Stati Uniti

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Testo

STATI UNITI
Stati Uniti d’America .Stato (United States of America; sigla USA) dell’America Settentrionale.
Superficie: 9.372.614 km2.
Popolazione: 248.710.000 ab.
Capitale: Washington.
Lingua: inglese.
Religione: protestanti in maggioranza, quindi cattolici, ebrei (ca. 6 milioni), ortodossi e di altre relig.
Unità monetaria: il dollaro USA.
Confini: confina a nord col Canada, a sud col Messico; le coste sono bagnate a est dall’Oceano. Atlantico; a ovest dall’Oceano Pacifico e a sud dal golfo del Messico. Fanno parte dell’Unione anche i due Stati non contigui dell’Alaska e Hawaii.
Ordinamento: Repubblica presidenziale, confederazione di 50 Stati e un distretto federale. L’ordinamento si basa sulla Costituzione del 1787 (la più antica fra le Costituzioni scritte ancora in vigore). Il potere legislativo spetta al Senato e alla Camera dei rappresentanti che insieme formano il Congresso e vengono eletti entrambi con voto popolare diretto. Il potere esecutivo spetta al presidente, eletto per quattro anni. Dagli USA dipendono, sotto varia forma, nell’America Centrale lo Stato associato di Puerto Rico, le dipendenze delle Isole Vergini e la baia di Guantanamo a Cuba; nell’Oceano Pacifico l’isola di Guam e l’arcipelago delle Marianne, le isole Midway, Samoa Americane, Caroline e Marshall.

GEOGRAFIA
. Le coste atlantiche sono alte e frastagliate da ramificate insenature (estuario del fiume Hudson, baia di Baltimora) fino a Capo Hatteras, a sud del quale diventano basse e orlate da dune sabbiose e lagune. Anche la penisola della Florida ha coste sabbiose e si prolunga verso sud con un festone di isolette coralline (Florida Keys). La costa del golfo del Messico, bassa e paludosa, è interrotta dall’ampio delta digitato del fiume Mississippi. All’interno, si innalza il sistema montuoso appalachiano, costituito, nella Nuova Inghilterra, da una serie di rilievi di modesta altitudine che conservano nel loro profilo tracce evidenti della glaciazione quaternaria; più a sud, oltre il solco del fiume Hudson, si estendono con direzione nord-est - sud-ovest i monti Adirondack (monte Marcy, 1629 m) e le catene parallele degli Allegheny e delle Blue Ridge (monte Mitchell, 2037 m), digradanti verso la costa con un dolce penepiano e verso l’interno con aridi altipiani (monte Catskill, Altopiano del Cumberland). Fra il sistema appalachiano e il rilievo delle Montagne Rocciose si allarga la vasta regione delle Pianure Interne, acquisita alle colture e all’insediamento umano. Le Montagne Rocciose, di origine cenozoica, si innalzano bruscamente con una serie di catene, compatte nella sezione meridionale (Front Range, Sierra Sangre de Cristo), più disordinate e basse nella sezione centrale, ove i monti Laramie, Absaroka, Big Horn e Wasatch racchiudono l’altopiano del Wyoming, e nella sezione settentrionale, ove si estende l’altopiano della Columbia. A ovest le Montagne Rocciose delimitano le regioni dei Bacini Interni, bassopiani interrotti da catene montuose: a nord il bacino del Columbia, nel centro il Gran Bacino, caratteristico per le profonde depressioni (Valle della Morte, -86 m), e i laghi salati (Gran Lago Salato, lago Utah, lago Lahontan) che lo costellano, e a sud il bacino del Colorado. La regione dei Bacini Interni è chiusa a ovest da una serie di catene parallele: Catena delle Cascate e Sierra Nevada (monte Whitney, 4418 m) all’interno, Catena Costiera lungo la costa, divisa nettamente in due tronconi dal fiume Sacramento. Fra esse si allunga un allineamento di fosse tettoniche (valli del Sacramento e del San Joaquin nel centro). Una stretta fascia pianeggiante, interrotta dalla baia di San Francisco, è compresa fra la Catena Costiera e l’Oceano Pacifico.
CLIMA
La sezione settentrionale della costa atlantica, interessata dall’afflusso di aria fredda, provocato dalla corrente del Labrador, ha un clima di tipo marittimo con inverni rigidi, estati calde e piovosità abbondante; a sud di Capo Hatteras si fa sentire la benefica influenza della Corrente del Golfo e la temperatura media si innalza fino ad assumere caratteristiche subtropicali e, in Florida, tropicali, con piogge prevalentemente estive. La regione appalachiana ha un clima di montagna, umido sul versante orientale, ma arido e ventoso verso le Pianure Interne. È caratterizzata da tempeste di vento e cicloni (hurricanes). La regione delle Montagne Rocciose ha un clima d’altitudine. Nei Bacini Interni l’aridità raggiunge valori massimi, mentre la temperatura estiva è elevatissima (Valle della Morte, max. 58 °C). La costa dell’Oceano Pacifico, per l’influenza della corrente calda della California, ha un clima mite e piovoso a nord, più arido a sud. p Idrografia. Il principale asse idrografico è costituito dal sistema Mississippi-Missouri, che convoglia al golfo del Messico anche le acque di affluenti, quali il Wisconsin, l’Illinois, l’Ohio, il Tennessee da sinistra, il Platte, il Kansas, l’Arkansas e il Red River da destra. Al golfo del Messico scendono anche il Rio Grande, il Trinity, l’Apalachicola. Uno sviluppo minore hanno i fiumi del versante atlantico (Hudson, Potomac, Savannah), di grande importanza economica in quanto sfruttati per la produzione di energia elettrica e per la navigazione. All’Oceano Pacifico scendono il Columbia, che raccoglie anche le acque dello Snake e del Willamette, il Sacramento cui tributa poco prima della foce il San Joaquin, e infine il Colorado, che incide una spettacolare valle d’erosione (canyon) e sfocia nel golfo di California. I laghi sono molto numerosi: i più estesi sono il Michigan, l’Huron, l’Erie,
l’Ontario e il Superiore, dei quali soltanto il primo appartiene interamente agli USA.

POPOLAZIONE.
La grande maggioranza dell’attuale popolazione è costituita dai discendenti degli immigrati europei affluiti a partire dagli inizi del XVII sec. In questo secolo e nel successivo prevalsero gli immigrati anglosassoni, che diedero, oltre alla lingua, un’impronta caratteristica alla cultura e alla mentalità statunitensi. Col XIX sec., il flusso immigratorio crebbe progressivamente per raggiungere la massima intensità tra il 1880 e il 1914. In totale, tra il 1820 e il 1984, 50 milioni di persone provenienti da tutti i Paesi europei (con alte percentuali di Tedeschi, di Slavi, di Italiani) sono entrate nel crogiolo americano. Il flusso immigratorio venne frenato con le leggi del 1924, tuttora in vigore. La popolazione negra (11,5% del totale), discendente dagli schiavi importati dall’Africa fino al secolo scorso, è insediata ancora oggi prevalentemente negli Stati del Sud. La popolazione originaria amerindia costituisce ormai un’esigua minoranza: poco più di un milione di individui vive in parte nelle riserve e in parte sono insediati nella società. Sulla costa dell’Oceano Pacifico (San Francisco) è numerosa la colonia asiatica (Giapponesi, Cinesi, Filippini). La popolazione è insediata in grandi complessi urbani nella regione della costa settentrionale atlantica e dei Grandi Laghi. La densità diminuisce rapidamente (10 ab./km2) nelle Pianure Interne. Nel settore occidentale del Paese solo le aree di Los Angeles e di San Francisco sono densamente popolate.
ECONOMIA.
L’economia statunitense è stata a lungo e sino alla soglia degli anni Novanta la più sviluppata del mondo. Alla base di questa potenza si trovano innanzitutto l’ambiente e le risorse naturali, ma un contributo non meno importante hanno dato i fattori non economici, d’ordine politico e sociale soprattutto, che hanno consentito l’organizzazione di un tipo di società e di sistema economico assolutamente originali rispetto a quelli europei. Indicativi dell’alto livello di benessere raggiunto dalla società statunitense sono i redditi nazionale e pro-capite, tra i più elevati in assoluto, che coesistono tuttavia con sacche di persistente, notevole miseria, individuabili in diverse zone urbane, nelle comunità di immigrazione e soprattutto di quelle di colore, i cui redditi familiari sono nettamente inferiori alla media nazionale (il 15% della popolazione è considerato povero). La ripartizione della popolazione attiva in base alle fonti di reddito mostra una bassissima percentuale (attorno al 3%) nel settore agricolo, altamente specializzato e meccanizzato, mentre il settore industriale è pari a circa il 27%. Ne deriva che il grosso dei redditi è rappresentato dalle attività terziarie. La superficie agraria degli USA si estende su poco più di 428 milioni di ha, pari cioè a ca. il 45% del territorio nazionale. Oltre la metà di essa è destinata stabilmente alle foraggere, ca. 190 milioni ai seminativi, il rimanente al pascolo; la foresta si estende su ca. 284 milioni di ha. L’agricoltura è esercitata da poco più di 2,3 milioni di aziende (farms) che hanno una media di ca. 150 ha per unità. Tenuto presente che ca. un milione di aziende ha un’estensione inferiore a 10 ha, appare evidente il carattere estensivo dell’agricoltura statunitense. La grande disponibilità di terreni da un lato, e la progressiva riduzione di manodopera, hanno reso indispensabile la meccanizzazione dei lavori agricoli; gli USA vantano il più grande parco di macchine del mondo. Il settore agricolo più sviluppato è il cerealicolo, che ha nel frumento e nel mais i prodotti base. Per quanto riguarda il frumento, il Paese si suddivide in quattro grandi regioni: le Pianure Interne o Great Plains (Kansas, Nebraska, Oklahoma e Texas); la regione orientali (Missouri, Illinois, Arkansas ecc.); l’altopiano del Columbia (Washington, Idaho, Oregon ecc.), con produzione di grano invernale; la regione nordoccidentale (Dakota, Minnesota, Montana ecc.), con produzione di grano primaverile. Il più importante cereale è tuttavia il mais, la cui produzione è pari a ca. un terzo di quella mondiale; è concentrato nella fascia centrale del Paese, detta appunto corn belt. Seguono poi l’avena, l’orzo, la segale, il sorgo, usati come foraggio. Notevole è pure la produzione del riso, specialmente in California, di patate e di barbabietole da zucchero. Diffusissima la frutticoltura, con notevoli produzioni di mele, pere, ciliegie, prugne. In California, accanto ai vigneti, la cui produzione pone gli USA al sesto posto nel mondo, si trovano ricchissimi agrumeti. Gli USA sono uno dei massimi produttori di cotone. Le coltivazioni sono concentrate nel settore meridionale (Texas, Alabama, Louisiana, Arkansas, Mississippi), nella zona detta appunto cotton belt. Abbondante e di qualità la produzione del tabacco, la cui coltura si concentra negli Stati orientali (Carolina del Nord, Kentucky, Virginia, Connecticut, Florida, Maryland). Un posto a sé occupa l’allevamento del bestiame. Il patrimonio zootecnico statunitense è costituito soprattutto da bovini e suini (rispettivamente 115 e 54 milioni ca. di capi). L’allevamento dei bovini (reso possibile dalla grande disponibilità di pascoli e di foraggi) è praticato secondo due diversi tipi di organizzazione. Lungo tutta la corn belt e tutte le regioni orientali prevale l’allevamento intensivo. Lungo la fascia occidentale, invece, è praticato nelle classiche forme estensive, organizzato nei grandi ranches. L’allevamento dei suini è invece praticato soprattutto da fattorie delle regioni nordorientali, in prossimità delle grandi industrie per la conservazione delle carni. Notevole il patrimonio forestale, soprattutto negli Stati del Nord, che fa degli USA il massimo produttore mondiale di legname. La pesca, diffusa particolarmente nell’Oceano Atlantico settentrionale, è praticata con mezzi modernissimi e dispone di porti attrezzati (Boston sull’Oceano Atlantico, Seattle e San Diego sull’Oceano Pacifico).
RISORSE MINERARIE E INDUSTRIE:
Imponenti le risorse minerarie e le fonti di energia. Tra i minerali, occupa il primo posto il ferro (depositi nella zona del Lago Superiore). La produzione tende a diminuire e comunque non soddisfa le crescenti esigenze dell’industria nazionale, che ricorre a importazioni da giacimenti sudamericani posti sotto il diretto controllo di società statunitensi. Ciò vale anche per il rame, relativamente abbondante. Le più importanti miniere si trovano nel Montana, nell’Utah e nell’Arizona. Piombo e zinco sono concentrati nel Missouri, nel Kansas e nell’Oklahoma. Il fabbisogno industriale è coperto da importazioni assicurate da alcuni grandi monopoli, che controllano molte fonti di produzione all’estero. Tra i minerali preziosi, va ricordato l’oro, abbastanza diffuso; buona la produzione di argento, radio, uranio, vanadio e mercurio. Alla base della potenza industriale statunitense è tuttavia la larghissima disponibilità di fonti energetiche. A prescindere dal carbon fossile, diffuso in particolare nella vastissima regione degli Appalachi e il cui sfruttamento non sempre è economico, il pilastro dell’economia energetica degli USA è il petrolio, seguito dal gas naturale. La produzione di petrolio (oltre 440 milioni di t annue) pone gli Stati Uniti al secondo posto nel mondo. L’area più ricca è costituita dagli Stati centromeridionali (tra cui Texas, Arkansas, Nuovo Messico, Kansas); ricchissimi sono pure i giacimenti della California e dell’Alaska. Tutto il Paese è percorso da una fitta rete di oleodotti che fanno capo a grandi raffinerie. Il consumo locale è integrato da importazioni di greggio, proveniente da varie regioni del mondo sotto il controllo delle grandi società petrolifere americane. Ingentissima e in continua espansione la produzione di gas naturale (oltre 530 miliardi di m3). Il ruolo industriale degli USA nel mondo si è ulteriormente ridimensionato di fronte alle nuove potenze orientali e tedesca, ma può essere efficacemente sintetizzato nel fatto che ancor oggi la produzione complessiva del settore è pari a oltre un quarto di quella mondiale. La siderurgia, base dell’industria, si concentra in alcune grandi zone della fascia centrorientale; la più vasta è quella dei Grandi Laghi, che comprende i centri di Chicago, Cleveland, Buffalo, Duluth, ma molto importanti sono pure quelle di Pittsburgh e Birmingham. In diretta dipendenza da questo settore è l’industria meccanica, che ha i suoi tradizionali centri lungo la costa atlantica e nella fascia nordorientale. Al primo posto si pone il settore automobilistico, che impiega un milione di addetti e che, negli ultimi anni, ha raggiunto una media superiore ai 9 milioni di autoveicoli. Il centro automobilistico più famoso è Detroit. Altri comparti sviluppati sono quelli navale, aeronautico, delle macchine utensili, agricole e tessili. Un posto importantissimo occupa pure l’industria chimica, molto avanzata. Concentrata in poche grandi società, essa ha altresì forti compartecipazioni in altri settori produttivi, anche all’estero, e rappresenta una potenza finanziaria e politica notevole. L’industria tessile, in larga parte automatizzata, lavora lana e cotone di produzione nazionale, nonché le moderne fibre sintetiche e artificiali, di cui essa, prima nel mondo, iniziò la produzione di massa. Anche il comparto alimentare appare fortemente concentrato: poche grandi società controllano infatti gran parte del settore conserviero (carni, ortaggi e frutta) e dei latticini. L’elevato reddito medio dei cittadini americani consente poi il prosperare di tutta una serie di industrie per la produzione di beni di consumo i più diversi. Sotto il profilo strettamente commerciale, dalla metà degli anni Ottanta gli USA si sono progressivamente trasformati da principale Paese creditore (con ingentissimi investimenti all’estero) a principale debitore, non riuscendo a contrastare la concorrenza giapponese ed europea, tanto da far tornare in vita forti spinte protezionistiche e nazionalistiche. New York e Chicago restano tuttavia punti cruciali del sistema finanziario mondiale.
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