Callimaco

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Testo

Callimaco
Un poeta intellettuale e cortigiano
Callimaco nasce da Batto nell’antica colonia dorica di Cirene, sulle coste africane all’incirca nel 305 a. C. Era di origine nobile: suo padre Batto si pensa fosse il fondatore della città, mentre suo nonno, del quale aveva ereditato per prima cosa il nome, era stato il comandate della flotta di Cirene; inoltre il suo bisavolo probabilmente era quell’Anniceri che aveva riscattato l’amico Platone dalla schiavitù. Cirene era sotto il dominio dei Tolomei e ad Alerssandria, sua capitale, troviamo il giovane Callimaco. Si tramanda che attraversò un periodo di indigenza durante il quale fece il maestro elementare nei sobborghi di Eleusi,ma questa giovane boheme è un dato pressoché letterario,molto probabilmente,come accadeva ai giovani di buona famiglia,fu presto introdotto a corte come paggio.
Era destinato a una posizione di rilievo; quando nel 283 a.C. divenne re Tolomeo II Filadelfo,Callimaco entrò facilmente nell’entourage del principe e si distinse presto nell’ambiente della biblioteca per i suoi lavori di grammatica e di filologia,fra i quali in particolare mmmmmmm,le tavole che riassumevano tutta la letteratura greca. La sua posizione divenne sempre più prestigiosa e divenne poeta di corte:celebrò le nozze fra Tolomeo Filadelfo e Arsinoe, e in seguito l’apoteosi della regina. L’elegia La Chioma di Berenice ci conferma che la sua posizione era ambita ed affermata poiché era stata scritta per Berenice, la sposa di Tolomeo III Evergete successore del Filadelfo. Morì attorno al 240 a.C.
Le sue opere toccano gli argomenti più disparati. Famosissimi furono nell’antichità i suoi LLLLLLuna raccolta in quattro libri di cui restano pochi frammenti, grande fama aveva il poemetto in esametri Ecale ma anche di questo buona parte è andata perduta. Callimaco riutilizzò un’antica tecnica letteraria e scrisse i famosi Giambi,anch’essi in gran parte perduti. Restano invece per intero sei inni agli dèi e un gruppo di circa sessanta epigrammi, conservatisi gli uni perché appartenenti alla tradizione innografia e religiosa antica, i secondi perché furono racconti nell’Antologia Palatina. Molti frammenti della tradizione diretta e indiretta riportano il nome di Callimaco:carmi d’occasione quali gli epinici per le vittorie ai giochi di corte,l’Ibis e molte altre opere sia poetiche sia erudite. Quindi Callimaco fu sia un poeta che componeva per committenza sia un letterato erudito proiettato alla pubblicazione libraria.
Callimaco viene definito l’emblema della poesia ellenistica e nello stesso tempo il primo teorizzante di nuove formule espressive,quindi il primo poeta moderno perché vede la poesia come un’attività destinata ad un ristretto pubblico aristocratico,che disprezza la massa e concepisce l’arte come un pregio della classe colta. L’arte Callimachea rinuncia a trasmettere contenuti elevati e intellettualmente impegnati e a voler essere un maestro del pensiero, ma sceglie di elaborare un’arte raffinata e colta. Callimaco mantiene , in quanto poeta, la sua posizione di sssss,sapiente, ma mentre in antichità il sapiente era tenuto a tramandare la cultura a tutti e quindi all’intera massa,Callimaco trattiene la sua erudizione precludendola alla massa. Questo succede perché si avverte la fine di quel periodo culturale e dal rifiuto di essere uno stanco ripetitore di forme ormai strabusate. Callimaco apprende e apprezza appieno il Museo e la Biblioteca di Alessandria in quanto fonti di sapere e di erudizione in grado di accrescere il suo sapere. Per tali motivi Callimaco diede vita ad una nuova concezione della cultura e del sapere che influenzò la letteratura latina di Ennio fiono ad Ovidio, ed, in generale, tutta la letteratura europea successiva. Callimaco è quindi un poeta dotto che, come attesta lui stesso,basa la sua arte su dati e fatti che erano già stati registrati. Questa fondamentale caratteristica della sua poesia ne preclude la fantasia e ciò emerge anche dal suo stile privo di voli e fronzoli ma ossessivamente elaborato e ricco di erudizioni. I suoi versi,in apparenza levigati,sono ricchi di trabocchetti e giochi di parole rare e arcaiche che li rendono ispidi e difficoltosi.Probabilmente però è proprio questa difficoltà che costringe i lettori a soffermarsi e a comprendere ogni richiamo e ogni particolarità dello stesso verso. Callimaco può essere considerato l’ultimo tra i poeti maggiori o il primo tra i minori ma indubbiamente gli si deve riconoscere uil pregio di aver dato vita ad una nuova concezione dell’arte destinata poi ad imporsi.

Aitia
Gli Aitia realizzano il programma poetico ed intellettuale di Callimaco, tanto che possono essere considerati come il manifesto di un nuovo modello di poesia e di concezione letteraria. Era uno dei testi più apprezzati ed amati dal pubblico dotto e fu letto anche oltre il VII sec d.C. Probabilmente andò perduto nella crociata di Costantinopoli. Numerosi frammenti papiracei e un riassunto in prosa ci permettono però di tracciarne il profilo dell’opera alla quale Callimaco lavorò per molti e lunghi anni.Una prima edizione comprendeva due soli libri che giunsero a quattro e vennero preceduti successivamente da un prologo. La prima edizione inizia con un sogno di Callimaco nel quale lui incontra le muse e le chiede di rispondere ad alcuni dei suoi dubbi.Certamente questo sogno raccoglieva e assemblava le diverse parti dell’opera prendendo largo spunto dall’opera di Esiodo che raccontava la sua iniziazione poetica nella Teogonia, analogamente gli autori successivi presero spunto da Callimaco riproponendo il aaaaa del sogno poetico.Gli Aitia sono in realtà,componimenti riuniti ma a se stanti e autonomi basati su temi eruditi che attiravano il ristretto pubblico al quale erano destinati. I brani erano di varia estensione,da quattordici a cinquanta versi, e non sono disposti secondo un ordine predefinito. Gli argomenti trattati si riferiscono ai temi più svariati:il mito,il rituale, costumanze locoli. In questo modo l’erudizione diventa poesia, i testi sono il frutto di studi approfonditi e tradotti in versi in una marmorea ed elegante freddezza. E’ la prima manifestazione dell’art pour l’art.

Prologo contro i Telchini
Gli Aitia iniziano con un prologo programmatico, un manifesto della poetica contro i suoi detrattori che vengono definiti beffardamente “Telchini” come i demoni maligni della tradizione. Il prologo, ritrovato su un papiro, è stato aggiunto nella seconda edizione, dato che Callimaco si presenta come un uomo anziano. In pochi versi l’autore spiega tutte le sue scelte e i suoi ragionamenti sullo stile e sui temi da trattare e,contemporaneamente,sminuisce e denigra i suoi avversari.Nella sua unità, il prologo,denota tutte le caratteristiche dell’arte Callimachea:concisione,ironia,erudizione,lucidità,stile piano e capacità di non far avvertire il versificare del testo e la raffinatezza. Callimaco usa un humour pungente ed allusivo proprio di chi è sicuro della sua vittoria. Callimaco inoltre rifiuta temi stantii e magniloquenti, tende a comporre poesie brevi e osa sperimentare nuovi stili. Il primo principio Callimacheo afferma “ppppppppppppppppppppppp”:grosso libro,grossa schifezza.

Acontio e Cidippe
Nel terzo libro delle Aitia si racconta la storia d’amore tra Aconito e Cidippe. Si tratta di una leggenda conosciuta da Callimaco grazie allo storico Xenomade, la storia è narrata anche da Aristeneto e poi ripreso da Ovidio.
Durante una festa di Appollo, Aconito incontra la fanciulla Cidippe che,però è già promessa sposa ad un altro.Per il suo amore folle escogita uno stratagemma:gettare alla ragazza una mela con inciso “Giuro per Artemide di sposare Aconito” .La ragazza leggendo ad alta voce l’incisione si trova così vincolata a questa nuova ed inaspettata unione. Ad annullare il matrimonio già preannunciato ci penserà la stessa Artemide e così i due si sposeranno e dalla loro unione nascerà una famiglia nobile dell’isola di Ceo.
L’episodio è raccontato in versi da Callimaco,ma a questo autore non si addicono questi temi passionali e lacrimevoli, infatti ci propone una storia fredda e imperturbabile in toni medi e leggermente ironici che rivelano tutta la sua sapienza letteraria. Il racconto allude a molti riti e rare cerimonie ma è totalmente privo di introspezioni psicologiche dei personaggi o analisi emotive. Ogni situazione del racconto è spunto per evocare antichi riti e cerimonie e,alla fine del racconto,anche con una certa pesantezza,l’autore non riesce a trattenersi dal fare un elenco di tutte le usanze locali,attenendosi al suo proposito di raccontare tutto ciò sia testimoniato ed attestato.

Giambi
I Giambi sono una raccolta di tredici componimenti in dialetto ionico a imitazione dell’antica atre in una chiave rivisitata e ritrovati in papiri molto danneggiati. In antichità il giambo era stato lo strumento esemplare della poesia del biasimo,piena di attacchi aspri e violenti destinato in primo luogo alla recitazione. I Giambi Callimachei invece sono di carattere moralistico e influirono sullo sviluppo della satira latina.In questi componimenti si trovano contenuti epici,critiche letterarie e attualità ma tutti privi di quell’aggressività che avevano nell’antichità. Callimaco,secondo la tradizione,fa ampio uso della fiaba e dell’allegoria e fa riferimenti a miti e costumi rari come ci si può aspettare dalla sua arte erudita.
Giambo IV
Il giambo IV descrive una contesa letteraria, sfruttando lo schema della favola. Callimaco ironicamente racconta lo scontro tra un alloro e un ulivo sul monte Tmolo:i due gareggiano titolo di migliore pianta e anche se un rovo spinoso cerca di riconciliarli,viene mandato via come Tersite durante l’assemblea degli eroi nell’Iliade. La Dieresi spiega che questo era un tale Simo che aveva dizione

Il racconto inizia con l’intervento dell’alloro che dice di essere superiore perché rispettato e caro agli uomini, mentre l’ulivo viene spesso tagliato per riparare le bare o intrecciare corone. L’ulivo ringrazia l’alloro di aver celebrato proprio questa sua dote di accompagnar gli eroi dopo la morte e si ritiene superiore in quanto premio dopo le gare,differentemente dall’alloro. Inoltre,continua l’ulivo, sulle sue fronde si posano gli uccellini cinguettanti mentre sull’alloro nessun uccellino si poggia e il fango con le piogge si impastano sui suoi rami. I due alberi si sfidano ancora su diversi argomenti:entrambi sono cari a una divinità,ma solo l’ulivi dà nutrimento e ancora è all’ulivo che si appendono i supplici e perciò vinse proprio l’ulivo. L’alloro ferito nell’orgoglio,era subito pronto ad un altro scontro quando un rovo spinoso cercò di placarli ma fu presto mandato via dai due litiganti.

Inni
Gli inni sono un tributo di Callimaco alla tradizione della poesia religiosa,destinati a celebrare le divinità in feste pubbliche. Ma l’ellenista si avvicina a questo stile rivisitandolo e se alcuni di questi inni sotto commissione come nell’età arcaica,tutti si affacciano su orizzonti culturali completamente diversi. Callimaco sperimenta nuovi stili ponendo a confronto e in contrasto la tradizione con riferimenti storici,epici ed eruditi alla quotidianità.

Inno a Demetra
Inno a Demetra è stato ideato per onorare la dea durante le Tesmoforie,le feste femminili in onore di Demetra.Non è ancora sicuro se l’inno fosse stato scritto per accompagnare il rito o solo come declamazione letteraria;lo scenario potrebbe essere Cirene,patria di Callimaco, oppure ad Alessandria. Questo perché a Cirene esistevano due templi dedicati a Demetra e il dialetto usato nell’inno è quello di questa città. Nell’inno inoltre sono riportati dati specifici del culto troppo particolari per non essere veritieri:il canestro portato in processione sopra un carro trainato da cavalli bianchi,la processione di soli iniziati che segue a capo scoperto e piedi scalzi,sono tutti dati che si riferiscono al rito di Cirene.

Come vuole la tradizione il carme,raccontato per intero,è il mito. Callimaco,comunque,evita i temi logori e preferisce una saga rara e marginale:quella del tessalo Erisittone che,avendo tagliato un albero dal bosco sacro alla dea viene punito con la fame perenne. È il resoconto di un empietà punito a con il contrappasso: Erisittone,affamato,divora tutto ciò che possedeva mandando n rovina la sua casa. Le parti estreme dell’opera riguardano lo svolgersi del rito,mentre la parte centrale è dedicata al mito che evidenzia la sapienza Callimachea del patrimonio tradizionale che qui si rivela in una trattazione umoristica. Erisittone non è un grande peccatore a cui viene inflitta una pena esemplare,ma uno scapestrato a cui viene imposta una pena ridicola quanto esemplare. Callimaco mette l’accento più che sul culto e sulla tradizione sulle scene del quotidiano,come quella del banchetto in cui venti cuchi cucinano,venti servi versano vino eppure tutto finisce subito divorato dall’eterno ghiottone come in una commedia Aristofanesca. Questa unione tra solennità del rito e burla del quotidiano mostra appieno l’arte Callimache ed ellenistica in generale.

L’inno inizia con l’esortazione a partecipare al rito in onore della dea Demetra e da informazioni per quanto concerne il suo svolgimento: tutti sono invitati seguire scalzi e a capo scoperto il canestro portato sul carro trainato da cavalli bianchi e tutti devono guardare il canestro dal basso.
Si ricorda il suo pellegrinare doloroso e faticoso in cerca della figlia e subito,per non rattristare la dea con brutti ricordi,si passa a trattare del mito.Si racconta che Erisittone incosciente,tagliò un albero del bosco sacro e la dea lo punì con la fame eterna. Erisittone mangiò tutto il suo gregge e non smise mai di banchettare,ma più mangiava e più fame aveva così che morì di fame consumandosi sopra le sue stesse ossa.

Per il bagno di Pallade
L’inno è celebrato in Argo per una festa femminile durante la quale la statua di Pallade Atena veniva trasportata fino al fiume,lavata e riportata in città. Anche questa composizione non si sa se fosse stata scritta per l’inno sotto committenza o sia una finzione letteraria in onore della sua madrepatria. Callimaco,come suo solito,rivisita anche questo tema e lo infittisce di novità e variazioni stilistiche:la più evidente fra queste è che l’intero inno è versificato in distici elegiaci anziché in esametri come vuole la tradizione.
Il mito,come negli altri inni viene narrato nella parte centrale dell’opera,abbracciato dai riti dell’evento e si collega collegato ad un altro bagno della dea in ambiente bucolico in cui la dea fa il bagno assieme alla sua ninfa più cara. Qui il mito affronta l’argomento del tabù violato:era infatti vietato che una figura maschile interrompesse o facesse parte del corteo perché non poteva vedere la dea nella sua nudità,per tale motivo Tiresia,dopo aver contemplato la dea nuda,viene accecato. Anche in questo mito Callimaco ci propone la variante meno utilizzata e la stessa figura di Tiresia non ci viene presentata come quella del mediatore della voce divina,ma come un giovinetto che soddisfa le sue curiosità e va incontro alla punizione inconsapevolmente. Callimaco,inoltre,toglie alla narrazione ogni accento sentimentale ponendo ai suoi versi i toni medi delle situazioni familiari..

Il racconto inizia con l’ammonimento e il divieto di vedere la dea nuda e con il ricordo della ninfa a lei più cara si coglie l’occasione per narrare la vicenda di un giovinetto attirato all’acqua dalla sete e senza volere,vide la dea nella sua nudità. Il ragazzo fu punito con la cecità nonostante fosse figlio dell’amica.

Epigrammi

L’antologia Palatina riporta circa sessanta epigrammi attribuiti a Callimaco. L’ambiente del simposio richiama i dibattiti intellettuali e le vicende amorose;altri componimenti sono di natura funeraria composti sotto commissione e altri ancora sono di contenuto epidittico. Gli epigrammi,per la loro brevità,risultano congeniali a Callimaco ed esprime poetiche particolarmente efficaci. Anche in questo genere Callimaco porta la sua originalità e il suo stile di mescolanza tra i generi e i diversi registri linguistici. L’arte degli Epigrammi appare lucida e sorveglitissima che nella sua concisione mostra richiami,allusioni e una moltitudine di diverse emozioni.

Epitafio
L’epitafio è un’iscrizione su una lapide che parla al viandante,e oltre alla presentazione del defunto stesso è presente una polemica letteraria contro gli avversari di Callimaco. A parlare è Batto,padre di Callimaco e figlio di un Callimaco comandante della flotta di Cirene in quegli anni.

La metà dell’anima
Il tema dell’anima fuggitiva è tipico della poesia erotica dell’ellenismo: come ad esempio Orazio. In questo breve epitafio si celebra la metà dell’anima che insegue l’innamorato nella sua pazzia d’amore, e lo schiavo fuggitivo che tenta di sottrarsi ad un padrone spietato.

La ferita d’amore

Attraverso la ferita d’amore Callimaco coglie l’occasione di trattare le passioni struggenti del cuore e attraverso il vino, inibitore che priva dell’autocontrollo, si abbandona al racconto della sua “malattia”.

Il giuramento violato
In pochi versi, Callimaco, racconta la storia di due giovani che si erano giurati amore eterno ed eterna fedeltà ma, dopo poco tempo, il ragazzo bruciava d’amore per un altro giovane e della giovane sposa non gli importa più niente. Questo perché le promesse degli innamorati, ci spiega Callimaco, non giungono alle orecchie degli dei.

Le voglie d’Arato
L’epigramma era destinato ad accompagnare una copia dei poeti d’Arato. Il tema richiama le notti dell’autore intento a limare le proprie opere e ricorda che lo stile e i temi sono gli stessi di Esiodo, mentre la poesia epica è me meglio raccontata dell’amico di Soli e, solo alla fine, è detta Benvenuta la sottile arte fatica d’Arato.

Il poema del ciclo
Questi brevi versi esprimono tutto il disprezzo per tutto ciò di volgare e dozzinale, infatti, si ricordi che Callimaco in tutta la sua poesia ha sempre evitato tutto ciò che era gia stato usato da altri. A metà componimento però il tema cambia improvvisamente versando sul tema erotico non senza un sottile umorismo.

La bella crudele
E’ un esempio di canto sotto la porta, di serenata nella quale l’innamorato prega la bella crudele di non farlo dormire nel portico gelato, e le fa notare che tutti i vicini ne hanno compassione tranne lei. Il canto si riferisce agli innamorati infelici che aspettano le grazie delle loro predilette. Nella conclusione però. come suo solito, Callimaco rovescia le sorti del componimento e ammonisce la bella crudele facendole presente che ora lei disprezza il giovane, ma quando sarà invecchiata rimpiangerà quelle attenzioni che ora disprezza.

Il cacciatore
Callimaco con un analogia spiega che il suo amore è come la caccia dei cacciatori dei boschi: è pronto a combattere e a soffrire per chi fugge ma trascura chi non si fa desiderare.Il componimento è di estrema raffinatezza e il tema viene sviluppato in modo arguto e sorprendente poiché il lettore è portato alla scena finale con un’analogia finissima. L’epigramma è stato successivamente tradotto in latino da Orazio.

Leporem venator ut alta
In nive sectetur,positum sic tangere nolit
Cantat ed adponit meum amor est huic similis nam
Transvolat in medio posita et fulgentia captat

Esempio