Vietnam: storia e geografia

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Vietnam: storia e geografia
Ferraresi Gilles
Munarin Stefano
Claudio Alex
Abbiamo voluto realizzare questa ricerca perché pensiamo che il Vietnam sia un argomento che ai giorni nostri viene trascurato, ciò non dovrebbe essere fatto perché è molto interessante ed ha soprattutto una storia molto ricca di avvenimenti.
Il Vietnam è uno stato dell’Asia sudorientale nella Penisola indocinese di cui occupa tutta la fascia più orientale ; affacciato a est e a sud con un lungo tratto di costa sul mar Cinese meridionale (golfo del Tonchino) confina a nord con la Cina , a ovest con il Laos e la Cambogia (kampuchea) e a sud ovest confina brevemente con il Golfo del Siam. Appartengono al Vietnam anche gli arcipelaghi periferici delle Paracel e delle Spratley che tuttavia sono di fatto occupate dalla Cina. Il Vietnam si colloca in una posizione piuttosto periferica nei confronti delle grandi pianure alluvionali che costituiscono il cuore dell’Indocina.
Di forma stretta e allungata presenta una morfologia prevalentemente montuosa, e solo nella sezione sud-occidentale si connette ai grandi bacini indocinesi, mentre la pianura settentrionale del Tonchino appare come una propaggine dell’Asia continentale cinese, unita alla Cocincina dall’asse montagnoso dell’Annam.
Il Vietnam ha il suo centro d’origine nella pianura del Tonchino irrigata dalle acque del fiume Rosso. Nel complesso questa pianura si presenta come una grande conca ad anfiteatro rivolta verso il mare (golfo del Tonchino).
Le due pianure del Tonchino e della Cocincina sono in realtà due aree di uguale peso
geografico perché sono le due più ampie pianure del paese e inoltre sono entrambe state formate da depositi alluvionali di due grandi fiumi. La regione tochinese è costituita da un’ampia pianura aperta in una depressione tettonica compresa tra l’allineamento montuoso annamita e i rilievi della
Cina meridionale ed è delimitata verso l’interno da un grande anfiteatro montuoso che funge da cerniera tra lo Yunnan cinese e la catena dell’Annam.
I rilievi marginali del Tonchino presentano una morfologia assai complessa che si caratterizza per l’intersecarsi di massicci. La valle principale è quella del Songkoi (fiume Rosso) , che forma la più importante via d’accesso al mondo cinese ( la cosiddetta porta della Cina). Più a ovest scorre il Song da (fiume Nero) separato da un bacino che precede un grande sistema montuoso, dove si localizza il picco del Fian Si Pan (3142m) massima vetta del paese. Allo sbocco dai monti , tutti i numerosi corsi fluviali convergono verso il fiume Rosso e conseguentemente le coste sono basse e sabbiose, orlate da numerosi isolotti . In tutta la regione i letti fluviali sono prevalentemente pensili instabili. Questo fattore , abbinato alla frequenza stagionale di enormi ondate di piena che si collegano al regime fluviale monsonico dei fiumi , è causa di ricorrenti inondazioni . Attraverso numerose dighe e canali , l’uomo ha saputo stabilire un proficuo rapporto di convivenza ambientale con le acque , consentendo il mantenimento di numerose persone, che sono tuttora tra le più numerose dell’Asia monsonica. I massicci bombardamenti americani sulle dighe hanno tuttavia causato gravissimi danni e questo spiega le disastrose alluvioni degli ultimi anni , che hanno inferto un grave colpo all’assetto ecologico ed economico della regione.
La sezione centrale del paese (Trung-Bo) è particolarmente montuosa ed è occupata, quasi per intero, dalla catena Annamitica , che supera spesso i 2000 m di altezza ed ha la massima vetta nel Ngoc An Linh (2598m).
Tutta l’ampia sezione dominata dalla catena Annamitica è idrograficamente frammentata in numerosi e piccoli bacini ; i più ampi sono quelli dei fiumi meridionali, tra cui il Song Be che scorre verso le pianure del Mekong e il Song Ba che attinge le acque nell’altopiano di Kontum e sfocia nella costa sudorientale. Nella zona settentrionale la dorsale annamitica segna il confine con il Laos e rientra nel Vietnam solo con lo scosceso versante orientale.
Più a sud l’arco montuoso si allarga in una serie di massicci discontinui movimentati da cospicue formazioni vulcaniche. Le propaggini meridionali della catena digradano in successioni collinari che vanno estinguendosi nella piana della Concicina . In tutto l’Annam (la sezione centrale del paese) la costiera è stretta , ma non sono rari bacini trasversali anche piuttosto ampi. I numerosi fiumi a carattere torrentizio che si trovano nella parte settentrionale del paese hanno uno sviluppo assai limitato . A sud invece, i corsi si fanno più lunghi e tortuosi e sono in parte catturati dal bacino del Mekong .Analogamente al Tonchino la Concicina (i veri termini vietnamiti , sono Nambo e Bacho mentre i corrispondenti Tonchino e Concicina sono d’origine francese) la pianura più estesa del paese è un ampio bacino alluvionale , che si identifica con l’area deltizia del Mekong, senza che un confine fisico la distingua dalla pianura cambogiana . Tuttavia rispetto al Tonchino , le cui pianure sono tutte intensamente modellate e controllate dall’uomo (data la pensilità dei fiumi) il territorio della Cocincina è più stabilizzato, manca la pensilità e le piene sono meno minacciose che nel Tonchino , dato che esse trovano sfogo nel Tonle Sap, il grande lago delle pianure cambogiane; il territorio quindi si presenta meno “umanizzato” anche a causa di fattori storici .Il letto del Mekong e dei suoi affluenti è sufficientemente assestato e scorre a un livello sempre inferiore a quello della campagne. Anche le piene della stagione piovosa anche se imponenti, presentano una certa gradualità e nel Vietnam si divide in due bracci principali , il Tien Giang e il Hau Giang , che a loro volto si dividono in rami minori : l’insieme delle due stagione piovosa , anche se imponenti, presentano una certa gradualità e vengono generalmente assorbite dal grande anfibio del Tonle Sap ( situato in territorio cambogiano) dalle vaste fasce paludose del delta. Ciononostante anche nella Cocincina le recenti alluvioni hanno provocato effetti piuttosto catastrofici. Idrograficamente il territorio vietnamita è molto frammentato. La sua appartenenza ai bacini dei suoi due fiumi maggiori , il fiume Rosso e il Mekong, è molto marginale in quanto entrambi svolgono il maggior tratto del loro corso fuori del Vietnam. Il grande fiume indocinese che ricordiamo è il Mekong , entrando bocche è chiamato Cuu Long (i “nove dragoni”) . Tipico fiume a regime pluviale-monsonico il Mekong presenta variazioni di portata imponentissime ; le piene si sviluppano a partire dai mesi estivi (quando iniziano le piogge monsoniche ) e raggiungono il loro massimo in ottobre - dicembre , tuttavia l’accrescimento è abbastanza graduale e le acque si sfogano , oltre che nel Tonle Sap ,il grande lago delle pianure cambogiane in alcune aree anfibie del delta . Anche nel fiume Rosso le piene sono spesso vigorose e non di rado rompono gli argini , allagando le pianure tochinesi. Il fiume Rosso ha come maggiori affluenti il fiume Nero (Song Da) e un po’ più a monte il fiume Chiaro (Song Lo). L’intero Vietnam è compreso nell’area tropicale monsonica ed è caratterizzato da estati piovose e calde e da inverni miti e asciutti . Dato il grande sviluppo in longitudine, al nord sono più sensibili i tipi continentali , con sbalzi termici stagionali più accentuati . Ma a parte queste lievi differenze il fondamentale elemento climatico sono le due stagioni monsoniche , quella piovosa estiva e quella secca invernale, con un periodo caldo e afoso che precede la stagione delle piogge. Questa inizia tra giugno e luglio e si protrae sino ai mesi autunnali ; si manifesta dapprima nel nord , poi, con lo spostarsi delle lievi depressioni verso sud, nella parte meridionale (dove si verificano i cicloni). Le precipitazioni sono dovunque abbondanti, sempre superiori ai 1500 mm annui (a Roma la media annuale è di circa 600mm) con punte di oltre 4000 mm sui rilievi più esposti e minimi di 1000 mm nel delta del Mekong. Questa zona è la più calda del Paese con valori che oscillano nell’arco annuale tra i 25°C e i 28°C. D’inverno, nel Tonchino si determinano depressioni cicloniche che sono causa di precipitazioni, sia pur lievi; sulle coste meridionali, invece, si dibattono frequentemente in estate , i tifoni provenienti da sud-est. La forte umidità ha consentito lo sviluppo di una rigorosa foresta tropicale pluviale, che è ricca e prosperosa al sud , mentre nel nord essa assume carattere deciduo. La foresta è dominata da una ricca varietà di bambù, da palme e da alberi di legno duro e pregiato, ma comprendente le più svariate essenze pregiate. Lungo le coste meridionali si hanno formazioni di mangrovie; sui rilievi più elevati compaiono le conifere. Attualmente si calcola che la foresta ricopra circa un terzo del territorio, ma il manto forestale è stato comunque largamente ridotto con l’espansione della risicoltura tranne che sui rilievi , dove esso è ancora relativamente esteso. Tuttavia nel corso della recente guerra, specie negli ultimi tempi del conflitto, il manto boscoso e più in generale gli equilibri ecologici di vasti quadri ambientali , hanno conosciuto una colossale distruzione quando nel tentativo di privare i guerriglieri della copertura della giungla , sono state riversate enormi quantità di defolianti , che avrebbero distrutto non meno di due milioni di ettari di foresta. La ricostruzione del manto forestale rappresenta senza dubbio uno dei maggiori problemi economici del paese.
LO STATO
Il 25 aprile 1976 è stata ufficialmente proclamata la repubblica socialista del Vietnam, a coronamento delle lotte per l’indipendenza e per l’unità nazionale perseguite per oltre un trentennio. In attesa di una nuova costituzione è in vigore quella dell’ex Repubblica Democratica del Vietnam , in base alla quale l’assemblea nazionale esercita il potere legislativo e nomina il presidente della repubblica: nei confronti dell’assemblea è responsabile il governo, cui spetta il potere esecutivo. Il Paese che si estende per oltre 329.5666 km e ha una popolazione di 58.307.000 abitanti si divide amministrativamente in 3 città e 36 province, la capitale è Hanoi.
Il ceppo etnico dominante (circa l’85% della popolazione) è quello vietnamita, originatosi dall’incontro di genti tibeto-birmane e cinesi, che, scendendo verso sud , si sovrapposero ai Khner. I Vietnamiti occupano le terre pianeggianti del Tonchino , delle zone costiere e della Concicina. Sui rilievi settentrionali vivono i gruppi etnici minori, i Tay (743.00), i Muong (618000), i Thai (743.000), i Nung (473000), i Meo (349000), mentre nel sud un gruppo importante è quello dei Moi, insediato negli altopiani centro meridionali. Sono tutte persone che praticano un agricoltura itinerante e rappresentano lo stadio colturale anteriore a quello prodotto dalla dall’agricoltura fondata sulla risicoltura irrigua.
Nonostante i sempre più profondi contatti con i Vietnamiti essi hanno in genere conservato i loro usi e costumi, riconosciuti e rispettati anche dal governo centrale. Nel nord in particolare sono state create delle regioni autonome che raccolgono le principali minoranze delle zone montuose. Cospicuo è anche il numero dei cinesi , (i cosiddetti hoa ) entrati nel Vietnam a seguito di un processo immigratorio iniziato in secoli lontani ma divenuto massiccio nel secolo scorso con l’imporsi delle attività commerciali indotte dall’espansione coloniale europea. Gli hoa alla fine del conflitto erano circa un milione e mezzo, di cui una parte non trascurabili stanziata a nord e praticamente assimilata alla popolazione locale, mentre la maggioranza era insidiata al sud, soprattutto nella città di Cholon, cuore della loro comunità. In seguito all’insorgere di tensioni politiche con la Cina, a partire dal 1978 s’è tuttavia sviluppata la tendenza ad isolare i vietnamiti di origine cinese. La popolazione del Vietnam nel 1984 era di oltre 58 milioni di abitanti contro i 22,6 milioni del 1943: si è avuto quindi un incremento demografico annuo del 3% annuo. Tuttavia valutazioni demografiche puntuali sono difficili, in quanto restano imprecisati i vuoti, sicuramente gravissimi causati dalla guerra, soprattutto tra i maschi delle fasce d’età centrali. Un peso non indifferente ha assunto nel corso degli ultimi due anni anche l’esodo dei profughi. La popolazione del Vietnam vive per gran parte in villaggi raccolti lungo i fiumi o tra le risaie.
La struttura del sociale degli abitati è simile a quella del mondo cinese: le case sono raggruppate, talora congiunte lungo le strade e non sono mai su palafitte; sono prevalentemente costruite di legno con il tetto di paglia. La struttura sociale dei villaggi è basata sui clan familiari, che si distinguono fra di loro anche per le attività svolte (agricole, artigianali). Ma il villaggio vive di stretti rapporti tra i vari gruppi familiari, rapporti che valgono per tutte le attività che tornano a beneficio della comunità. Soprattutto intenso è il popolamento del Tonchino , dove si superano anche i 1000abitanti per chilometro quadrato, in relazione a un’agricoltura di fondata in passato sulla piccola proprietà ad alta intensità di lavoro umano, cui s’è sovrapposto in seguito il modello collettivistico. Scarsamente abitate sono le regioni montuose, dove non si superano in media i 10 abitanti per chilometro quadrato. L’altro polo demografico del paese è la Concicina, dove tuttavia le densità rurali non sono paragonabili a quelle del Tonchino, anche in rapporto alla prevalenza storica del latifondo e dei modelli di sfruttamento coloniali. Questa civiltà profondamente contadina ha però subito, soprattutto al sud, profondi sconvolgimenti in seguito alla guerra e all’occupazione americana.
Alla fine della guerra, al paese appena liberato e unificato si sono posti enormi problemi sociali, accumulatisi nel corso di un triennio ed esplicitatisi con il ritorno alla vita civile e a l’interruzione del flusso di denaro dagli USA: è così riemersa nella realtà di un paese povero, dove il reddito procapite supera appena i 200 dollari annui. Al nord la struttura sociale, sulla quale pur grava il problema della smilitarizzazione, appare armai sufficientemente assestata dopo aver superato con difficoltà la fase della colonizzazione. Al contrario la situazione è difficilissima al sud che ha ereditato dalla occupazione americana una profonda disgregazione sociale, riassumibile in pochi dati: all’indomani della liberazione si contavano almeno 500.000 prostitute, 150.000 drogati, 200.000 bambini orfani e abbandonati, centinaia di migliaia di persone abituate a vivere ai margini della delinquenza. In queste condizioni si rivela quanto mai difficile per il nuovo stato creare un nuovo ordine sociale. Dall’altra parte, nonostante la gradualità e la tolleranza con cui è stato portato avanti il rinnovamento delle funzioni statali, indubbiamente esistono molti elementi autoritarismo (imprecisato il nome di prigionieri politici) che non contribuiscono ad allentare le tensioni.
A queste componenti politico-sociali bisogna aggiungere il fatto che tutto il paese patisce in questi anni una vera carestia dovuta a una serie di cattivi raccolti e aggravata dalle difficoltà di reperire aiuti internazionali. Non solo si verifica una generale carenza dei beni di consumo, ma si è in presenza di una grave penuria alimentare.
ECONOMIA: CARATTERI STRUTTURALI
All'inizio della guerra con gli U.S.A. il Vietnam era dotato nel suo complesso di una delle economie meno arretrate dell'area indocinese, non priva di incoraggianti sintomi di industrializzazione. Peraltro la struttura produttiva era pur sempre dominata da un'agricoltura solo parzialmente modernizzata, da cui dipendeva circa 1/3 del prodotto nazionale lordo e che impiegava qualcosa come i 3/4 della popolazione attiva; d'altra parte i settori moderni erano ancora legati a iniziative neocoloniali (al sud) o al capitale pubblico (al nord), mentre il tessuto socioeconomico di base stentava a trovare al suo interno le risorse per un deciso passo in avanti. Gli effetti più rilevanti del dominio coloniale furono l'introduzione delle colture di piantagione (le principali furono quelle di Hevea, the e caffè) la realizzazione di strade e ferrovie, la nascita delle prime industrie, il potenziamento delle attività estrattive, l'apertura del paese al commercio estero : con ripercussioni pelò solo parzialmente positive per l'economia vietnamita.
La massiccia importazione di manufatti francesi provocò la crisi del fiorente artigianato locale , solo in parte rimpiazzato dalle produzioni delle nuove industrie, i cui ricavi avvantaggiavano comunque i gruppi finanziari esteri. Il Paese tuttavia trasse ben pochi profitti dall'agricoltura di piantagione, mentre si verificò un diffuso decadimento di quella alimentare. Complessivamente dunque un paese che, attraverso due modelli socioeconomici opposti, perseguiva un faticoso sviluppo, sia pur in condizioni un po' migliori rispetto alle regioni asiatiche più povere. Durante il conflitto con gli U.S.A. l'afflusso ingente al sud di denaro, merci e attività indotte, e al nord gli aiuti dei paesi socialisti e la straordinaria efficienza dell'esercito, avevano in un certo senso mascherato la situazione economica del paese. In realtà, 10 anni di guerra spietata non hanno di certo migliorato le condizioni preesistenti, e ora il nuovo stato deve sanare profondissime piaghe sociali, economiche e territoriali e affrontare una difficile smilitarizzazione, che con caratteri differenti si propone sia al sud sia al nord, e avviare l'omogeneizzazione di due strutture economiche opposte. Obbiettivi quanto mai difficili, che sono ora perseguiti modificando gli orientamenti di industrializzazione forzata seguiti finora al nord. Si punta adesso a favorire innanzitutto lo sviluppo dell'agricoltura(al fine di raggiungere l'autosufficienza alimentare) e a potenziare l'industria leggera a bassa intensità di capitale e a larga diffusione territoriale. Sinora tuttavia la disoccupazione, la sottoproduzione, le carenze alimentari e i contrasti sociali stanno a indicare l'enormità dei problemi da affrontare.
NORD e SUD
Un ventennio di scelte economiche radicalmente opposte hanno profondamente differenziato le due sezioni del paese, pur tuttavia accomunate dalla generale matrice contadina. Al nord si è assistito al graduale instaurarsi di un'economia socialista, mentre al sud la struttura economica coloniale, che già nel periodo francese aveva ricevuto un'impronta più profonda, è stata spinta agli estremi.
Fin dal 1925-56 nella Repubblica Democratica fu avviato a tappe forzate un processo di collettivizzazione dell'agricoltura, che trovò non pochi ostacoli nelle ostilità dei piccoli proprietari cui inizialmente ne furono corrisposti adeguati incentivi. Successivamente, tuttavia, si trovò il modo di adattare la socializzazione delle campagne al tradizionale spirito comunitario del villaggio nordvietnemita, e oggi le terre sono ripartite in circa 11.000 cooperative e qualche centinaio di aziende di stato. In campo industriale s'è registrato uno sviluppo non insignificante, caratterizzato dalla prevalenza della produzione di base, secondo un modello di tipo sovietico, assimilabile in Asia al caso nordcoreano. Le industrie, ripetutamente bombardate, hanno subito danni assai gravi, e proprio per renderli meno vulnerabili alle incursioni aeree ne è stata favorita la dispersione territoriale. Complessivamente il Vietnam del Nord, prima di essere inghiottito nella spirale bellica, si avviava a superare la fase agricola tradizionale ed era considerato il paese più industrializzato dell'Indocina.
Al sud l'indirizzo capitalistico e coloniale non è mai stato in discussione, ma con il crescere dell'escalation bellica ha assunto un carattere sempre più parassitario, legato agli insediamenti militari. Attività marginali di servizio si sono così gonfiate in modo anomalo e hanno perso ogni ragione di essere dopo il ritiro degli americani, mentre ben poche sono state le produzioni indotte (soprattutto assemblaggi meccanici) destinate a sopravvivere alla guerra. Particolarmente grave è stato però l'abbandono delle campagne, che ha comportato un accentuato deterioramento dell'economia agricola, cui si faceva fronte - durante il conflitto - con cospicui afflussi di derrate alimentari dagli U.S.A. Questa tendenza, di cui oggi si scontano gli effetti fu contrastata solo con il frazionamento dei latifondi del delta Mekong a favore dei contadini, che avrebbero dovuto formare un bastione di piccoli proprietari impermeabile alle infiltrazioni vietcong. La struttura industriale è meno evoluta che al nord e poggia essenzialmente sulla produzione di beni di consumo, articolata in piccole e medie imprese che, fino almeno ai recenti contrasti etnico - sociali, erano per lo più condotte dai vietnamiti di origine cinese.
RICOSTRUZIONE E INTEGRAZIONE
All'indomani della liberazione il nuovo stato ha affrontato con fermezza la ricostruzione e la ricomposizione delle due economie, all'insegna dell'estinzione al sud dei modelli socialisti. Così sono stati innanzitutto nazionalizzati il commercio estero e le banche, e avviati i primi esperimenti i di collettivizzazione nelle campagne e di partecipazione mista nelle fabbriche. In un primo momento questo processo è stato condotto con gradualità e moderazione, per non traumatizzare e immobilizzare le strutture economiche preesistenti. Tuttavia la refrattarietà di un corpo socioeconomico profondamente segnato dall'occupazione americana e d'altra parte i contrasti con la Cina - che hanno contribuito decisamente all'emarginazione degli hoa, detentori di gran parte del potere economico soprattutto per quanto riguarda la delicata gestione dei flussi di scambio tra città e campagna - hanno causato inasprimento e un'accelerazione delle misure di socializzazione. I risultati di questa spinta sono stati però tutt'altro che incoraggianti. Le difficoltà più gravi, secondo una costante storica delle rivoluzione socialiste, si sono verificate nelle campagne, dove i contadini ricchi, gli unici a disporre di surplus commerciabili, si sono vivamente opposti anche a innovazioni (come le cosiddette squadre di produzione) che non toccavano la proprietà. Così risaie che producevano più di tre tonnellate annue hanno fornito un raccolto di 600kg, con il risultato di aggravare la crisi alimentari, alla cui soluzione ha fornito uno scarso contributo la precaria messa a colture delle "nuove aziende economiche". D'altra parte la nazionalizzazione delle attività artigianali e del commercio al minuto ha ulteriormente peggiorato il quadro, contribuendo a rendere difficile l'approvvigionamento alimentare delle città. Di fronte a simili esiti il governo ha iniziato una cauta marcia indietro in senso liberale, e già nel '79 è stata avviata la riprivattizzazzione dei settori artigianali, si è concessa libertà all'iniziativa familiare nelle campagne, si è offerta grande autonomia decisionale alle industrie esportatrici e s'è infine proceduto all'abolizione dei controlli sul commercio interno, ciò che ha determinato un calo immediato dei prezzi del riso.
Complessivamente quindi l'economia di mercato appare ancora dominante al sud. Il processo di integrazione delle due economie è del resto complicato dalle disastrose condizioni materiali in cui la guerra ha ridotto il Paese, aggravate da un crescente isolamento collettivo che rende sempre più problematica la gigantesca opera di ricostruzione. A questo si è aggiunto un quadriennio di condizioni atmosferiche estremamente avverse, cui probabilmente non sono estranee azioni di "guerra meteorologica", che il Vietnam ha fatto le sue prime, sciagurate prove. Spaventose inondazioni hanno infatti falcidiato i raccolti, tanto che nel '79 il deficit risicolo è stato valutato in circa 3,8 milioni di tonnellate.
Attualmente il Vietnam, riceve aiuti, peraltro insufficiente, soltanto dal Comecom, di cui è dal giugno '78 membro a pieno titolo. E' cessato invece ogni sostegno da parte della Cina e, se si escludono piccoli finanziamenti da parte della Francia, della Svezia e ella Banca mondiale, sono praticamente inesistenti con il mondo occidentale, del cui apporto di capitale e tecnologia il paese avrebbe disperato bisogno. La depressione del quadro complessivo si riassume un tasso di sviluppo di appena il 2% nel '78 mentre per il '79 sembra ormai accettata una crescita zero.
La battaglia della ricostruzione, resa più difficile da troppe ostilità esterne e da una serie di difficoltà oggettive, cui si è aggiunto una certa religiosità nelle scelte politiche si sta rivelando, se possibile, ancor più dura di quella combattuta sul campo, e per venirne a capo il paese dovrà rinunciare a insostenibili ambizioni militaristiche, riallacciare proficui rapporti economici con l'esterno e dimostrare ancora una volta la sua proverbiale tenacia
Agricoltura
La superficie agraria interessa circa il 17% del territorio nazionale ed è adibita in prevalenza (5.400.000 ettari) alla coltura risicola, praticata per lo più con la tecnica dell'inondazione stagionale. Le tecniche agronomiche non sono in generale molto evolute, ma l'elevatissima intensità del lavoro umano, la fitta rete di canalizzazione al nord e la superiore fertilità dei terreni in Cocincina consentono rese discretamente elevate e frequentemente il taglio di due raccolti annui, per una produzione complessiva intorno ai 12 milioni di tonnellate. Importanza decisamente inferiore hanno le altre colture, sempre caratterizzate dalla dominanza delle produzioni alimentari, tipica nei paesi asiatici a elevata pressione demografica: mais, patate, o, manioca, sorgo, soia e ortaggi vari sono le principali colture asciutte di tipo susistenziale, praticata soprattutto nelle aree montuose. Diffusione piuttosto limitata hanno le piantagioni di tipo commerciale (arachidi, cotone, palma da cocco, canna da zucchero, agrumi, banane, piante fibrose, caucciù, te e caffè), incentivate senza tropo successo sotto il dominio francese soprattutto al sud e, attualmente trasformate in aziende di Stato, inquadrate in "zone di produzione specializzata".

UTILIZZAZZIONE DEL SUOLO

Arativo e colture arborescenti 23,0%
Prati e pascoli permanenti 0,8%
Foreste e boschi 39,9%
Incolto e improduttivo 36,3%
Storicamente l'allevamento ha un peso solo marginale, in rapporto alla generale diffusione delle colture sussistenziali e alla conseguente carenza di pascoli. Solo i suini allevati a livello famigliare sono abbastanza numerosi ( circa 9 milioni); limitato invece il patrimonio di bufali e bovini e addirittura insignificanti le altre specie.
Considerevole è lo sfruttamento forestale (circa 18 milioni di metri cubi), nonostante il grave impoverimento causato dalla guerra: numerose le essenze pregiate, ma soprattutto cospicua la produzione di bambù, largamente utilizzato.
La pesca, infine, è un'attività tradizionalmente importante (più di un milione di tonnellate annue) praticata sia nei pescosi bacini interni sia in mare e costituisce da sempre un apporto consistente all'alimentazione locale.
MINIERE E INDUSTRIE
Le risorse minerarie si concentrano quasi per intero al nord, dove si trovano i discreti bacini carboniferi (oltre 5.000.000 di tonnellate)e giacimenti metalliferi di minor rivalenza (ferro, zinco, stagnio e cromite); considerevole è anche l'estrazione di fosfati (1,5 milioni di tonnellate circa). Al sud la produzione è finora bassissima, ma si segnalano miniere di bauxite e giacimenti petroliferi ofshore. Le esigenza sono soddisfatte in piccola misura da centrali idroelettriche e per il resto da centrali termiche, alimentate in parte a carbone ed in parte a petrolio di importazione. La concentrazione più importante si trova nella zona di Hanoi-haiphong dove gli stabilimenti tessili (cotonifici soprattutto) e alimentari, avviati nel periodo coloniale francese, si sono affiancate considerevoli imprese metalmeccaniche, che hanno preso spunto dalla lavorazione del minerale nazionale; attualmente hanno quindi rilievo la siderurgia, la metallurgia, la cantieristica navale, la produzione di macchine agricole, di biciclette e di materiale ferroviario. Discretamente evoluta al nord è anche la chimica di base. Nel sud, l'industria fondata sulla produzione di beni di consumo (alimentari e tessili ma a Ho Chi Minh è presente anche la meccanica), ha uno sviluppo meno soddisfacente
SCAMBI COMMERCIALI E COMUNICAZIONI
Il commercio internazionale vietnamita è ormai ridotto ai minimi termini ed è in continua diminuzione. Gli scambi avvengono principalmente con URSS, Germania e Giappone, che forniscono soprattutto beni di investimento, combustibili e prodotti farmaceutici. Le esportazioni sono limitate ai prodotti agricoli più pregiati, e coprono poco più di 1/4 delle importazioni.
I principali nodi di traffico sono Hanoi e Ho Chi Minh, verso cui confluiscono le più importanti vie di comunicazione delle rispettive regioni. La capitale è direttamente collegata alla Cina da due linee ferroviarie che corrono lungo le valli del fiume rosso (valico di Lao Kyai) e del fiume delle Perle (valico di Lang Son). Da Ho Chi Minh s’irraggiano invece le strade per la Cambogia. Ancora difficili i contrasti tra nord e sud anche a causa della impraticabilità della linea ferroviaria. Le ferrovie presentano uno sviluppo complessivo intorno ai 2.000 km, mentre le strade, per lo più non asfaltate e spesso impraticabili durante la stagione delle piogge ammontano a circa 36.000 km. Rilevante importanza hanno le vie d’acqua interne (5.500 km circa), peraltro solo in piccola parte accessibili alle navi e percorse per lo più da piccoli battelli tradizionali che svolgono traffici regionali. Un caso a sé è costituito da Ho Chi Minh, raggiungibile alle navi oceaniche, uno dei più importanti sbocchi marittimi del paese insieme ad Haiphong e Da Nang. Gli aeroporti principali sono ad Hanoi e Ho Chi Minh.

STORIA
dalle origini alla fine del secolo XIV
La civiltà vietnamita ha avuto uno sviluppo regolare e precoce avvenuto sin dall’età dell’era del bronzo, a metà circa del I millennio avanti cristo, quando il delta del fiume Rosso venne messo gradualmente a coltura (risaie) da colonie di agricoltori-soldati che diedero origine ad un sistema di villaggi stabili, perfettamente inseriti nell’ambiente naturale in possesso di tecniche agronomiche ed idrauliche relativamente evolute. Pur differenziati al loro interno da stratificazioni sociali che vennero accentuandosi col passare del tempo, ma anche contraddistinti da forme cooperative di organizzazione (possesso unitario della terra, lavoro collettivo, difesa comune); tali villaggi costituirono la radice profonda di una comunità autoctona capace di preservare la propria identità dalle continue aggressioni esterne, e insieme divennero strumento di una spinta estensiva destinata nel corso dei secoli ad assimilare via via alle civiltà contadine del fiume Rosso le genti delle zone interne collinarie soprattutto della lunga costa fino al delta del Mekong, raggiunto circa tre secoli fa. Questa incessante marcia verso il sud rappresentò una delle caratteristiche della storia vietnamita; parallelamente si registrò il trapianto nel paese degli ordinamenti politici propri dello stato burocratico cinese, la cui capillare organizzazione, soprattutto nel campo delle opere pubbliche, consentì ai vietnamiti di disporre assai presto di strutture amministrative e produttive sufficientemente stabili. Si crearono così le condizioni affinché il Vietnam divenisse uno degli stati più importanti e tecnicamente progrediti dell’Asia sudorientale e fosse quindi capace di resistere più a lungo degli altri agli attacchi della colonizzazione europea. La civiltà del bronzo nel delta del fiume Rosso aggiunse il suo pieno sviluppo durante il terzo secolo avanti cristo, esprimendo una società di tipo aristocratico feudale che si diede un assetto politico di tipo monarchico tra la fine del terzo e l’inizio del secondo secolo avanti Cristo, sotto il controllo dell’aristocrazia della Cina meridionale (regno di Nam Viet). Nel 11 avanti Cristo tale regno fu ammesso per conquista militare al grande impero cinese della dinastia degli Han, che ne fecero una provincia di confine introducendovi la scrittura ideografica e la tecnologia del ferro. Dal canto loro i cinesi acquistarono dai vietnamiti miglioramenti tecnici nella coltivazione del riso e di altre piante tropicali, nonché l’uso del bambù. L’area meridionale del paese si rivelò tuttavia particolarmente sensibile all’influenza indiana: stati di coltura indiani furono infatti quelli di Fu-Nan nel delta del fiume Mekong (odierna Cambogia), e di Champa. La dominazione cinese diretta, contrastata da rivolte indigene tra cui la più importante fu quella del III secolo dopo Cristo delle sorelle Trung, si attenuò a poco a poco in concomitanza con la crisi politica dell’impero nel secolo II dopo Cristo, a vantaggio di un’aristocrazia locale cino-vietnamita di cultura cinese. La diffusione del buddhismo avvenuta nei due secoli precedenti caratterizzò l’ideologia di tale aristocrazia. Sotto le prime dinastie indipendenti il nuovo stato ribattezzato Dai Viet fu isolato dal centro del potere cinese e a esso tributario. Soltanto a partire dalla dinastia Ly (1009-1225) cominciarono ad evolversi strutture autonome, con la riduzione del potere delle famiglie aristocratiche a vantaggio di funzionari stipendiati e con la ripartizione della terra tra i contadini dei villaggi in cambio del servizio obbligatorio nelle opere pubbliche e nell’esercito. Tale sistema venne perfezionato dalla dinastia Tran (1225-1413), che ridimensionò l’influenza del clero budhista nella vita civile e politica e creò una burocrazia permanente, dando notevole impulso alla sistemazione idraulica del bacino del fiume Rosso e all’organizzazione militare. Indebolita dallo sforzo bellico e dall’ancor forte potere dell’aristocrazia fondiaria la dinastia dei Tran venne declinando sulla fine del secolo XII in presenza di insurrezioni contadine che finirono con l’assecondare la ripresa delle ambizioni cinesi sul Vietnam.
Dal secolo XIV al XIX
L’indipendenza del paese fu ristabilita soltanto dopo parecchi anni di guerriglia da un capo contadino, Le Loi (divenuto quasi la mitica personificazione della nazione vietnamita), che nel 1428 si proclamò imperatore con il nome di Le Thai-to e stabilì la propria capitale a Dong Kinh. Sotto la dinastia di Le e in particolare per opera dell’imperatore Le Thanh-tong, che ne fu il più grande sovrano (1460-97), la civiltà vietnamita raggiunse la sua piena maturità culturale, manifestando al tempo stesso i propri limiti e le proprie contraddizzioni9 di fondo. Dal 1471, il Vietnam godette un periodo di stabilità politica e prosperità economica senza precedenti, durante il quale fu potenziata l’organizzazzione amministrativa dello stato tramite il rispetto obbligatorio del codice fiscale, mentre fu incentivata la valorizzazione agricola di nuovi territori mediante la costituzione di nuove colonie militari (don-dien) e la mobilitazione in massa dei contadini in lavori pubblici. In questo periodo vennero emergendo nei villaggi i ceti dei notabili che fondavano il proprio potere sull’accaparramento di ingenti quantità di terra e il controllo delle istituzioni comunitarie di base a scapito dei contadini. In sostanza lo stato vietnamita ripeteva, su scala ridotta, pregi e difetti di quello cinese. Il carattere burocratico della stessa cultura dominante contrastava con l’impulso al perfezionamento tecvnologico indicendo una stasi produttiva incompatibile con i problemi sociali posti dall’aumento della popolazione e ai quali si tentò di trovare sbocco intensificando l’espansione esterna con la “ marcia verso il sud”. Questa, a sua volta venne creando nuovi problemi di ordine etnico e politico, rendendo precaria l’unità statale a causa del continuo spostamento del baricentro territoriale e demografico del paese. D’altro canto l’incessante dinamismo militare del Vietnam e la ricorrente minaccia di restaurazione della dominazione cinese sollecitarono sì la formazione precoce di una sorta d’identità nazionale e le capacità diplomatiche dei ceti dirigenti vietnamiti (tramite l’impiego di tecniche di guerriglia fondate sulla conoscenza del terreno), ma finirono altresì con l’esaurire le risorse del paese. I secoli XVI e XVII segnarono così per il Vietnam un’epoca di decadenza sullo sfondo di continue guerre e rivolte contadine coincise con l’apertura del paese delle prime missioni europee (portoghesi, poi anche francesi olandesi e inglesi), le cui invasioni nelle vicende locali alimentarono ulteriori tensioni. Tale situazione perdurò fino all’ultimo terzo del secolo XVII, quando un’ampia rivolta popolare guidata dai fratelli Tay-Son (1773) e diretta contro la tirannia dei dittatori allora presenti parve in procinto di riunificare il paese e di operare un profondo risanamento nelle sue strutture, respingendo al tempo stesso una nuova invasione cinese. Il fallimento del tentativo, arenatosi su difficoltà connesse alla trasformazione istituzionale, facilitò la vittoria di uno schieramento conservatore il cui capo si proclamò nel 1802 imperatore del Vietnam riunificato, con il nome di Gia-Long. Questo creò una monarchia fortemente accentrata ed efficiente, più che mai modellata sull’esempio cinese e il cui carattere dispotico e chiuso non tardò a manifestarsi dopo la sua morte (1820). L’assolutismo di Gia-Long per salvaguardare l’unità del paese si tradusse infatti, sotto i suoi successori che finirono così col generare tensioni e miseria e resero così il popolo e la classe dirigente vietnamita ad affrontare la nuova e ben più grave minaccia costituita dalle ambizioni coloniali europee e in particolare da quella della Francia, intenzionata ad istallare una propria base stabile in estremo oriente
L’occupazione francese
Il pretesto per l’intervento francese fu fornito da una serie di persecuzioni anticristiane da parte dei sovrani vietnamiti: in replica a esse il governo di Parigi decise infatti l’occupazione della Cocincina (1859-67), che fornì quindi l’avamposto per la penetrazione verso il nord, da sempre cuore politico del paese e via d’accesso strategica alla Cina meridionale. La conquista, che si iniziò nel 1873 e fu ostacolata da una tenace resistenza popolare animata dagli intellettuali nazionalisti dei villaggi, venne completata militarmente nel 1883 con l’istituzione del protettorato francese sul Tonchino e sull’Annam, avvallato due anni più tardi alla Cina. Nel 1887 l’intero Vietnam fu inserito con la Cambogia nell’Indocina francese, cui più tardi fu annesso il Laos. Imperniato su una dura repressione militare e su un fiscalismo estremamente oneroso, il regime coloniale francese intaccò sin dall’inizio in profondità la fisionomia socioeconomica del Vietnam. Le tasse gravose per l’attuazione di opere strategiche e il forte impiego di lavoro forzato di decine di migliaia di vietnamiti misero in moto un meccanismo di concentrazione delle terre nelle mani di proprietari non coltivatori con effetti disgregativi sulle strutture del villaggio: ciò provocò il progressivo radicalizzarsi delle forze politiche e sociali del paese. Le autorità francesi furono così costrette a contare su una ristretta base di consenso, basata sulla collaborazione della minoranza cattolica (il 10% circa della popolazione) e dei proprietari terrieri e dei mercanti di riso, ceti formatisi nel sud nell’ambito dell’economia coloniale. Ostile alla dominazione francese rimase invece la maggioranza degli intellettuali. Negli anni 30 venne costituendosi il Partito comunista indocinese, risultante dalla convergenza di gruppi giovanili nazionalisti e rivoluzionari sotto la guida di Nguyen ai Qoc (il futuro Ho Chi Minh) e destinato a formulare l’asse portante del movimento anticoloniale vietnamita. Il Partito comunista indocinese fu subito alla testa di un’importante rivolta contadina scoppiata nel Vietnam centrale tra il 1930 e il 1931, ma subì una pesante repressione fino al 1936, quando fu legalizzato dal governo di fronte popolare francese. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, mentre le navi francesi collaborarono con l’invasione giapponese, i comunisti vietnamiti presero una posizione contraria sia alla presenza coloniale francese sia al “fascismo giapponese” e a partire dal 1942 organizzarono un fronte nazionale per la liberazione del Vietnam (Viet Minh) esteso a forze sociali diversificate, che intraprese la resistenza armata. Il 2 settembre 1945, al momento del crollo del Giappone il Viet Minh, che esercitava il proprio potere politico e militare su quasi tutto il paese, ne proclamò l’indipendenza come Repubblica Democratica del Vietnam e intraprese, con l’alleanza di vari gruppi sociali e politici, la formazione di un regime nuovo, nonostante la presenza sul territorio nazionale di forze cinesi, e poi di quelle francesi. Dopo un anno di trattative nelle quali il Viet Minh non riuscì ad ottenere il riconoscimento dell’indipendenza e dell’indipendenza dell’unità del paese, nel dicembre 1946 i francesi aprirono le ostilità contro la Repubblica Democratica dando origine alla guerra d’Indocina, protrattasi fino al 1954, quando la sconfitta francese e la successiva conferenza di Ginevra suggellarono l’indipendenza del Vietnam ed insieme a quella della Cambogia e del Laos. Sul tappeto rimase tuttavia il problema dell’unificazione politica del Paese diviso lungo la linea armistiziale del 17° parallelo in due tronconi (Repubblica Democratica del Vietnam a nord con capitale Hanoi; zona d’occupazione francese a sud) che in base ai deliberati di Ginevra si sarebbero dovuti ricongiungere mediante elezioni generali nel 1956
L’intervento americano
Pressioni di ordine internazionale, soprattutto da parte degli Stati Uniti, subentrati alla Francia nel controllo della regione e orientati a contenere la diffusione dei regimi rivoluzionari in Asia, congelarono la situazione, inducendo i ceti dirigenti vietnamiti che avevano collaborato con le autorità francesi, a istallare nel sud del paese un regime comunista (Repubblica del Vietnam, ottobre 1995), con capitale Saigon. Ne seguì una nuova guerra, durata vent’anni che vide da un lato il Vietnam settentrionale e i guerriglieri sudvietnamiti e dall’altro il governo cinese e degli Stati Uniti. Il conflitto che investì nella fase più acuta gran parte della penisola indocinese, si concluse il 30 Aprile 1975 con l’ingresso delle forze del FNL nella capitale sudvietnamita, dopo che gli Stati Uniti da ormai due anni avevano dovuto ritirare le proprie truppe dal paese in base agli accordi raggiunti con il Vietnam del Nord. La vittoria portò a breve scadenza all’unificazione del paese, costituito in Repubblica Socialista del Vietnam, connotata da una forte egemonia comunista e da un progressivo allineamento del governo vietnamita col blocco sovietico, che sfociò con l’adesione di Hanoi al COMECON (1978). Il paese è stato così proiettato nuovamente sulla ribalta internazionale, nei delicati equilibri strategici dell’Asia sudorientale (nel 1979 le truppe vietnamite hanno occupato la Cambogia provocando l’invasione cinese delle province settentrionali vietnamite)ma esso attraversa una difficile situazione interna.
Guerra del Vietnam
La guerra del Vietnam si può definire il complesso delle operazioni militari che tra il 1957 e il 1975 si svilupparono prevalentemente in territorio sud vietnamita tra guerriglieri filocomunisti, appoggiati dal Vietnam del Nord, e forze regolari sudvietnamite e statunitensi. Le radici del conflitto vanno ricercate nella lunga guerra combattuta dalla Francia contro la Repubblica Democratica del Vietnam (guerra d'Indocina).La vittoria della rivoluzione cinese nel 1949 modificò il significato internazionale della resistenza antifrancese dei vietnamiti agli occhi del mondo occidentale e in particolare degli Stati Uniti: la lotta di liberazione nazionale vietnamita si configurava per gli Stati Uniti come un focolaio di quella rivoluzione asiatica che era giunta al successo in Cina, e veniva interpretata semplicisticamente come un'estensione dell'influenza sovietica nel mondo e come un fattore di indebolimento degli interessi e delle posizioni dell'occidente.
La guerra franco-vietnamita diventava così parte della guerra fredda, che all'inizio degli anni Cinquanta aveva nello scontro tra Stati Uniti e Cina popolare uno dei suoi fulcri di massima tensione.
A partire dal 1950 gli Stati Uniti si impegnarono a fornire armi alle forze francesi in Indocina, e contemporaneamente presero a condurre un gioco politico che consisteva nel suscitare e mobilitare movimenti nazionalisti vietnamiti anticomunisti (ma non per questo filofrancesi), al fine di rendere più difficile alla Francia una qualsiasi politica di negoziato e di accordo col governo di Ho Chi Minh. In contrasto con gli accordi raggiunti tra francesi e vietnamiti nella conferenza di pace di Ginevra (1954) e anche con il documento finale di tutte le potenze presenti a Ginevra (Francia, Repubblica Democratica del Vietnam, USA, URSS, Cina e Regno Unito di Gran Bretagna), il governo di Washington si impegnò nella creazione di un regime anticomunista filoamericano a Saigon.
Nonostante la violenza della repressione attuata dal governo di Saigon dopo il 1954 contro tutti gli oppositori e nonostante il sistematico sostegno diplomatico e militare fornito al governo di Saigon dagli Stati Uniti, il regime del Vietnam meridionale non riuscì a consolidarsi e si trovò di fronte a una resistenza armata rurale organizzata dai comunisti e sostenuta indirettamente dal Vietnam settentrionale. Ma in quella fase si trattava ancora di una guerra occulta, condotta in sostanza da forze repressive sudvietnamite con l'aiuto finanziario degli Stati Uniti, che inviarono anche materiale bellico e poche centinaia di esperti e istruttori militari.
La situazione subì un mutamento sul finire del 1960, quando l'accentuarsi delle lotte anticoloniali nel mondo e soprattutto l'attacco cinese alla strategia sovietica di accordo con gli Stati Uniti diedero ai nazionalisti vietnarniti lo spazio per intensificare la lotta tramite la creazione di un Fronte nazionale di liberazione (FNL), che raggruppò tutte le forze guerrigliere del sud, sbrigativamente etichettate dalla stampa occidentale col nome di viet-cong (comunisti vietnamiti).
Nel 1961 il contingente di “consiglieri ” statunitensi nel sud Vietnam arrivò a 15.000 uomini e l'anno seguente fu insediato a Saigon un comando militare nordamericano. Benché il l novembre 1963 gli Stati Uniti avessero fatto cadere con un colpo di stato il governo di Ngo Dinh Diem, che era stato fino allora l'intermediario degli americani per il controllo sul Vietnam meridionale, la situazione militare per le forze anticomuniste nel Vietnam peggiorò rapidamente, mentre gli Stati Uniti rifiutavano ancora ogni apertura verso la Cina. Nell'estate 1964 il presidente statunitense L.B. Johnson cercò di salvare il regime filoamericano del Vietnam meridionale minacciando la distruzione totale del Vietnam settentrionale qualora Hò Chi Minh non avesse indotto le forze rivoluzionarie operanti nel sud a cessare la loro attività.
Cominciò allora la fase decisiva e più drammatica della “ guerra del Vietnam ” destinata a divenire per quasi un decennio un nodo centrale della situazione mondiale. I viet-cong rifiutarono infatti il ricatto americano e gli Stati Uniti, da parte loro, furono sempre più coinvolti nella spirale della guerra: a partire dalla primavera 1965 essi intensificarono i bombardamenti sui Vietnam settentrionale (che finì per ricevere un tonnellaggio di bombe superiore a quello sganciato su tutti i paesi nella seconda guerra mondiale) e inviarono nel sud, controllato dal giugno dello stesso anno da una giunta militare, un numero crescente di loro uomini, coinvolgendo forze di altri paesi (sudcoreani, australiani e neozelandesi) nel tentativo di distruggere la guerriglia. D'altra parte i viet-cong ricevevano aiuti sempre maggiori e sistematici da parte del Vietnam settentrionale e indirettamente dalla Cina e poi anche dall'URSS.
La guerra si andò così allargando in un contesto internazionale che vedeva una grande mobilitazione di forze democratiche e pacifiste, per le quali il Vietnam divenne il simbolo di una sfida globale all'ordine dei potenti, alla logica degli interessi acquisiti. In particolare negli Stati Uniti la guerra provocò e approfondì contraddizioni profonde nella società e nella cultura, in quanto le spese per il conflitto si rivelarono onerose e imposero il taglio di tutta una serie di servizi sociali e di iniziative assistenziali che erano state riprese nel quadro dell' esperimento kennediano; contemporaneamente esplodeva la polemica ideologica contro una guerra che era quotidianamente presentata dalla stampa e dalla televisione agli occhi di tutti gli americani e che veniva sentita come sostanzialmente in contraddizione con la tradizione democratica anticolonialista. Violente tensioni si manifestarono nell'ambiente giovanile e soprattutto universitario, anche in conseguenza dell'estensione della coscrizione obbligatoria, che portò il contingente USA nel sud Vietnam da 125.000 uomini nel 1965 a oltre 400.000 due anni più tardi. Nella primavera 1968 i guerriglieri del Fronte nazionale di liberazione del Vietnam meridionale, appoggiati ormai sempre più dall'esercito del Vietnam settentrionale, scatenarono un'offensiva che, pur non abbattendo totalmente il dispositivo statunitense nel Vietnam meridionale, dimostrò la vanità delle iniziative fino allora intraprese dagli Stati Uniti e l'inefficacia dell'impiego di oltre 700.000 giovani statunitensi, della più raffinata e costosa tecnologia militare e dei massicci bombardamenti sul nord e sul sud. Mentre nel mondo il successo dell'offensiva vietnamita suscitava echi che incidevano notevolmente sulla contestazione giovanile (e in particolare sul “ maggio” francese, il presidente degli Stati Uniti, Johnson, annunciò il proprio ritiro dalle prossime elezioni presidenziali e a Parigi sia con il governo del Vietnam settentrionale, sia con i guerriglieri.
Le trattative si trascinarono per quasi cinque anni, mentre la guerra di distruzione nel sud e nel nord imponeva gravi perdite a tutta la popolazione del Vietnam, distruggendo le strutture produttive e lo stesso ambiente naturale. L'ascesa alla presidenza degli Stati Uniti di R. Nixon portò a un'ulteriore estensione della guerra, coinvolgendo a partire dal 1970 anche la Cambogia e il Laos Parallelamente, per allentare la tensione interna agli Stati Uniti, si tentò di “ vtetnamizzare” la guerra, cioè di far subentrare alle forze statunitensi l'esercito sudvietnamita.
Nel 1971 e poi nel 1972 Nixon intraprese, nel quadro di una strategia globale di distensione, la politica di riavvicinamento degli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese, sperando con ciò di esercitare anche una pressione sui comunisti vietnamiti, mentre su tutta l’Indocina venivano effettuati bombardamenti anche più pesanti che in precedenza; ma questo non bastò a modificare la situazione militare e politica.
Così all'inizio del 1973 gli Stati Uniti firmarono a Parigi, con il Vietnam settentrionale e il Fronte nazionale di liberazione, un accordo in base al quale si impegnavano a ritirare le loro forze e ad aprire la strada a governi di coalizione nel Vietnam meridionale. Quest’aspetto dell’accordo fu tuttavia ignorato dal governo di Saigon, sempre sostenuto dagli Stati Uniti sul piano economico e militare, e nei due anni successivi la situazione nel sud sembrò immobilizzarsi con la presenza ravvicinata di due regimi, uno del Fronte e uno del governo di Saigon; ma quando nella primavera 1975 la situazione interna degli Stati Uniti fu profondamente intaccata dal discredito della presidenza Nixon per l’affare del Watergate e, più indirettamente, dalle ripercussioni economiche e politiche della guerra indocinese, i comunisti vietnamiti lanciarono l’offensiva finale che portò alla liberazione di Saigon (30 aprile 1975) e alla caduta del regime anticomunista sud vietnamita.
ARTE
Le tre grandi aree geografiche del Tonchino, dell’Annam e della Cocincina, che tradizionalmente costituiscono il Vietnam, hanno un lungo passato umano le cui tracce risalgono all’era paleolitica. Nel mesolitico, le zone di Hoa Binh e di Bac Son, entrambe nel Tonchino, hanno dato il nome a importanti culture che si sono estese a tutta la penisola indocinese. Il bronzo apparve assai tardivamente in questa regione, verso il secolo VI a.C., e nei secoli che seguirono si sviluppò a nord la civiltà di Dong Son, civiltà di agricoltori e di navigatori che ha lasciato innumerevoli reperti. Il materiale archeologico giunto fino a noi è costituito in gran parte da oggetti in bronzo :armi diverse, vomeri di aratro, frammenti di arredamenti, statuette e vasi, e soprattutto i famosi “tamburi della pioggia”. Sorta, come si è detto, al nord, questa civiltà si irradiò ampiamente verso sud e si diffuse fino all’Insulindia. La fine del secolo II a.C. è segnata dall’annessione del Tonchino all’impero cinese :ciò costituì l’inizio di un massiccio processo di cinesizzazione che si protrasse fino al secolo X e marcò la civiltà vietnamita con un’impronta indelebile. Una soggezione quasi totale all’arte cinese rivelano le tombe ritrovate, la maggior parte delle quali risale all’epoca degli Han - posteriori (25 - 220), mentre alcune altre sono più tarde. Queste dimore funerarie, che generalmente includono più ambienti sotto un tumulo, contengono ogni sorta di oggetti della vita quotidiana : abiti, ornamenti, armi, specchi, vasellame ecc. Tutto questo materiale è riconducibili all’arte cinese contemporanea (una certa originalità si manifesta soprattutto nei lavori in ceramica). Mentre il nord si sviluppa sotto l’impulso della Cina, il sud riceveva l’apporto dell’India, la cui civiltà prolungava allora lentamente le sue ramificazioni fino in Insulindia e su tutta la penisola indocinese. Sembra che a partire dal secolo I d.C. navigatori e mercanti abbiano diffuso la civiltà indiana nel sud - est asiatico. Questo apporto favorì la nascita, tra l’altro, del regno cambogiano di Fun - nam, la cui civiltà si fuse, nel Vietnam del sud, con quella di Dong Son. I nuovi venuti introdussero l’induismo e il buddismo, che ebbero un’influenza considerevole nello sviluppo delle civiltà del sud - est dell’Asia.
Alla fine del secolo II d.C. sorse, nel Vietnam centrale, il regno di Champa, che, estesosi largamente, sviluppò una propria arte, ispirata senza dubbio dall’India, ma ancora segnata dall’antica civiltà di Dong Son. Nulla ci è pervenuto dalle primitive manifestazioni dell’arte cham. Le testimonianze più antiche risalgono all’epoca del re Prakasadharma, alla seconda metà del secolo VII ; lo stile che documentano è chiamato Mi Son E 1, dal nome di una torre particolarmente significativa, eretta appunto a Mi Son. Si tratta di un frontone ornato con l’immagine di Visnu disteso e di un pannello facente parte di un piedistallo e raffigurante un asceta che suona il flauto. Queste costruzioni in arenaria sono vicine all’arte Khmer di Prei Khemmeng, ma assai superiori per plasticità. Allo stesso stile sembrano anche ricollegarsi alcune statue in pietra o in bronzo del secolo VIII raffiguranti Avalokitesvara. All’inizio del secolo IX , l’arte cham è rappresentata dallo stile di Hoa - Lai. In questo stile rimangono torri imponenti :masse cubiche coronate da una serie di piani degradanti e che proteggono delle sale a volte aggettanti. La decorazione si limita alle incorniciature degli ingressi, ai pilastri d’angolo e alle sovrastrutture. L’elemento caratteristico di questo stile è costituito dall’arco polilobato degli ingressi, ornato da cascate di foglie che escono dalle gola di un mostro centrale. La statuaria non è molto rappresentata, se non da bassorilievi raffiguranti guardiani con diademi, dischi alle orecchie, fasce alla vita e composti drappeggi :alla fine del secolo IX apparve lo stile detto di Dong - Duong, dal nome del grande monastero buddista fondato nell’875 dal re Indravarm I. Le costruzioni di Dong - Duong formano un insieme considerevole. Al centro si trovano i santuari e i saloni delle assemblee, raggruppati in cortili successivi. Queste costruzioni sono in mattoni rivestiti di arenaria. Una decorazione vegetale, che tende a frazionarsi in numerosi minuscoli elementi a forma di riccioli, aggredisce i pilastri e incornicia le aperture e le sovrastrutture. La scultura, documentata da bassorilievi e statue di grande bellezza, presenta tre caratteristiche essenziali : la maestosità delle proporzioni, la vivacità delle pose e la sottolineatura realistica dei tratti etnici come il turgore delle labbra, il naso schiacciato, le grandi orbite degli occhi ecc. Nel secolo X si manifesta un altro stile, quello di Mi Son A1, profondamente influenzato dall’arte Khmer e dallo stile di Giava centrale. Lo sviluppo di questo stile è dovuto all’iniziativa del re Indravarman III. La torre principale del gruppo A di Mi Son, che ha dato il suo nome allo stile, è un’imponente costruzione in mattoni ;il corpo centrale si sviluppa in altezza, mentre le sovrastrutture, formate da diversi piani, si restringono in maniera progressiva, si iscrivono in un immaginario arco spezzato e dovevano mettere capo a un piccolo stupa terminale, oggi distrutto. La decorazione è più sobria che nello stile precedente e sembra avere l’unica funzione di sottolineare l’armonia delle proporzioni. I pilastri hanno una lunga fenditura centrale, fiancheggiata da una cornice di foglie che aumentano l’impressione di fuga verso l’alto. Le aperture sono dominate da arcate a forma di campana, sormontate da un mostro e completate da makara(una specie di mitici delfini). La scultura è improntata alla grazia e alla dolcezza e contrasta con il carattere alquanto grezzo dello stile precedente. Nel corso del secolo XI lo stile di Mi Son A 1 si conclude, accentuando la sobrietà, come mostra la bella torre centrale del Po Nagar di Nha Trang :se le proporzioni restano contraddistinte dallo sviluppo in altezza, la decorazione si semplifica in maniera considerevole. Nel secolo XII, quando il regno Champa entrò in lotta con l’impero Khmer e ne subì il dominio, l’arte cham sentì decisamente l’influenza di Angkor Vat. Le torri d’argento di Binh Dinh, nel centro del Vietnam, hanno dato il loro nome a questo periodo. Queste costruzioni perdono lo slancio in altezza e riassumono la struttura di corpi cubici dominati da sovrastrutture che imitano quelle Khmer. Le arcate, moltiplicate da sporgenze successive, hanno la forma d’una punta di lancia. La scultura diviene insignificante. Lo stile di Binh Dinh proseguì fino alla fine del regno Champa (secolo XV), impoverendosi progressivamente. Tale processo è particolarmente evidente nella decorazione, dove i motivi si degradano al punto di risultare irriconoscibili :per esempio il fogliame si trasforma in conchiglie di lumaca che si prolungano in riccioli, mentre i fregi di boccioli di loto diventano serie di “seni di donna”.
Mentre il regno di Champa raggiungeva il suo punto più alto, nel secolo X, il Tonchino si liberava della tutela cinese e diventava regno indipendente. Fino a quel momento questa regione era stata profondamente segnata dalla civiltà cinese, sia nell’organizzazione sociale e politica sia nelle arti e nella religione. Nella seconda metà del secolo IX prende a svilupparsi l’arte di Dai - la, più prettamente vietnamita, per quanto influenzata tanto dall’arte di Champa quanto dall’arte cinese. Vi si distinguono due stili :nel primo, quello di Phat Tich, è l’arte dei T’ang che dà la nota cinese ;nel secondo, quello di Ly, fiorito nei secoli X e XI, è piuttosto l’arte dei Song a farsi evidente. I resti sono purtroppo assai scarsi. A questa forma d’arte succede quella Tran(secolo XIII-XIV) :mentre la produzione decorativa tende ad appesantirsi, si costruiscono città fortificate, delle quali restano molti avanzi :le porte della cittadella degli Ho, a Thanh Hoa, della fine del secolo XIV, ne offrono un maestoso esempio. Durante la dinastia dei Le - posteriori, l’arte vietnamita decade ;l’influenza dei modelli cinesi ridiventa preponderante, ma tuttavia si assiste a un costante perfezionamento delle tecniche. Le tombe dei primi re della dinastia, a Lam Son (Thanh Hoa), sono una valida testimonianza di questa arte. Sulle stele e sui muri delle terrazze - basamento dei palazzi appare moltiplicata l’immagine del dragone, un tema che anche in seguito sarà molto apprezzato. Sfortunatamente gli edifici, costruiti in legno, sono scomparsi. Le costruzioni in pietra si diffondono solo nella seconda fase dell’arte dei Le, a partire dal secolo XIV, quando la capitale viene trasportata a Hoa - lu (Ninh Binh). La decorazione diventa molto ricca, e insieme pesante. Di questo periodo restano templi funerari e pagode. I grandi complessi buddisti del Vietnam del Nord risalgono a questo periodo :preceduti da un portico a tre piani e tre aperture, comportano una serie di fabbricati paralleli che si succedono in una grandiosa corte circondata da gallerie. Il tempio principale ha generalmente la pianta di una H distesa ;i tetti sono ben proporzionati ;le travi sono finemente lavorate, e i pannelli scolpiti servono come pareti mobili. I tetti a più piani compaiono sui campanili e sulle torri - pagoda. Nel nord predomina la tegola piatta non verniciata, nel sud si preferiscono le tegole a lunetta smaltate. Un edificio caratteristico della vita vietnamita acquista allora la sua forma definitiva :il dinh o casa comune di ogni villaggio, che comprende molti annessi e generalmente presenta una bella serie di tetti. La statuaria si adegua ai modelli di cattivo gusto, e un po’ grossolani, della fine dei Ming. Fa eccezione qualche statua originale, dalle linee sobrie e molto espressive come quella del bronzo Minh Hanh nella pagoda Ton Duc a Tranch Lam. Nel 1802 l’imperatore Gia - Long stabilisce la sua capitale a Huè. Lo Stato si ispira all’organizzazione cinese e la capitale ricalca il modello di Pechino :Huè è costruita secondo i principi della geomanzia cinese. Nulla è lasciato al caso :i piccoli edifici e giardini si alternano e si inquadrano secondo leggi precise. Il palazzo è circondato da un muro e da un fossato con ponti e porte monumentali e tutto è incentrato sulla sala del trono, cuore dell’impero. I giardini stessi ricordano l’universo mediante un sapiente gioco di rocce, di specchi d’acqua e di vegetazione. La spianata di Nam Giao, nei pressi di Huè, offre un bell’esempio di terrazze :era qui che ogni anno l’imperatore celebrava i culti del Cielo e della Terra. Le tombe della dinastia si ispirano a quelle della dinastia Ming. Tutto questo sistema architettonico di ispirazione cinese si combina con fortificazioni “alla Vauban” :gli imperatori avevano infatti richiesto l’opera degli ingegneri francesi per fortificare la capitale e altre città importanti. Questi lavori sottolineano la crescente influenza dell’occidente :è l’epoca dell’oppressione coloniale, che finisce con l’immiserire la lunga tradizione artistica vietnamita, radicata nelle antiche culture locali e arricchitasi nel corso dei secoli per il duplice prestigioso apporto dell’India e (soprattutto) della Cina.
MUSICA.
La musica vietnamita ha subito il diretto influsso di quella cinese :simili sono gli strumenti usati, la notazione e la terminologia ;mentre risentono di influssi indiani i moduli ritmici. I sistemi musicali vietnamiti si servono di nuclei di due, tre, quattro o cinque suoni, con o senza note ausiliarie. Nell’ultimo caso si tratta di vere e proprie scale pentatoniche, in genere del tipo senza semitoni. Queste scale, usate sia nella musica d’arte sia in quella popolare, si caratterizzano da regione a regione per la presenza o meno di note ausiliarie (infissi e prefissi) e di semitoni. La musica vietnamita è una musica essenzialmente melodica, che nelle sue manifestazioni colte (musica cerimoniale o di corte), semicolte o popolaresche (musica per il teatro), fa uso di stratificazioni polifoniche o eterofoniche. I ritmi ternari sono usati solo nella musica popolare, mentre quella colta si basa su metri binari e sui loro composti. I poliritmi non sono infrequenti, come non lo sono i ritmi sincopati, il cui impiego è considerato, tradizionalmente, una prova di maestria da parte dell’esecutore. Esistono poi nel Vietnam molte tradizioni musicali appartenenti a minoranze etnico - culturali. Come spesso in Estremo Oriente, i complessi strumentali hanno per lo più il compito di accompagnare il canto sia nella musica solistica sia in quella da camera. Il canto è strettamente correlato all’intonazione della lingua che, come quella cinese, esige intonazioni precise. Lo strumento solistico più diffuso è il monocordo, costituito da una cassa di risonanza in legno a cui è infisso un bastone di legno flessibile a mo’ di manico ;la tensione della corda e quindi l’altezza del suono, viene modificata flettendo più o meno il bastone. Tipico della musica tradizionale vietnamita è il trio strumentale costituito da un liuto a due corde, da un flauto e da una cetra.
FOLCLORE
Nelle istituzioni e nei costumi del Vietnam, che risentono della relativa compattezza etnica e di una lunga storia sostanzialmente unitaria, si possono tuttavia identificare le diverse componenti umane, geografiche, economiche e storiche che sono a monte del quadro attuale. Se si intende porre l’accento sulle differenze, che si devono in primo luogo ricordare quelle ambientali che intercorrono tra il nord e il sud e, soprattutto, tra le salubri pianure costiere e le colline (o montagne) dell’interno, infestate sino a tempi recenti dalla malaria :il che ha indubbiamente accentuato la tendenza dei vietnamiti a limitare i propri insediamenti quasi solo alla pianura. Nell’interno vivono popolazioni in parte affini ai thai e caratterizzate, per lo più, da un grado di sviluppo culturale molto più modesto e primitivo. In queste aree a bassissima densità di popolazione si conservano numerosi costumi tipici della gente a livello etnografico :insediamento accentrato, e, in alcuni casi, presenza del tradizionale villaggio a una sola abitazione di grandissime dimensioni, con all’interno focolai per ogni nucleo familiare ;frequente discendenza matrilineare ;un’agricoltura che utilizza via via aree diverse mediante il periodico incendio di appezzamenti di foresta. Anche nella parte bassa e costiera del paese esistono significative minoranze :soprattutto nel sud vivono genti khmer champa, e cinesi. Se si prescinde tuttavia da queste minoranze, il mondo vietnamita in senso stretto rivela un sostrato indocinese e una profonda acculturazione ai modelli cinesi. Dalla Cina il Vietnam ha preso gran parte dei suoi valori delle sue istituzioni. Si può forse dire che il folclore vietnamita è caratterizzato da una duplice tensione :quella tra il confucianesimo e le culture non ufficiali e, quella tra il paese nel suo complesso e il villaggio, da sempre cellula fondamentale della vita consociata. Anche se le forme culturali impropriamente definite come non ufficiali sono molto più evidenti, non è lecito assumere in modo troppo rigido i diversi termini delle due dicotomie. Infatti, il buddismo nel corso dei secoli e il cristianesimo sotto la dominazione coloniale hanno giocato anch’essi un ruolo di rilievo di “sintesi nazionale”. E per altro verso, anche la vita del villaggio ha sempre avuto un protagonista di assoluto spicco nel letterato locale, il confuciano che rappresentava la dimensione culturale e viveva tuttavia nell’attesa di un più alto destino nella capitale. D’altra parte gli usi e i costumi non si discostano da quelli dei paesi dell’est asiatico, non a torto definiti come portatori di una “civiltà vegetale” per la scarsa importanza che vi hanno sia i prodotti minerali sia quelli del mondo animale. Nelle grandi case rettangolari, che forse hanno sostituito più antiche palafitte, i vietnamiti hanno organizzato una vita caratterizzata dalla compattezza della grande famiglia e dai ritmi della produzione agricola. Un tratto tipico della cultura del paese è poi costituito dalla presenza delle dighe, che esigono continui lavori organizzati e improntano ancora in modo caratteristico il paesaggio della parte settentrionale del paese, là dove il recente conflitto non ha prodotto troppo gravi sconvolgimenti.
Ferraresi Gilles

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