Euripide -Tragedia, le Troiane

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Testo

AUTORE
Secondo la leggenda Euripide sarebbe nato nel giorno della battaglia di Salamina, nel 480 a.C., ma probabilmente la nascita del tragediografo è da collocarsi nel 485/484, sebbene alcuni considerino dubbia anche questa data per il sincronismo con la prima vittoria tragica di Eschilo. Per quanto ci sia pervenuta una aaaaaaaaaaaaaaaanonima e la biografia del peripatetico Satiro, gli aneddoti e le dicerie formulate dai suoi avversari hanno contribuito all’incertezza generale riguardo alla sua vita; i suoi genitori, Mnesarco e Clito, agiati proprietari terrieri, furono fatti passare ad esempio per un bottegaio e un’ortolana ed anche la sua vita privata non fu risparmiata: stando alle voci maligne avrebbe sposato Melito e poi Cherine ma entrambi i matrimoni non furono felici. Ricevette un’ottima istruzione dedicandosi anche alla pittura. Ebbe a quanto pare rapporti con i sofisti e con Socrate e secondo la tradizione fu discepolo di Anassagora, Prodico e Protagora. Partecipò per la prima volta a un eeeeetragico nel 455 ma ottenne solo il coro. La sua prima vittoria risale, secondo il Marmor Parium, al 441 ed a questa se ne aggiunsero solamente tre, o quattro, se si accetta quella, tramandata da alcune fonti, riportata dal figlio, dopo la sua morte, con la rappresentazione dell’Ifigenia in Aulide, dell’Alcmeone a Corinto e delle Baccanti.
Dunque si percepisce una notevole ostilità del pubblico ateniese nei confronti di Euripide (anche se la Pepe afferma che ciò sia solo un pregiudizio, in quanto la stessa città di Atene non gli abbia mai negato un coro per rappresentare le sue opere), dovuta, pare, all’accusa di empietà mossagli da Cleone. Tuttavia il successo di Euripide fu grande in tutta la Magna Grecia, e soprattutto presso i Siciliani, come affermano Satiro e Plutarco. Nel 408, dopo aver fatto rappresentare l’Oreste ad Atene, si recò a Pella, in Macedonia, su invito del re Archelao, che amava avere alla sua corte alti ingegni del calibro del tragico Agatone e del ditirambografo Timoteo. Lì morì nel 406 in circostanze non chiare e avvolte dalla leggenda: secondo alcuni sarebbe stato sbranato da dei cani Molossi come punizione per la sua irreligiosità e empietà, delle quali si credeva di trovare numerose e palesi prove nelle sue tragedie.

OPERE.
Euripide è principalmente un tragediografo e delle sue tragedie ci rimangono: Alcesti (438), Medea (431), Ippolito (428), Eraclidi (427), Eracle, Andromaca, Ecuba (ca. 420), Supplici (ca. 421), Troiane (ca. 415), Elettra (413), Elena, Ione (412), Fenicie, Ifigenia Taurica, Oreste (408), Ifigenia in Aulide, Baccanti (rappresentate postume nel 405), Reso, della cui autenticità si dubita. Possediamo anche numerosi frammenti delle tragedie perdute e un dramma satiresco, il Ciclope. Inoltre è stato da molti attribuito ad Euripide un epinicio che celebrava la vittoria olimpica di Alcibiade e un carme sepolcrale per gli Ateniesi caduti in Sicilia.
LO STILE SPERIMENTALE.
Euripide, a differenza di Eschilo e di Sofocle, che amano ripetere gli schemi delle loro tragedie ed accogliere i miti senza modificarli, crea schemi sempre nuovi e rende l'azione sempre più complessa, rimaneggiando i miti, a volte con l'introduzione di elementi di sua invenzione. La drammaturgia euripidea segue un incessante proposito di sperimentazione e tende sempre più nel tempo a privilegiare gli intrecci complessi ed elaborati con ripetuti colpi di scena.
Sotto questo profilo egli anticipa la commedia di Menandro. Il dialogo ha una funzione basilare, perché rappresenta il confronto dialettico delle volontà umane, mentre secondario nell'azione e' il ruolo del coro, che ha una funzione prevalentemente lirica. Il poeta tende a sostituire ai cori i canti degli attori. Euripide adopera, soprattutto nelle sue ultime tragedie, due mezzi tecnici, che hanno il preciso scopo di ricondurre la tragedia al mito: il prologo ed il deus ex machina. I prologhi euripidei espongono agli spettatori le novità da lui introdotte nel mito. Il deus ex machina riconduce la tragedia al mito, ma l'intervento divino rimane estraneo all'opera ed è pertanto un elemento extra tragoediam. Gli dei continuano ad essere presenti, ma rappresentano la metafora delle istituzioni sociali che l'uomo si è dato, e come tali sono posti in discussione, essendo la ragione umana lo strumento più idoneo per correggere le disfunzioni sociali. Le innovazioni formali sono funzionali ad un nuovo modo di vedere la tragedia.
I prologhi espositivi, che spesso anticipano la conclusione della tragedia, distolgono l'attenzione del pubblico dall'evoluzione della vicenda per concentrarla sul dibattito delle idee. Abbondano i dibattiti argomentativi, che esemplificano come la vita sociale si realizzi nel confronto dialettico delle diverse volontà alla luce della ragione. Euripide va alla ricerca di una nuova chiave di interpretazione della realtà, che non ricorra al trascendente, ma che si avvalga della ragione.
Il pensiero e la poesia.
Euripide cercò di adeguare l'evento tragico all'evoluzione dei tempi, che ponevano nuove problematiche e sollecitavano nuove sperimentazioni formali, ma egli venne visto come eversore della tragedia piuttosto che come innovatore. Con l'espansione dello stato ateniese erano venuti in primo piano i problemi che riguardano i rapporti tra gli uomini, piuttosto che il rapporto tra l'uomo e la divinità, che era stato al centro delle opere di Eschilo e di Sofocle. La condizione della donna e degli stranieri, il ruolo dell'intellettuale nella società erano argomenti che monopolizzavano l'attenzione dell'opinione pubblica. L'analisi psicologica diviene, così l'elemento portante della tragedia, dove si scontrano il pessimismo derivante dalla coscienza della miseria umana, che l'uomo si costruisce con i suoi pregiudizi, e l'ottimismo derivante dalla fiducia nella ragione, che può smantellare i pregiudizi e costruire rapporti sociali migliori. Euripide si manifesta seguace dei sofisti per la sua tendenza a mettere tutto in discussione. Egli, però, non e' ateo, ma e' alla ricerca del divino. Vorrebbe credere in un dio buono e giusto, ma il male è dilagante nel mondo e il pensiero dell'esistenza della divinità non e' sufficiente ad esorcizzarlo.
Lo stile.
Il linguaggio usato da Euripide si allontana da un linguaggio elegante e ricercato dei suoi predecessori per approdare alla quotidianità, in cui l'uomo possa riconoscersi. Il suo argomentare e' nitido, coerente, rigoroso; il lessico e' tratto dall'uso quotidiano. E' frequente in Euripide la tendenza alle sentenze icastiche, che rappresentano un bagaglio di saggezza. Il trimetro giambico è da lui adoperato con sviluppi metrico-musicali vari e fantasiosi e grande lirismo hanno i cori, che rappresentano l'evasione dalla realtà dolorosa, il modo per sottrarsi con la poesia alla precarietà dell'esistenza.
TRAMA

La vicenda della tragedia euripidea "Le Troiane" si svolge appena dopo la presa della città di Troia da parte dei Greci. Alcuni documenti circa la rappresentazione scenografica dicono: "Sullo sfondo si sarebbe dovuto scorgere l'acropoli di Ilio, mentre sulla scena delle tende, destinate alle prigioniere".
Quivi all'esordio (prologo) si incontrano due divinità (Poseidone e Atena), aventi il ruolo di deus ex machina di tutto l'intreccio in quanto progettano verso gli empi Achei una seria ed esemplare punizione, da una parte a causa del loro inaccettabile comportamento verso gli dei propri loro e verso quelli a cui erano devoti i Troiani, dimostrato, ad esempio, dall'offesa fatta a Cassandra da parte di Aiace, dall'altra parte perché gli Achei avevano distrutto durante la presa la rocca di Ilio, a cui il dio era molto affezionato, avendola egli stesso costruita. I re achei, infatti, durante il proprio ritorno alle rispettive polis saranno vittime di inspiegabili fatti: ne sono esempi Odisseo, che sarà costretto a peregrinare per 10 anni nel Mar Mediterraneo prima di arrivare all'amata Itaca, come si può intuire dall'opra epica omerica dell'Odissea, o Agamennone che al rientro nella sua Micene sarà ucciso da Clitemnestra, come appunto si può ricavare dall' Orestea di Eschilo. Sulla stessa scena, alle porte della città, è presente anche Ecuba, moglie di Priamo ed ex regina di Troia che, secondo le sue parole, "ormai non è più".
Ella piange il suo povero destino che la vede passare dal suo elevatissimo rango di regina alla miserabile casta di schiava tirata in sorte tra gli Achei, dandone la colpa a Elena, la vera causa della guerra.
Sulla scena del primo episodio sono presenti inizialmente Ecuba e Taltibio, il quale svelerà all'ex regina di Ilio il destino che avranno come schiave lei stessa, che sarà la serva di Odisseo, e le sue figlie (Polissena sarà la guardia della tomba del Pelide Achille, essendo stata uccisa, e Cassandra, come si svelerà più tardi, la nuova compagna di Agamennone). Nel frattempo entra in scena Cassandra la quale annuncia il suo destino di futura concubina e causa di morte dell'Atride signore d'eroi, come appunto dimostrato nell'Orestea; dalle sue parole poi scaturiranno parole di biasimo verso i re Achei, colpevoli di lasciare al proprio triste destino le rispettive patrie che in questo decennio di guerra erano state oggetto di radicali rivoluzioni (ne è un esempio Itaca, che durante l'assenza di Odisseo, è stata vittima della dittatura dei Proci) e parole di lode verso i suoi conterranei, che, seppur essi siano stati vinti, sono stati valorosi eroi nel difendere la patria natia, il tutto accompagnato da una sottile vena polemica verso l'ingiustificabilità di combattere una guerra. Gli ultimi deliri della ragazza troiana sono circa il triste destino della madre. Usciti di scena sia Taltibio che Cassandra, Ecuba ritorna nello sconforto lanciando un lamento di dolore indirizzato verso gli dei.
Nel primo stasimo il coro narra circa la conquista di Ilio.
Nel secondo episodio entra in scena Andromaca con il figlio Astianatte. Le donne instaurano un breve dialogo a versi brevi riguardo la loro simile e disperata condizione di vedove un tempo importanti, fino a che Andromaca espone il proprio desiderio di morire come giusta soluzione dei propri dolori, ma quando Ecuba cerca di distoglierla da questo tremendo progetto, ecco avvicinarsi Taltibio che strappa dalle braccia della madre il povero bambino condannato dagli Achei (su consiglio di Odisseo) a morte a causa solo della propria stirpe regale, essendo figlio di Ettore e nipote del re Priamo. Questo terribile fatto è causa di estremo dolore per la madre Andromaca che conclude questo episodio con il proprio lamento.
Nel secondo stasimo il coro narra circa la situazione della regione frigia contemporanea alla vicenda narrata.
Nel terzo episodio entrano in scena Menelao ed Elena. Menelao afferma che non appena sua moglie Elena fosse ritornata in patria, egli le avrebbe assegnato un'adeguata punizione per tutte le sofferenze che egli stesso e più generalmente tutto il popolo acheo hanno sofferto durante questa lunga e deleteria guerra avvenuta a causa della donna. Ecuba, la quale ha tratto la propria rovina dal conflitto, è vivamente soddisfatta ritenendo la giustizia di Menelao simile e perciò derivante dalla ooo divina. Elena, che nel frattempo era giunta e aveva avuto occasione di scambiare qualche battuta con il suo sposo greco, riesce ad ottenere una possibilità di difendersi con le proprie parole, chiedendo la grazia
Da questo momento (verso 914) ha inizio l' DDDD tra Elena ed Ecuba. Elena non solo cerca di difendersi, ma riesce ad attaccare sia Ecuba, in quanto essa dovrebbe essere la vera causa della guerra perché madre del capo dei nemici (Paride), sia gli dei (e più specificatamente Afrodite) in quanto la hanno resa pazza e irrazionale, facendola innamorare di Paride. Ecuba, toccata nel vivo, rende l'avversaria un essere spregevole e unicamente legata alle cose terrene, sensibili e deleterie, di conseguenza anche indegna di essere la compagna di Menelao. Egli stesso giura che punirà la propria compagna, ma traspare che ad Elena non sarà attribuIta alcuna punizione, come poco prima temeva Ecuba, conscia delle attitudini dissiduative della propria rivale. Nel terzo stasimo il coro esprime i sentimenti di Ecuba, dei Troiani e del pubblico, ossia l'esposizione della propria frustrazione e il dolore patiti a causa degli Achei e la voglia di giustizia (o vendetta) ai danni di Elena. Nell' esodo Taltibio serve ad Ecuba la salma del nipotino Astianatte servito sullo scudo di Ettore per essere seppellito dalla stessa per volere della madre Andromaca, e la vecchia donna troiana non può che obbedire, con tutta la sua disperazione. Completato il triste rito, ricompare Taltibio con la sentenza definitiva per la città sconfitta: "Comando alle guardie che hanno ordine di bruciare la rocca di Priamo di non rimanere inoperose con il fuoco in mano, ma di appiccarlo perché, distrutta Ilio, possiamo salpare lieti lontano da Troia, alla volta della patria.” Ilio è ormai distrutta ed Ecuba, invocato Priamo ed espressa la propria volontà di morire con la propria patria, è costretta ad imbarcarsi con Odisseo alla volta di Itaca.
Troiane (415 a.C.)
La tragedia "Le Troiane" trova una locazione propria come terza rappresentazione tragica della così definita dai grecisti la "Trilogia Troiana", di cui facevano parte le tragedie "Alessandro" e "Palamede". Purtroppo queste ultime due tragedie sono andate incresciosamente perdute, essendo appunto questa una trilogia chiusa somigliante all'esempio eschileo, in quanto ognuna delle singole tragedie aveva un proprio e profondo significato in quanto episodi di una sola vicenda che fa filo conduttore delle tre opere. "Le Troiane" ha una datazione sicura, ossia è stata certamente rappresentata nel 415 a.C. in occasione delle Grandi Dionisie durante la XCI Olimpiade, dove Euripide, con la trilogia troiana accompagnata dal dramma satiresco "Sisifo", ottenne il secondo posto dietro a Senocle . In questo periodo avrebbe dovuto ancora reggere la pace di Nicia, ma ciò si sarebbe rivelato di lì a poco un patto poco più che teorico, in quanto quello stesso anno sarebbe stata inviata l'infausta spedizione ateniese in Sicilia. Tuttavia nel momento in cui Euripide scrive e fa rappresentare la tragedia Atene non aveva preso ancora alcun provvedimento riguardo la possibile spedizione, sebbene dalla città di Segesti fossero già arrivate delle richieste di intervento a causa dell'aggressione subita da Selinute
La Pepe afferma che molto probabilmente la situazione politica di quei mesi abbia molto influenzato l'opera, Euripide infatti allude anche alla vicenda della presa di Melo da parte di Atene nel 416, allorché i "campioni della democrazia" diedero prova di una barbarie mai vista prima nei confronti di un popolo innocente, che tuttavia rimaneva anche un opera poetica di riflessione generale sugli orrori della guerra. Tuttavia rimane il fatto che con l'andare a ricercare assiduamente dei riferimenti storici da applicare all'opera (e non solo con quest'opera) si corre il rischio di sminuire visibilmente l'apporto artistico che l'opera offre esplicitando le caratteristiche primarie del teatro euripideo, come per esempio la sofferenza umana per tutto dipendente dal destino, "l'irresolubile contraddorietà dell'esperienza umana". La storia di questa tragedia continua ancora fino ai giorni nostri, sia per la sua toccante e raffinata bellezza, sia anche per la sua tematica principale che fa da sfondo alla trama, ossia la tematica della guerra ripresa da in epoca latina da Seneca nelle sue Troades, e in epoca molto recente da Jean-Paul Sartre in Les Troyennes. Le Troiane si possono definire una tragedia ATIPICA. Infatti, invece che ai combattimenti e alle situazioni d’azione, che dominano la maggior parte dei drammi teatrali, nell’opera di Euripide lo spazio è dedicato al lamento e alla sofferenza, al dolore e alla frustrazione delle donne Troiane. Euripide elimina il punto di vista delle donne, sopravvissute alla ((e alla morte dei loro consorti, sottolineando la loro angoscia per l’imminente partenza per la Grecia dove diverranno serve o concubine dei vincitori.Nell’opera è fortissimo il pathos: il personaggio più influenzato da questo sentimento è Ecuba.
PERSONAGGI
ANDROMACA

E’ la figlia del re di Tebe ed è la moglie di Ettore. Per la prima volta Andromaca è raccontata nell’Iliade dove ella è stata paragonata dai critici ad Elena, perché come come quest’ultima “passa le acque” giungendo da Tebe a Troia, lasciando l’Asia per l’Epiro come schiava di Neottolemo (figlio del Pelide Achille e uccisore del padre Priamo) e giunge a Troia con molti tesori. Molti critici, riconoscendo nei temi “passaggio delle acque” e nei tesori femminili elementi inferi iniziatici preludenti a rituali pronunziali, hanno individuato in Andromaca una figura divina preposta a istituzioni matrimoniali molto antiche, sopravvissute soltanto indirettamente nella poesia omerica, si pensi al VI libro dell’Iliade quando sulle mura di Troia la donna tenta di trattenere il marito Ettore dall’andare a combattere sul campo di guerra. Nelle Troiane Euripide racconta la sua assegnazione a Neottolemo e l’uccisione straziante del figlio Astianatte. Causa della rovina di Andromaca è ciò di cui la donna fa maggior vanto, il proprio comportamento discreto e pubblico. Andromaca è anche eponima di un’altra tragedia di Euripide e di una di Ennio (Andromachae aechmalotis) ed è presente anche nell’Eneide virgiliana.
ECUBA.
Moglie di Priamo, re di Troia, e madre di cinquanta figli, il suo nome è probabilmente un appellativo frigio di Ecate, cui si ricollega per il suo destino oltre la morte. Euripide nell’Ecuba racconta la tradizione mitica secondo cui la donna, quando muore, si sarebbe trasformata in una cagna fantasma dagli occhi di fuoco, animale sacro ad Ecate e si sarebbe buttata in mare, divenendo simile alla cagna Silla. Nell’Iliade Ecuba compare in due episodi che celebrano gli affetti famigliari; nelle Troiane Ecuba è la voce collettiva della tragedia umana delle donne troiane, assegnate agli eroi vincitori, personificazione del dolore delle prigioniere. Ecuba è oggetto di una grande evoluzione psicologica che parte dal grande sfarzo di quando era regina di Troia a tutti gli effetti alla fine della tragedia, quand’è ormai prostrata per terra serva, povera e sola. Alcuni critici la considerano come portavoce dei sentimenti euripidei. Ecuba è poi stata ripresa da Ennio e soprattutto da Seneca che le affiderà il ruolo principale nelle Troades. Ella, la protagonista dell’opera, è il personaggio pensante, caratterizzato da una solida razionalità, non si lascia ingannare e controbatte smascherando l’incantesimo della parola, criticando i dati dell’epos e invalidando la pura abilità retorica: è proprio di una vieta argomentazione e di un pregiudizio superato l’attribuire le colpe agli dei mentre è utile procedere nella ricerca del vero senza lasciarsi abbagliare dal logos.
ELENA.
Ad Elena vengono attribuite due madri, una mortale Leda, e una divina, Nemesi che è dotata di poteri di trasformazione. Questo elemento si adatta bene alla genealogia di un personaggio multiforme quale Elena. Le vengono però attribuiti anche due padri, due fratelli, due mariti, Paride e Menelao, ma anche molti altri mariti tra i quali Teseo che rapì quando era bambina. Elena è un personaggio caratterizzato dalla pluralità e dal trasformismo: ella serba la potenzialità della metamorfosi e rimane una creatura del dubbio, dell’inganno, della inconsistenza del fenomeno, connesso all’idea di una realtà in continuo mutamento. Figlia di Zeus o Tindaro, sorella di figure divine e di Clitemnestra. Molti critici hanno collegato la figura di Elena ad una divinità, rapita negli inferi e poi riconquistata ai regni sotterranei. Di Elena si narra che sia stata rapita e riconquistata più volte: la prima volta sarebbe stata rapita da Teseo che la condusse nella sua fortezza da dove la liberarono i fratelli Castore e Polluce. La seconda volta sarebbe stata rapita da Paride. Riportiamo una versione alternativa del ratto di Elena: nel viaggio da Sparta a Troia, la nave in cui viaggiavano Paride e Elena, sarebbe naufragata in Egitto, dove il re Proteo trattenne con la forza Elena; a Troia sarebbe stato mandato un fantasma di Elena inviato da Zeus; dunque Elena sarebbe rimasta in Egitto ad attendere che Menelao, tornato da Troia giungesse a liberarla. Elena è stata da sempre un personaggio di difficile interpretazione confrontandola con i personaggi della letteratura greca.
In Elena è presente il “problema della colpa”. Anche se ella non ha un’azione vera e propria nelle opere in cui raccontata, è a tutti gli effetti protagonista della vicenda mitica che la vede responsabile, con Paride, della guerra di Troia. Malgrado le differenti interpretazioni, si nota nell’eroina saffica un tipo di colpa quasi all’opposto della colpa tragica: se ciò che caratterizza quest’ultima è la sua natura involontaria, o addirittura imposta dalla volontà divina, e malgrado ciò imperdonabile, nella figura di Elena è possibile riconoscere l’espressione di una colpa di segno opposto, una colpa volontaria e inoltre suscettibile di trovare delle attenuanti e delle giustificazioni. Perciò notiamo in Elena fin dall’inizio in atto lo scontro tra le due opposte posizioni, la volontarietà e l’involontarietà della colpa. Di fondamentale importanza per la formazione di Euripide è l’encomio di Elena.
ENCOMIO DI ELENA, tratto da Gorgia
L’encomio viene datato intorno al 415 a.C. e ritratta di uno scritto in prosa che anticipa la tragedia di Euripide; quest’opera consiste in un’esercitazione retorica che intende mostrare lo straordinario potere persuasivo della parola preannunciando un discorso di difesa del personaggio di Elena: il proposito dell’autore è di giustificare la donna e di dimostrare la sua innocenza per quel che riguarda la guerra di Troia. Il vero scopo dell’opera di Gorgia è dimostrare che il logos è “un potente sovrano che con un corpo minuscolo e invisibile compie opere divine: pone fine al timore, libera dal dolore, risuscita gioia, accresce la pietà.” La Parola è un fenomeno in grado di rapire la mente dell’uomo e capace di immedesimarla in altro da sé agendo in maniera determinante sulla psiche del singolo. Anche in Gorgia è presente il “problema della colpa”: se Elena seguì volontariamente Paride, neppure in questo caso, secondo l’opinione di Gorgia, deve essere ritenuta colpevole: tale è la seduzione e la lusinga della parola, tale è il suo potere di stravolgere il reale, tanto che la volontà umana risulta annullata dalle forze psicagogiche di un’arma di persuasione che travolge nell’inganno il giudizio e la capacità di distruggere il reale. La figura di Elena è anche approfondita sia da Saffo nel frammento 16 di Voigt come un’eroina in quanto ha ben adempiuto i valori amorosi; altra descrizione di Elena è presentata da Alceo nel fr.42 di Voigt in cui è un personaggio negativo in quanto portatrice di guerra .
TALTIBIO.
Taltibio, araldo dell'esercito acheo, è con Menelao l'unico personaggio maschile presente nella tragedia, e con lui Il rappresentante e il tramite tra i vincitori e le Troiane sconfitte. Per quanto occupi un ruolo subalterno rispetto alle donne, incontrastate protagoniste dell'opera, anche la figura del messaggero viene da Euripide delineata in modo inpareggiabile, con pochi ma precisi e inequivocaboli tratti. Non sfugge allo spettatore l'assenza, in Taltibio, di qualsiasi forma di arroganza che ci si attenderebbe da un vincitore: il tono un pò brusco con cui talvolta egli si rivolge alle sue interlocutrici tradisce un modo di fare grezzo e sbrigativo più che un effettiva malvagità d'animo; e la sua risposta violenta a Cassandra "Se non fosse Apollo a sconvolgerti la mente, non rimarrebbero impunite le parole di augurio con cui accompagni la partenza dei miei signori. " (vv.408-410) è una naturale reazione alle frasi enigmatiche, e quindi temibili, e agli oltraggi pronunciati dalla sacerdotessa di Apollo contro i capi dell'esercito acheo, suoi diretti superiori. Per il resto, Taltibio ha comprensione e compassione per le prigioniere: forse perché, nella sua condizione di schiavo, è ben consapevole della tristezza e dello squallore insiti nella mancanza di libertà.
MENELAO.
Re di Sparta, figlio di Atreo e fratello di Agamennone. Sposò Elena, la figlia di Leda e di Zeus. Essendogli stata rapita la moglie da Paride, figlio del re di Troia, Priamo, ospite nella sua reggia, ebbe aiuto di vari principi greci e con essi partì per Troia, allo scopo di distruggere la città e riconquistare Elena. In questa tragedia, dominata quasi esclusivamente da figure femminili, il personaggio di Menelao è presentato con tratti che possono addirittura essere definiti comici: tale è la battuta con cui egli replica alla preghiera di Ecuba ("Strane preghiere rivolgi agli dei"(v.889)) che sembra nascere dallo stesso atteggiamento, tra il meravigliato e il disincantato, con cui Stepsiade nell'opera di Aristofane Nuvole, tenta di seguire il filo dei ragionamenti di Socrate. Così pure, quando Ecuba gli raccomanda di non far salire sulla sua stessa nave Elena per non essere di nuovo travolto dall'amore per lei, la sua risposta (Temi che sarebbe troppo pesante?(v. 1050)), oltre che indizio di pusillanimità, induce indubbiamente al sorriso. Lo connota inoltre un carattere assolutamente debole: per quanto egli non rinneghi mai, in presenza di Ecuba, la propria ferma intenzione di uccidere la moglie infedele una volta giunto ad Argo, il mito attesta che mai egli portò a termine il proposito, ma anzi che perdonò Elena e continuò a vivere insieme con lei; e se non le sue parole, di certo il suo atteggiamento, permette di cogliere una scarsa determinazione nella sua completa condiscendenza alle richieste delle sue donne.
ASTIANATTE.
Figlio di Ettore e di Andromaca; il suo vero nome era Scamandrio, ma tutto il popolo lo chiamava Astianatte (cioè "Signore della città") in omaggio ad Ettore, che di Troia era il più valido difensore.
In questa tragedia, non si presenta come un vero e proprio personaggio, bensì come una semplice comparsa che non fa che rendere ancora più instabile l'equilibrio psitico di Ecuba, venendo ucciso malvagiamente dagli Achei solo perchè rampollo della stirpe reale frigia e figlio di un eroe che portò nel campo acheo solo dolori, qual'è Ettore. Il De Santis riguardo la sua morte afferma: “Nuovo genere di morte sarà quello del piccolo, come dirà giustamente Ecuba, e che lascia perplessi quando ci si fermi a considerare di quanta cattiveria siano capaci gli uomini in determinate circostanze.” Fa specie pensare alla preghiera che Ettore fa durante l'Iliade nel VI libro tra i versi 476 e 481:
"Zeus, e voi numi tutti, fate che cresca questo
mio figlio, così come io sono, distinto fra i Teucri,
Così gagliardo di forze, e regni su Ilio sovrano,
E un giorno dica qualcuno: "E' molto più forte del padre!",
Quando verrà dalla lotta. Porti egli le spoglie cruente
del nemico abbattuto, goda in cuore la madre!“ (VI libro, vv.476-481)
POSEIDONE.
Figlio di Crono e di Rea, e quindi fratello di Zeus e Ade. Ricevette il regno del mare nella profondità nella quale viveva con la sposa Anfitrite. Nella versione tradizionale, ossia quella omerica, della guerra di Troia, Poseidone era divinità alleata con i Greci, nemica dei Troiani (o Frigi) per l'inganno e l'ingratitudine mostrati dallo spergiuro Laomedonte. Esistono forse vari motivi per cui Euripide decise di rendere il dio filotroiano: innanzitutto il fatto che egli fosse signore del mare spiega più razionalmente come mai proprio a lui si rivolga Atene per scatenare una tempesta contro i Greci; egli può inoltre essere considerato come personificazione delle forze della natura che si ribellano alla tracotanza dei vincitori: in questo modo risulterebbe smorzata l'impressione che la vendetta divina sia solo dovuta all'oltraggio personale subito da Atena (la violenza di Aiace su Cassandra); secondariamente, la scelta di Euripide per Poseidone anzichè, ad esempio, per Apollo, che già in Omero era schierato con i Troiani, può essere interpretata come una captatio benevolentiae del poeta nei confronti del suo pubblico, per la presentazione della scena, sin dal Prologo, delle due divinità che più di ogni altra erano venerate ad Atene. E in terzo luogo la sua comparsa va forse ricollegata al fatto che egli era antento di Palamede, protagonista dell'omonima tragedia che precedeva nella rappresentazione le Troiane. In essa si narra l'ingiusta morte dell'eroe in seguito alle calunnie di Odisseo, vendicata dal padre Nauplio (che secondo la versione più corrente del mito era figlio di Posidone), il quale proprio durante la tempesta scatenata dal dio fece schiantare contro gli scogli le navi greche inviando loro volontariamente erronei segnali.
ATENA.
detta la "Pallade". Figlia di Zeus dal cui capo nacque armata. Dea della guerra e dell'intelligenza, era rappresentata con elmo e scudo. Nella tradizione pubblica, quella omerica, è, come Era, nemica dei Troiani.
In questa tragedia Atena agisce contro gli Achei in quanto viene provocata la sua ira a causa dell'oltraggio recato da Aiace a Cassandra e dalla mancanza di una reazione punitiva nei confronti del primo da parte del resto dell'esercito. A scatenare l'ira divina, piuttosto, dovevano essere gli atti di empietà che il vincitore poteva commettere presumendo, nella sua euforia, che rientrassero nei suoi diritti: e infatti Polibio conferma che Alessandro Magno, quando distrusse Tebe, fece attenzione da non comportarsi da esempio. La morale comune doveva evidentemente riprovare il fatto di uccidere l'intera popolazione maschile e rendere schiavi donne e bambini o di recare oltraggio ai luoghi sacri: quindi, è destinato alla rovina lo stolto vincitore che, dopo aver distrutto la città, si rivela tracotante abbandonandosi ad azioni sacrileghe e riprovevoli.
CORO
Il coro è composto dalle donne troiane fatte prigioniere dai vincitori. Il coro viene altresì diviso in due semicori (A e B), che secondo Parmentier sono rispettivamente composti dalle donne sposate, che hanno perso il marito nella guerra (le eeeeeeeee le ragazze vergini (leeeeeeeeee
CASSANDRA
Figlia di Priamo, compare pochissimo nell’Iliade. Nell’Odissea si dice che sia stata assegnata ad Agamennone e che, arrivata ad Argo, sia stata uccisa da Clitemnestra. Nell’Eneide si oppone fortemente e invana all’introduzione nella città del cavallo ligneo; presa Troia si rifugiò nel tempio di Atena dove Aiace, figlio di Oileo, profanando il luogo sacro, la violentò e la fece prigioniera: questa è la causa per cui Atena progetta contro i Greci l’esemplare punizione catartica che espone nel prologo. Nell’Agamennone si racconta di come, diventata concubina di Agamennone, giunse ad Argo e qui accennò alle future sventure degli Atridi e predilesse l’uccisione di Agamennone per mano di Clitemnestra. Di questo se ne parla anche nelle Troiane.
Nelle Troiane la figura di Cassandra è una figura alquanto eclettica perché si dimostra felice di diventare concubina di Agamennone, ma nello stesso tempo si dimostra portatrice di rancori legati alla patria natia in quanto nel suo arrivo a Micene trova adempimento al piano di vendetta contro i Greci, ossia il suo arrivo sarà portatore della morte dell’Atride signore di eroi, come già detto in precedenza.
TEMI
Dalla riflessione sul dolore e sull’afflizione delle donne di Troia, Euripide fa emergere due temi importanti: in primo luogo quello delle sofferenze derivate dalla guerra. Dalla loro rappresentazione scaturiva anche un messaggio che andava al di là della commiserazione e riponeva nella dimensione del politico: un messaggio antibellicista che non poteva non rapportarsi alla situazione politico-militare ateniese contemporanea alla rappresentazione delle Troiane. Probabilmente gli Ateniesi che assistevano alla tragedia dovevano pensare alla spedizione militare messa in atto in quel periodo dalla grande potenza attica contro la relativa isola di Melo; questa grande iniziativa militare, che si concluse con la distruzione di Melo, era la prima dopo la pace del 421 e dunque deluse tutti coloro che erano favorevoli ad una politica pacifista. Il messaggio antibellicista di Euripide si riscontra anche nelle parole di Cassandra, nei versi 353-405, la quale sostiene che i troiani sono più felici degli Achei perché questi sono assai lontani dalla loro patria e dai cari, quelli (troiani) invece sono caduti in difesa della patria e perciò sono onorati dalle mogli e dai parenti.
In secondo luogo, altro tema importante è quello del ruolo della divinità e della crisi della teodicea. La preponderante ricerca di effetti poetici, l’evidenziazione della sofferenza della protagonista e l’atmosfera desolata che prevale in tutta la tragedia fino alla conclusione, hanno dietro di sé uno sfondo ideologico, che consiste nella messa in crisi della teodicea, della fiducia che nelle humanae res trovi realizzazione un disegno divino di giustizia. Anche Ecuba è portatrice di questa linea di discorso; dapprima si richiama alla tesi tradizionale, già esiodea, per cui gli dei esaltano chi in basso e buttano giù chi gode di grande prestigio, tesi che si ricollega al tema della mutevolezza della fortuna, per esempio in Erodoto, Creso e Solone. In seguito Ecuba esprime la convinzione che gli dei volessero le sofferenze che ella e le altre troiane stavano patendo, e che avessero in odio la città. Poi Ecuba si chiede perché ella lo abbia fatto, dal momento che anche in precedenza essi anche pur se invocati, non hanno prestato aiuto. Perciò la fiducia nella giustizia degli dei appare compromessa e l’immagine stessa della divinità viene messa i discussione.

CRITICA
PEPE.
La biografia "condizionata". La Pepe afferma che considerare Euripide un autore misogino e ateo sia solamente un effetto di fraintendimento delle notizie biografiche che ci giungono dagli autori a lui contemporanei, in quanto nei loro documenti ricorrono spesso e volentieri elementi aneddototici e romanzati che riflettono, amplificandoli, aspetti della loro personalità ritenuti dal pubblico positivi o negativi. A questa deformazione appartiene senza dubbio la notizia riferita dagli antichi secondo cui le biografie dei tre artisti si incrociano cronologicamente in un punto nodale della storia di Atene: nel 480 a.C., l'anno della vittoria di Salamina, che segna l'acme dello splendore della città, quando Eschilo avrebbe combattuto nella stessa battaglia, Sofocle avrebbe partecipato al peana, ed Euripide, invece, sarebbe nato. Sempre la Pepe nel suo saggio afferma che sempre riguardo ad Euripide, più che a ogni altro poeta antico, è legittimo e doveroso sottoporre a vaglio tutti i dati biografici trasmessi. Le notizie che possediamo si riducono ad un anonimo aaaaaaaaaaaaaaaapremesso alle tragedie superstiti e una Vita dialogica composta da Satiro nel III a.C., ma si tratta di fonti ben poco imparziali, soprattutto perché influenzate dalla fama che il poeta aveva acquisito in seguito alla distorsione in chiave caricaturale e grottesca fornita da Aristofane, che lo chiamava tra l'altro: "Straccione".
La falsa misoginia. "Euripide misogino: a tal punto si è frainteso, come da molte parti oggi si continua finalmente a ripetere, un poeta che più di ogni altro ha saputo comprendere e dare voce alla psicologia femminile.” Nella cultura greca, infatti, la donna aveva un ruolo poco onorevole, si pensi per esempio al mito (ed in particolare a quello di Pandora) che vedeva la donna come portatrice del male; il concetto che la donna era essere passivo, inutile, responsabile soltanto di disgrazie ma purtroppo dotato di una forza perversa che inevitabilmente attira l'uomo e lo rende a lei succubo è molto diffuso nella letteratura greca. Non vanno esclusi neppure gli dei, in quanto si lasciano facilmente soggiogare da Afrodite, scatenando le funeste reazioni di gelosia fatte da Era. Tuttavia, l'impressione che invece emerge dalle tragedie di Euripide è che, al contrario, il poeta abbia voluto rivestire di un'altra dignità i suoi personaggi femminili, e li abbia riabilitati cancellando la perversione che li caratterizzava nel mito e in gran parte della letteratura, o almeno ponendo come causa del loro agire apparentemente malvagio una profonda ferita aperta da agenti esterni nel loro cuore. Assurge a simbolo di magnanimità anche la rassegnazione delle Troiane: Ecuba, Cassandra, Andromaca si rivelano figure di estrema tragicità in quanto, vittime di un destino deciso dagli uomini che hanno voluto la guerra, dimostrano nell'affrontarlo una dignità consapevole e per questo superiore a quella degli uomini stessi che a loro lo hanno imposto.
Gli argomenti con cui esse infine accettano la loro sorte, a tutta prima paradossali, confermano invece la loro forza d'animo, che si contrappone, superandola, alla forza fisica dei vincitori. Le Troiane sono le antesignane porta voci della filosofia di vita, che potrebbe essere riassunta nel motto "Il destino accompagna chi lo accetta, ma trascina chi lo rifiuta", e con questa loro razionale saggezza mostrano la meschinità della cieca e brutale tracotanza maschile. Euripide, dunque ha fatto tutt'altro che denigrare la donna: ne ha anzi rivendicato un ruolo e un'importanza sconosciute alla Grecia del tempo. Proprio la novità del suo atteggiamento finì per essere radicalmente travisata.
L'empietà e l'ateismo euripidei. L'empietà e l'ateismo euripidei non sono altro che l'ennesimo fraintendimento della novità del suo atteggiamento schivo e "maledetto". Innanzitutto perché in alcune sue tragedie taluni suoi personaggi pronunciano frasi che possono essere blasfeme: infatti tali appaiono qualora vengano avulse dal loro contesto e non si tengano dunque nella debita considerazione le circostanze che le hanno prodotte. La voce di Ecuba suona come un grido disperato di chi, come lei, si trova precipitato in rovina, assolutamente priva di speranza dopo aver vissuto un passato glorioso e avere sempre conosciuto la quando, nelle Troiane, si rammarica dell'inutilità di invocare gli dei dicendo:
"O dei! Ma invoca alleati insensibili... Eppure è un conforto invocare gli dei, nell'infelice sorte che ci è toccata.“ (vv, 469- 471)
"Ah dei... ma che serve invocare gli dei? Anche prima non hanno dato ascolto alle nostre suppliche.“ (vv. 1280-1281)
Non si può travisare fino al punto di considerarlo atteggiamento blasfemo il senso di abbandono di una donna che improvvisamente vede capovolta la propria fortuna e sa di non poter più contare su alcuna possibilità di scampo; bisogna piuttosto riconoscere all'autore una straordinaria capacità mimetica nel riprodurre le effettive pulsioni che gli eventi scatenano all'interno dell'animo umano: nella sua debolezza, l'individuo è in completa balia del destino; quando il Fato gli arride, egli si sente forte e attivo; viceversa, quando gli è avverso, la sua visione del mondo esterno è cupa e disfattista. Un altro argomento che viene addotto all'affermazione dell'ateismo e dell'empietà in Euripide è riscontrabile nella posizione quasi disdicevole che viene impartita agli dei. A ben vedere, una tale affermazione della divinità, affetta da tutte le passioni e le pulsioni umane sia positive che -soprattutto- negative, non si discosta affatto dall'immagine antropomorfa degli dei tipicamente greca, quale è quella che si è riscontrata ad esempio in Omero. Piuttosto le novità dell'atteggiamento di Euripide sta nel manifestare per bocca dei suoi personaggi un senso di disagio e di insoddisfazione nei confronti di una simile idea del divino, che non va tuttavia frainteso e identificato come ateismo. Il poeta si rende conto di quanto tale concetto degli dei sia limitato e riduttivo: i celesti non sono i modelli di perfezione che i mortali devono sforzarsi di eguagliare, ma creature vicine agli uomini, soprattutto nei vizi; anzi, si rivelano addirittura a loro inferiori, perché non conoscono la punizione e la sofferenza attraverso cui invece l'uomo deve passare per espiare le colpe e le prevaricazioni commesse nei confronti del prossimo.
"Non si può certamente inoltre affermare che Euripide non creda agli dei: coerente con il proprio razionalismo, e indubbiamente condizionato dal pensiero filosofico dell'Atene del suo tempo (il pensiero sofistico n.d.r.), la sua idea del divino si pone in posizione critica rispetto a quella tradizionale e ai nostri occhi non può che presentarsi che più moderna e accettabile, nonchè più vicina alla nostra mentalità. Ecuba, in questa tragedia, rivendica agli dei un'essenza più spirituale: nella sua confutazione del discorso di Elena, infatti, rimprovera alla rivale di volere scaricare le responsabilità di un atto da lei medesima voluto -la fuga con Paride- sulle dee Era, Atena e Afrodite, facendole in tal modo figurare come "stolte"; e, ridicolizzando l'affermazione di Elena secondo cui Paride era giunto al palazzo di Menelao in compagnia di Afrodite per rapirla, dichiara che gli dei possono manifestare la loro potenza rimanendo tranquillamente in cielo, senza bisogno di muoversi: così questa contesta la tradizionale rappresentazione omerica che vuole gli dei sempre al fianco dei loro protetti.
DI BENEDETTO.
Euripide critico nei confronti della sua società. Il Di Benedetto afferma: "Euripide considerava il comportamento di Atene nei confronti di alcune città più deboli come un tradimento di quegli ideali dei quali i Greci, e in primo luogo gli Ateniesi, si erano opposti al barbaro persiano; e non a caso nelle Troiane è confermato con forza quel rovesciamento del giudizio tradizionale sul binomio Greci-Barbari che era già affiorato in qualche tragedia degli anni precedenti". Una tragedia all'insegna dei rovesciamenti. La paradossale inversione del deus ex machina preannuncia una tragedia caratterizzata da una serie di rovesciamenti: oltre a quello dei grandi ideali etici, politici e religiosi, si rilevano rovesciamenti poetici, come quello dell'imeneo nell'episodio di Cassandra, e retorici dal rapporto tra vincitori e vinti, tra vita e morte, tra innocenza e colpa. L'Euripde ateo. "Gli dei spariscono: in primo piano, alla ribalta, ora c'è Ecuba, affranta dalla sofferenza". L'esasperata gestualità del personaggio durante la del prologo, e la sua stessa prostrazione fisica preludono al dolore, alla violenza che l'uomo porta all'uomo nel silenzio degli dei.
"Anche questa è poesia per gli infelici, intonare sciagure senza danza.” (versi 120 -121)

La "poesia" di cui Ecuba parla in questi versi è essenzialmente -anche se la ex regina di Ilio si esprime in termini generalizzati- il canto di dolore che ella stessa sta facendo risuonare sulla scena.
DE SANTIS.
Il poeta ci guida, gradino per gradino, attraverso tutta una serie di fatti dolorosi e disposti in modo tale che dove finisce uno, comincia l'altro: l'angustia delle prigioniere, la notizia secondo la quale Polissena è stata sacrificata sulla tomba di Achille, l'uccisione di Astianatte, il cadavere trasfigurato del piccolo sulla scena, Troia che crolla... è un sempre più duro a superare, una strada lunghissima e spinosa di cui non scorgiamo la fine. Questa è la tragedia del dolore interminabile, sconfinato; è la tragedia addirittura della sorpresa dolorosa quando ad esempio ci pone dinnanzi a qualcosa che ci coglie impreparati ad affrontarla, che noi respingiamo inorriditi, perché non può trovar posto nella nostra immaginazione, attesa la sua efferatezza. Si pensi al modo di morte ingiunto ad Astianatte colpevole soltanto di poter un giorno vendicare i Troiani dal momento che è figlio di tanto eroe. Nuovo genere di morte sarà quello del piccolo, come dirà giustamente Ecuba, e che lascia perplessi quando ci si fermi a considerare di quanta cattiveria siano capaci gli uomini in determinate circostanze.
Questi personaggi delle "Troiane", la cui lettura ci lascia veramente pensosi e mesti a ponderare gli errori della guerra, la cattiveria degli uomini, le miserie umane, le ambizioni e le debolezze, il fasto, la povertà; e oltretutto scorrendo nei versi pare che si arrivi spontaneamente, naturalmente ad una conclusione, e cioè che gli uomini anziché agire sotto la spinta dell'odio dovrebbero essere guidati dalla legge dell'amore. Una luce più viva rischiarerebbe il mondo, questo monito non poteva venir fuori dalla penna pessimistica di Euripide, ma siamo noi, che senza sforzo, lo cogliamo attimo per attimo in questo dramma meraviglioso. Ed è qui il valore incommensurabile della Troiane che pur si leggono, ma più andrebbero lette.
Costei è presente sulla scena dall’inizio alla fine e questa sua totale permanenza, accresce la drammaticità: mentre lei non si sottrae mai all’occhio dello spettatore, per esempio Cassandra e Andromaca entrano in scena e ne escono solo per lasciare la città, Astianatte viene addirittura portato via per essere ucciso; perciò Euripide vuole mettere in risalto il dolore di chi è consapevole del triste destino che lo attende. Strettamente legato al pathos è la gestualità della regale troiana, nel prologo sinora molto l’importanza per Euripide di ciò, infatti colloca Ecuba distesa a terra per evidenziare, attraverso la spettacolarità, l’acuta sofferenza della donna. Ecuba compie più volte gesti luttuosi, alla notizia di essere stata assegnata ad Odisseo, artefice di mali, durante la partenza di Cassandra, di Andromaca e Astianatte: in questi momenti luttuosi colpendosi la testa e il petto, fa emergere attraverso la mimica tutta l’amarezza e il dolore. Altro elemento che caratterizza le opere di Euripide è la parola. Straordinario è il discorso che conclude il primo episodio ( 466-510 ) in cui Ecuba ripercorre tristemente la sua vita felice e si abbandona allo sconforto presagendo le sventure che dovrà sopportare “per le nozze di una sola donna”. Fortemente commovente è il discorso di Ecuba in presenza del cadavere di Astianatte, deposto sullo scudo di Ettore, nel quale la donna si rivolge prima ad Astianatte compiangendolo affettuosamente e poi allo scudo del figlio, in ricordo delle numerose imprese del guerriero. Notevole è anche il fatto che la tragedia si concluda proprio con un dialogo lirico tra Ecuba e il coro, tutto rapportato alla tonalità del lamento. Perciò i gemiti finali indicano un cupo e desolato avviarsi verso una meta ancora incerta e un triste dipartirsi dalla patria in fiamme.
Note al testo….
ALESSANDRO.
In ordine di apparizione "Alessandro" è la prima ad essere rappresentata. Questa tragedia prende il nome dal nome con cui era noto a Troia il principe Paride, il quale è l'iniziatore della guerra, in quanto rapitore della causa della contesa tra Achei e Frigi: Elena. Purtroppo questa tragedia, come del resto anche "Palamede" è andata persa incresciosamente, tuttavia possediamo dei piccoli frammenti che possono farci intuire la trama della tragedia: Ecuba in attesa di mettere la mondo il figlio Alessandro, rivela di aver sognato un tizzone ardente. Il marito interroga gli indovini e, poichè questi si pronunciano sfavorevolmente, non appena nasce il piccolo lo consegna, perchè venga soppresso, ad un vecchio servo. Questi però, avutane compassione, lo espone sul monte Ida ed ivi l'infante sarà raccolto da un guardiano di buoi, e cresciuto col nome di Paride. Dopo alcuni anni il giovane, trovandosi a Troia, partecipa ai giochi che sono stati indetti da Priamo in onore del figlio morto, e gareggia con Ettore e Deifobo, che sono suoi fratelli, e che egli non conosce. Vince la gara. Di qui il risentimento di Deifobo che, nonostante l'opposizione di Ettore, vuole uccidere il misero antagonista che ha procurato vergogna a lui che appartiene a "tanta stirpe". Paride si rifugia presso l'altare di Giove. Dopo non molto si conoscerà chi veramente egli sia, per cui sarà trattenuto nella reggia e trattato come gli spetta, tra la gioia di tutti. Cassandra profetizza la fine di Troia dovuta proprio al ritrovamento del fratello.
PALAMEDE.
In ordine di apparizione "Palamede" è la seconda ad essere rappresentata. Questa tragedia prende il nome dal nome di un generale greco, appunto Palamede. Inutile dire che il tema fondamentale di questa seconda opera quasi sicuramente sia riguardante le fasi della guerra più propizie agli Achei. Purtroppo questa tragedia, come del resto anche "Alessandro" è andata persa incresciosamente, tuttavia possediamo dei piccoli frammenti che possono farci intuire la trama della tragedia: Nel campo dei Greci, in prossimità di Troia cinta di assedio, dove Odisseo per far del male a Palamede, figlio del re dell'Euba, Nauplio, suo nemico personale, approfittando del fatto che Agamennone, per sua esortazione, per un giorno aveva fatto spostare in altra sede le tende dei soldati, nascose molto oro in una fossa scavata proprio là dove si trovava la tenda del suo avversario. Indi fece uccidere un soldato troiano non senza prima avergli consegnato una lettera nella quale si leggeva che Priamo era disposto a dare a Palamede, se volesse tradire i Greci, oro non certamente in minore quantità di quello sepolto sotto la tenda. Al ritorno dei Greci viene letta la lettera in possesso del soldato ucciso, si trova l'oro, e la vittima di tanta macchinazione viene condannata a morte nonostante che si protesti fermamente innocente. Il padre dello sventurato viene poi a conoscere la triste vicenda quando si trova in possesso di uno dei remi su cui era stata scritta la disavventura del giovane, e che erano stati gettati in mare da Oiace, fratello di Palamede, nella speranza che con tale espediente il padre conoscesse la verità. Nauplio, per vendicarsi, farà sì che molte navi degli Achei vadano distrutte durante la navigazione di ritorno verso la Grecia.
TRILOGIA TROIANA.
E' definita così semplicemente per il tema di cui tratta, il mito della Guerra di Troia: infatti le tre tragedie da cui è composta sono tematicamente legate attorno a tre specifici avvenimenti: la causa della guerra nell'"Alessandro", la guerra di per sè nel "Palamede", il lamento dei perdenti e l'empietà dei vincitori a guerra conclusa nelle "Troiane".
GRANDI DIONISIE.
Le Dionisie si tenevano in più periodi dell'anno ad Atene e nelle campagne circostanti: la prima festa, secondo l'ordine del nostro calendario attuale, era detta minore o rurale, in quanto si svolgeva fuori città tra dicembre e gennaio, nel mese greco di Posideone, e durava solo un giorno come le altre minori. Queste avevano poco seguito popolare (non potevano parteciparvi gente straniera), per cui pochi autori di drammi presentavano opere in tali feste, prive delle tipiche processioni religiose e delle gare ginniche. Le Dionisie Lenee, urbane poiché si svolgevano entro le mura di Atene, offrivano queste parate sacre ed i giochi atletici, e si tenevano tra gennaio e febbraio, nel mese detto Gamelione, e costituivano una sorta di appendice alle Dionisie minori. Lenee deriva dal termine "torchio". Nel giorno di gara delle opere teatrali si poteva assistere a circa cinque drammi.
Quasi in inizio primavera, tempo di fioritura, si godeva delle feste Antesterie, nel mese denominato Antesteriore, da cui deriva il nome della festa (Antesteria) che esprime un termine simile a "floreale". Secondo il nostro calendario siamo nel periodo tra febbraio e marzo. Per Tucidide (II, 15) si tenevano l'undicesimo giorno del mese. Ed il primo giorno della festa era detto "pitegìa", ed era il giorno della stura delle botti. Il secondo giorno era denominato "choe", che era una misura di vino. Il termine "choe" ha un antefatto storico: Demofonte, un re di Atene, vedendo giungere alla festa il tragedo Oreste, che da poco si era macchiato dell'omicidio della madre, non poté farlo partecipare alla festa per tale colpa. Presa tale decisione, il re fece distribuire una misura di vino poi detta "choe" (Ateneo, X, cap. 10; in I frammenti di Dicearco da Messina, a cura di Celidonio Errante, Lorenzo Dato, Palermo, 1822). Invece, il giorno appresso, il tredicesimo del mese di Antesterione, la festa aveva nome "chutre". Le Dionisie maggiori si tenevano in Atene nel mese detto Elafebolione (tra marzo ed aprile), ed era in tale occasione di festa e di raduno di molte genti provenienti da tutta la Grecia che i grandi drammaturghi proponevano molte loro opere ed i poeti i loro ditirambi. In Atene le commedie, le tragedie e le satire venivano presentate a gruppi di quattro (Tetralogie) e gareggiavano, sottoposte a giudizio ed a riconoscimenti ambiti. Ogni autore poteva presentare le quattro opere al giudizio di una giuria composta da cinque, sette elementi nominati dal magistrato che presiedeva alla festa.
I giudici si sottoponevano ad un vero giuramento sacro che li obbligava a valutare con onestà le varie opere. Nei giorni di rappresentazioni, che iniziavano praticamente all'alba e finivano al tramonto, il popolo e la giuria assistevano fino a dodici o più drammi messi in scena. La durata dei componimenti, rigidamente controllata, era cadenzata dalla caduta di gocce d'acqua. A volte il popolo si opponeva al giudizio ufficiale dei giurati, costringendoli a mutare la loro valutazione dei lavori teatrali. Il vincitore veniva riportato a casa in trionfo, tra canti e sbandieramenti di rami d'alloro, ed egli poi festeggiava per lo più coi familiari e gli amici con una cena ricca di bevute.
SISIFO.
Sisifo diventato intimo degli Dei per la sua affidabilità, aveva ampiamente ricompensato la loro benevolenza rivelando agli uomini i segreti dell’Olimpo e le segrete colpe degli immortali abitatori del cielo. Zeus decise immediatamente di punirlo, e in modo di definitivo, mandando da lui il Dio della morte, Thanatos. Sisifo, furbo com’era, finse di non riconoscerlo. Lo accolse come un ospite qualunque, lo trattenne affabilmente per ore ed ore, finché, ubriacatolo, lo legò con catene di ferro. Ma nell’Averno si andava intanto creando una situazione impossibile: non arrivava più nemmeno un’anima da giudicare, da condannare e da punire!
Nella terra infatti, ora che il Dio della morte era incatenato, non moriva più nessuno! Plutone, avvertito di questo strano fenomeno, informò subito Giove che, severo custode delle leggi dell’Universo, inviò immediatamente Mercurio in cerca di Thanatos. Mercurio andò, e lo trovò in casa di Sisifo ancora incatenato, furibondo, con gli occhi fuori dalla testa, tanto che, appena liberato, provvide innanzi tutto a spedire Sisifo nel mondo dei morti. Questi, però visto che gli dei lo volevano morto prima del tempo aveva preventivamente avvertito la moglie di non rendergli alcun onore funebre, in caso di morte, di darsi anzi alla pazza gioia. La moglie obbediente, fece ciò che le era stato comandato, e così Sisifo, arrivato nel regno dei morti ebbe modo di impietosire Caronte, Cerbero, Minosse e Plutone col racconto delle scelleratezze della moglie (che gli aveva persino rifiutato la sepoltura!) e di ottenere di poter tornare in vita per darle la meritata punizione. Quando giove seppe che Sisifo era evaso con la promessa di un sollecito ritorno furibondo gli mandò di nuovo Thanatos e Mercurio. Sisifo non si scompose e seppe tenerli a debita distanza con un discorsetto semplice semplice: "Cari miei, se son potuto tornare fra i vivi, è evidente che Atropo non ha ancora tagliato il filo della mia vita, quindi ci resterò finché piacerà a lei, non a voi!". I due restarono di stucco; e nessuno, nemmeno Giove -il severo custode delle eterne ed immutabili leggi dell’Universo- osò controbatterlo. Quando morì, gli diedero però una punizione esemplare: lo condannarono a spingere verso la vetta di un monte più grosso macigno che, appena portato sul punto più alto, rotolava dall’altra parte. Di qui il poveretto doveva di nuovo spingerlo verso la cima, rinnovando così una fatica inutile ed eterna.
SENOCLE.
E' uno dei tanti autori minori di abilità (tant'è che a noi non è giunta alcuna notizia biografica) che sono riusciti a battere Euripide, in quanto la posizione dell'autore era molto criticata dai suoi contemporanei (il commediografo Aristofane sopra tutti). Euripide infatti nella sua vita otterrà solamente quattro vittorie ed una vittoria postuma. Ma la sua posizione schiva e atea, che risultò poi anche scomoda, e comunque ancora incompresa ha fatto nei secoli la sua fortuna, anche se e' stato molto discusso, ed a lui si sono ispirati autori moderni come Ibsen, D'Annunzio, Giradoux, Savinio, Wilder.
PACE DI NICIA.
Nel contesto della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), sul finire del 422, in uno scontro Anfilpoli, Cleone e Brasida perdono entrambi la vita: e la contemporanea scomparsa dei due antagonisti più decisi a continuare a belligerare favorì la ripresa delle trattative tra Sparta ed Atene. Nella primavera del 421 a.C. si giunge finalmente alla stipulazione della pace di Nicia (così chiamata per il ruolo fondamentale che ha avuto Nicia, il massimo esponente del partito conservatore ateniese), che impegnava Sparta ed Atene alla reciproca restituzione dei territori conquistati fino a quel momento. Ma il periodo, che dovrebbe essere un momento di pace, diventa un quinquennio utile ad armare i propri fronti, per un sempre più crescente acuirsi di tensione.
SPEDIZIONE ATENIESE IN SICILIA.
Tra il 416 e il 415 a.C. giunsero ad Atene richieste di aiuto parte della città siciliana sua alleata Segesta, poichè le città filospartane di Selinute e di Siracusa la stavano minacciando pericolosamente. Alcibiade, guida del partito democratico-bellicista, con un'abile orazione, fece decidere all'Ecclesia di attuare una politica interventista in questa situazione, anche poichè la città da "salvare", essendo molto prospera, poteva essere una sicura fonte di ricchezza per la città Attica, anche se il rischio da correre era pari alla prospettiva di guadagno. Così è che nell'agosto 415 salparono dal porto Ateniese alla volta dell'Occidente 134 triremi accompagnate da numerose navi da carico, con a bordo 5000 opliti e 1500 fanti armati alla leggera comandati da Nicia, Lamaco e Alcibiade stesso; durante la trasferta, però, quest'ultimo venne richiamato in patria a causa di un processo a lui intentatogli per sacrilegio. Nel frattempo, le cose non si sbloccarono quell'anno, bensì l'anno seguente, nel 414 a.C., decidendo l'esercito ateniese di attaccare la forte città di Siracusa, poichè si era dimostrato molto capace. Da Sparta e Corinto arrivarono, per respingere gli attacchi ateniesi, truppe ausiliarie che capovolsero la situazione a favore dei Siculi.
Nicia allora chiese se fosse stato il caso di continuare la guerra, essendo divenuta la situazione insopportabile, ma nel 413 furono inviate nuove truppe comandate da Demostene: così gli Ateniesi cercarono l'affondo definitivo, ma fu inutile e furono respinti, inseguiti e raggiunti dall'esercito siculo che uccise i capi dell'esercito e portò i soldati nelle latomìe (bene illustra questa scena Tucidide nell'opera ttttttttttVIII, 86-87).
DEUS EX MACHINA.
Nel periodo in cui Euripide scrive, la filosofia, e in particolare la Sofistica, la sta facendo da padrone; questo filone di pensiero contemporaneo all'autore delle Troiane poneva la figura dell'uomo al centro del mondo, ed essendo "l'uomo misura di tutte le cose, di quelle che sono e di quelle che non sono", non viene dato più spazio nella dimensione terrena al divino e agli dei pubblici, fino a negarne l'influenza sulle cose fisiche. Euripide viene molto influenzato da questo filone di pensiero, arrivando a criticare il mito ed ad avere una visione critica e laica sulla realtà circostante, conseguenza di ciò fu che Euripide venne accusato di "ateismo". Gli dei infatti erano nel medesimo istante lontani e vicini agli avvenimenti che accadono nelle sue tragedie: il loro intervento si dimostrava provvidenziale sulle vicende risolvendo l'intricata situazione, scendendo dal cielo, pur restando comunque dei comuni personaggi teatrali.
Tuttavia questa resta una innovazione per risolvere anche il problema della trama troppo libera e senza uno schema fisso, che si ritorce su sè stessa senza dare alcuno sbocco di risoluzione del problema. Solitamente l'intervento divino coincideva con la fine della tragedia (l'esodo), come un'appropriata conclusione, ma nelle "Troiane" si può riscontrare questo fenomeno all'inizio della vicenda (nel prologo). Poseidone ed Atena decidono di provocare una tragico ritorno in patria per gli "eroi" greci esaudendo così il desiderio di Ecuba di vendetta verso i portatori della sua rovina.
TROADES.
Durante questa opera Seneca si rende aemulus di Euripide. Quest'opera è la prima rivisitazione della tragedia euripidea "Le Troiane", da cui prende il nome stesso di "Troades". La fatica senecane non è però esclusa dalla contaminatio, ovvero la fusione di più opere in una stessa opera, dell'"Ecuba", dell'"Andromaca" ed appunto delle "Troiane". Tutt'oggi restano ignote, come del resto per tutte le opere senecane, sia la destinazione a cui l'opera era rivolta, sia la datazione; molto probabilmente l'opera era rivolta ad una ristretta cerchia di persone che condividevano le scelte culturali e ideologiche dell'autore. Oltre che per fondamentali differenze riscontrabili nella trama (nell'edizione latina, per esempio, Astianatte viene fatto eroicamente suicidare) molto probabilmente come effetti della contaminatio, i personaggi delle Troades latine agiscono in un vuoto in cui, afferma il Carini, "l'indifferenza divina per gli errori umani favorisce il trionfo del vizio e della prevaricazione", in un ostile clima di dubbio: gli dei infatti hanno un ruolo assai marginale.
SENECA.
Lucio Anneo Seneca, figlio del famoso retore Seneca il Vecchio, nacque a Cordoba in Spagna, nel 4 a.C. La sua vita pubblica fu molto tormentata da vicende avvenute nella corte di Caligola, fino ad arrivava al 62 d.C. in cui captato il pericolo proveniente dall'autoritario e sanguinario atteggiamento di Nerone, il filosofo, prosatore e tragediografo latino decide di ritirarsi dalla scena pubblica per attendere alla stesure della Naturales quaestiones in cui culmina la sua produzione scientifica delle tragedie tra le quali anche delle Troades.
J.-P. SARTRE.
Jean-Paul Sartre (1905-1980), rappresenta, in qualche misura, la riduzione ai termini rigorosi del discorso esistenzialista avviato da Heidegger e Jaspers. Sartre, uomo di multiforme ingegno, si cimento in molti campi della cultura; fu saggista di psicologia, scrittore politico, critico letterario, romanziere, autore teatrale, e anche filosofo. Ma in tutte le opere, per quanto di genere diverso, circolano i temi del suo esistenzialismo, che trovò sistemazione in L'essere e il nulla (1943), e in L'esistenzialismo è un umanesimo (1946), saggi preceduti, non solo cronologicamente, ma anche contenutisticamente, dagli scritti La trascendenza dell'Ego, abbozzo di descrizione fenomenologica, L'immaginazione, Saggio di una teoria delle emozioni, e L'immaginario. Negli anni Cinquanta, poi, Sartre tentò di armonizzare il suo esistenzialismo con il marxismo; tentativo che fu esposto organicamente nella Critica della Ragion Dialettica, la cui pubblicazione ebbe inizio nel 1960.
LES TROYENNES.
L'opera "Les Troyennes" di J.-P. Sartre si può riassumere come una provocazione a due facce: la prima di carattere strettamente filologico, la seconda di carattere politico.
Quanto alla prima provocazione lo stesso Sartre scrive: "La tragedia greca è un bel monumento in rovina che si visita con rispetto, sotto la guida di esegeti scrupolosi, ma che a nessuno verrebbe in mente di abitare. Periodicamente, i devoti del teatro antico cercano di resuscitare i drammi di Eschilo, Sofocle o Euripide, come potevano vederli gli Ateniesi. Ma è difficile credere a dei rifacimenti, per quanto fatti con le migliori intenzioni. Questo teatro è lontano da noi, perché si ispira ad una concezione religiosa del mondo che ci è diventata completamente estranea. Il suo linguaggio può sedurre, ma non ci convince di più."
La seconda provocazione consiste affiancare i momenti simili che stavano vivendo le patrie dei due autori (Euripide e Sartre). Mentre la polis euripidea del 415 a..C. si stava interrogando su una possibile spedizione ateniese in Sicilia, e non a caso il terzo tragico greco scrive una condanna della guerra in generale, e delle spedizioni coloniali in particolare, la Francia del 1965 si trovava proprio in mezzo alla guerra d'Algeria, e non a caso l'autore francese scrive: "Ogni uomo sensato deve evitare la guerra" perché inutile e per di più deleteria, affermando che come una guerra atomica non ha nè vinti nè vincitori, così i Greci, che pure avevano battuto i Troiani, non ebbero alcun beneficio dalla vittoria, perché per vendetta divina morirono tutti.
ARISTOFANE.
Aristofane, grandissimo artista, è l'unico che ci abbia trasmesso commedie intere e in numero rilevante. Della sua vita non sappiamo quasi nulla. Nato ad Atene verso il 445, forse qualche anno prima, fece rappresentare la sua prima commedia, i Banchettanti , nel 427, sotto il nome di un altro, perchè altrimenti l'arconte non gli avrebbe concesso il coro per la sua troppo giovane età. Egli fu un genio precoce. L'anno dopo, il 426, fece rappresentare i Babilonesi, dove criticava il cattivo trattamento che Atene faceva agli alleati della confederazione attica, rappresentati come schiavi di un mulino, angariati da Cleone. Il potente demagogo intentò non al poeta, ma al suo prestanome, un processo davanti alla Bulè e certo minacciò Aristofane stesso, se anche non è da credere che l'abbia denunciato per avere usurpato il diritto di cittadinanza. Il giovane poeta riuscì a salvarsi e l'anno seguente, il 425, mise in scena gli Acarnesi , che ebbero il primo premio, benchè all'agone partecipassero poeti come Eupoli e Cratimo. Nel 424 fece rappresentare i Cavalieri , la prima commedia rappresentata in suo nome: un attacco violento e amaro contro Cleone. Il demagogo era al colmo della potenza e della fortuna: pochi mesi prima aveva sconfitti e fatti prigionieri gli opliti spartani a Spacteria. Gli ateniesi dettero alla commedia il primo premio. Aristofane per circa 40 anni dominò la scena ateniese. Scrisse 44 commedie: di esse ce ne sono giunte 11, tra cui gli Acarnesi e i Cavalieri. Le altre 9 sono le seguenti: Le Nuvole , rappresentate nel 423; I Calabroni del 422; La Pace del 421; Gli uccelli; La Lisistrata e Le Tesmoforiazuse; rappresentate la prima nelle Lenee, la seconda nelle Grandi Dionisie; Le rane; Le Ecclesiazuse; Il secondo Pluto.

Esempio



  


  1. marina

    versione greco alcibiade rivale di nicia