Palestina

Materie:Appunti
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Palestina

STORIA
Anteriormente alla conquista ebraica, la regione era nota come Terra di Canaan. Fu poi chiamata Israele e soltanto in età ellenistica assunse il nome di Sirya Palaestina da cui deriva l'attuale denominazione. Durante il III e il II millennio a. C. la P. fu controllata più o meno direttamente dai faraoni egiziani. Verso la fine del II millennio fu conquistata dagli Ebrei: il culmine della potenza ebraica fu raggiunto sotto Salomone (ca. 961-922 a. C.). A partire dal sec. VIII la P. entrò nell'orbita mesopotamica: gli Assiri, i Babilonesi e i Persiani la inclusero nei loro imperi. Soggiogata da Alessandro nel 320, fu poi oggetto di contese tra i diadochi. Quasi indipendente sotto i Maccabei e i loro successori (sec. II), nel 63 a. C. fu inclusa nella sfera d'influenza romana. Le rivolte ebraiche del 66-70 d. C. e del 132-135 furono represse dai Romani e diedero luogo alla diaspora definitiva del popolo ebraico. Nel sec. IV la P. divenne una provincia dell'Impero bizantino, che la conservò, se si esclude una parentesi sassanide nel 611-628, fino al 634, anno della conquista araba. Nel sec. X la crisi dell'Impero abbasside consegnò la P. nelle mani dei sultani egiziani. La I crociata (1096-99) condusse alla creazione di un regno latino di Gerusalemme che sopravvisse per quasi un secolo. Nel sec. XIII la regione fu saccheggiata da Mongoli e Tartari. Dopo la caduta di Acri (1291), ultimo ridotto franco, la P. rientrò nell'orbita egiziana. Nel 1516 fu conquistata dagli Ottomani, il cui dominio, interrotto da una parentesi egiziana (1831-40), si prolungò fino al 1918 (v. sottolemma). Dopo essere stata occupata dalle truppe inglesi, la P. fu affidata dalla Società delle Nazioni in mandato alla Gran Bretagna (1922), la quale, anche per effetto della crescente migrazione ebraica verso la P. e grazie alla trasformazione dell'Organizzazione sionistica in Agenzia Ebraica (1922), si assunse l'onere di “stabilire nel Paese uno stato di cose politico, amministrativo ed economico che potesse assicurare l'istituzione del Focolare Nazionale ebraico”, senza tuttavia “pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche”. Nel 1922 il memorandum Churchill escluse la possibilità che ciò comportasse la creazione di una P. interamente ebraica. Ma tali assicurazioni non convinsero i nazionalisti arabi che rifiutarono, diversamente dagli Ebrei, di collaborare con la potenza mandataria. L'ostilità degli Arabi nei confronti degli Inglesi e degli Ebrei, che avevano rapidamente incrementato il loro numero e il loro impatto sulla regione, culminò nella rivolta del 1936-39. In Gran Bretagna prevalse allora l'idea, consegnata a un libro bianco, di erigere uno Stato palestinese binazionale in seno al quale gli Arabi sarebbero rimasti la comunità maggioritaria. Il progetto fu respinto dagli Arabi e, ancor più fermamente, dagli Ebrei. Nell'aprile 1947 Londra, che non gradiva le pressioni di Washington a favore dei sionisti, deferì la questione palestinese all'O.N.U. A New York ci si pronunciò a favore di un piano che comportava la fondazione di due Stati indipendenti, arabo ed ebraico, e l'internazionalizzazione di Gerusalemme e di Betlemme. Il 14 maggio 1948, mentre gli Inglesi lasciavano la P., nacque Israele. In assenza di una mediazione armata, Arabi ed Ebrei (i primi aiutati dagli eserciti dei Paesi arabi confinanti) si affrontarono senza esclusione di colpi. La vittoria arrise agli Ebrei, che si assicurarono alcune tra le aree che avrebbero dovuto far parte dello Stato arabo. Del resto quest'ultimo rimase sulla carta: la striscia di Gaza fu occupata dagli Egiziani, mentre la Cisgiordania fu definitivamente annessa alla Giordania nel 1949. L'esodo di centinaia di migliaia di profughi aggravò ulteriormente la questione palestinese. Un vero e proprio rilancio del problema si ebbe nel 1964 con la fondazione dell'OLP. La guerra arabo-israeliana del 1967 condusse gli Israeliani all'occupazione della Cisgiordania e di Gaza: una situazione territoriale non modificata dalla guerra del 1973 e anzi inaspritasi dopo l'annessione nel dicembre del 1981 delle alture del Golan siriano. I guerriglieri palestinesi ebbero le loro basi principali nella Giordania fino al 1970-71 e successivamente in Siria e nel Libano meridionale. Quest'ultimo, divenuto roccaforte della resistenza palestinese, venne invaso nel giugno del 1982 dalle truppe israeliane e, dopo due mesi di combattimenti, i guerriglieri palestinesi vennero fatti evacuare dalla capitale libanese. L'OLP stabilì il suo quartier generale a Tunisi, ma la lontananza dalla Palestina e le continue ingerenze di alcuni Paesi arabi che fomentavano le varie formazioni palestinesi ne indebolirono l'azione. L'offensiva diplomatica di Y. Arafat, capo dell'OLP, che prendeva nettamente le distanze dal terrorismo e da ogni azione armata condotta fuori dei territori occupati, nonché l'implicito riconoscimento all'esistenza dello Stato di Israele rilanciarono il ruolo dell'organizzazione. L'esplosione dell'intifadah (1987), infine, ristabilì un rapporto diretto con la popolazione palestinese e favorì una ripresa dell'iniziativa politica interna e internazionale che portò alla proclamazione di uno Stato indipendente di P. (Algeri, 1988) e aprì una nuova fase, rafforzata anche dalla diversa dislocazione dei Paesi arabi in occasione della guerra del Golfo (1991). Ciò consentiva alla diplomazia internazionale di spingere verso una soluzione negoziale del problema palestinese determinando l'apertura (Madrid, 1991) di trattative dirette tra arabi, israeliani, palestinesi. Queste, proseguite pur tra molte difficoltà, sfociavano nel 1993 nello storico, reciproco riconoscimento di Israele e OLP (considerato l'unico legittimo rappresentante dello Stato palestinese) e nell'accordo, siglato a Washington il 13 settembre da Arafat e dal premier israeliano Rabin, per la concessione dell'autonomia a Gaza e Gerico. Le forti opposizioni manifestatesi, anche con attentati, da parte degli estremisti israeliani, e dei fondamentalisti palestinesi di Hamas, non interrompevano il processo di pace: un ulteriore accordo siglato al Cairo tra Arafat e Rabin nel maggio 1994 stabiliva il ritiro israeliano da Gaza e Gerico e il passaggio di questi territori sotto il controllo della polizia palestinese. Era questo il primo di una serie di accordi bilaterali che, benché dagli esiti incerti, avevano lo scopo di estendere l'autonomia anche ad altri territori sotto controllo israeliano. Nell’agosto 1995 il ministro degli Esteri israeliano Peres e Arafat sottoscrivevano, con la cosiddetta Dichiarazione di Taba, un accordo provvisorio in vista dell’organizzazione di elezioni di un consiglio palestinese con funzioni legislative ed esecutive e del passaggio ai palestinesi dell’autorità civile esercitata da Israele sui territori occupati. In novembre il premier israeliano Rabin veniva però assassinato da un estremista ebreo ed era sostituito provvisoriamente da Peres. In dicembre Israele consegnava ai palestinesi la città di Ramallah, dando così completa attuazione alla prima fase della restituzione dei territori occupati prevista dagli accordi di agosto. Nel gennaio 1996 i palestinesi di Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania eleggevano il Consiglio dell’Autonomia; la maggioranza dei seggi andava ai candidati vicini alle posizioni di Arafat che veniva contestualmente eletto alla presidenza dell’assemblea. Ma le elezioni israeliane del maggio 1996, vinte dal Likud, sancivano un arresto delle trattative. Nonostante questo nel gennaio 1997 veniva firmato l’accordo per la liberazione dalle truppe di Israele della città di Hebron e confermato il ritiro dell’esercito dalla Cisgiordania. Ma per risolvere i problemi di malcontento all’interno della maggioranza, il premier israeliano Netanyahu dava il via libera a un nuovo insediamento di coloni nella zona araba di Gerusalemme. La tensione tornava quindi a salire e alimentava la mobilitazione di massa dei Palestinesi. Inoltre, la ripetuta chiusura dei territori palestinesi da parte del governo israeliano determinava un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita della popolazione palestinese. In particolare, le sempre più numerose restrizioni all’afflusso in Israele di lavoratori palestinesi (sostituiti in gran parte da immigrati provenienti da altri paesi) incidevano pesantemente sui redditi delle famiglie residenti in Cisgiordania e Gaza. Lo stallo in cui si veniva a trovare il processo di pace nel corso del 1997 e ancora nei primi mesi del 1998, accompagnato da una crescita dell'opposizione islamica, espressa in particolare da Hamas (Movimento della resistenza islamica), sembrava superato a ottobre con la firma da parte di Arafat e Netanyahu del “Memorandum di Wye”, un nuovo accordo che prevedeva: per la Cisgiordania, il ritiro delle truppe israeliane dal 13,1 per cento del territorio e il passaggio del 14,2 per cento del territorio, amministrato dai Palestinesi ma sotto la sorveglianza israeliana, sotto il controllo esclusivo dei Palestinesi; l’impegno, da parte israeliana, a concedere la libertà a 750 prigionieri palestinesi e ad attuare una terza fase del ritiro delle truppe dalla Cisgiordania; l’impegno, da parte palestinese, a convocare il Consiglio Nazionale per l’abrogazione della clausola dello statuto che chiede la distruzione dello Stato di Israele, a disarmare i gruppi estremisti e ad arrestare 30 terroristi; l’apertura di due corridoi in Israele per collegare i territori palestinesi in Cisgiordania a quelli di Gaza; l’apertura di un aeroporto palestinese a Gaza. Nel febbraio 2000, nel corso di una visita di Arafat in Vaticano, veniva siglata una Dichiarazione di principi destinata a definire i rapporti diplomatici fra P. e Santa Sede. Nel luglio 2000, i negoziati indetti a Camp David dal presidente degli Stati Uniti Clinton al fine di elaborare un piano di pace tra Israeliani e Palestinesi avevano esito negativo per le divergenze emerse tra Barak e Arafat sulla questione dello statuto da attribuire a Gerusalemme Est.

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