Ellenismo

Materie:Appunti
Categoria:Greco

Voto:

1.7 (3)
Download:443
Data:02.09.2008
Numero di pagine:17
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
ellenismo_11.zip (Dimensione: 17.48 Kb)
trucheck.it_ellenismo.doc     60 Kb
readme.txt     59 Bytes



Testo

ELLENISMO

Il periodo dell’Ellenismo è delimitato da date che segnano importanti cambiamenti in Grecia.
1. E’ fatto convenzionalmente iniziare nel 323/322, anno segnato da tre eventi importanti per la cultura greca: muoiono la politica e la filosofia tradizionali (Demostene e Aristotele), e nasce un nuovo sistema politico (Alessandro). Alessandro si affaccia sul mare e si espande verso est, e la Grecia perde la sua centralità. Ricordato come periodo Alessandrino: il centro è Alessandria. Parallelamente Roma sta completando la sua organizzazione interna, ed è ignorata dai Greci, che la vedono come una città rozza e incolta. Ne parla solo Polibio, ma lui è in una posizione particolare.
2. Termina nel 31 a.C., data della battaglia di Azio, che segna la conquista dell’Egitto, e quindi di Alessandria l Roma ha il controllo diretto della Grecia. Si apre l’età imperiale o greco-romana. Gli autori di questo periodo devono tenere conto di Roma, non possono più ignorarla; la fine di quest’età è il 526, quando Giustiniano chiude la scuola di filosofia di Atene. La filosofia era rimasta in mano ad Atene, non c’erano più grandi filosofi però erano lì. La chiusura segna la fine di un periodo. La filosofia pagana non era ben vista; è la fine della cultura Greca.
Tutto nasce dalla morte di Alessandro. Alessandro aveva un fratello, che però era considerato deficiente. Aveva un figlio, ma non ancora nato. Entrambi questi eredi avevano bisogno di un reggente, nessuno dei due era per età o per forza adatto a regnare. Alessandro consegnò l’anello del potere a Perdicca, un generale, che però era anziano quindi non venne considerato. Nacque l’età dei diadochi: i generali di Alessandro, Macedoni, che si spartirono il regno in tanti regni più piccoli. Ma gli stessi diadochi non avevano la forza di reggere un regno che si erano conquistati. Alcuni Greci si trasferirono in questi regni emigrando, avevano in parte il potere politico, ma erano in minoranza. Ad Atene cresceva il fenomeno del pauperismo: la città non commerciava più per riservare energie per andare contro la Macedonia n non era più in grado di reggersi; molti andavano a cercare fortuna. Questo si era già verificato nella spedizione di Senofonte: c’era sì chi voleva solo scappare per ragioni politiche, ma molti si erano uniti alla spedizione perché non sapevano cos’altro fare. Questi Greci che andavano nei regni a cercare fortuna costituivano una minoranza e ci tenevano a conservare la propria identità; prima non avevano mai avuto bisogno di conservare una tradizione culturale e questo porta a studiarla: quando si studia una tradizione, vuol dire che è finita.
C’è un fenomeno strano: l’ellenismo è la fine della polis intesa come città-stato; ora il sistema politico è diventato la monarchia (re per diritto di conquista): è cambiato. Il cittadino è diventato suddito, la partecipazione al potere non è più possibile. Muore la polis, ma ha una fioritura dal punto di vista materiale: l’unico modo di mettere insieme un regno piccolo come i loro è creare città c nascono tante poleis, che prendono il nome dai generali che vincono: è l’unico modo che loro conoscono per vivere socialmente. Nella società c’è maggior possibilità di difesa, potevano riunirsi, mantenere uguaglianza di costumi, senza perderli a contatto con gli stranieri con cui erano andati ad abitare.
Due sono in particolare le conseguenze. La Grecia era individualista, inteso come polis: ogni città viveva per conto suo. Ma comunque avevano l’idea di appartenere ad una nazione. Ora erano costretti ad emigrare in posti che avevano qualcosa di loro: delle città fondate dai Greci c la spinta ad emigrare porta a :
1. Individualismo: la Grecia prima era in particolare commerciante, e i Greci che commerciavano avevano un sistema alle spalle a cui erano agganciati; ora invece partivano per conto loro, individualmente, non era una colonizzazione organizzata. Abbiamo la prova che un certo Zenone riuscì a trovare fortuna: sono stati scoperti dei papiri che non sono opere letterarie, ma libri mastri: lettere d’affari, inventari, contabilità: amministrazione. Sono importanti perché:
- Mostrano con che coraggio uno sia riuscito a costruirsi un patrimonio (che di solito usavano per spese pubbliche)
- Ci danno un’idea della lingua parlata. Parlavano la κoινή: è una specie di attico, la base Greca si arricchì di elementi locali. La lingua scritta dei dotti rimase l’attico, ma questi erano anche in grado di scrivere in eolico o dorico, ma le usano come lingue morte. Per esempio, per la lirica monolica, usavano l’eolico: il dialetto resta legato ai generi. I non dotti invece scrivevano con la lingua parlata: procede a paratassi (semplificata), ricca di parole nuove sconosciute al greco tradizionale.
2. Cosmopolitismo: non è quello dell’illuminismo! L’intellettuale illuminista si sentiva ovunque nel mondo come nella propria patria: è la visione positiva del cosmopolitismo. Quello di tipo ellenistico invece è il non sentirsi nella propria patria da nessuna parte. Si sentivano soli, staccati dalle proprie radici, non più attorniati da greci con le stesse idee e gli stessi valori. Venendo da più città diverse avevano cultura, mentalità, valori diversi che confluivano: non trovavano più qualcosa di simile a loro, ma si tendeva a stare insieme per conservare e difendere una tradizione comune, che non era poi tanto comune perché era frutto di una confluenza di valori diversi. Si dice che il greco passa da HOMO POLITICUS a HOMO ECONOMICUS e prima l’uomo era cittadino e orgoglioso di esserlo, ora non era più possibile la partecipazione politica, mancò l’uomo politico che quindi diventò uomo economico.

La τύχη
Un altro problema che sorse nell’ellenismo è la τύχη. Non c’era più la πoλις, non c’era più la possibilità di avere altri greci intorno, non c’era la possibilità di essere cittadini U gli dei non servivano più a niente. L’unica “divinità” che sopravvisse nell’ellenismo era la τύχη, l’irrazionalità. Rimase l’imponderabile di Tucidide, la parte che sfugge alla razionalità dell’uomo, la personificazione dei limiti della ragione umana. Al centro rimase l’uomo con la sofistica, misura di tutte le cose. Tucidide aveva sostenuto che non era vero che l’uomo fosse misura di tutte le cose, ma c’era qualcosa che gli sfuggiva: la τύχη appunto. Sopravvisse e occupò uno spazio più ampio di prima: sostituì la divinità. Secondo Polibio aveva tre significati diversi:
1. Significato tradizionale: FATO. In questo senso è incomprensibile.
2. Invadendo lo spazio degli dei, diventa la DIVINITÀ’, in senso generale, vago.
3. Diventa addirittura PROVVIDENZA: quasi al contrario della τύχη, assunse anche il significato di πρόνoια, che è un progetto.
Polibio aveva detto che Roma era il più grande prodotto di τύχη: inteso come πρόνoια. Quando invece se ne parla in contrasto con il λόγoς, allora è la τύχη di Tucidide, irrazionalità. Alla fine sostituì le divinità.

La nuova letteratura
Caratteristica tipica dell’Ellenismo è la novità e conservazione. Il Greco era erede di un passato, di una tradizione, e doveva attenersi ad essa, pur capendo di essere diverso.
Il Droisen, a cui si deve il nome di Ellenismo, scrisse una storia dell’Ellenismo; afferma di non essere hegeliano, ma in realtà segue il procedimento triadico tesi/antitesi/sintesi. Individua l’età classica come tesi, l’ellenismo come antitesi, e il cristianesimo come sintesi. Non importa il Cristianesimo, quello che ci interessa è che mette in contrapposizione età classica ed Ellenismo: l’Ellenismo è sentito come decadenza dell’età classica. Ha sentito queste due età come tanto diverse. L’Ellenismo si rifà alla tradizione, però la innova. L’innovazione è opera di un gruppo di dotti. Per esempio, la tragedia muore con Euripide (che l’ha uccisa trasmettendo l’insicurezza dell’uomo). la tragedia ha esaurito il suo compito ma continua come genere letterario, con riprese e creazioni tradizionali (noi non le abbiamo, ma continuano). Questa letteratura è nuova, diversa, nata da, e destinata a, dotti. Nel passato la diffusione era soprattutto orale (Omero, Tucidide, le tragedie…), legata da comunità di valori fra autore e pubblico. La nuova letteratura ha un ambito limitato di dotti ed è diretta ad un pubblico ristretto; i dotti erano arroccati in musei e biblioteche, e si rivolgono ad altri dotti in musei e biblioteche: ha diffusione scritta, che porta a:
➢ Maggiore brevità (Apollonio scrive un poema in 4 libri)
➢ Perfezione tecnica (le imperfezioni se lette non si notavano, le ripetizioni erano necessarie; se si scrive invece bisogna fare maggiore attenzione, perché l’occhio leggendo cade sul verso prima e su quello dopo).
➢ Originalità: si scrivono argomenti diversi, è apprezzata l’abilità tecnica, ma anche la novità.
L’erudizione di chi legge è uguale a quella di chi scrive! In questo contesto si giustifica l’opera di Euforione, che ha cercato tutti gli απαξ e poi ha scritto un’opera includendoli tutti: sembrava una novità. Le parole rare e difficili erano apprezzate da chi leggeva. Certo è fine a se stessa! Comunque grazie a loro, maniaci, abbiamo i frammenti dei lirici, che riportavano quando citavano una parola.
La letteratura così ha perso la funzione di insegnamento: quelli che leggevano sapevano già tutto! Non vuole insegnare, è arte per arte, ha in sé la propria giustificazione.
Non essendoci più valori comuni e un’ideologia di fondo, l’estetica assume importanza.

I musei
Originalmente, sedi delle muse. In epoca ellenistica, era un tiaso di dotti, un’università: il luogo in cui i dotti si specializzavano; uno vicino all’altro, lavoravano insieme, e si specializzavano in cose diverse. Nasce la specializzazione: la cultura si sviluppa e viene studiata in settori separati, la scienza si stacca dalla filosofia. Era un luogo di studio e di residenza: autosufficiente, in modo che potessero studiare e produrre senza vincoli, liberi da altri impegni. Questo era possibile nei regni ellenistici, con l’accentramento di potere e ricchezza nelle mani del re, che può spendere per mantenere questi dotti. C’era una duplice convenienza: il dotto era materialmente mantenuto, il re lustrava il proprio regno e se stesso potendo dire di aver avuto nel proprio museo un importante dotto. Nei musei c’erano anche dei laboratori (aule per determinati studi o sperimentazioni) e più importanti, delle biblioteche.

Le biblioteche
All’interno dei musei, contengono il sapere passato. Diventarono talmente estese da avere un EPISTATES, che poteva essere:
• Sovrintendente amministrativo
• Sovrintendente culturale (più probabile).
All’inizio questi era anche responsabile della biblioteca; quando la biblioteca diventa troppo grande: nasce la figura del PROSTATES, subordinato all’epistates, ma che poi diventa autonomo, se non più importante.
Una notizia ci dice che la biblioteca più grande conteneva 700.000 volumi; i volumi erano dei rotoli, e qualcuno dice che erano lunghi 2 volte quelli precedenti, così si arriverebbe a 2.100.000 volumi! Qualcun altro ha ipotizzato che non fossero 700.000 libri diversi, ma che fosse il numero di rotoli che ogni biblioteca aveva. Non essendoci i diritti d’autore, la prima cosa da fare era stabilire il testo critico (ristabilire il testo originale). Per fare ciò bisogna averne almeno due da confrontare! Quindi questa cifra potrebbe comprendere i doppioni. Il fatto che i re comprassero le opere aumentò il numero di falsari: ad Alessandria vennero utilizzati i primi segni grafici per indicare se un verso fosse sicuramente omerico, oppure solo parzialmente…
Il procedimento per stabilire il testo critico era:
1. STECHIOMETRIAS stabilire la lunghezza reale delle opere, qual è l’edizione originale.
2. GLOSSEG spiegazione e commento dell’opera. Nacquero rivalità fra le biblioteche, tanto che misero l’embargo ai papiri!

Pergamo e Alessandria
Il regno di Pergamo era molto importante anche se piccolo; era molto ricco, si trovava in una zona commerciale. Aveva una grande biblioteca, Cratete di Mallo era l’organizzatore: diede alla scuola di Pergamo un’impronta filosofica e linguistica nel commento. Alessandria e Pergamo erano diverse in due ambiti:
1. COMMENTO C Alessandria: letterario, scientificamente più solido
Pergamo: allegorico, più affascinante.
2. LINGUISTICO L Alessandria: analogista (la parola segue regole ben fissate)
Pergamo: anomalista (è possibile che una parola assuma connotazioni diverse, si accettano neologismi, parole importate)
3. FILOSOFIA F Alessandria segue Aristotele
Pergamo segue la filosofia stoica.
Questo da luogo a interpretazioni diverse, concetti espressi in maniera differente.
La cosa importante è che la scuola aristotelica ha offerto a tutti i musei un modello di organizzazione, introducendo la divisione nei vari settori. L’organizzazione aristotelica dal punto di vista dal punto di vista pratico passa anche in tutti i musei, non solo ad Alessandria.
Ad Alessandria c’era la biblioteca più importante, più ricca e più centrale; da qui l’“epoca Alessandrina” prende il nome. La tradizione le attribuisce 700.000 volumi; Il Canfora ipotizza che nel numero siano compresi anche i 5.000.000 di versi di Zoroastro (non si sa da dove abbia preso questa notizia). Zoroastro appartiene alla cultura indiana; l’Indo segna il confine tra la cultura Greca (espanso da Alessandro) e l’Oriente. La cultura indiana era esclusa dall’Ellenismo. La presenza ad Alessandria di testi indiani indicano il desiderio dei dotti di avere a disposizione la cultura di tutto il mondo per poter confrontare la propria cultura con tutte le altre, non evitarle come prima facevano i Greci, ma conoscerle. La traduzione dello Zoroastrismo, come quella della Bibbia, non venne curata da un Greco perché non conosceva le lingue straniere, ma da stranieri che conoscevano il Greco.

Il termine “Ellenismo”
“Ellenismo” è un termine usato dal Droysen nell’800, autore di un’opera storica sull’Ellenismo (anche se non l’ha completato). L’aggettivo esisteva già in epoca classica, e voleva dire “greco”. Un preside francese, Laqueur, sostenne che il Droysen aveva sbagliato, e dopo questo studio di Laqueur tutti sostennero che il Droysen aveva detto una cosa, anche se in realtà non l’aveva detta ma gliel’aveva attribuita Lacueur. Il Canfora ha poi notato questo errore di Laqueur a cui la critica aveva creduto. Laqueur dice che fu il Droysen ad utilizzare per la prima volta il termine ellenismo, che alcuni dicono che fosse usato già nel 600; Laqueur sostiene che il Droysen abbia usato questo termine sulla scia di studiosi di greco che si rifacevano alla terminologia degli Atti degli Apostoli, quando i Cristiani distinguevano ελλενισται e εβραιoι ε
ελλενιστάι erano gli ebrei che parlavano greco;
εβραάιoι erano gli ebrei che parlavano ebrarico.
Secondo Laqueur però Droysen avrebbe frainteso, perché quel passo non indica questo, ma distingue ελλενιστάι che parlavano un greco non più puro, ed εβράιoι, che non parlavano greco. Invece il Droysen non ha mai fatto riferimento a quel passo!
La lingua del periodo è la κoινή, cioè comune (sottinteso γλόσσα): è la lingua greca scritta in periodo ellenistico. Bisogna distinguere tra la lingua pura dei dotti e la lingua parlata. Koινή indica un greco che in realtà è un attico (il dialetto più conosciuto); questa lingua greca, trasportata nelle varie zone, si imbastardisce con elementi non greci che si aggiungono o sostituiscono una parola: parole locali grecizzate con l’aggiunta della terminazione. Non c’è una κoινή, ma tante. Droysen insegnava in università tedesche: c’era interesse per le lingue e vennero pubblicate molte grammatiche e lessici delle varie κοιναι.
Perché a questa civiltà è stato dato il nome di ellenismo? Se si guarda la sua opera, il Droysen non ha mai fatto menzione degli Atti degli Apostoli, ma ha solo detto che si può definire questa civiltà “ellenistica”, aggettivo che originalmente voleva dire “greco”, però indica un greco che si è adattato a posti diversi; è la lingua che ha esteso il suo nome alla cultura dell’epoca. Laqueur ha sostenuto che Droysen ha tratto il nome dagli Atti degli Apostoli dove si usa ελλενιστάι in contrapposizione a chi non parla greco; però negli Atti degli Apostoli parlare greco voleva dire parlare il greco dell’epoca e secondo Laqueur, Droysen l’ha visto in contrapposizione a parlare un greco puro. Droysen ha dato il nome ad una cultura prendendolo da una lingua, per indicare che era una lingua diversa da quella pura.
La lingua dei dotti ellenisti, scritta, è quella pura fatta sopravvivere studiandola e usandola. Però la cultura è adattata ai loro tempi, ha un pubblico dotto che ha in comune con l’autore solo elementi culturali e formali, non i valori. Si apprezza l’erudizione esasperata, le allusioni che possono essere colte solo da chi ha altrettanta cultura, ma la letteratura non ha aggancio con la vita che si vive, perché nasce nei musei e resta lì. È una letteratura fine a sé stessa: si giustifica da sola. In questo senso è “moderna”: è arte per arte, non può produrre insegnamento perché non ha un pubblico che ne ha bisogno.

L’epica
Nell’Ellenismo, decade l’epica.
• Uno di Samo ha scritto “τά περσικά” o le guerre persiane, argomento storico: si cercano nuove vie per un genere che stava cambiando.
• Apollonio Rodio scrisse “le Argonautiche” A c’erano tutte le caratteristiche dell’erudizione in 4 libri. Aristotele aveva detto che il numero di libri ideale per un poema epico era 4: assume importanza la brevità; in più si inseriscono elementi totalmente estranei, come l’amore.
• Non basta: l’ellenismo fa nascere l’epilio, diminutivo di επος. In questo genere rientra l’Ecale di Callimaco; prende come eroe Teseo, e sceglie, tra tutte le avventure che gli erano attribuite, un mito di poco peso, secondo cui ha eliminato il toro di Maratona: un toro che distrugge e ammazza nella pianura di Maratona. Teseo parte e lo uccide. Non era un mito sconosciuto, ma poco usato: in questo periodo vengono preferiti miti non sconosciuti, ma poco usati, che il ristretto pubblico a cui erano rivolti conosceva e apprezzava. Inoltre un episodio meno frequente richiedeva meno versi.
L’Ecale di Callimaco. È un poema di 700/800 versi, di cui l’episodio del toro ne occupa 50. Il resto è dedicato al viaggio, in particolare ad un episodio. Teseo si ferma lungo la strada e chiede ospitalità ad una vecchietta, Ecale, che non lo riconosce, ma pur nella sua povertà lo accoglie e gli dà da mangiare. Teseo poi parte e va ad uccidere il toro, quando torna vuole premiare la vecchietta per la sua generosità, però scopre che è morta, allora fonda sul luogo della sua capanna un tempio a Zeus Ecalio (motivo eziologico). Non si sa se fosse un’invenzione di Callimaco, probabilmente no, doveva essere un mito poco frequente.
Il poemetto è diverso dal poema epico, per lunghezza, per la scelta di un mito poco frequente, ma anche perché capovolge i valori. Un poema tradizionale avrebbe evidenziato l’atto eroico, a cui invece sono dedicato solo 50 versi. Qui il vero eroe non è Teseo, ma è l’eroe della vita di tutti i giorni. È molto diverso da Achille e dagli eroi dell’Iliade che essenzialmente combattono. Teseo è stanco e si ferma: l’eroe è umanizzato, ha i suoi bisogni e le sue debolezze. Ecale è fuori dalla storia per sesso, età, posizione sociale: non avrebbe potuto entrare in un poema epico o lasciare traccia di sé. L’eroismo cambia: condivide quello che ha da mangiare, sacrifica qualcosa per bontà, si sottolinea la generosità d’animo.
Anche le Argonautiche di Apollonio Rodio sono diverse dal tradizionale poema epico: l’età non può più produrre eroi, il genere letterario degli eroi si sta trasformando (in epilio) oppure fallisce (nelle Argonautiche).
Abbiamo testimonianza che poemi epici tradizionali continuarono comunque ad essere scritti nell’epoca: è stato trovato un elenco di nomi e titoli di poemi epici. La maggior parte hanno come argomento Alessandro Magno, la fondazione di Alessandria, i successori di Alessandro: la storia diventa argomento del poema epico, con le regole classiche del poema epico; non era rivolto ai dotti e aveva diffusione orale per ascoltatori meno colti e più tradizionali che non avrebbero capito l’Ecale. Non abbiamo una parola di tutti questi poemi, però la lista è lunga: dimostra l’interesse del pubblico non colto per questi.

La tragedia
La tragedia era stata uccisa da Euripide con la tragedia ad intreccio (che riporta alla commedia), che non insegna niente in questo periodo è un genere che ha perso il suo compito, ma continuano a produrre esempi. Anche in questo caso abbiamo solo un elenco di nomi, si parla della pleiade (i 7 migliori), ma basta a testimoniare che l’usanza si mantiene.
Eξαγογή di Ezechiele Abbiamo anche non completa una tragedia di Ezechiele (nome ebraico) che scrive l’Eξαγογή, di argomento biblico. Non appartiene alla pleiade, ed è stato catalogato come testo profetico: la cultura greca ed ebraica si influenzano a vicenda. È la storia di Mosè presentata sotto forma di tragedia. Non rispecchia i parametri della tragedia tradizionale, infatti non è concentrata sul giorno fatale, e non c’è nemmeno unità di luogo: si è mosso! Parla della vita di Mosè. Per la mentalità ebraica non era necessaria l’unità di azione, ma la tragedia è impostata in modo diverso: presenta una serie di azioni. Non possono scrivere una tragedia alla greca perché adottano il genere della tragedia come strumento per scrivere la loro storia.
I greci invece continuarono ad utilizzare la struttura classica della tragedia, per due motivi, a seconda dei due tipi di destinatario:
1. Per il Greco che ci è abituato, per far conoscere ai greci la storia attraverso una struttura che gli era familiare
2. Per gli ebrei ad Alessandria, che avevano una mentalità adattata al greco, non parlavano neanche più l’ebraico, la tragedia diventa il mezzo per far conoscere agli ebrei la loro storia.
Alessandra di Licofrone Apparteneva alla Pleiade invece Licofrone di Calcide, con la sua tragedia “Alessandra”. L’opera ha la forma di un lunghissimo monologo, riferito da un messaggero, in cui Alessandra, la troiana Cassandra, pronuncia in un linguaggio oscuro ed enigmatico una serie di profezie. Questa tragedia ha creato problemi già nell’antichità per il fatto di essere un lungo monologo: lo stesso messaggero fa un’introduzione e riporta come discorso diretto tutta la profezia. Qualcuno ha pensato che fosse una tragedia sperimentale; già Euripide faceva lunghe tirate, sperimentalmente si tenta una tragedia che sia un unico monologo, portando alle estreme conseguenze. L’ellenismo amava le sperimentazioni.
Anche il significato ci lascia non pochi problemi. Parla di Enea: dice che Troia tornerà gloriosa; fa riferimento a dei gemelli, che si pensa che siano Romolo e Remo. Si riferisce anche ad un impero universale: ma in quel periodo Roma non aspirava ad un impero universale! C’era già stata la sconfitta di Pirro, ma per i Romani era una vittoria inaspettata! È difficile però pensare, come qualcuno ha fatto, che non sia un riferimento a Roma. Un’altra ipotesi che è stata avanzata è che si riferisca ad una casa regnante discendente da Enea che abbia commissionato l’opera; i cuccioli allora non si sa chi siano.
Inoltre c’è ancora un problema: nel monologo ad un certo punto c’è un verso in latino: “uno del sangue mio, degno emulo di Alessandro” ” si crede che sia Tito Quinzio Flaminio, che sconfisse Filippo nella battaglia di Cinocefale, uno del circolo degli Scipioni. Dopo la seconda guerra punica Roma aveva due nemici: Antioco II di Siria, a cui lasciò mano libera, e la Macedonia, contro cui mandò Tito Quinzio Flaminio. Contro Filippo i Romani adottarono un sistema: Filippo aveva un figlio, Perse, che i Romani portarono a Roma e crebbero come un Romano: in questo modo lo resero favorevole, un socius. Però con Perse gli andò male perché, tornato in Macedonia, adottò una politica antiromana. La questione venne risolta solo da Lucio Emilio Paolo. Flaminio indisse a Corinto una riunione di tutta la Grecia e proclamò la libertà della Grecia, con grande entusiasmo di questa.
Ci sono diverse interpretazioni di questa tragedia:
• Qualcuno dice che è una profezia: Licofrone prevedeva il futuro.
• Secondo un’altra ipotesi, Licofrone si sdoppia: l’autore dell’Alessandria sarebbe un altro Licofrone, non quello della Pleiade, ma uno sconosciuto vissuto un secolo dopo.
• Lo Ziegler invece sostenne che questi due pezzi controversi hanno uno stile diverso rispetto al resto della tragedia: mostrano un Greco posteriore L Ziegler sostiene che sono un’aggiunta posteriore. Quest’ipotesi ebbe notevole successo perché provava anche un influsso della cultura ebraica su quella greca. Alessandria tendeva ad un sincretismo culturale: influsso tra le varie letterature. Ad Alessandria si cercava sì di conservare la propria tradizione, ma si mirava anche a conoscere le tradizioni altrui. Erano fecondi i rapporti con la comunità ebraica colta: era aperta a incontri culturali.
Bisogna però tenere conto di cosa si considera per testo profetico:
- in senso ebraico, la profezia è diversa dall’oracolo greco, in quanto è spiegazione di quello che è già successo, interpreta ciò che è già accaduto
- se invece si interpreta profezia in senso greco, come annuncio del futuro, se non lo si sposta nel passato, annuncia il futuro conoscendolo. L’Alessandra è stata scritta in greco, presentata prima come profezia, aggiornata poi dalla cultura ebraica dopo il Licofrone con queste due aggiunte.
Non è dimostrato ma ci sono influssi reciproci delle due culture, ha permesso interpolazioni di aggiunte per aggiornare. Così come l’Eξαγογή, opera ebraica che ha subito un influsso greco, avremmo un’opera greca che ha subito un influsso ebraico.

Gli altri generi
Da una parte si conservarono i generi tradizionali; la produzione ellenistica è quella nuova, come l’epilio, che ha caratteristiche perfette per l’Ellenismo. Altri generi tradizionali continuano, ma trasformati:
♣ elegia e aveva diversi settori (guerresca, morlistica…)a diventa narrativa. È sfruttata per raccontare vicende. Le divinità nei racconti diventano umanizzate; per esempio Callimaco narra di Artemide bambina a cui il padre concede la sovrintendenza della caccia. La manda dai ciclopi a chiedere le armi, lei intenerisce i ciclopi che la prendono in braccio, poi ritorna all’Olimpo dove incontra Eracle, dio della forza, che è un Eracle da commedia, il quale le spiega cosa deve colpire. È un’opera simpatica, non è empia perché tanto negli dei non ci credeva più nessuno, però non vuol dire niente. Snell definisce lo stile di Callimaco “giocoso”: è piacevole, racconta senza lasciarsi coinvolgere. Avrebbe potuto farne qualcosa di più drammatico, anche degli altri miti (sempre scelti tra quelli poco frequenti). In questo senso l’elegia diventa narrativa.
♣ Epigramma m è un altro dei generi che prende il sopravvento. Era sinonimo di epigrafe, incisione; l’epigramma diventa un genere letterario con caratteristiche perfette per l’ellenismo: è breve, perfetto, e non avendo sue regole precise (nato per essere inciso: doveva solo essere breve e perfetto) rimane il terreno libero in cui il poeta può esprimersi senza vincoli. Le immagini che piacevano venivano sfruttate da altri: è difficile stabilire la paternità di un epigramma.
♣ Poesia bucolica P esisteva già prima come genere popolare. Le viene data importanza da parte di Teocrito.
♣ Storiografia
♣ Trattati di retorica T la retorica non ha più sbocco: viene studiata. Nascono gli stili, la specializzazione.
♣ Teatro tradizionale T muore, resta come genere popolare (pleiade)
♣ Commedia muore. L’ultimo grande rappresentante fu Menandro (la divisione in antica/media/nuova è stata fatta quando è morta). Menandro ha mentalità ellenistica, anche se come periodo è a cavallo; qualcuno lo colloca nell’età classica, però è meglio spostarlo. È una commedia diversa, che riflette un’Atene “metropoli di provincia”: diventa provincia in quanto non fa politica, rimane grande solo per le dimensioni: le resta da rappresentare solo la vita di tutti i giorni. Menandro è l’ultimo grande rappresentante della commedia, in particolare di quella nuova; della commedia di mezzo non abbiamo niente, probabilmente è una creazione artificiosa dei dotti ellenistici che avevano la mania delle triadi; comunque neanche tra Menadro e Aristofane c’è poi tanta differenza: le commedie di Menandro mancano di parabasi, non hanno argomento politico e fanno parodia religiosa, proprio come quelle di Aristofane, per lo meno le ultime.

Esempio