori quali L. Freud, F. Auerbach e L. Kossof, nucleo originario di quella che R. B. Kitaj, nel 1976, definì “Scuola di Londra”. In scultura, dopo l'apporto fondamentale di H. Moore, il cui insegnamento sopravvive nell'opera di B. Hepworth e R. Butler, sulle premesse della scultura degli anni Sessanta, da A. Caro al minimalismo di R. Long, in G. si è venuta a creare una nuova scuola di scultura che raggruppa artisti differenti, alcuni noti a livello internazionale, come A. Kapoor, S. Cox, T. Cragg e A. Gormley.
MUSICA: DALLE ORIGINI AI "VIRGINALISTI INGLESI"
Le prime notizie precise sulle attività musicali in G. risalgono al sec. VII, quando fu introdotta nell'isola la pratica del canto gregoriano. L'evoluzione musicale si svolse da allora parallela a quella realizzatasi nei maggiori Paesi del continente europeo, prevedendo la trattazione di forme polifoniche di origine francese (organum, clausula, motetus) accanto a elaborati originali britannici come il gymel e il fauxbourdon. Il primo esempio di canone a noi noto proviene da un manoscritto inglese. Nei sec. XII-XIII si ebbe una notevole fioritura polifonica, coronata in pieno Rinascimento dall'opera di J. Dunstable (ca. 1380-1453) che operò prevalentemente all'estero e fu studiato e assimilato dai franco-fiamminghi G. Dufay (ca. 1400-1474) e G. Binchois (ca. 1400-1460). Degni seguaci furono L. Power (m. 1445), R. Fayrfax (1464-1521), autore di musica sacra (su testo latino) e anche di agili pezzi profani (su testo inglese o francese), e J. Taverner (ca. 1495-1545). A Ch. Tye (ca. 1500-1573), T. Tallis (ca. 1505-1585) e R. White (ca. 1530-1574) si deve l'individuazione delle forme musicali diventate caratteristiche della liturgia riformata inglese (anthem, service, ecc.). Con l'avvento della regina Elisabetta I iniziò anche in campo musicale un periodo di grande splendore e originalità. La musica fu incoraggiata a corte dalla stessa regina, che favorì i contatti soprattutto con le contemporanee scuole italiane, sulle cui soluzioni si basò in buona parte la grande fioritura del madrigale inglese: prima l'ayre (affine alla canzonetta e alla frottola italiana) poi il catch e il glee. Celebri compositori nel genere sacro furono W. Byrd (1543-1623) e O. Gibbons (1583-1625), mentre in quello profano eccelsero T. Morley (1557-1602), J. Wilbye (1574-1638) e T. Weelkes (ca. 1575-1623). Il fatto che tutte le parti di una composizione vocale fossero in Inghilterra sostituibili con strumenti lasciò ampio spazio anche alle ricerche nell'ambito puramente strumentale. Tipici di quella stagione furono i complessi di viole (consort of viols) portati alla perfezione da Gibbons e le canzoni per liuto di J. Dowland (1562-1626) e Ph. Rosseter (m. 1623). Tutti i compositori citati si dedicarono anche attivamente alla musica per tastiera, formando una cerchia passata nella storia della musica con la denominazione di “virginalisti inglesi” (da virginale, lo strumento da loro usato e più diffuso dell'epoca). La raccolta Fitzwilliam Virginal Book e numerose altre, compilate in quei tempi e comprendenti un gran numero di pezzi per virginale nelle forme più varie (variazioni, fantasie, trascrizioni di pezzi vocali, ecc.) sono la testimonianza efficace di un'assoluta originalità nella scrittura per tastiera, destinata a influenzare ampiamente la produzione contemporanea e successiva nell'Europa settentrionale. Segnalazione particolare nel campo della musica virginalistica meritano J. Bull (ca. 1562-1628), G. Farnaby (ca. 1560-1620) e W. Byrd (1543-1623).
MUSICA: CRISI DELLA MUSICA INGLESE E INFLUENZA EUROPEA DEL SETTECENTO
Durante il successivo regno degli Stuart e di Cromwell la musica inglese decadde notevolmente, portando alla scomparsa della tradizione polifonica e alla dispersione dei valori originali espressi nell'ambito strumentale. Verso la metà del Seicento cominciò a diffondersi il masque, prima forma di opera inglese presto condizionata tuttavia dall'allora imperante stile operistico italiano. Furono attivi in quel tempo musicisti come H. Lawes (1596-1662), M. Locke (1630-1677) e, su tutti, J. Blow (1649-1708), la cui opera Venus and Adonis segnò l'inizio di una breve ma folgorante rinascita musicale, dominata alla fine del Seicento dalla grande figura di H. Purcell (1659-1695), che operò una sintesi felicissima fra stile strumentale italiano, melodramma francese e tradizione inglese e realizzò con Dido and Aeneas il capolavoro della sua arte e di tutta l'opera inglese. L'esperienza di Purcell tuttavia non ebbe seguito, anche per l'arrivo in G. di compositori (Händel e J. Chr. Bach), cantanti e strumentisti stranieri, che imposero, peraltro senza difficoltà apparente, i nuovi gusti sviluppatisi in Europa. Ai musicisti locali non restò che riprendere schemi altrui, spesso senza molta originalità, eccezion fatta per alcune ballad operas come la celebre The Beggar's Opera di J. Ch. Pepusch (1667-1752). Per tutto il Settecento e la prima metà dell'Ottocento gli unici autori degni di menzione furono W. Boyce (1710-1779), T. A. Arne (1710-1778), S. Wesley (1766-1837), J. Field (1782-1837) e W. S. Bennett (1816-1875).
MUSICA: DAL SECONDO OTTOCENTO ALL'AVANGUARDIA
Solamente nel secondo Ottocento, promossa dall'attività organizzativa culturalmente impegnata di A. Manns e C. Hallé e seguendo anche un preciso indirizzo comune agli altri Paesi europei, si formò una scuola nazionale inglese, che ebbe a maggiori protagonisti, in tempi successivi, A. Sullivan (1842-1900), A. Mackenzie (1847-1935), E. Elgar (1857-1934), F. Delius (1862-1934), G. Holst (1874-1934), W. Walton (1902-1983) e M. Tippett (n. 1905) e fu caratterizzata dalla prevalenza della produzione sinfonica e sinfonico-corale, sovente fedele a modelli formali e stilistici tedeschi e più precisamente brahmsiani. Contribuì inoltre allo sviluppo della musica vocale il gran numero di prestigiosi festival corali (Three Choirs Festival) organizzati in varie città fin dagli inizi dell'Ottocento. Innestandosi su tale substrato, sensibile anche al canto popolare e attento osservatore delle novità lessicali europee, R. Vaughan Williams (1872-1958) si pose come il maggiore e più originale compositore britannico del primo Novecento. Degno continuatore di questa tradizione nazionale ma anche conscio delle novità emerse in epoche più recenti è stato B. Britten (1913-1976), collocatosi saldamente fra le personalità eminenti della moderna musica europea. L'avanguardia è rappresentata da P. Maxwell Davies (n. 1934) e da H. Birtwistle (n. 1934). Dal punto di vista delle istituzioni e delle strutture musicali vivissima è sempre stata in G. l'attività concertistica e teatrale: basti ricordare il celebre Covent Garden Theater di Londra (attivo dal 1732), i Promenade Concerts (dal 1840) e i festival musicali di Glyndebourne (dal 1934) e di Edimburgo (dal 1947).
TEATRO
Come in tutti i Paesi dell'Europa occid., il teatro, dopo la lunga eclisse seguita al disfacimento dell'Impero romano, rinacque nelle chiese per poi debordare nelle piazze e nelle vie e passare dal controllo del clero a quello delle corporazioni. Genere tipico fu il miracolo, o mistero, la cui massima fioritura si ebbe fra il 1300 e il 1450, ma si sviluppò anche un teatro profano, con le agresti mumming plays, che si riallacciavano ad antichi rituali pagani, e con il pageant, di origine religiosa ma presto diventato spettacolo a grande effetto. Verso la fine del sec. XV sorse un nuovo genere di teatro edificante, la moralità, non più sceneggiatura di episodi biblici ma vero e proprio dramma. Nello stesso periodo si formarono le prime compagnie di professionisti che, sotto la protezione di qualche nobile signore, recitavano nei cortili delle locande per un pubblico generico. Il loro installarsi nella capitale fu lungo e faticoso: gradite alla corte, non erano infatti amate dalla maggioranza puritana del consiglio municipale, che considerava il teatro opera diabolica. Le prime sale permanenti, edifici in legno a cielo aperto, furono quindi edificate negli immediati dintorni della città: erano The Theatre (1516), il Curtain (1571), il Rose (1588), lo Swan (1595) e, più famoso di tutti, il Globe (1599). Le compagnie portavano ancora i nomi dei propri aristocratici protettori, ma erano affidate alla guida degli attori: scrivevano per loro drammaturghi di viva immaginazione e di straordinario vigore e assistevano alle recite membri di tutte le classi. Era il teatro elisabettiano, che comprende anche il regno di Giacomo I e che, non solo per la presenza di Shakespeare, è considerato uno dei momenti più alti dell'intera storia di quest'arte. In scena comparivano soltanto uomini, anche in parti femminili. Alla corte e alla nobiltà si confacevano invece i masques, elaborati spettacoli dove la scenografia contava moltissimo. In seguito all'offensiva scatenata dai puritani – prima con feroci pamphlets, poi, vinta la guerra civile, con un editto del 1647 che proibì ogni sorta di rappresentazioni e minacciò pene severe ad attori e spettatori – il teatro divenne clandestino o ripiegò su un nuovo genere, il droll, basato sulla musica e sulla danza con inserimento di brani recitati. Un'attività regolare tornò possibile nel 1660 con la Restaurazione degli Stuart, ma con sostanziali mutamenti: al dramma elisabettiano era infatti seguita la spiritosa ed elegante, cinica e libertina Comedy of Manners, in cui per la prima volta recitavano anche le donne. Due teatri, il Drury Lane e il Covent Garden, godettero per un paio di secoli di un regime di monopolio. Nel sec. XVIII, al consolidarsi di un nuovo pubblico borghese desideroso di copioni moralmente meno irritanti si accompagnò la figura dominatrice di D. Garrick, che iniziò la lunga era dell'attore-direttore e rappresentò Shakespeare in adattamenti che ne eliminavano o ne attenuavano le crudezze e la vigorosa drammaticità. Per la prima volta furono abbandonati gli abiti contemporanei e si adottarono costumi che avessero qualche riferimento storico con le vicende rappresentate. La figura dell'attore dominò anche tutto il secolo successivo: non vi fu nell'intero Ottocento un solo drammaturgo culturalmente rilevante, mentre abbondarono le grandi personalità istrioniche, da J. Ph. Kemble a E. Kean, da W. Macready a H. Irving, che acquistarono enorme popolarità e anche, a poco a poco, un certo prestigio sociale (Irving fu il primo teatrante a essere nominato sir). Il repertorio dell'era vittoriana comprendeva molto Shakespeare, ma anche moltissimi melodramas, il solo tipo di teatro che trovasse – con il music-hall – un pubblico anche negli ambienti popolari. A cavallo del secolo, mentre O. Wilde e G. B. Shaw restituivano al repertorio una certa rispettabilità, il teatro commerciale si organizzò con il sistema del gruppo d'attori appositamente scritturato per rappresentare uno specifico testo. Contemporaneamente le società drammatiche iniziarono la battaglia per il rinnovamento della scena: G. Craig, dopo qualche esperimento isolato, scese in esilio a Firenze, ma W. Poel e poi H. Granville-Barker rinnovarono la messinscena shakespeariana e presentarono novità di rilevante impegno culturale; l'Old Vic, nato come luogo di riunione per allontanare dall'alcol gli abitanti dei quartieri poveri, divenne, a iniziare soprattutto dagli anni Trenta, un teatro destinato alla rappresentazione di opere classiche in edizioni sceniche artisticamente rilevanti. Il fenomeno è proseguito e si è accentuato nel secondo dopoguerra, contemporaneamente allo sviluppo, nelle maggiori città di provincia, dei “teatri di repertorio”, alcuni dei quali, come a Manchester e a Birmingham, avevano già all'attivo una storia non trascurabile. Ha acquistato importanza il Festival di Stratford-on-Avon, dal quale è nata nel 1960 la Royal Shakespeare Company; l'attore e regista G. Devine ha fondato nel 1956 l'English Stage Company, con un repertorio contemporaneo scritto da autori che non appartengono all'establishment letterario e sociale; gli spettacoli di registi come P. Brook e J. Littlewood hanno acquistato fama in tutto il mondo, mentre nel 1963, coronando un sogno vecchio di quasi un secolo, è stato inaugurato il National Theatre e nel 1969 è stata soppressa la censura sul teatro drammatico. La presenza di un nutrito gruppo di drammaturghi è una delle caratteristiche del teatro inglese: i giovani autori trovano generalmente spazio per i loro primi esperimenti in qualcuno dei molti gruppi che costituiscono la cosiddetta Fringe; ma le loro carriere proseguono spesso nelle grandi sale pubbliche e private. Tra gli scrittori cosiddetti “di sinistra” si possono citare Howard Brenton, David Hare, D. Edgar che ha adattato al palcoscenico per la Royal Shakespeare Company un testo dickensiano, Nicholas Nickleby (1980), uno degli spettacoli più memorabili degli anni Ottanta. Meno impegnati politicamente ma pur sempre attenti alla società del nostro tempo sono Christopher Hampton, Tom Stoppard e Peter Shaffer. Hanno avuto molta fortuna le brillanti commedie di Peter Ayckbourn, tra cui Henceforward (1988; Da qui in poi), amabile presa in giro del nostro probabile e prossimo futuro, mentre va segnalata la presenza di due donne, Caryl Churchill, legata al femminismo, Serious Money (1987; Il vero denaro) e Timberlake Wertenbaker, cui si devono due straordinarie pièces di teatro nel teatro: Our Country's Good (1988; Per il bene del Paese) basato su un romanzo dell'australiano Thomas Keneally, e una rivisitazione del mito greco di Progne e Filomela in The Love of the Nightingale (1989; L'amore dell'usignolo).
DANZA: DALLE ORIGINI DEL BALLETTO INGLESE AL ROYAL BALLET
Due generi, il masque e la pantomima, possono considerarsi gli antecedenti storici del balletto inglese. Il primo genere, cui contribuirono autori come Ben Johnson e John Milton, visse il suo momento di maggior splendore nel sec. XVII quando Inigo Jones, agli albori di una carriera poi votata interamente all'architettura, si dedicò alla creazione di innumerevoli scenografie e di sorprendenti effetti meccanici. La pantomima ebbe in John Rich (1692-1761) il suo più celebrato interprete. Questi, nella doppia veste di artista e di impresario, oltre che al successo e alla popolarità della propria arte, contribuì anche a far conoscere al pubblico londinese molti grandi artisti, fra i quali Marie Sallé, Jean-George Noverre e Barbara Campanini, la celebre “Barbarina”, anticipando quel ruolo di prestigiosa vetrina dell'arte coreografica internazionale che la “piazza” di Londra ha poi mantenuto fino al sec. XX. Al principio del Settecento operava nella capitale della G. anche un altro grande maestro e protagonista della storia del balletto, John Weaver, ballerino, coreografo, pioniere del ballet d'action cui si deve, fra l'altro, la pubblicazione in Inghilterra del celebre trattato di R. Feuillet Chorégraphie (1706). Autore egli stesso di importanti trattati Weaver è considerato, come coreografo, fra i precursori di Noverre. Nel 1755, su invito di David Garrick, Noverre giunse nella capitale per mettervi in scena le sue Fêtes chinoises. Nel 1781 l'apparizione dei due Vèstris, Gaetano e Augusto, padre e figlio, al King's Theatre, causò addirittura l'interruzione di una seduta del Parlamento. Ancora Augusto Vèstris fu protagonista a Londra, negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione francese (1789-93), di numerosi balletti di Noverre. Dal 1796 al 1800 fu la volta di Didelot, che vi mise in scena il suo Flore et Zéphire. Sempre a Londra, nel 1828, Carlo Blasis diede alle stampe il suo Code of Terpsichore e, dal 1830 al 1840, fu maître de ballet del King's Theatre. Il balletto romantico, del resto, aveva già fatto con successo il suo debutto londinese con l'apparizione della Taglioni nel 1830, mentre negli anni Quaranta il grande Jules Perrot fu attivo all'Her Majesty's Theatre, dove presentò la prima versione del suo celeberrimo Pas des quatre. La fine del sec. XIX e l'inizio del XX videro una certa decadenza della produzione. Fu la rivoluzione djagileviana negli anni Dieci e Venti del sec. XX a risollevare un appassionato interesse per il balletto nella capitale britannica: è del 1911 la prima visita dei Ballets Russes di Djagilev, che torneranno poi regolarmente cogliendovi alcuni dei più significativi successi. Al nome di due donne, una di origine polacca, Marie Rambert, l'altra irlandese, Ninette de Valois, entrambe uscite dalla compagnia di Djagilev, sono legati i primi passi del balletto inglese moderno. La Rambert, allieva di Jaques-Dalcroze, poi di Cecchetti, aprì una sua scuola a Londra nel 1920 che offrì l'opportunità di emergere ad alcuni fra i migliori coreografi del sec. XX: Frederick Ashton, Antony Tudor, John Cranko. Ninette de Valois, allieva anche lei di Cecchetti, congiunse i propri sforzi con quelli di un'altra grande figura femminile della storia del teatro britannico, Lilian Baylis, intraprendente manager teatrale, creando nei due teatri da questa diretti, l'Old Vic e il Sadler's Wells, un primo nucleo di danzatori (per lo più allievi della sua scuola, l'Academy of Choreographic Art, aperta nel 1926), il Vic-Wells Ballet che debuttò nel 1931, all'Old Vic. Associandosi con F. Ashton, con il quale aveva già collaborato in occasione della prima stagione della Camargo Society (un'associazione di appassionati che promuoveva la messa in scena di spettacoli di balletto), la de Valois trovò la chiave per assicurare la migliore solidità e continuità creativa alla giovane compagnia, destinata a divenire la punta di diamante della moderna tradizione ballettistica britannica, assumendo nel 1956, per volere della Corona, il titolo di Royal Ballet. Oltre che dalla personalità di Ashton, primo coreografo della compagnia della de Valois, divenuta Sadler's Wells Ballet, il primo dopoguerra fu dominato anche dalla personalità unica di A. Tudor, che per il Ballet Rambert o per piccoli complessi di breve vita creò in quel periodo alcuni dei suoi più celebri capolavori. Al termine della II guerra mondiale il Sadler's Wells Ballet stabilì la propria sede al Covent Garden e una nuova compagnia, il Sadler's Wells Opera Ballet, poi Sadler's Wells Theatre Ballet, fu creata. Un fervore di nuove iniziative, fra cui la fondazione, nel 1950, del Festival Ballet, poi London Festival Ballet (dal 1989, English National Ballet), e importanti scambi a livello internazionale, restituirono a Londra quel ruolo di vetrina della produzione internazionale. Sempre negli anni Cinquanta si affermarono nuovi talenti di coreografi, come John Cranko e Kenneth MacMillan, mentre Margot Fonteyn, Alicia Markova, Anton Dolin, Moira Shearer, Robert Helpmann erano, fra i ballerini, i beniamini del pubblico. Nel 1957 Elisabeth West e Peter Darrel fondarono a Bristol il Western Theatre Ballet (poi trasferito a Glasgow e denominato Scottish Theatre Ballet e, dal 1974, Scottish Ballet). Fin dal 1938, intanto, uno dei padri del modernismo, l'ungherese Rudolf Laban, aveva stabilito in Inghilterra la propria residenza, creando prima a Manchester (1946) poi ad Addlestone, nel Surrey (1953), un centro di studi, l'Art of Movement Studio. Con una piccola compagnia di fedelissimi discepoli, egli aveva continuato a elaborare e perfezionare le proprie teorie, influenzando largamente, negli anni Cinquanta, la formazione di un pensiero pedagogico relativamente all'insegnamento dell'“arte del movimento” nella scuola.
DANZA: LA MODERNA DANCE, TRA SPERIMENTALISMO E TRADIZIONE
Le esperienze di quel vasto gruppo di operatori legati alle sue teorie sulla cosiddetta modern educational dance confluirono successivamente, negli anni Sessanta e Settanta, nelle nuove correnti del modernismo britannico. In questo si raccolsero anche l'eredità di singole pioniere come Margaret Morris e i nuovi orientamenti determinatisi in seguito all'introduzione e alla diffusione della modern dance americana. Gli anni Sessanta e Settanta furono caratterizzati da un crescente mescolarsi di dialetti coreografici. Accanto al divo e transfuga sovietico Rudolf Nureev, campione della tradizione di Leningrado (oggi San Pietroburgo), che in coppia con la Fonteyn suscitava deliri di passione nel pubblico dei ballettomani, nuove diverse esperienze si facevan strada: la modern dance conquistava nuovi proseliti, tradizioni coreografiche anche molto lontane, come quella indiana, stabilivano solide basi didattiche grazie a importanti personalità che eleggevano la capitale dell'ex Impero a propria residenza, aprendovi scuole e centri di studio, mentre l'effervescente clima culturale della Swinging London contagiava in parte anche il mondo della coreografia. Con la riorganizzazione, nel 1966, del Ballet Rambert, che abbandonato il grande repertorio fu rimodellato come agile ensemble di piccole dimensioni, autori come Norman Morrice, Cristopher Bruce o l'americano Glen Tetley trovarono un nuovo ed efficace ambito di espressione. Alla direzione del Royal Ballet, che dal 1963 era passata dalla de Valois ad Ashton, giunse nel 1970 MacMillan, che rinnovò il repertorio oltre che con il proprio personale contributo, anche invitando personalità prestigiose della scena internazionale quali Jerome Robbins o Hans van Manen. Accanto alle compagnie maggiori – il Royal Ballet, il Sadler's Wells Theatre Ballet, il London Festival Ballet e il Ballet Rambert – numerose altre compagnie minori sono nate in quei decenni. Gli anni Sessanta e Settanta hanno visto anche il moltiplicarsi delle iniziative nel campo sperimentale e della modern dance: accanto alla compagnia “maggiore”, il London Contemporary Dance Theatre, fondata nel 1963 dal magnate Robin Howard su modello, in origine, di quella americana di Martha Graham, nuovi piccoli gruppi e compagnie sono stati creati (l'Extemporary Dance Theatre, il Second Stride, il collettivo X6, il gruppo Mantis, e molti altri, tutti segnati da un'esistenza tanto vitale quanto precaria), nuovi festival sono stati interamente dedicati alla cosiddetta new dance, primo fra tutti il Dance Umbrella ideato nel 1979 da Val Bourne. Anche nuove riviste si sono affiancate alle antiche e tradizionali testate specializzate come Dancing Times (fondata nel 1894) e Dance and Dancers (fondata nel 1950). Fra queste, New Dance, un periodico dedicato alla sperimentazione, pubblicato dal 1977 al 1988, prima a Londra poi a Leeds, da un collettivo formato prevalentemente di giovani danzatori e interpreti (fra i quali Fergus Early, figura chiave anche nella creazione del Chishenale Dance Space, un grande spazio alternativo lontano dal centro della città e piattaforma privilegiata della danza più sperimentale), il Dance Theatre Journal, edito dal Laban Centre, e Dance Research, rivista che a partire dal 1983 raccoglie i materiali curati dalla Society for Dance Research. Nuovi coreografi si sono affermati, sia sul versante “moderno” sia su quello di matrice classica: fra questi Siobhan Davies, Robert North, e più recentemente Michael Clark, Laurie Booth, Richard Alston, David Bintley. Gli anni Ottanta hanno assistito anche all'irrompere sulla scena culturale britannica di una grande varietà di tradizioni di diversa origine etnica (indiana, giamaicana, africana ecc.) oltre che al consolidarsi e al riaffermarsi di diversità culturali specificamente britanniche. Sono nate così compagnie come Adzido, complesso panafricano che si rifà alle tradizioni delle danze del continente nero, o gruppi come quello guidato da Shobana Jesaysingh, danzatrice e coreografa di origine indiana che attinge alla propria specifica tradizione per creare una sua forma originale di danza contemporanea. D'altro canto le grandi compagnie di balletto e le nuove formazioni “regionali” di radice sia “moderna” sia classica, favorite negli anni Ottanta dai nuovi atteggiamenti di apertura e decentramento promossi dall'Arts Council (l'organismo governativo che sovrintende alla distribuzione delle sovvenzioni pubbliche), dopo decenni di espansione creativa e finanziaria del settore hanno visto da un lato diminuire le proprie risorse in coincidenza con l'aggravarsi della crisi economica che ha colpito il Paese, e dall'altro hanno fatto esperienza di una prima seria crisi creativa e di talenti. Perfino il Royal Ballet alla cui direzione, dopo MacMillan, si sono succeduti Norman Morrice (1977-86) e dal 1986 Anthony Dowell, ha dovuto puntare su numerose “stelle” ospiti: dalle italiane Alessandra Ferri e Viviana Durante (entrambe, però, formatesi a Londra) agli ex sovietici Irek Mukamedov e Altinaj Assilmuratova, alla francese Sylvie Guilleme. D'altro canto gli studi a livello teorico hanno avuto in questi anni grande impulso tanto che oggi, accanto all'istituzione labaniana, trasferitasi a Londra nel 1972 e divenuta il Laban Centre for Movement and Dance, sono almeno altre due le istituzioni universitarie autorizzate a rilasciare regolari diplomi di laurea e dottorati di ricerca nelle materie coreutiche: l'Università del Surrey e il Middlesex Polytechnic. Altra istituzione britannica di prestigio nel campo coreutico è la Royal Academy of Dancing (R.A.D.), un organismo che sovrintende alla corretta istruzione professionale in campo ballettistico, attraverso un sistema di controlli periodici ed esami diffuso oltre che in tutto il Paese, anche in diverse parti del mondo, Italia compresa.
CINEMA: DAI PIONIERI AL MOVIMENTO DOCUMENTARISTICO
Ai contributi dell'inventore W. Friese-Greene corrisposero, nel decennio 1896-1906, quelli dei pionieri R. W. Paul, C. M. Hepworth, J. Williamson e G. A. Smith, i due ultimi ex fotografi di spiaggia a Brighton, dove attrezzarono primordiali studios a vetri. pubbliche), dopo decenni di espansione creativa e finanziaria del settore hanno visto da un lato diminuire le proprie risorse in coincidenza con l'aggravarsi della crisi economica che ha colpito il Paese, e dall'altro hanno fatto esperienza di una prima seria crisi creativa e di talenti. Perfino il Royal Ballet alla cui direzione, dopo MacMillan, si sono succeduti Norman Morrice (1977-86) e dal 1986 Anthony Dowell, ha dovuto puntare su numerose “stelle” ospiti: dalle italiane Alessandra Ferri e Viviana Durante (entrambe, però, formatesi a Londra) agli ex sovietici Irek Mukamedov e Altinaj Assilmuratova, alla francese Sylvie Guilleme. D'altro canto gli studi a livello teorico hanno avuto in questi anni grande impulso tanto che oggi, accanto all'istituzione labaniana, trasferitasi a Londra nel 1972 e divenuta il Laban Centre for Movement and Dance, sono almeno altre due le istituzioni universitarie autorizzate a rilasciare regolari diplomi di laurea e dottorati di ricerca nelle materie coreutiche: l'Università del Surrey e il Middlesex Polythecnic. Altra istituzione britannica di prestigio, nel campo coreutico è la Royal Academy of Dancing (R.A.D.) un organismo che sovrintende alla corretta istruzione professionale in campo ballettistico, attraverso un sistema di controlli periodici ed esami diffuso oltre che in tutto il Paese, anche in diverse parti del mondo, Italia compresa.
La cosiddetta “scuola di Brighton” precorse, su piano artigianale e familiare, tecniche, sintassi e generi della futura industria del cinema. Dal 1908 al 1914 venne edificata la rete dei cinematografi e anche questo fu un primato britannico rispetto ad altre nazioni, vanificato però dalla I guerra mondiale perché dal 1916 in avanti gli schermi furono appannaggio di Hollywood. La produzione si avvaleva di attori teatrali per riduzioni da Dickens e Shakespeare, però senza contrastare il passo alle pellicole straniere, più movimentate e moderne. La voga del teatro e del romanzo continuò anche nel dopoguerra e negli anni Venti, sebbene alcuni registi come M. Elvey, V. Saville, A. Brunel, o registi-attori come H. Edwards, G. Newall, W. Forde, o registi-produttori come H. Wilcox, che predilesse le rievocazioni in costume, si dimostrassero sensibili all'evoluzione della tecnica e cercassero di assecondare i mutati gusti del pubblico. In seguito ai fallimenti e alle crisi verificatisi nel 1924, quando i film americani monopolizzavano quasi tutti i programmi, fu varata, nel 1927, una legge protezionistica e, per quanto minima, essa bastò a ridare slancio alla produzione nazionale (da 23 film nel 1925 a 128 nel 1929). Il merito della riscossa si dovette anche a un direttore di produzione come M. Balcon, a nuove personalità di registi come A. Hitchcock (The Lodger, 1926) e A. Asquith, all'influsso (specie nell'illuminazione e nel montaggio) di cineasti tedeschi operanti in G. come Dupont. L'avvento del sonoro non bloccò la rinascita e fu anzi assorbito con disinvoltura (Blackmail, 1929, di Hitchcock; Tell England, 1931, di Asquith). Mentre Balcon mirava a creare una scuola tipicamente inglese, che accoglieva il thriller di Hitchcock (L'uomo che sapeva troppo, 1934; Il club dei 39, 1935), un altro produttore, l'ungherese A. Korda, tentò la carta cosmopolita, dirigendo egli stesso Le sei mogli di Enrico VIII (1933) con Ch. Laughton e ottenendo un successo internazionale che gli permise di assoldare attori e registi stranieri (D. Fairbanks, P. Robeson, M. Dietrich tra i primi, R. Clair, R. J. Flaherty, J. Feyder tra i secondi). Si aggiungano i film della coppia tedesca P. Czinner-E. Bergner e la riuscita del Pigmalione (1938) da Shaw affidata al produttore G. Pascal, al regista Asquith e all'attore L. Howard. Nondimeno gli anni Trenta furono positivamente caratterizzati soprattutto dal movimento documentaristico, promosso e capeggiato dallo scozzese J. Grierson, che, guadagnandosi l'appoggio di ministeri, sindacati e settori di capitalismo illuminato, allevò e fece crescere attorno a sé un cinema di descrizione sociale unita alla ricerca formale. Illustrarono il genere, oltre allo stesso Grierson che aveva dato l'avvio nel 1929 con Drifters, cineasti quali P. Rotha, A. Elton, S. Legg, E. Anstey, B. Wright e H. Watt (i due ultimi autori nel 1936 del pregevolissimo Night Mail); R. J. Flaherty, che dopo aver diretto con Grierson Industrial Britain (1932) realizzò L'uomo di Aran (1934) patrocinato anche da Balcon; A. Cavalcanti, che si sostituì al caposcuola trasferitosi in Canada (1939) nella guida del movimento e delle nuove leve. Una seconda ondata di documentari si ebbe infatti durante la guerra e accanto agli esperti Rotha e Watt emerse la personalità di H. Jennings (Fires Were Started, 1943; A Diary for Timothy, 1945). Contemporaneamente il miglior cinema britannico dimostrò di avere appreso l'insegnamento di quella scuola di realismo anche nel film di guerra a soggetto (Eroi del mare, 1942, di N. Coward e D. Lean; Volo senza ritorno, 1942, di M. Powell; La via della gloria, 1943, di C. Reed; San Demetrio London, 1943, di Ch. Frend; The Way to the Stars, 1945, di Asquith, che forse fu il capolavoro del regista e del genere). Un'altra corrente, non legata direttamente ai problemi posti dal conflitto, svelò tuttavia una ricerca notevole di qualità, a volte assai costosa (ma era sorto all'orizzonte un magnate delle sale, il produttore A. Rank). Vi appartennero film come Gaslight (1940) di Th. Dickinson, E le stelle stanno a guardare (1940) di Reed, Breve incontro (1945) di Lean, e soprattutto lo splendido Enrico V (1945) di L. Olivier. La tendenza proseguì anche nel dopoguerra, non solo con gli altri film shakespeariani di e con Olivier (Amleto, 1948; Riccardo III, 1955) o con quelli dickensiani di Lean (Grandi speranze, 1946; Oliver Twist, 1948); ma con gli spettacoli musicali della coppia M. Powell-E. Pressburger (tra cui Scarpette rosse, 1948), con i drammi psicologici (Addio Mr. Harris, 1951, di Asquith) o d'atmosfera (Il terzo uomo, 1949, di Reed), con la guerra stessa riveduta e giudicata a distanza (Mare crudele, 1953, di Frend). Tuttavia la notorietà all'estero del cinema britannico postbellico fu assicurata dalle commedie del più modesto Balcon, spesso interpretate dall'attore trasformista A. Guinness, sempre centrate su uno humour gustoso.
CINEMA: FREE CINEMA E IMPEGNO SOCIALE
Sangue blu di R. Hamer apparve nel 1949 il capostipite e il gioiello del genere, che si prolungò negli anni Cinquanta fino a quando non fu soppiantato dal Free Cinema, un movimento che aveva tensioni ideali ben più forti. I suoi maggiori esponenti – L. Anderson, K. Reisz, T. Richardson – dominarono gli anni Sessanta col prestigio delle singole personalità; si possono aggiungere ai registi citati J. Clayton, J. Schlesinger, R. Lester, più tardi P. Watkins, K. Russell e K. Loach. Molti stranieri furono ospiti in quel decennio (da Antonioni a Kubrick, dai polacchi Polanski e Skolimowski al canadese G. Dunning); e il fatto che probabilmente il cineasta più “inglese” risultasse l'americano J. Losey (Il servo, 1963; L'incidente, 1967) suonò come un paradosso esemplare. Il 1971 sembrò un anno promettente con Messaggero d'amore di Losey vincitore a Cannes, L'altra faccia dell'amore e I diavoli di Russell, Family Life di Loach, Arancia meccanica di Kubrick; anche il film d'animazione proseguiva la sua buona stagione. Nel 1973 il cinema britannico rivinse a Cannes con Un uomo da affittare di A. Bridges; eppure la crisi galoppava. Dopo aver girato Una romantica donna inglese (1975), Losey passò a lavorare in Francia; nel 1975 uscirono tuttavia Tommy e Lisztomania di Russell, Barry Lindon di Kubrick, ma il successo commerciale di Assassinio sull'Orient Express (1974) non riusciva a mascherare il crollo generale degli incassi. Reisz, Clayton, Schlesinger, lo stesso Russell emigrarono negli U.S.A.; i talenti nazionali, come Loach, furono costretti ad attività televisive o produzioni indipendenti e marginali (Winstanley, 1975, di Brownlow e Mollo; Il funzionario nudo, 1976, di J. Gold; ecc.). D'altro canto R. Scott, premio della regia a Cannes per I duellanti (1977), si apriva la strada in America. Tuttavia il cinema britannico è decisamente rifiorito con gli anni Ottanta. Accanto alle brillanti realizzazioni degli anziani: Reisz (La donna del tenente francese), Loach (Looks and Smiles), Anderson (Britannia Hospital), si avevano lo straordinario successo de I misteri del giardino di Compton House (1982), del raffinatissimo Peter Greenaway, e i due trionfi consecutivi ai premi Oscar con Momenti di gloria di Hugh Hudson nel 1982 e col Gandhi di Richard Attenborough nel 1983, oppure i due Orsi d'oro al festival di Berlino conquistati da Ascendancy di Edward Bennett nel 1983 e da Wetherby di David Hare nel 1985. Si aggiungano i molti fermenti nel cinema “regionale”: scozzese, gallese o irlandese. Ambientate in Scozia sono le commedie di Bill Forsyth Gregory's Girl (1981), Local Hero (1983), Comfort and Joy (1984) nonché Another Time, Another Place (1983), il primo film di Michael Radford, poi regista di Orwell 1984. Così la questione irlandese è venuta alla ribalta nel già citato Ascendancy, ambientato a Belfast nel 1920. Va segnalato anche il ritorno – e il successo – dell'anziano D. Lean con Passaggio in India (1984); lo stesso Losey era “rimpatriato” a Londra prima di morire (1984), lasciando Steaming quale opera postuma. A emergere, nei secondi anni Ottanta, sono le personalità di due cineasti di forte impegno, il già ricordato P. Greenaway (Giochi nell'acqua, 1988; Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante, 1989; The baby of Macon, 1993) e S. Frears, attivo già all'epoca del Free Cinema ma impostosi con My Beautiful Laundrette (1985) e Prick-Up, l'importanza di essere Joe (1986), prima di trasferirsi negli Stati Uniti (dove ha diretto Accidental hero, 1993) come del resto molti altri suoi colleghi conterranei (Bill Forsyth, Pat O'Connor). Di assoluto rilievo, inoltre, il rigore di K. Loach che con Riff Raff (1990), Piovono pietre (1993) e My name is Joe (1998) ripropone temi come la rabbia operaia, in tempi decisamente poco sensibili alla polemica classista, la lotta antifranchista in Terra e libertà (1995) e la guerra in America Latina in La canzone di Carla (1996). Il cinema britannico è stato tra i pochi in Europa a non rinunciare ai legami tra problemi sociali e tensione spettacolare, tanto che continua a privilegiare storie di ambientazione proletaria o marginale con i registi: M. Leigh (Nacked, 1994; Segreti e bugie, vincitore di Cannes, 1996; Ragazze, 1997), M. Winterbottom (Butterfly Kiss, 1994; Go Now, 1996), D. Boyle (Trainspotting, 1996; Una vita esagerata, 1997), P. Cattaneo (Full Monty, 1997). Sempre solida, comunque, resta la tradizione del cinema in costume, con le versioni shakespeariane attualizzate di K. Branagh (Hamlet, 1997, Celebrity, 1998) o di R. Loncraine (Riccardo III, 1995), e la tradizionale cura dei particolari applicata da A. Minghella, vincitore nel 1997 di 9 Oscar con il suo Il paziente inglese, cui ha fatto seguito Il talento di Mr. Ripley.
FOLCLORE
La G. è forse il Paese che più di ogni altro conserva antiche tradizioni, pur accogliendone sempre di nuove. L'inglese, la cui libertà è tutelata da un'antica democrazia parlamentare tutelata, a sua volta, dalla monarchia, si reputa libero neppure osando pensare che gli possa essere negata la libertà di stampa e di parola. Il corner dell'Hyde Park di Londra è famoso per i tanti oratori che prendono la parola a loro piacimento a riprova di quella libertà di opinione che è il punto fermo della vita associata inglese. Il cittadino inglese è abituato a far le code in qualsiasi circostanza perché ciò significa rispetto delle precedenze. Ama gli animali, perché ne rispetta il diritto alla vita, e tiene in sospetto coloro che non li amano. Punto fermo del costume britannico è il senso della “decenza”. Non è “decente” alzare la voce, poiché ciò è causa di disturbo; non è “decente” spingere per salire su una vettura pubblica; non è “decente” imporre le proprie idee, poiché ciascuno ha il diritto di reputarsi nel giusto al pari di ogni altro. Non è “decente”, il mancato rispetto del riposo settimanale. Secondo il concetto puritano, non è decente neppure frequentare i pubs, ed è almeno opportuno escluderne i ragazzi. I pubs (public houses) sono locali dove si va a bere un boccale di birra o un bicchierino di whisky. Soho è il quartiere londinese dove questi locali godono di maggiore libertà. Qui viene celebrata la “settimana di Soho” con inizio austero e conclusione di tipo carnevalesco, a ribadire la fama di questo famoso quartiere della bohème. I pubs si sono ormai gradualmente evoluti verso la concezione europea del ritrovo meno legato da norme restrittive. Domina come luogo di ritrovo più controllato, più tradizionale, il club. Fatto puramente aristocratico, esso è il ritrovo adottato dai gentlemen per trascorrervi il tempo libero in modo congeniale alle proprie concezioni. La vita sociale ed economica inglese è regolata da usi antichissimi. La city è il cuore di questa tradizione. A Londra la city è il punto di passaggio di tutta l'economia del Regno Unito. Attivissima di giorno, la city muore di notte, spopolata di tutti i suoi funzionari, che hanno altrove le loro abitazioni. La city è deserta di notte come tutte le grandi città lo sono dal sabato pomeriggio alla domenica sera in omaggio al week-end. L'inglese è un viaggiatore: in roulotte, in auto, in bicicletta, a piedi, lascia la città per la campagna o per il mare; o si dedica allo sport (calcio, rugby, tennis, vela, pesca, cricket, il gioco nazionale, che si svolge in lunghe partite, a volte della durata di tre giorni) e alle regate. Famosissima fra tutte la Henley Royal Regatta dello Oxfordshire, cui partecipano anche i vincitori della Head of the River disputata a Cambridge fra le squadre dei diversi colleges. La caccia alla volpe, un tempo molto diffusa tra l'aristocrazia (mai sparando alla volpe), va diminuendo. L'austerità, intesa come controllo in ogni forma di divertimento, e la morigeratezza nei costumi sessuali oggi sono meno sentite. L'inglese è meno puritano e meno vittoriano, meno turbato dai possibili giudizi del prossimo ma pur sempre geloso custode della privacy. Egli ama tutto ciò che è inglese al di sopra di ogni altra cosa e partecipa a ogni festa o celebrazione della sua terra con convinzione. Ciò spiega il sopravvivere di tante feste antiche, come il May Day che nei villaggi del Regno Unito celebra il giorno della primavera. È una festa legata al culto degli alberi, che i celti consideravano divinità benefiche. La festa si conclude spesso nell'assalto all'albero della cuccagna e con l'elezione della reginetta di maggio. Altra festa antica rimasta in auge è il Mumming Play, specie di rappresentazione buffonesca, data per le strade durante il periodo natalizio, che ha radici agresti e vuol propiziare il favore per il prossimo raccolto. Feste comuni a molti Paesi europei sono quelle di San Giovanni e di Ognissanti, con grandi fuochi anch'essi purificatori e propiziatori, di antica origine celtica. Grandi falò vengono accesi il 5 novembre di ogni anno, in memoria del lontano 1605 in cui fallì la Congiura delle Polveri, volta a far saltare il Parlamento. Tradizioni particolari conserva il Galles, ospitalissima regione, dove molto diffuso è il canto popolare, celebrato in festival di cui il più famoso è il Royal National Eisteddfod. I gallesi indossano allora i costumi tradizionali, organizzano mostre artigianali e si esibiscono in competizioni di poesia popolare. A Llangollen si celebra anche un famoso Eisteddfod internazionale. La Scozia è un'altra terra ricca di tradizioni antiche. Sopravvivono qui, più che altrove, leggende di fantasmi (il castello di Glamis è il centro di queste antiche storie, e non a caso si ricorda che Macbeth ne era il signore). Il meraviglioso e il terrifico fanno parte del gusto e della tradizione scozzese, che ha mitizzato il mostro di Loch Ness, le cui periodiche riapparizioni sono ormai evocate da tutta la stampa continentale. La Scozia è la terra dei clans, che nascono con i Celti e si determinano nel sec. XII sotto il re Malcolm Canmore. Delle tradizioni dei clans, piccoli feudi con un capo sovrano e una vita comunitaria, ne sono rimaste due fondamentali: l'uso del tartan e il culto della cornamusa. Con tartan si indica il tessuto scozzese dal caratteristico disegno, a sua volta assortimento indicativo dei clans di appartenenza. La forma più antica del tartan o belted plaid è quella di un ampio mantello indossato a formare sia il classico gonnellino (kilt) sia il plaid, mantello vero e proprio portato sulle spalle ripiegato. Nel costume tradizionale scozzese è oggi rimasto il kilt che, poiché non ha tasche, viene completato dallo sporran, una borsa agganciata alla cintura. Sul kilt si indossa abitualmente una giacca di tweed, con bottoni di corno. Il copricapo è una specie di basco e le calze sono di lana con giarrettiere e nastri in tessuto scozzese. La cornamusa è il secondo punto fermo della tradizione scozzese. Ogni clan si distingueva, oltre che per i colori del tartan, anche per le proprie melodie. Il piper era ed è l'uomo incaricato di suonare in tutte le circostanze importanti (nascite, morti, battaglie). I reggimenti scozzesi hanno ancora il loro piper e la banda di cornamuse. Famosa la cerimonia dell'Edinburgh Tattoo, in cui all'apertura del festival musicale di Edimburgo, nella tarda estate, tutte le bande dei reggimenti scozzesi e di cornamuse dei Paesi del Commonwealth danno spettacolo nella spianata davanti al castello. Altro famosissimo festival scozzese è quello costituito dagli Highland Games, celebrato in settembre a Braemar, presso Balmoral. Danze, giochi atletici, taglio di alberi, poi sollevati in gare di forza, si svolgono tra l'allegria generale e l'accompagnamento delle cornamuse. Una breve nota, infine, merita la cucina inglese, che prevede abbondanti colazioni mattutine (breakfast) con uova, bacon, tè e salsicce; piatti di carne fredda a mezzogiorno (lunch); tè con dolci alle 17 o al ritorno dal lavoro del capofamiglia (18 o 18,30). Il dinner è il pasto serale, spesso sostituito dal tè del tardo pomeriggio. Alcune specialità della gastronomia britannica sono il pudding (budino) e gli stufati di montone. La bevanda nazionale è la birra, in genere scura e acidula, bevuta a temperatura ambiente. Tra i liquori, la supremazia assoluta spetta ai whisky.

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