DISFATTA PERSIANA: VISIONE NELLA POLIS e VISIONE ARCAICA

Materie:Tesina
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Testo

BIBLIOGRAFIA
• “L’IDEOLOGIA DEL POTERE E LA TRAGEDIA
GRECA”
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Piccola Biblioteca Einaudi
1978 Torino
• “I TRAGICI GRECI E L’OCCIDENTE”
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Patron Editore
1979 Bologna
• “LA FOLLIA DI SERSE”
Arnold Alzheimer
Signorelli Editore
1974 Mantova
• “SCRITTORI DI GRECIA”
Giuseppe Rosati
Sansoni Editore
1972 Firenze

Il dio che inganna
Merita di essere notata innanzitutto, nel parodo dei Persiani, l’immagine della rete di Ate, dalla quale l’uomo non ha la capacità di balzar via. L’immagine della rete è particolarmente adatta a rendere a un livello quasi immediato di percezione visiva l’impotenza dell’uomo che si trova avvolto in una situazione inestricabile: l’immagine che ha un segno chiaramente negativo.
Dai Persiani sino all’Orestea, Eschilo per spiegare l’atto delittuoso continua a utilizzare un modello di meccanismo ‘psicologico’ nell’ambito del quale un tratto essenziale era un inganno esercitato sulla mente dell’uomo, e in modo tale che a esso l’uomo non è più in grado di sfuggire.
Tutto questo presuppone, certamente, la concezione di TTT, in quanto accecamento della mente umana. Ma è specifico di Eschilo il fatto che l’inganno acceca la mente dell’uomo è all’origine di un atto che non è solamente erroneo nel senso che provoca del male in chi lo fa, ma si accompagna alla violazione di una norma etico-religiosa; e in particolare per quel che riguarda i Persiani, è significativo che autore dell’inganno non sia, come nell’Iliade, una divinità importante quale è ,,,,,ma invece il dio stesso, nell’uso più generale del termine.
È interessante, a questo proposito, il modo come si sviluppa la linea del discorso nel passo del Parodo dei Persiani. Dopo le considerazioni di carattere generale sull’inganno del dio che porta la sciagura, il Coro porta il discorso sul caso particolare riguardante i Persiani. Di essi si ripercorre in modo sintetico tutta la storia, caratterizzata sin dai tempi più antichi da un destino che li spingeva alla guerra e alle distruzioni di città. In tale modo questa fase più recente della storia persiana ci è presentata in modo tale da mettere in evidenza la loro capacità di iniziativa; d’altra parte, occorre prestare attenzione alla frase finale (“fiduciosi in sottili funi impegnate per una costruzione e in congegni che servivano per trasportare la massa dell’esercito”: è indubbio in questa frase il riferimento al ponte di navi costruito dal Serse sull’Ellesponto), che solo con una notevole forzatura si lega a ciò che precede, dove si parla genericamente della capacità dei Persiani di varcare il mare. Questa è una spia importante per capire il discorso del Coro. Eschilo sa naturalmente che già prima di Serse (e in particolare con Dario) i Persiani si erano serviti del mare per le loro operazioni belliche; ma egli vuole porre fuori campo tutto ciò, per mettere in evidenza il singolo atto di Serse della costruzione del ponte di navi. Questo perché tale atto viene presentato nel corso della tragedia come una violazione di una norma etico-religiosa, e il nesso di questa violazione e la disgrazia che colpisce i Persiani a Salamina e dopo costituisce uno dei temi fondamentali di tutta la tragedia. In tale modo, d’altra parte, il Coro è in grado di mostrare che l’inganno del dio non è qualcosa di assolutamente capriccioso, non pura malignità, ma coincide con un’azione umana, quella di Serse, colpevole sia in senso morale che religioso.
Fra l’altro, attraverso questa rapida sintesi di tutta la storia persiana l’empio atto di Serse appariva ancora più abnorme e riprovevole, e maggiore risultava anche la sua responsabilità, appunto perché egli ereditava un impero costruito grazie all’impegno di diverse generazioni e in concomitanza di un destino divino.
Parlando ora di Serse, egli è definito più volte sovrano θθθθθθθ, bellicoso, ma sempre in contesti che lungi dall’esaltare il suo successo, richiamano invece l’attenzione sul rovinoso esito della sua campagna: o spirito di Dario lo rimprovera infatti di aver svuotato di uomini il suo impero.
Particolarmente significativo è, infine, il fatto che nel Parodo Serse venga detto “uomo pari a un dio”. Si tratta di una formula omerica usata per gli eroi Eurialo e Achille nell’Iliade e poi per Telemaco nell’Odissea. Per Serse tuttavia questo termine assume una connotazione negativa, riferendosi alla sua eeeee, e quindi assolutamente innaturale e illegittima.
Tuttavia, la concezione secondo la quale il dio inganna gli uomini presenta di per sé una stretta connessione con quella secondo cui il dio è mosso dall’invidia nei confronti degli uomini: in ambedue i casi l’atteggiamento di fondo è quello di una ostilità nei confronti dei mortali, che è sostanzialmente immotivata. Quindi si ha l’impressione che Eschilo deliberatamente all’inizio della tragedia abbia voluto problematicizzare al massimo l’atto di Serse; in questo modo le varie linee che si intersecavano nel Parodo potevano essere sviluppate nel corso della tragedia.
Colpa di Serse e sventura mandata dagli
dei
Tocca soprattutto al personaggio di Dario mettere in rilievo le implicazioni di carattere etico-religioso presenti nel Parodo per ricavarne tutta la loro potenzialità didattica.
Nell’ambito di una concezione che presupponeva una partecipazione del dio all’azione umana, Dario, a differenza di Atossa, tende a mettere in rilevo, almeno per quel che riguarda i tempi di realizzazione degli eventi, uno dei due termini, e cioè l’agire di cui l’uomo appare responsabile. Anche se, infatti, antichi oracoli lasciavano prevedere come ineluttabile la sventura che si è abbattuta sulla Persia, Serse con il suo comportamento ha, per così dire, affrettato gli eventi, “ma quando l’uomo affretta –afferma Dario- anche il dio collabora”. Pertanto è fuori discussione che la partecipazione del dio è stata anch’essa determinante.
Dario tuttavia critica aspramente Serse perchè ha agito con giovanile intemperanza senza sapere, senza rendersi conto realmente di ciò che faceva. Tutto questo è presentato da Dario come una malattia della mente, nel senso quindi che si tratta di un accecamento paragonabile alla follia.
Ma nella definizione della ‘colpa’ di Serse interviene anche un altro elemento, che si pone su una linea diversa rispetto alla problematica dei rapporti tra uomo e divinità. Esso è il principio secondo il quale il figlio fa proprio ciò che apparteneva al padre, un patrimonio non solo di beni, ma anche ideologico e culturale. Quando Dario fa sinteticamente la storia dei re che si erano succeduti al trono sottolinea che il secondo sovrano, che era succeduto al padre, continuò la sua opera, e proprio per questo Dario loda la sua assennatezza. Serse, al contrario, non solo non continuò l’opera del padre, ma trascurò i consigli paterni. La contrapposizione tra padre e figlio è quindi evidente.
Serse appare dunque come “colui che non sa”, come il mortale che si pone in una dimensione diversa e nettamente inferiore rispetto alla divinità. In particolare, per quanto concerne la battaglia di Salamina, le disposizioni di Serse, furono erronee in quanto non capì l’inganno di Temistocle e nemmeno l’invidia degli dei. Il motivo dunque dell’intervento ostile della divinità è inserito nel contesto di una valutazione globale del comportamento di Serse, dove l’accento batte sui limiti della condizione umana: anche il messo infatti si muove secondo una linea di pensiero che presenta importanti punti di contatto con le parole di Dario.
Quando infatti il messo associa l’invidia degli dei al motivo del QQQQQQQdi Serse ‘che non sa’, egli certo intende richiamare l’attenzione sul comportamento di Serse, ma questo è fatto con l’intento non di mettere in evidenza la sua colpa e la sua responsabilità, ma di sottolineare i limiti della condizione umana. Certo anche per Dario questo ultimo è un punto di materiale importanza, ma a differenza del messo egli lo sviluppa nel senso che intende sottolineare la colpa di Serse nel non aver rispettato i noti limiti che circoscrivono l’agire dell’uomo.
L’incontro di due ideologie
In conclusione il modo di porsi di Dario di fronte alle vicende della spedizione di Serse in Grecia e l’ideologia che le sue parole presuppongono appaiono, nel contesto dell’intera tragedia vista nella sua totalità, come qualcosa di circoscritto, la realtà della rovina che si è abbattuta sul regno di Persia va al di là di un’operazione intellettuale che intenda collocare i fatti entro una serie di eventi concatenati secondo la legge di causa ed effetto (atto colpevole di Serse, quindi sconfitta dell’esercito persiano) e che si proponga di ricavare da questi fatti una lezione morale valida per il futuro (rovina di Serse e della Persia, quindi apprendimento da parte di Serse, e dell’umanità in genere, di una norma di saggezza e moderazione). Da una parte quindi, la realtà si pone di per sé, in quando sciagura e dolo che gli dei provocano e impongono agli uomini, e dall’altra parte il poeta interroga questa realtà e cerca di spiegarla e dominarla intellettualmente, attraverso un sistema di strumenti concettuali. Senonchè, la realtà della sciagura che ha colpito la Persia travalica lo sforzo intellettuale di applicare ad essa una legge.
Invero, la duplicità di linea che viene fuori dai Persiani rispecchia la complessità effettiva della realtà della polis greca. Nella cultura greca arcaica per ciò che riguarda l’agire dell’uomo, coesistevano una concezione più antica (è la divinità che manda il male agli uomini, l’uomo è nulla di fronte agli dei) e un modo di vedere le cose che apparteneva a una stratificazione più recente e che è da mettere in relazione con il costituirsi di istituti giuridici nel cui contesto l’uomo viene giudicato responsabile e può essere punito. Le due linee culturali che si incontrano nei Persiani scaturiscono quindi dalle strutture tragedia alla fine risulti vincente la linea che era dotata di un maggiore spessore in questo senso stesse politico-culturali della polis. E non è un caso che nella: la tragedia si chiude, in particolare attraverso il dialogo lirico tra Serse e il Coro, con il senso non contraddetto di una sciagura che quale gli uomini non possono fare nulla per contrastare.
Il tentativo di costringere la realtà entro uno schema basato sui concetti di colpa e di responsabilità andava incontro a difficoltà oggettive insuperabili: la realtà è refrattaria al tentativo di scoprire in essa l’applicazione di una norma etico-religiosa. Senonchè, a circoscrivere e a limitare ulteriormente questo tentativo di riferire la realtà ad una norma, contribuiva nel caso dei Persiani anche la situazione politica contingente, che spingeva invece al principio di convivenza tra cause divine e umane.

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