Euripide - Andromaca (seconda parte)

Materie:Appunti
Categoria:Greco
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Data:22.06.2001
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Testo

Andromaca 2a parte
CORO Smettetela con questi discorsi vacui: è molto meglio. Altrimenti finisce male per tutti e due.
PELEO Ah, che idee sbagliate abbiamo in Grecia. Quando un esercito erige trofei di vittoria, l'impresa non viene attribuita a chi ne ha sopportato il peso, no, la gloria va allo stratega, uno che brandiva la lancia con altri diecimila, che non faceva nulla di speciale rispetto agli altri e si prende il merito. [Siedono sugli scranni, pieni di superbia, in città, si credono meglio del popolo e non sono niente. Ma la gente comune vale mille volte più di loro: basterebbe che unisse l'audacia ai propositi.] Così tu e tuo fratello ve ne state seduti in trono, gonfi di boria per Troia e la vostra campagna militare laggiù, ma vi hanno portato in alto i sudori e le fatiche altrui. Ti insegnerò a considerare il troiano Paride, tuo nemico di un tempo, ben poca cosa rispetto a Peleo se non filate via dal palazzo al più presto tu e la tua sterile figlia, che Neottolemo, sangue del mio sangue, provvederà a cacciare dal palazzo trascinandola per i capelli. Quella sterile giovenca non sopporta che le altre partoriscano, visto che lei non può. Ma se è andata male a lei, noi dobbiamo restare privi di discendenti? Servi, sparite: mi piacerebbe sapere chi mi impedirà di liberarla. Alzati, Andromaca, anche se ho le mani tremanti, riuscirò a disfare questi nodi aggrovigliati. Maledetto, guarda come le hai ridotto le mani! Ma cosa credevi: di dover immobilizzare con delle funi un toro o un leone? O avevi paura che impugnasse una spada per difendersi? Vieni qui, piccolo, tra le mie braccia: sleghiamo insieme tua madre. Penserò io ad allevarti a Ftia come un nemico implacabile di questa gentaglia. Spartani! Ma se vi tolgono la fama militare e la pratica di guerra, voi non siete superiori a nessuno, in niente. Sappiatelo bene!
CORO Genia senza freno, i vecchi: e la loro ira è incontrollabile.
MENELAO Sei troppo incline a trascendere. Mi hanno forzato a venire qui a Ftia, e non voglio fare o subire nulla di spregevole. E neanche ho tempo da perdere: perciò rientro in patria. Non lontano da Sparta, una città già amica ci è divenuta ostile: organizzerò una spedizione punitiva, per ridurla all'obbedienza. Una volta restaurato l'ordine come intendo io, mi presenterò di nuovo qui: esporrò di persona a mio genero le mie ragioni e sentirò le sue. E se punirà questa donna e si comporterà bene con noi, lo contraccambieremo. Ma se si infuria, avrà a che fare con le nostre furie [, alle sue azioni corrisponderanno precise reazioni]. Alle tue chiacchiere non do peso: sei un'ombra che sta davanti a noi e ha voce: ma non puoi nulla, puoi solo parlare.
PELEO Figlio, tienimi per braccio e guidami, e anche tu povera Andromaca: eri incappata in una tempesta terribile, ma ora sei giunta a un porto riparato dal vento.
ANDROMACA Vecchio, che il cielo rimeriti te e i tuoi: hai salvato mio figlio e me, una sventurata. Attento però che non ci tendano un agguato lungo la strada deserta, e non mi portino via a forza, visto che tu sei vecchio, io debole e lui un bambino: bada che non ci ricatturino una volta fuggiti.
PELEO Non tirarmi fuori dei discorsi da paurosa donnetta. Cammina. Chi oserà toccarci? Chi ci prova dovrà pentirsene. Grazie a Dio, in Ftia comandiamo uno stuolo di cavalieri e molti opliti: e io ho spalle robuste, non sono un vegliardo come credi tu. Un individuo come quello, lo domo con un'occhiata, malgrado i miei anni. Un vecchio coraggioso vale più di molti giovani: il vigore fisico non serve a nulla a un codardo.
CORO
str.
Vorrei non essere mai nato
o discendere da una stirpe nobile, da lignaggio di possidenti.
Chi ha origini illustri
se patisce cattiva ventura non resta senza ausilio:
onore e gloria attendono
chi vanta grandi antenati.
La fama degli eroi non la distrugge il tempo:
la virtù splende anche dopo la morte.
ant.
È bene evitare vittorie infamanti,
è bene non abbattere la giustizia con rancore e violenza.
Subito se ne prova piacere,
ma col tempo si inaridisce la gioia,
e un'onta macchia le case.
Io lodo e † scelgo † la vita
che escluda a palazzo e nelle città
un potere ingiusto.
ep.
O antico figlio d'Eaco
ti battesti contro i centauri - lo so -
con lance folgoranti, a fianco dei Lapiti;
poi sulla nave Argo traversasti
il mare inospitale delle Simplegadi -
fu una spedizione memorabile -
e quando l'inclito figlio di Zeus
gettava rete di morte sulla città d'Ilio
rientrasti in patria
carico anche tu di gloria.
NUTRICE Donne carissime, oggi le disgrazie vengono una dietro l'altra. La mia padrona, Ermione, tanto per intenderci, abbandonata dal padre, conscia di cosa ha fatto tramando l'uccisione di Andromaca e del figlio, ha deciso di suicidarsi. Ha paura che suo marito la cacci ignominiosamente di casa [, teme di venir messa a morte perché ha tentato di dar morte a chi non doveva]. I servi che la sorvegliano l'hanno fermata appena in tempo mentre stava per impiccarsi, le hanno strappato di mano, più di una volta, la spada. Si angoscia, capisce la gravità del suo operato. Sono stanca di oppormi ai suoi tentativi di suicidio, andate voi, entrate in casa, salvatela. Amici dell'ultimo momento, si sa, possono essere più convincenti degli amici abituali.
CORO Sì, ci arrivano le grida delle ancelle dall'interno: è proprio come dicevi tu. L'infelice vuol dimostrare, sembra, quanto soffre per aver commesso azioni indegne. Eccola, sta uscendo di casa, è sfuggita dalle mani delle schiave: vuole davvero morire.
ERMIONE
str. a
Ah, ah, guai a me: mi strapperò i capelli,
mi strazierò il volto con le unghie.
NUTRICE Ma cosa fai, figlia? Infierisci contro te stessa?
ERMIONE
ant. a
Ah, ah, via, all'aria, questo velo di seta,
via dal mio capo.
NUTRICE Figlia, ricopriti il seno con la veste.
ERMIONE
str. b
Perché? Perché devo ricoprirmi il seno con la veste?
Le mie colpe di fronte al mio sposo
sono nude e ben visibili.
NUTRICE Hai tramato la morte della tua rivale e ne soffri?
ERMIONE
ant. b
Un tentativo atroce, e mi tormento
per ciò che ho fatto. Maledetta,
sono maledetta tra la gente.
NUTRICE Tuo marito avrà pietà di te.
ERMIONE La spada. Perché mi hai tolto di mano la spada?
Ridammela, svelta, ridammela. Voglio piantarmela nel petto.
O se no, lasciami penzolare da una corda.
NUTRICE Sei impazzita. E io dovrei permetterti di morire?
ERMIONE Che destino crudele.
Una fiaccola, dov'è una fiaccola amica?
No, mi butterò dalle rocce,
mi sperderò in mare o nella foresta:
mi accoglieranno le ombre dei morti.
NUTRICE Ma perché ti angosci tanto? Le sventure il cielo le manda a tutti, prima o poi.
ERMIONE Padre, padre, mi hai abbandonata sola,
su una riva deserta, senza aiuti.
Mi ucciderà, mi ucciderà, mio marito,
non abiterò più nella casa nuziale.
C'è qualche immagine divina
che io possa implorare in ginocchio?
O mi dovrò gettare, schiava,
ai piedi di una schiava?
Vorrei essere un uccello dalle ali scure
per volare lontano da Ftia;
vorrei essere la nave d'abete che per prima
varcò il mare tra le rupi azzurre.
NUTRICE Figlia, non approvavo gli eccessi di prima, quando infierivi contro la Troiana. Ma neanche mi piace la paura folle che manifesti adesso.
Tuo marito non romperà certo i vincoli con te per le chiacchiere inconsistenti di una barbara. Tu non sei, per lui, una prigioniera di guerra: ti ha ricevuta in sposa da un personaggio altolocato, gli hai portato una ricca dote, provieni da una città potente. Tuo padre non ti tradirà, non permetterà così a cuor leggero, come temi, che ti caccino di casa. Rientra nelle tue stanze, non farti notare qua fuori: sarebbe una vergogna. [Non è bene che ti vedano davanti al palazzo, figlia.]
CORO Qualcuno che dall'aspetto si direbbe straniero sta venendo verso di noi, piuttosto in fretta.
ORESTE Straniere, è questa la dimora del figlio di Achille, la sua reggia?
CORO Hai indovinato. Ma come mai ce lo chiedi? Chi sei?
ORESTE Sono il figlio di Agamennone e di Clitemestra, mi chiamo Oreste. Sono diretto all'oracolo di Zeus, a Dodona. E visto che sto passando per Ftia, mi pare logico informarmi su mia cugina, la spartana Ermione, sapere se è viva e se le cose le vanno bene: anche se abita in un posto lontano da noi, mi è cara lo stesso.
ERMIONE Figlio d'Agamennone, tu mi appari come il porto ai naviganti nella tempesta. Mi inginocchio davanti a te, ti scongiuro di avere pietà di noi: la mia sorte, lo vedi, è disperata. Non ho rami e bende da supplice, protendo verso di te solo le mie mani.
ORESTE Ehi, cosa succede? Mi sbaglio o la donna che vedo è proprio la signora della casa, la figlia di Menelao?
ERMIONE La sola figlia che la Tindaride Elena abbia avuto da suo marito, sappilo bene.
ORESTE Febo salvatore, liberala dalle sue angustie. Ma cosa succede? I tuoi mali provengono dagli dèi o dagli uomini?
ERMIONE Da me stessa provengono, dall'uomo che ho sposato e da qualche dio: la rovina incombe su di me da ogni parte.
ORESTE Se una donna è senza figli, può essere colpita solo nel matrimonio.
ERMIONE Ecco la malattia di cui soffro; me lo hai tirato fuori di bocca.
ORESTE Tuo marito ama un'altra invece di te?
ERMIONE Sì, una schiava, l'antica consorte d'Ettore.
ORESTE Mi parli di una brutta faccenda: due letti nuziali per un uomo.
ERMIONE È proprio così, ma io ho cercato di proteggermi.
ORESTE Hai allestito una trappola da donna contro donna?
ERMIONE
Certo. La morte, per lei e il suo bastardo.
ORESTE E li hai uccisi, o qualcosa te lo ha impedito?
ERMIONE Il vecchio Peleo me lo ha impedito: protegge la gentaglia, lui.
ORESTE Avevi un complice per l'assassinio?
ERMIONE Mio padre, venuto apposta da Sparta.
ORESTE E un vecchio ha avuto il sopravvento su Menelao?
ERMIONE No, mio padre ha ceduto a un senso di rispetto. E se ne è andato, lasciandomi qui, sola.
ORESTE Capisco: temi tuo marito per quello che hai fatto.
ERMIONE Appunto. E mi ucciderà: occorre dirlo? Ma ti supplico, in nome di Zeus che protegge i parenti, portami via di qui, il più lontano possibile, o riconducimi da mio padre, alla sua reggia. Mi sembra che questa casa levi la sua voce e mi scacci, e la terra di Ftia mi odia. Se Neottolemo torna da Delfi prima della mia fuga, mi ucciderà in maniera ignominiosa: oppure diverrò una schiava, a servizio della concubina di cui ero la padrona. Mi si potrebbe chiedere: ma come hai potuto sbagliare così? Mi hanno traviato le cattive compagnie, donne che venivano a trovarmi e mi montavano la testa con i loro discorsi: "ma come, sopporti di spartire tuo marito con la più umile delle schiave? Per la dea Era, in casa mia non sarebbe campata tanto da godersi quel letto!" E io, a sentire quelle Sirene, [le loro ciarle abili, astute, scintillanti], fui travolta dalla pazzia. Che bisogno avevo di fare la guardia a mio marito? Non mi mancava assolutamente nulla: disponevo di grandi ricchezze ero la regina della casa; avrei avuto figli legittimi, e lei dei bastardi, semischiavi dei miei. Continuo a ripeterlo: un marito intelligente non deve, non deve assolutamente permettere visite femminili a sua moglie. Le donne sono maestre di mali. Qualcuna corrompe una sposa per guadagnare denaro, un'altra vuole infettare l'amica con la sua stessa malattia; molte agiscono ispirate dalla propria lascivia. E così la peste entra nelle case. Contro questi pericoli sbarrate le porte, con chiavistelli e spranghe. Le donne che si introducono in casa non combinano nulla di buono, sono anzi causa di molti guai.
CORO Ti sei lasciata andare troppo contro il tuo sesso. Ti perdoniamo, ma bisognerebbe che le donne facessero un po' di cosmesi alle loro brutture.
ORESTE Era nel giusto chi insegnò agli uomini ad ascoltare anche i discorsi degli avversari. Io, conoscendo la confusione che regnava a casa tua, la lite fra te e la moglie di Ettore, me ne stavo quieto, in attesa vigile. Forse volevi rimanere qui, forse, terrorizzata per aver tentato di uccidere la prigioniera, volevi andartene dalla reggia. Mi sono mosso non obbedendo ai tuoi ordini, ma per portarti via da questo palazzo, se solo tu me ne avessi parlato: e lo hai fatto. Perché tu mi appartenevi già, e abiti con quest'uomo per la vigliaccheria di tuo padre. Menelao, prima di assalire Troia e il suo territorio, ti aveva assegnata in sposa a me, e poi ti promise al tuo attuale signore, se avesse distrutto Troia. Quando il figlio di Achille tornò in patria, perdonai tuo padre, ma implorai Neottolemo di rinunziare a te, parlandogli delle mie vicende e della mia sorte attuale, spiegandogli che dovevo sposarmi con una della mia stirpe, mentre mi era difficile trovare una sposa tra estranei, esule com'ero dalla patria. Ma Neottolemo fu protervo, sferzante, mi ricordò il matricidio, le dee dagli occhi che stillano sangue. E io, abbattuto per le sventure familiari, ero pieno di dolore, di dolore, ma chinai il capo, e, contro la mia volontà, me ne andai senza di te. Ma ora la tua situazione è precipitata, non hai difesa contro le circostanze avverse: ti porterò via dalla reggia, per riconsegnarti nelle mani di tuo padre. Il sangue è sempre sangue e nelle sventure non c'è nulla che valga l'affetto di un congiunto.
ERMIONE Delle mie nozze si occuperà mio padre: non sta a me decidere. Ma tu portami via, in fretta: non voglio che il mio sposo arrivi e mi trovi ancora qui. O che il vecchio Peleo, informato della mia fuga, mi insegua con i suoi cavalieri e faccia in tempo a raggiungermi.
ORESTE Non devi temere un debole vecchio. E neppure il figlio di Achille, date le pesanti umiliazioni che mi ha inflitto. Ho intrecciato per lui, con le mie mani, una rete di morte, dai nodi inestricabili. Non dico altro adesso: a cose fatte il santuario di Delfi saprà tutto. Se vale il giuramento dei miei compagni d'arme, nella terra della Pizia, io, il matricida, gli insegnerò a non sposare la donna che era mia di diritto. Per la morte di Achille chiederà amara ragione al dio Febo: e non gli gioverà pentirsi: lo colpirà la giustizia celeste. Morirà malamente, per opera di Apollo e in seguito alle mie calunnie, imparerà cosa significa il mio odio. Il demone stravolge le sorti dei suoi nemici e spegne la loro superbia.
CORO
str. a
Dio del Sole, che rafforzasti con torri
le rocche di Ilio bella di mura
e tu, Dio del mare, che guidando
azzurre cavalle percorri distese d'acque,
perché avete offerto, senza contraccambio,
a Enialio, signore della guerra,
l'opera laboriosa delle vostre mani?
Perché avete abbandonato
la misera, sfortunata città di Troia?
ant. a
Aggiogaste ai carri, sulle rive del Simoenta,
molti splendidi cavalli,
scatenando lotte mortali,
senza premio di corone.
Sono caduti, scomparsi i sovrani
discendenti di Ilo; il fuoco
non brilla più sugli altari di Troia
con profumo d'incensi.
str. b
Ma cadde anche l'Atride ucciso dalla sua sposa,
ed essa pagando morte con morte
perì per mano del figlio.
Contro di lei si volse la profezia imperiosa
di un dio, di un dio.
Il figlio d'Agamennone, partito da Argo,
entrò nel sacrario del tempio, e uccise,
fu costretto a farsi matricida.
Febo signore, come posso crederlo?
ant. b
Molte donne nelle piazze greche
levarono lamenti per i miseri figli,
spose lasciarono le case
per altri connubi: non su di te sola
e sui tuoi cari piombò funesto dolore.
Questo morbo invase la Grecia tutta,
ma orrenda tempesta percorse
anche i fertili campi dei Frigi,
stillando sangue di morte.
PELEO Donne di Ftia, ho una domanda da farvi: rispondetemi. Mi è giunto vago sentore che la figlia di Menelao ha lasciato la reggia, è sparita. Desidero sapere se è vero, e sono qui per questo: se i nostri cari sono via, chi è rimasto in casa deve preoccuparsi delle fortune degli assenti.
CORO Peleo, l'informazione è esatta. Non sarebbe bello, da parte mia, tacere i tristi eventi a cui mi è capitato di assistere. La regina ha abbandonato il palazzo, è fuggita.
PELEO Cosa temeva? Spiegamelo per bene.
CORO Che suo marito la cacciasse di casa.
PELEO Per aver tentato di uccidere il bambino?
CORO Il bambino e la prigioniera.
PELEO Si è allontanata con suo padre o con qualcun altro?
CORO Il figlio di Agamennone se l'è portata via con sé.
PELEO Sperando cosa? Vuole sposarla?
CORO Certo, e si prepara anche a uccidere Neottolemo.
PELEO In un agguato o in un duello leale?
CORO Nel santo tempio del Lossia, insieme agli abitanti di Delfi.
PELEO Dio mio, è una cosa terribile. Presto, qualcuno corra alla sacra dimora della Pizia, informi i nostri amici laggiù della macchinazione ordita a Ftia, prima che il figlio di Achille cada per mano dei suoi nemici.
NUNZIO Che brutto destino il mio. Sono qui come latore di una notizia atroce, per te, vecchio e per gli amici del mio padrone.
PELEO Ahimè, il mio cuore lo presagiva, me l'aspettavo.
NUTRICE Neottolemo, il figlio di tuo figlio, non c'è più. Ecco cosa devo dirti. Lo hanno ferito a morte, a colpi di spada, abitanti di Delfi e uno straniero di Micene.
CORO Ah, ah, cosa ti succede, vecchio? Non cadere! Su, su rialzati.
PELEO Sono distrutto, non sono più niente. Non riesco più a parlare, le gambe non mi reggono.
NUTRICE Se vuoi vendicare i tuoi cari, ascolta cos'è successo. Forza, rialzati.
PELEO Che crudele destino mi assale, infelice me, alla fine dell'esistenza! Ma dimmi, come se ne è andato l'unico figlio del mio unico figlio? Non sono cose da udirsi, ma le voglio sentire lo stesso.
NUTRICE Eravamo giunti al famoso tempio d'Apollo e ci riempivamo gli occhi con le belle cose da guardare, per tre splendidi giorni di seguito. La faccenda generò sospetti: cominciarono a formarsi capannelli e assembramenti degli abitanti del luogo. E il figlio di Agamennone, aggirandosi per la città, sussurrava alle orecchie della gente discorsi malevoli. "Lo vedete quello li? Continua a andare su e giù per le grotte del dio piene di oro, per i tempietti votivi; è ritornato qui per la stessa ragione per cui era già venuto una volta: saccheggiare il santuario". E allora presero a diffondersi sinistri rumori, a Delfi. I magistrati, riunitisi nelle sale consiliari, e, in privato, gli addetti alla custodia dei tesori del dio disposero un servizio di vigilanza nei porticati intorno al tempio. Intanto noi, all'oscuro di tutto, con le nostre pecore, allevate nei boschi del Parnaso, ci eravamo diretti al grande altare, dove sostammo insieme ai prosseni e agli indovini pitici. Qualcuno domandò: "Giovanotto, cosa dobbiamo chiedere per te al dio? Come mai sei qui?" Neottolemo rispose: "Voglio riparare un mio torto verso Febo: avevo preteso, infatti, una volta, che mi rendesse giustizia per aver versato il sangue di mio padre". Allora emerse chiaro quanto avevano potuto le chiacchiere diffuse da Oreste sul mio padrone e cioè che mentiva e che era venuto a Delfi con brutti propositi. Neottolemo oltrepassa la soglia del tempio, per rivolgere la preghiera a Febo davanti all'oracolo, è ormai intento al sacrificio. Contro di lui si era appostata, nell'ombra dei lauri, una schiera di armati: aveva ordito tutto, da solo, il figlio di Clitemestra. Mentre pregava in piedi di fronte al dio, gli uomini in agguato con lame acuminate colpiscono a tradimento il figlio di Achille, che era disarmato.
Egli indietreggia - non erano stati offesi punti vitali - retrocede: strappa armi appese alle pareti del vestibolo, si pianta diritto davanti all'altare: era un guerriero che incuteva paura a vederlo. E grida ai figli di Delfi: "Perché uccidete un pellegrino venuto con pie intenzioni? Cosa ho fatto per meritare la morte?" Erano in tanti vicini a lui, ma nessuno rispose: e invece da ogni parte gli scagliarono contro delle pietre. Assalito da una fitta gragnuola si difese dagli attacchi protendendo le armi, spostando a destra e a sinistra lo scudo. Non concludevano nulla. E però una pioggia di proiettili gli cadde addosso: frecce, giavellotti con cinghie, lance leggere a due punte, spiedi da bue. Era una tremenda danza pirrica, quella danzata da tuo nipote per scansare i colpi. Stavano stringendo il cerchio intorno a lui, senza concedergli respiro. Neottolemo abbandonò l'altare sacrificale e con un balzo degno di Achille piombò in mezzo a loro: si involarono come le colombe alla vista di uno sparviero. Nel tumultuoso accalcarsi molti caddero o per mano di Neottolemo o ferendosi a vicenda nelle anguste uscite del tempio: nelle silenziose stanze del sacrario risuonò, riecheggiato dalle rocce, un sinistro clamore. Il nostro padrone si stagliava calmo, luminoso nelle sue armi scintillanti. Improvvisamente risuonò dall'interno del tempio un grido terribile, raccapricciante: infiammò i fuggiaschi, li spinse alla lotta. Cade il figlio di Achille - la punta acuminata di una spada gli era penetrata nel fianco [fu un cittadino di Delfi a ucciderlo] - insieme a molti altri: quando fu a terra chi non lo colpì con il ferro, con le pietre, da vicino e da lontano? Tutto il suo bel corpo fu sconciato da atroci ferite; il cadavere, che giaceva presso l'altare, venne scaraventato fuori dal tempio odoroso d'incenso. Noi riuscimmo a impadronircene e l'abbiamo portato qui, in fretta: così tu, vecchio, potrai sfogare in lamenti il tuo dolore, piangere, dare degna sepoltura al morto. Ecco che cosa ha fatto a tuo figlio, mentre voleva espiare le sue colpe, il Signore, per gli altri, del vaticinio, il grande arbitro, per tutti, della giustizia. Si è ricordato, come un qualsiasi omuncolo, delle antiche contese. Dov'è la sua sapienza?
CORO Eccolo, il nostro signore che ritorna a casa, da Delfi, trasportato a braccia: la sventura ha colpito lui, ma anche te, vecchio. Ospiti il cucciolo di leone nel tuo palazzo, ma non come ti auguravi: anche tu hai patito dolori e intrecciato la tua alla sua sventura.
PELEO
str. a
Che carico di male vedo e accolgo
tra le mia braccia, in casa. Ahimè, abitanti di Ftia,
è il colpo di grazia questo, è la fine per noi:
la mia stirpe si è estinta,
non ho più figli nella reggia.
Mi opprime l'angoscia, † dove trovo un amico che mi conforti? †
Guardo la tua bocca amata,
le tue guance, le tue mani.
Magari ti avesse ucciso un demone
sulle rive del Simoenta.
CORO Allora la sua morte sarebbe stata celebrata e tu, vecchio, avresti avuto una vita più serena.
PELEO
ant. a
Le tue nozze? Con le tue nozze hai distrutto la mia reggia e la mia città.
Ahi, ahi, figlio.
† La stirpe di Peleo non doveva mai cercarsi
erede e dimora
presso Ermione, nome infamante,
nome di morte. †
Perché il fulmine non si è abbattuto su di lei?
E tu, un uomo, hai osato chiedere ragione
a Febo, a un dio
della freccia letale che trapassò tuo padre.
CORO
str. b
Ahi, ahi! Piangendo intonerò il lamento secondo il rito funebre
per il mio signore scomparso.
PELEO Ahi, ahi! Io, vecchio disperato,
risponderò al tuo pianto versando lacrime di lutto.
CORO È un decreto del cielo, un dio ha voluto così.
PELEO Carissimo, tu hai reso vuota la casa,
[povero me, misero me] Ci rimango solo io,
un vecchio, infelice, privo di eredi.
CORO Morire, dovevi morire prima dei tuoi figli.
PELEO Mi strapperò i capelli,
mi percuoterò con violenza il capo.
Oh, patria mia,
Febo mi ha tolto i miei due figli.
CORO
ant. b
Hai patito ed hai visto il male:
che vita ti riserva il futuro?
PELEO Privo di figli, solo,
soffrirò infiniti mali, patirò
infinite pene prima di scendere all'Ade.
CORO Gli dèi alle tue nozze ti augurarono felicità, invano.
PELEO Tutto è svanito, si è dissolto o è sepolto...
Ogni vanto e superbia è scomparso.
CORO Solo ti aggirerai in stanze deserte.
PELEO Non ho più la mia terra, la mia patria.
Scaravento via il mio scettro.
E tu, figlia di Nereo, nel tuo
antro cupo mi vedrai cadere,
distrutto.
CORO Oh, oh. Cosa si muove nell'aria? Percepisco la presenza di un dio. Donne, guardate, osservate. Un dio attraversa l'etere luminoso, discende verso le pianure di Ftia, ricche di cavalli.
TETIDE Peleo, in memoria delle nostre antiche nozze, io, Tetide, ho lasciato le case di Nereo e sono venuta qui. E ti esorto, innanzitutto, a non addolorarti troppo per le sventure che ti hanno colpito. Anch'io, che avrei dovuto generare figli immuni da morte (sono una dea, figlia di un dio), ho perso il figlio avuto da te, Achille, dal veloce piede, il primo fra i Greci. Ti spiegherò adesso come mai io sia qui: e tu, ascoltami. Va' a Delfi, e il cadavere del figlio di Achille seppelliscilo presso il sacrario della Pizia, a vergogna dei cittadini di Delfi: la tomba renderà noto a tutti il perfido omicidio tramato da Oreste. La prigioniera troiana, Andromaca, deve abitare la terra dei Molossi, dove si unirà in legittime nozze a Eleno e con lei il piccolo deve abitarla, l'unico superstite della famiglia di Eaco: i suoi discendenti regneranno felicemente sulla Molossia, di padre in figlio. Non possono perire né la mia né la tua stirpe e neppure quella di Troia, una città che sta a cuore agli dèi, anche se Pallade ne ha voluto la distruzione. Avere sposato una dea comporta dei benefici: ti libererò, dunque, dalle miserie umane, ti renderò un dio che non conosce né morte né consunzione. Vivrai, in futuro, nelle case di Nereo, tu, un dio, accanto a me, una dea. Da qui varcherai, a piedi asciutti, il mare, vedrai l'amatissimo nostro figlio Achille, che dimora nell'isola di Leuca, nel Ponto Eusino. Adesso, avviati verso Delfi, la città sacra, accompagna li questa salma, alla quale darai sepoltura. Poi, recati nella baia incavata nell'antico promontorio di Sepia, e lì aspettami: attendimi finché io non venga dal mare a prenderti con una scorta di cinquanta Nereidi. Sino alla fine devi sopportare il destino a te assegnato; così ha deciso Zeus. Non addolorarti per i morti: la morte è un tributo che tutti gli uomini sono obbligati a pagare: così hanno deliberato i celesti.
PELEO Possente dea, mia nobile consorte, stirpe di Nereo, salve. quello che fai è degno di te e dei tuoi discendenti. Rimuovo da me il dolore, come tu mi imponi: seppellirò il cadavere e poi raggiungerò le pendici del Pelio, dove ho stretto fra le mie braccia il tuo bellissimo corpo. [Sposi una donna di alto lignaggio, chi ha senno, o la conceda in sposa a un uomo di illustri natali. Mai vi colga desiderio di un matrimonio con una donna di basse origini, anche se vi porta in casa una ricchissima dote. Un matrimonio di prestigio non soffrirà ingiuria, mai, da parte degli dèi.]
CORO Molti sono gli aspetti del divino,
molte sono le risoluzioni inattese dei celesti;
quello che si credeva non si è compiuto,
un dio trova la strada per l'impossibile,
e questa vicenda si è suggellata così.

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