l'oratoria nell'antica grecia

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Testo

L’ORATORIA
Genere letterario che nasce nella Magna Grecia, in Sicilia nel IV sec. a.C.
I due grandi padri e fondatori dell’oratoria sono: Corace e Tisia.
La parola nella civiltà greca aveva avuto da sempre un’importanza rilevante; il saper parlare bene costituiva, infatti,un elemento essenziale e determinante per l’affermazione dell’individuo. Era inoltre la struttura stessa della polis che imponeva un esercizio costante della parola ai propri membri, in quanto saper parlare bene in pubblico costituiva la prima competenza di base per partecipare attivamente alla vita politica. Le occasioni in cui questa abilità risultava fondamentale erano quelle legate alla vita politica quotidiana e quelle connesse all’esercizio della giustizia.
Il contesto in cui si svolge l’attività dell’oratoria è quello:
- giudiziario, in cui durante il processo è il cittadino stesso ad indicare il reato e a gestire l’accusa. Tuttavia, data la necessaria conoscenza delle norme giuridiche e del codice civile e penale che non era alla portata di tutti, e dato che la legge greca obbligava chi era chiamato in giudizio o chi voleva citare qualcuno in giudizio, a difendersi o ad accusare, nacque e si diffuse la figura del logografo, uno specialista che prestava la propria competenza legale e la propria abilità oratoria per comporre requisitorie o discorsi in difesa che poi il committente imparava a memoria e recitava in tribunale. La persuasività del discorso dipende in larga parte dall’aderenza alla personalità del locutore.
Il logografo offre una consulenza legale, un insegnamento dei procedimenti elementari retorici, la preparazione e la stesura del discorso.
Abbiamo diversi tipi di tribunali:
il fratto era destinato a coloro che venivano accusati di omicidio una seconda volta,
il delfinio per l’omicidio avvenuto per difesa,
l’areopago per l’omicidio volontario,
il palladio per l’omicidio involontario.
In un tribunale ambo le parti, sia chi accusa sia chi si difende, hanno a disposizione la stessa quantità di tempo per esporre il proprio discorso.
Discorso che era costituito da 4 parti: l’esordio (prooìmiov, exordium) in cui l’imputato cercava di ottenere la benevolenza dei giudici e anticipava le linee generali della propria difesa, la narrazione (diègesis, narratio) degli eventi che vedevano protagonista l’imputato, la dimostrazione (pìstis, demostratio) e la perorazione conclusiva (epìlogos, peroratio) ai giudici. Argomento inoltre della propria difesa è la propria moralità e la moralità delle persone che si frequentano.
L’esponente più celebre e noto in questo ambito è LISIA. 445/380 a.C.
VITA: Nasce intorno alla metà del V secolo, figlio di Cefalo, originario della Sicilia e proprietario di una fabbrica di armi. Il padre fu invitato da Pericle a trasferirsi ad Atene, godeva quindi di grande prestigio anche se era un meteco, cioè non era cittadino di Atene.
I 30 Tiranni, poiché le casse dello stato erano quasi vuote, decisero di accusare dieci meteci di aver cospirato contro lo stato, reato che prevedeva l’esilio o la morte e la confisca dei beni, in modo tale da riuscire ad incamerare una cospicua somma di denaro. Vennero accusati infatti 8 meteci ricchi e 2 poveri, tra cui anche Lisia e suo fratello. Polemarco venne fatto uccidere con la cicuta senza processo, Lisia, invece, riuscì ad aver salva la vita perdendo però tutto il suo patrimonio. Fu allora che si dedicò all’attività di logografo.
OPERE: Di Lisia ci è pervenuto un corpus di 34 orazioni quasi tutto di argomento giudiziario, in cui si nota la sua straordinaria capacità di entrare nel personaggio per cui scrive così da scrivere un’orazione estremamente convincente. Egli riesce a cucire perfettamente l’orazione sulla persone per cui scrive (ethopoiìa). Estrema è anche la chiarezza e l’attenzione nei suoi discorsi,vivacissima la ricostruzione dei fatti, limpido il suo stile.
La più famosa è “per l’uccisione di Eratostene” un discorso di difesa per l’accusa di omicidio,
da ricordare anche “per l’invalido” che si occupa della truffa ai danni dello stato e in cui compare la legge, molto utilizzata in Grecia, dello scambio dei beni, antidosis. (Secondo questa legge il cittadino1 che sarebbe stato indicato dal cittadino2 come più idoneo a pagare la liturgia imposta dallo stato, avrebbe potuto, nel caso in cui lo avesse ritenuto opportuno, richiedere lo scambio dei beni.)
importante anche “contro Eratostene”, un discorso di accusa contro uno degli oligarchi che costituirono il collegio dei 30 Tiranni.
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- politico, in cui nelle assemblee l’uomo politico utilizza la parola per convincere, incidere e persuadere.
Il discorso giudiziario deve avere una potenza dimostrativa durevole ed è essenzialmente una concatenazione di ragionamenti. Il linguaggio è semplice e il lessico piuttosto povero. Il tono non è mai direttamente aggressivo, tende più ad una polemica.
DEMOSTENE 384/
VITA: nasce nel 384 ad Atene da una famiglia ricca, il padre infatti possedeva due fabbriche, una di armi e una di mobili. Tuttavia resta presto orfano e viene affidato a dei tutori che gli dilapidano il patrimonio.
Si dedica alla attività di logografo ottenendo molto successo. Successivamente si occupa della politica e i suoi discorsi riscontrano molto succeso.
OPERE: Il suo debutto sulla scena politica avviene con il discorso “sulle simmorie”, avevano questo nome i raggruppamenti di cittadini benestanti che dovevano provvedere alla costruzione e all’equipaggiamento della flotta da guerra.
Ma viene ricordato soprattutto per le “filippiche”: accortosi del pericolo che correva Atene, quello costituito da Filippo, cerca di risvegliare nei suoi concittadini un atteggiamento di ribellione. Accusa gli ateniesi di essere diventati oziosi, incapaci di organizzare una difesa adeguata, di essere indecisi. Invita gli ateniesi a fare ciò che è necessario “siete in difficoltà perché volete essere in difficoltà”. In questa opera si trova una mescolanza di rimproveri ed elogi rivolti ai suoi concittadini. Con una buona dose di sarcasmo tenta di stimolare gli ateniesi a reagire.
Scriverà poi (dopo la pace firmata tra Atene e Filippo) un’orazione per la pace, in cui ricorda agli ateniesi che la pace non è nient’altro che un periodo di tregua, dopo il quale la guerra riprenderà violenta come prima.
Estremamente incalzante ed energico è il tono con cui scrive l’ “Olintiaca”, con l’intento di convincere i concittadini ad abbandonare l’ozio e ad andare a difendere la propria patria.
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- dimostrativo, che è caratterizzato da discorsi celebrativi o commemorativi di vario argomento.
Andò poi delineandosi la figura del retore, che mette la propria capacità professionale al servizio di un preciso programma politico contribuendo a determinare le vicende politiche di Atene.
Il retore ha uno spazio privilegiato nelle grandi cerimonie panelleniche, quali le Olimpiadi, in simili occasioni egli celebra i grandi ideali della tradizione patria assumendo, all’interno della polis, un ruolo trainante.
ISOCRATE fu uno di quei famosissimi maestri dell’eloquenza. 436/338 a.C.
VITA: era un cittadino ateniese di famiglia agiata, che mandato in rovina dalla guerra del Peloponneso fu costretto a dedicarsi all’attività di logografo.
Nel 390 a.C. aprirà una scuola di retorica a Chio, ritenendosi poco adatto a praticare il lavoro di retore a causa del suo timbro di voce poco incisivo e della sua incapacità di parlare davanti ad un pubblico. Egli vuole inseguare i procedimenti utili per comporre e preparare discorsi che permettono all’uomo di progredire nelle capacità oratorie, perché la vera arte oratoria è capacità espressiva. Lo scopo con cui apre la scuola è quello di preparare adeguatamente chi si dedicherà alla polis e si propone di insegnare a persone dotate di talento.
“colui che non ha predisposizioni naturali non diventerà mai un ottimo oratore, al contrario chi ha talento anche senza la scuola otterrà buoni risultati”.
OPERE: In seguito all’obbligo di pagare una liturgia (che era stata assegnata ad un altro cittadino che però lo aveva indicato come più ricco e quindi più idoneo a sostenere tale spesa) scrive l’Antidosis.
Ultima sua opera è il Panatenaico, dove tesse un inno di lode alla propria patria e tenta di mettere all’erta gli ateniesi sull’arrivo di Filippo che era ormai prossimo.
Isocrate (padre di tutto il panellenismo del quarto secolo) individua nel Barbaro il nemico naturale del Greco. E’ convinto che i Greci costituiscano una civiltà nettamente superiore alle altre popolazioni e che perciò non devono combattere tra di loro ma contro i barbari. Isocrate va cercando l’egemone dei Greci, che avrà il compito di comandare e di guidare la popolazione verso una maggiore prosperità. La sfiducia sopravvenutagli nella democrazia ateniese lo portava a guardare più a uomini singoli che alle città.
Pag.685, 661.
STORIE DI CORNA
Nell’Atene del V sec. A.C. le donne erano molto controllate dai loro padri, fratelli o mariti. Le stanze a loro riservate erano nella parte più remota o al piano superiore dell’abitazone. Le uniche occasioni in cui era concesso loro di uscire era in corrispondenza delle festività pubbliche e delle cerimonie sacre.
In Atene chi aveva a che fare con la giustizia doveva perorare personalmente la propria causa. Spesso era compito del logografo stilare il testo adatto a persuadere una giuria o a commuoverla nella giusta direzione.
Rientravano tra gli omicidi giustificabili:
- l’uccisione di un adultero o di un ladro scoperti entro le proprie mura a commettere il reato,
- l’uccisione di un commilitone in guerra o di qualcuno nei giochi atletici per errore.
Il reato di sangue rientrava nell’ambito religioso in quanto rendeva impuro chi lo aveva commesso.
La corte era costituita da 600 membri dell’Eliea, un corpo di 6mila cittadini sorteggiati ogni anno per fungere da giurie e assegnati, sempre per sorteggio, a tribunali diversi.
I giurati dovevano solo esprimersi sulla colpevolezza con un si o con un no e non potevano dialogare tra loro onde evitare che si influenzassero.
La citazione delle leggi era necessaria (e faceva carico a chi aveva interesse a evocarla) perché si non presupponeva che i giudici, dei cittadini qualunque, la conoscessero; d’altra parte non avevano l’obbligo di conoscerla.
La legge attica che consentiva l’uccisione dell’adultero, non prevedeva la pena di morte anche per la donna. Ma essa veniva comunque cacciata di casa: un marito indulgente che avesse continuato a vivere con la moglie traditrice perdeva i diritti civili. L’adultero è delineato come qualcuno che viola i legami sacri con mezzi bassi.
L’orazione “in difesa di Eufileto” è attribuita a Lisia.
Il processo si svolse davanti al Delfinio, situato vicino al tempio di Zeus Olimpo, dove erano demandati i casi di omicidio, nei quali l’imputato negava la sua colpa, ma dichiarava di aver agito nell’abito della legge.
Eratostene viene ucciso da Eufileto perché scoperto con la moglie in casa sua.
Eufileto in apertura del discorso dà la propria versione della storia: la prima parte del discorso apologetico è costituita dunque da una narrazione capace di far breccia nell’animo della giuria. La forza dell’oratore poggia interamente sul ritratto di un ingenuo, di un innocente vittima di trame più forti di lui.
La narrazione è ritmata velocemente, priva di divagazioni inutili. Contiene già in sé gli elementi di persuasione e di dissuasione. L’adulterio viene dipinto come uno dei reati più gravi in quanto si fonda sulla seduzione e quindi sull’inganno e dunque corrompe la persona che ne è vittima.
Non conosciamo l’esito del processo. Da notare che tra i testimoni chiamati al processo non compare la schiava che sarebbe dovuta essere al corrente di tutto.
FURIE D’AMORE
Lisia sa dipanare abilmente le varie storie in cui sono implicati i suoi clienti e tratteggia con intelligenza i vari personaggi in gioco nelle sue orazioni.
Il tribunale dove viene dibattuta la causa (il cliente e Simone sono innamorati dello stessa ragazzo:Teodoto. E se lo contengo a tal punto che scatta da parte di Simone l’accusa di omicidio.) era l’Areopago, “il più scrupoloso tribunale di Atene”. Esso era composto di ex-arconti. Si occupava di omicidio volontario, di tentato omicidio, di incendi dolosi, di veneficio. Il numero degli Areopaghi non superava di molto le 200 persone. Queste restavano in carica tutta la vita, arricchendo di continuo la loro esperienza giuridica.
In Atene non esisteva una gerarchia di ruoli: il compito di istruire le cause e di prepararle per l’udienza spettava per lo più ai grandi magistrati (agli arconti e agli Undici).
All’arconte re: i processi di sangue o di carattere sacrale,
all’arconte eponimo: di proprietà e famiglia,
all’arconte polemarco: i conflitti che coinvolgevano meteci o stranieri,
agli arconti tesmoteti: le cause riguardanti l’interesse e le compagnie dello stato, l’ordinamento giuridico, le controversie tra ateniesi e stranieri.
Agli Undici: i processi contro gli individui da essi arrestati in flagranza di delitto.
LO SCORPIONE
IN Atene esisteva una sola prigione, posta nelle adiacenze del mercato. Non era un edificio di massima sicurezza e quindi, per prudenza, erano utilizzati catene e ceppi per i detenuti. Gli incaricati della sorveglianza e del trattamento degli ospiti erano gli Undici, cioè ufficiali di polizia: essi si occupavano anche del sequestro dei beni dei debitori dello stato e le esecuzioni dei condannati a morte. Atene insomma ovviava il rischio che il debitore insolvente verso lo stato si sottraesse ai suoi obblighi e che il criminale si sottraesse al giusto castigo. I reati si punivano con multe, confisca dei beni, perdita dei diritti civili, esilio, raramente con la reclusione.
Nei processi ad Atene ci si poteva avvalere di uno (o più) “litisconsorte” (synegoros) che pronunciava poche parole introduttive o l’epilogo o l’intervento in seconda istanza con chiarimenti e precisazioni.
RICATTI SESSUALI
Le etere, in tutta la Grecia, si prestavano gentilmente ad accontentare i loro clienti casuali e disposti a spendere: ma potevano anche venir comprate per un certo periodo o definitivamente da una o più persone: in questo secondo caso si patteggiavano le diverse, possibili durate della convivenza.
Le etere avevano una certa classe, cultura e magari talento artistico: sapevano intrattenere gli uomini e talvolta suscitavano fiere passioni.
Accanto alle “compagne” di lusso vanno ricordate le prostitute comuni (pornai). Le case del piacere in cui alloggiavano erano sottoposte a una tassa speciale (pornikon) e ogni anno un esattore passava a riscuotere il denaro per lo stato. Agenti di polizia (gli astynomi) vigilavano sulla congruità dei prezzi.
La donna ad Atene non ha capacità giuridica: si sposa senza che sia necessario il suo consenso, non può fare testamento, provvedere alle elargizioni, amministrare i beni che le spettano, comparire in tribunale come testimone. Il cittadino ha la potestà su di lei (kyrios), agisce in tribunale per conto suo, ossia parla per lei.
CHI SONO IO?
In Atene, città libera in cui tutti potevano aspirare a tutte le cariche pubbliche, esisteva uno strumento di controllo, che va sotto il nome di docimasia. La docimasia era una sorta di indagine volta ad accertare se una persona possedesse i requisiti legali e morali necessari per venir registrata tra i cittadini, tra i cavalieri, tra gli invalidi, tra i magistrati o gli oratori con diritto alla parola in assemblea. Si trattava di un esame di legittimità. L’accertamento spettava al Consiglio (boulè) per la carica di buleuta o di arconte: negli altri casi era un tribunale a decidere.
L’esame per gli arconti procedeva nel seguente modo:
- si chiedevano al candidato notizie sulla famiglia e demo
- se partecipava ai culti di Apollo, di Zeus
- se aveva tombe e dove
- se prestava la debita assistenza ai genitori
- se pagava le contribuzioni
- se aveva adempiuto agli obblighi militari.
Chiunque poteva intervenire e produrre documenti di accusa: essi venivano discussi e al candidato toccava replicare.
Il controllo degli oratori concerneva l’esclusione dalla tribuna pubblica di chi ne era indegno o per turpitudini sessuali o per mancato pagamento di ammende o per maltrattamento dei genitori o per dissipazione del patrimonio.
Gli arconti dovevano essere esenti da difetti fisici. L’arconte re doveva avere una moglie vivente, per celebrare i riti agli dei. Uno stratego doveva avere figli legittimi e un possesso fondiario nel territorio dell’Attica.

Esempio