Molise

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Testo

MOLISE
Popolazione: 329.894
Numero Province: 2
Numero Comuni: 136
Capoluogo: Campobasso
Campobasso (ab. 51.734 )
- sigla provincia: CB
- popolazione: 237.878
- numero comuni: 84

Isernia (ab. 21.007 )
- sigla provincia: IS
- popolazione: 92.016
- numero comuni: 52

STORIA
Paleolitico
In località La Pineta, presso Isernia, durante gli scavi del 1979 è stato ritrovato un sito archeologico risalente a circa 730.000 anni fa.
La ricostruzione archeologica evidenzia un habitat tipico della savana con un clima a due stagioni - una arida e l’altra con abbondanti precipitazioni -, dove elefanti, ippopotami e rinoceronti coesistevano con orsi delle caverne, cinghiali, cervidi e bovini.
Nonostante i numerosi ritrovamenti archeologici, nessun elemento dell’uomo preistorico é tornato alla luce ma, da alcuni particolari dell’accampamento, è possibile tracciarne un profilo attendibile.
Il ritrovamento di utensili come selci lavorate e Choppers (strumenti ricavati scheggiando le estremità di ciottoli), di ocra e di bruciature su resti ossei, così come di crani e di ossa piatte usate per la pavimentazione delle capanne, indicano un certo grado di intelligenza dell’homo Aeserniensis: si suppone la sua discendenza dall'Homo Erectus originario dell'Africa centrale. E’ possibile che quest’ultimo, nelle sue migrazioni in Europa e in Asia, abbia stabilito un insediamento nella nostra regione diventando così il progenitore del popolo molisano.
Sanniti
Il popolo sannita trae origine dalla frammentazione delle stirpi italiche.
Le popolazioni italiche ricorrevano all'emigrazione per realizzare un alleggerimento demografico, fenomeno che prendeva il nome di "Primavera Sacra" (Ver Sacrum): i giovani, consacrati al dio Marte e guidati da un animale sacro, andavano a colonizzare altre terre.
Varie sono le tesi sull'origine del nome del popolo sannita, la più attendibile pare essere quella che lo fa derivare dal termine "Samnu", cioé consacrato.
Le principali tribù sannite erano i Caraceni, i Pentri, i Caudini, gli Irpini ed i Frentani.
Uno dei documenti di maggiore importanza sulla lingua sannita è la Tavola Osca, ritrovata nel territorio di Capracotta; scritta e letta da sinistra verso destra, descrive le regole e le cerimonie di un Santuario dedicato a Cerere.
I Sanniti, che basavano la loro economia principalmente sulla pastorizia, sull'agricoltura e - in misura minore - sui commerci, erano temibili soldati ed esperti cavalieri come poterono constatare, a loro spese, i Romani, durante le tre guerre sannite e, in particolare, in occasione dell'umiliante disfatta delle Forche Caudine (321 a.C.).
Periodo romano
La prima azione dei Romani, in Molise, fu quella di smantellare gran parte delle fortificazioni sannite e di imporre un’organizzazione del territorio più accentrata che si basava sui Municipi e sulle Colonie.
Lo sviluppo dei latifondi provocò lo spopolamento delle campagne e il fenomeno dell'urbanizzazione. A seguito della guerra sociale del 90-88 a.C., i Sanniti acquistarono la cittadinanza romana, ma la repressione di Silla causò un generale impoverimento. Fu sotto l’impero di Augusto che il territorio visse nuovamente un periodo di pace e prosperità.
Le città che ebbero maggiore importanza furono Venafrum (Venafro), Aesernia (Isernia), Bovianum (Bojano), Saepinum (Altilia presso Sepino), Tevertum (Trivento) e Larinium (Larino).
Periodo medievale
Con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.) e con le invasioni barbariche, si svilupparono nuovi borghi attorno ai castelli degli aristrocatici o dei nuovi signori barbari, costruiti sulle vecchie fortificazioni sannite o romane. La posizione dei signori e dei vescovi si rafforzò, i commerci e la produzione arretrarono a livelli di sussistenza.
I Longobardi, convertiti al Cattolicesimo, fecero sorgere nella regione numerosi monasteri benedettini; fu fondata, nell’ottavo secolo, la potentissima Abbazia di San Vincenzo al Volturno.
Nel Medioevo, nella città di Agnone, con il trasferimento di una comunità artigiana proveniente da Venezia, si favorì la costituzione di un settore di produzione terziaria e la riapertura dei canali commerciali adriatici.
In seguito si succedettero, spesso intervallate da guerre per le successioni dinastiche, le dominazioni dei Normanni – che costituirono la contea di Molise -; degli Svevi – il cui re, Federico II, alleggerì la pressione feudale sui sudditi -; degli Angioini - che introdussero opifici per la lavorazione della lana, della seta e dell’oreficeria -; dei Borboni – che tentarono di dare un’organizzazione più accentrata allo Stato - degli Asburgo; e nuovamente dei Borboni.
Personaggio di spicco del Basso Medioevo fu Pietro Angelerio da Morrone che divenne Papa nel 1294 col nome di Celestino V, citato da Dante nel III canto dell’Inferno.
L'Ottocento
Alla fine del XVIII secolo i Borboni favorirono una timida ripresa economica nel regno. Ferdinando IV iniziò i lavori della prima "strada postale" che collegava Napoli a Campobasso. In questi anni si sviluppò anche un certo fermento culturale; grazie a uomini come Vincenzo Cuoco, Giuseppe Maria Galanti e Francesco Maria Pepe fu aperta la prima scuola molisana a Civitacampomarano, fu realizzata un’ attenta descrizione del Molise e una coraggiosa critica del sistema feudale e delle distorsioni amministrative.
L'economia del Molise continuò ad avere un carattere agricolo-pastorale. Con la caduta del Regno borbonico e la costituzione delle monarchie napoleoniche si realizzarono l'eversione della feudalità e il riordinamento della caotica amministrazione e del sistema giudiziario; in questo contesto fu costituita, nel 1806, la provincia di Molise.
A Campobasso, nel 1810, fu fondata da Vincenzo Cuoco "l'Accademia agricola" con l'obbiettivo di favorire lo sviluppo della piccola proprietà contadina e lo sfruttamento, su basi scientifiche, dell'agricoltura. Ma le riforme, di natura politico-sociale, furono piuttosto prudenti e favorirono i ceti borghesi che, in molti casi, si sostituirono ai feudatari nella proprietà terriera, lasciando esclusi i ceti contadini.
Dopo la restaurazione (1815), i Borboni sostanzialmente non modificarono la struttura statale realizzata dai monarchi napoleonidi.
Popolazione e storia
Il nome Molise compare solo nell'alto Medioevo come quello di una contea normanna, derivando da quello di un castello di Molise, oggi piccola borgata fra Torella e Duronia. Nel momento di massima espansione la contea si estese fino al Volturno, al Trigno, al Fortore, ai monti del Matese e all'Adriatico. Il territorio durante il X secolo fu conteso tra Bizantini e Longobardi, trovandosi poi nel secolo successivo le contee che lo costituivano a dover fronteggiare gli invasori normanni.
Verso la metà del secolo si trova costituita un'unica contea normanna del Molise, il cui primo nucleo fu Boiano, che assorbì le contee di Isernia e Venafro e gran parte del territorio dei Borrelli sotto la signoria del normanno conte Rodolfo. Da Ugo I, conte nel 1095, le frontiere della contea furono estese verso l'alta valle del Volturno. Alla metà del XII secolo il Molise era il più forte ed esteso stato continentale della monarchia. Alla morte di Ugo II (1168) la contea fu conferita dalla corona a Riccardo di Mandra; al principio del XIII secolo il Molise è sotto la signoria dei conti di Celano. Ma presto la contea di Molise si estinse come unità feudale, venendo il territorio aggregato prima alla Terra di Lavoro, poi alla Capitanata fino al 1807, quando venne eretto in provincia autonoma con capoluogo Campobasso e successivamente annesso al Regno d'Italia.
La storia di questa terra non conosce lo splendore delle corti; il Molise ha dunque tradizioni legate al suo popolo e questo fatto si può riscontrare anche nell'ambito dell'arte culinaria.

TRADIZIONI
BASSO MOLISE
19 MARZO, SAN GIUSEPPE TERMOLI, ALTARE DI SAN GIUSEPPE. La tradizione risale alla metà dell’800. Il primo altare fu elevato in casa di Giovanni Barone: Il pomeriggio del 18 Marzo l’altare e la tavola venivano benedetti da un prete ed iniziava l’adorazione, che si protraeva fino al mezzogiorno del giorno seguente. Il pranzo del 19 Marzo, composto da tredici portate, veniva servito a tavola ad una famiglia povera, ma tra le più degne, che rappresentava la Sacra Famiglia. Il numero tredici rappresenta forse gli apostoli o i primi pastori che adoravano Gesù nascituro.
30 APRILE SAN MARTINO IN PENSILIS, LA CARRESE, CORSA DEI CARRI TRAINATI DAI BUOI. Secondo la tradizione, i resti di San Leo, giunti in Molise verso la fine del XIII secolo in maniera miracolosa, erano contesi da diverse comunità. Per risolvere la controversia si affidarono le reliquie ad un carro trainato da buoi, perché fosse il Santo stesso a decidere dove fermarsi.
Dopo una lunga corsa, i carri giunsero a San Martino e si fermarono dinanzi alla chiesa di Santa Maria.L’evento è ricordato ogni anno con il rito della corsa dei carri trainati dai buoi, cui partecipano le fazioni dei giovani e dei giovanotti. Il percorso inizia dal tratturo e continua per le strade interne al paese in una spettacolare gara festeggiata dal clamore della folla. Al carro dei vincitori spetta l’onore di portare in processione le reliquie del santo.
25,26,27 MAGGIO LARINO, FESTA DI SAN PARDO.La manifestazione risale al 842, quando il popolo larinese riuscì ad impossessarsi delle reliquie di San Pardo, morto e sepolto a Lucera. Corteo di centoventisette carri allestiti a festa con fiori di carta realizzati a mano, e trainati da buoi. Il corteo sale verso il monte vicino per rilevare la statua del Santo e torna indietro di sera, alla luce delle torce, intonando un canto chiamato carrese.
3 AGOSTO TERMOLI, REGATA DI SAN BASSO. San Basso fu vescovo martire a Nizza sotto Decio. Probabilmente il corpo del Santo fu portato a Termoli dai primi soldati che presero parte alla spedizione contro la Borgogna alla fine del secolo VI. Nel luglio del 1929 vennero trovati dal vescovo Giannelli nella cripta della cattedrale e deposti in un prezioso sarcofago per la venerazione dei fedeli. La ricorrenza è celebrata con la processione a mare della statua di San Basso, che ricorda il miracoloso ritrovamento, da parte di alcuni pescatori, delle reliquie del Santo, oggi custodite nella cattedrale di Termoli.
Le celebrazioni riprendono nel pomeriggio, con la processione tra le vie del Borgo Vecchio. Al termine la statua viene portata al Mercato Ittico, dove i fedeli continuano l’adorazione.
GUARDIALFIERA, PRESEPE VIVENTE. Alla manifestazione partecipa tutto il paese. La parte più antica, Piedicastello, allestita a Presepe vivente ospita trecento personaggi impegnati in circa trenta scene, che raffigurano gli artigiani, i locandieri, i pastori mentre assolvono alle loro occupazioni quotidiane, come se si tornasse indietro nel tempo.
ALTO MOLISE
24 DICEMBRE AGNONE, 'NDOCCE Ogni anno alla vigilia di Natale i gruppi delle contrade (Capammonde, Capaballe, Colle sente, Guastra, S.Quirico, S.Onofrio), accompagnati dal suono delle 100 campane del paese, accendono le 'Ndocce. e si incamminano verso il corso che diventa un fiume di fuoco. Le 'Ndocce sono torce di abete bianco e ginestre alte anche 4 metri, usate per il rituale antico quanto le prime civiltà umane, esse danno vita alla più grande manifestazione natalizia legata al fuoco che si conosca al mondo. Nell'anno 2000, in particolare, nei festeggiamenti Giubilari, la comunità ha deciso di realizzare no spettacolo anche il giorno 8 Dicembre, anche in onore della ricorrenza quarto anniversario della 'Ndocciata offerta al Pontefice in piazza S.Pietro nel 1996.
CARNEVALE CASTELNUOVO DEL VOLTURNO. Manifestazione in maschera in cui si vede un uomo travestito da Cervo, che cerca di sfuggire a Pulcinella suo inseguitore. Alla fine sarà catturato da un altro personaggio, il cacciatore, che pone termine alla scena.
TERZA DECADE DI LUGLIO SCAPOLI, SAGRA DELLA ZAMPOGNA.Gruppi di zampognari accompagnano i visitatori con il loro suono, ricreando scene di vita medioevale. Gli zampognari si riuniscono a Scapoli, l’unico paese dove ancora si costruiscono le zampogne. La mostra presenta una rassegna di strumenti a fiato nazionali e internazionali: le launeddas sarde, l'ocarina, le cornamuse inglesi e la gayda ungherese.
PRIMA DOMENICA DI AGOSTO CAPRACOTTA, LA PEZZATA. A Capracotta si gusta il tradizionale piatto della pezzata, carne di pecora cucinata secondo una semplice ricetta di pastori, insieme all'agnello alla brace e latticini locali.
ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO MONTENERO VALCOCCHIARA, RODEO PENTRO. Il torneo si svolge in una splendida radura a mille metri d’altitudine. Vi partecipano i cavalli più focosi della zona, scelti tra quelli che vivono allo stato brado, che sono sospinti senza sellame. Nel perimetro di gara i giovani butteri locali hanno dieci minuti di tempo per domarli.
MEDIO MOLISE
CARNEVALE TUFARA, CORTEO DEL DIAVOLO. Celebrato fin dal medioevo come rito propiziatorio per l’arrivo della primavera, il rituale inizia nel primo pomeriggio del martedì grasso di carnevale, con la scorribanda di allegri musicanti mascherati che girano per le vie del paese. I diavoli, che hanno il viso dipinto di nero, corna sul capo e indossano una pesante casacca formata da pelli di capra , attraversano il paese tra grida e burla fino a tarda sera, quando si celebra il processo al Carnevale.
19 MARZO CAMPOLIETO, CASACALENDA, RICCIA, PRANZI DA TREDICI PORTATE. La mattina del 19 Marzo le donne offrono davanti alla porta delle loro case del pane benedetto, poi imbandiscono la tavola per tre ospiti che rappresentano la Sacra Famiglia. Antica tradizione, diffusa in molti paesi dell’Italia meridionale che celebra San Giuseppe, affinché allontani la cattiva stagione, permetta buoni raccolti e dia l’abbondanza a tutte le famiglie. Le portate sono tutte a base di magro: legumi, baccalà, lumache, maccheroni, carciofi, ceci, patate, riso, peperoni alla brace, scamorze, caciocavallo.
CORPUS DOMINI CAMPOBASSO, I MISTERI. Ogni quadro rappresenta un momento della vita dei Santi. Originariamente i Misteri erano diciotto, cinque rimasero distrutti dal terremoto del 1805 e non Furono più ricostruiti.I Misteri sono montati su antiche macchine, gli ingegni, di una lega particolarmente resistente e flessibile e poggiano su basi di legno trasportate a braccia. La tradizione ebbe inizio nel 1500, col semplice basamento a barella. Nel 1748 furono create delle strutture fisse, utilizzate ancora oggi, ad opera dell’artigiano-scultore locale Paolo Saverio Di Zinno, di scuola napoletana.
26 LUGLIO JELSI, SAGRA DEL GRANO. Nel 1805 un catastrofico terremoto distrusse tutti i paesi dell’interno, ad eccezione di Jelsi. In onore della patrona, Sant’ Anna, viene organizzata una spettacolare sfilata di carri allegorici, le traglie. I carri trainati da buoi sono allestiti con l’arte dell’intreccio del grano, quindi coperti da sculture favolose create dall'intreccio delle spighe migliori.

LA FLORA
A proposito della flora molisana, le maggiori distese boschive sono le abetine di Pescopennataro, di Monte Campo, di Agnone e le faggete di Montedimezzo (Vastogirardi), di Prato Gentile (Capracotta) e della Montagnola (Frosolone). Se verso l’alto la vegetazione arborea comincia a cedere il posto a quella erbacea, verso i 1000 m. si trovano ampi e fitti boschi di cerro e di castagno. Qua e là, attecchisce una vegetazione fatta di cespugli e di piante molto resistenti alla siccità come: ginestre e piante aromatiche (rosmarino, origano, salvia, timo, lavanda), che caratterizzano la cucina tipica del luogo.
LA FAUNA
Il Molise, con i comuni di Pizzone, Scapoli, Rocchetta al Volturno, Castel S.Vincenzo, fa parte del Parco Nazionale d’Abruzzo. I paesi citati, sorgono nella parte meridionale del Parco , sono centri organizzati per escursioni e gite guidate e nel loro territorio è possibile incontrare qualche esemplare di lupo, mentre a quote più basse, sui monti Meta è possibile imbattersi nel camoscio. Nel Parco sopravvive anche qualche esemplare di orso bruno marsicano che è possibile incontrare, specie durante la stagione della riproduzione.
CAPRACOTTA
Dove il suolo permette alla vegetazione di attecchire essa è fatta di cespugli e di piante molto resistenti alla siccità come: ginestre e piante aromatiche (salvia, timo, lavanda), che caratterizzano la cucina tipica del luogo. È da vedere il giardino della flora appenninica: accoglie vari tipi di piante, arbusti e fiori tipici della vegetazione appenninica.
MATESE
Il Matese è tra i più importanti gruppi dell’Appennino, la cima più alta della regione con 2050 m. è Monte Miletto, Monte Gallinola 1925 m. e Monte Mutria 1825m. Il Matese, è ricco di grotte, buona parte delle quali già esplorate. A ponente, si presenta una barriera rocciosa che s’innalza bruscamente, con pareti a strapiombo : Le Mainarde, sono comprese nel territorio che fa parte del Parco Nazionale d’Abruzzo. Hanno un aspetto aspro poiché le rocce nude, prive di uno strato superficiale di terreno, non favoriscono la crescita della vegetazione.
Non mancano poi luoghi suggestivi come il Pianoro di Valle Fiorita, Pizzone, contornato da boschi di faggi e la Conca di Montenero Val Cocchiara, in cui pascolano cavalli allo stato brado.
RISERVA MAB
La riserva MAB è una delle tre aree italiane protette istituite dall’UNESCO: Collemeluccio-Montedimezzo, il Circeo ed il Parco Sottomarino di Trieste. Essa include i territori di Collemeluccio e Montedimezzo. La foresta di Motedimezzo, una volta riserva di caccia dei Borboni, è collegata a quella di Collemeluccio, che era di proprietà dalla nobildonna Desiderata Melucci (moglie del Duca d’Alessandro di Pescolanciano) cui si pensa derivi il nome, inoltre si estende nel territorio di Vastogirardi. La foresta è situata ad un’altezza tra gli 800 e i 1066 m. ed è caratterizzata dalla presenza dell’abete bianco, del cerro, e del faggio alle quote più alte. La fauna è costituita dal cinghiale, dalla lepre, dal tasso, dalla donnola, dalla faina, dalla volpe, dalla poiana, dal gufo, dal barbagianni e dalla civetta.

I TRATTURI
Campitello-Boiano;
Guardiaregia-S.Marco di Cercemaggiore;
Bosco Mazzocca - Ponte Tredici Archi;
Pescasseroli-Candela.
Tra i più suggestivi itinerari naturalistici del Molise, ce ne sono alcuni che si posso fare sia in automobile che a piedi gustando a pieno i misteri di una natura ancora intatta. Gli itinerari indicati possono essere fatti in qualsiasi stagione. Escursioni: Monte Miletto, Campitello Matese, Mainarde, Scapoli, Castel S.Vincenzo, Rocchetta al Volturno.
CAMPOBASSO
Castello Monforte: Il maniero sorge sul roccioso colle che sovrasta Campobasso. Se ne attribuisce la ricostruzione, nel 1459, al Conte Nicola II dei Monforte-Gambatesa, detto Cola, su antichi resti di origine normanna o longobarda. I muri terminano con merli guelfi e la torre domina le catene di monti circostanti. Il castello fu dimora di Manfredi di Svevia, Carlo I, Carlo d’Angiò, Luigi d’Angiò, Re Federico d’Aragona. Nella parte superiore è installata la Stazione Metereologica dell’Aviazione Italiana.
Nella stanza sottostante vi sono gli apparecchi ripetitori della Radio Televisione Italiana. Borgo Antico Nel centro storico di Campobasso, che si snoda attraverso salite e gradini, numerose sono le Porte (Porta Mancina, posta sotto un arco a fabbrica su cui si vede uno stemma con un leone rampante; Porta S. Paolo, anch’essa ritraente uno scudo; Porta di Rosa; Porta S. Antonio, la più importante di tutte) mentre di sicuro interesse visivo i vicoli.
LARINO
Larino rappresenta la continuità di un impianto urbano già molto solido ed evoluto nel IV sec. e di cui si possono ammirare i muri perimetrali di edifici recentemente scoperti. Dopo la vittoria dei Romani sui Frentani nel 319 a.C., Larino assurse a res publica Larinatium per volontà dei vincitori che ne fecero un centro chiave per controllare i Sanniti Pentri. L’affiorare dappertutto di testimonianze antiche ne fa un grande parco archeologico in cui si sono susseguite e sovrapposte più civiltà.
L’intera piana romana è stata individuata tra Piana S. Leonardo e Via Torre S. Anna, ove sono affiorati edifici, terme, tempio di Apollo, mosaici, l’anfiteatro. Quest’ultimo è edificato sul margine occidentale della Piana di S. Leonardo, laddove sorgeva la città romana. E’ da ricondurre alla categoria degli edifici a struttura mista di cui ne rappresenta, per le sue particolarità, una variante. La cavea, per un’altezza di m. 6-7 dal piano terra, è scavata, infatti, nella collina di tufo piuttosto friabile. Solo la parte superiore è costituita da strutture murarie. La sua forma è ovale, con curva policentrica, e dispone di quattro ingressi anch’essi scavati nel banco di tufo: due principali, nord e sud, alle estremità dell’asse maggiore, e due secondarie alle estremità dell’asse minore est-ovest. L’arena, completamente riportata alla luce, è interamente scavata nel banco di tufo: il suo piano, piuttosto irregolare, convesso al centro, degradante verso l’euripo, conserva ancora i segni di lavorazione del piccone. La forma pressoché ellittica dell’arena consentiva la perfetta visibilità da ogni punto della cavea poiché, contemporaneamente avvenivano più combattimenti. L’anfiteatro doveva soddisfare due esigenze principali: la visibilità e la sicurezza: la prima era assicurata dalla forma ellittica in pendenza della cavea, la seconda dal numero adeguato di accesssi.
BOJANO
Oggi restano visibili i ruderi delle mura esterne e, all’interno, alcuni ambienti riportati alla luce da recenti scavi archeologici. La città, in epoca longobarda, fu sede di gastaldato (VII secolo) per divenire successivamente, con i normanni, la residenza dei conti del Molise.Fu teatro di importanti eventi bellici. Il castello fu edificato dai longobardi sull’attuale Civita Superiore a pochissima distanza da fortificazioni sannitiche.
ISERNIA
I ritrovamenti dell'Homo Aeserniensis (Uomo di Isernia), sono avvenuti casualmente nel 1979 durante i lavori di sbancamento per la superstrada Napoli-Vasto. i reperti sono stati portati alla luce grazie all'attività dell'Istituto Universitario di Paleontologia dell'Università di Ferrara e dei professori Peretto, Sala e Cremaschi.
Il nome dell'Homo Aeserniensis è entrato di diritto nella storia della Paleontologia, come segno di una tappa importante nella continua ricerca delle origini dell'umanità. Un milione di anni fa l'Homo Aeserniensis ha dato attuazione al primo conglomerato abitativo-sociale, alla prima forma di bonifica, al primo uso del fuoco, al primo impiego di tecnica coloristica a fini estetici.

Circa un milione e mezzo di anni fa gruppi di esseri umani abbandonarono la loro terra d'origine, l'Africa orientale,e si diffusero in Europa ed in Asia. Erano piccoli e tarchiati, con un viso caratterizzato dalla fronte sfuggente, dall'assenza di mento, da una mandibola poderosa e da due rigonfiamenti sulle orbite. Il volume del cervello invece aveva già quasi raggiunto quello dell'uomo attuale, ed erano individui dotati di un coraggio ed un'inventiva straordinari.Infatti nei 3 milioni di anni precedenti avevano imparato a camminare eretti, ad usare le mani sotto la guida del cervello, a creare oggetti, a difendersi con l'astuzia più che con la forza bruta, a modificare l'ambiente e a vivere con i propri simili. Protagonisti di tale lento processo furono:l'australopiteco, l'homo abilis e l'homo erectus, colui che decise di conquistare il mondo.
L'homo erectus lasciò il posto solo centomila anni fa all'Homo sapiens. All'inizio della migrazione dunque, circa un milione e mezzo di anni fa, l'homo erectus non sapeva ancora servirsi del fuoco, e quindi la sua diffusione si limitò alle zone meridionali del continente. Queste comunità di cacciatori dapprima vissero in grotte; successivamente allestirono accampamenti all'aperto, sempre accanto ad un lago o ad un corso d'acqua. Circa un milione di anni fa anche la penisola italica doveva essere popolata seppure sporadicamente. Solo la scoperta dell'abitato di Isernia, giunto fino a noi intatto, ha permesso di chiarire molti la ti oscuri di questa prima fase della preistoria. Il giacimento, non ancora interamente esplorato, si estende per circa 30.000 metri quadri.
La datazione dell'accampamento ad un milione di anni fa è stata possibile grazie a sofisticate analisi fondate sui tempi di trasformazione del potassio Argon, su mutamenti di polarità magnetica, sullo studio dei fossili e della stratigrafia del sitoIn quel periodo, alla vigilia di manifestazioni vulcaniche che ne avrebbero notevolmente modificato l'aspetto orografico, si presentava come una vasta prateria, inframmezzata da larghi tratti di palude e attraversata da un corso d'acqua lungo il quale si innalzavano platani, pioppi olmi e salici. Nella savana vivevano bufali, ippopotami ed elefanti. Poco lontano, nei boschi sulle colline, si nascondevano orsi, cinghiali, cervi, daini e capre selvatiche. L'accampamento sorse poco lontano dal fiume, per garantire agli abitanti l'acqua indispensabile ed offrire una certa protezione dagli assalti degli animali. Prima però , fu necessario bonificare il terreno, reso paludoso dalle periodiche inondazioni che seguivano la breve stagione delle piogge. Si trattò di una vera e propria opera di ingegneria, possibile ad individui ordinati in una struttura sociale già abbastanza complessa e che, ormai non si rifugiavano più dove capitava, ma lucidamente sceglievano il posto adatto ad uno stanziamento e, prevedendo di tornarvi ogni anno, vi apportavano le opportune modifiche. Le ossa grandi degli animali uccisi, spolpate e private del midollo, le corna dei cervi e dei bufali, le zanne degli elefanti furono ordinatamente disposte sul suolo, alternate a blocchi di travertino. Si costruì in tal modo una solida base su cui erigere le capanne, da ritrovare, un po' dissestata, ma sempre utilizzabile dopo qualche lavoro di manutenzione, ad ogni migrazione.Cosa che ha richiesto tempo e organizzazione del lavoro. L'accampamento era diviso in varie sezioni, ognuna destinata a specifiche attività. L'homo erectus di Isernia aveva già a disposizione una gamma di strumenti adatti ad uso specifico.
In un'area dell'insediamento sono state trovate ossa più piccole, alcune delle quali mostrano di aver subito un intenso calore. Questo, unito alla presenza di chiazze di argilla arrossata, fa pensare che nell'accampamento si usasse il fuoco e si cuocesse pertanto il cibo. Fino a questi ritrovamenti di Isernia, prove dell'uso del fuoco risalivano solo a non oltre mezzo milione di anni fa. Mentre si attende che i lavori di scavo siano continuati, i reperti hanno trovato provvisoria sistemazione nel Museo Nazionale della Provincia Pentria ad Isernia, meta di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo. Recentemente è stato approvato il progetto di un imponente museo che ospiterà, accanto ai centri di restauro, di studi e di ricerche, anche una facoltà universitaria di paleontologia. E' in fase di studio da parte del Ministero dei Beni Culturali un circuito turistico comprendente Paestum (antichità greca), Pompei (antichità romana), Isernia (antichità paleolitica)
SANTA MARIA DEL CANNETO
Presso il fiume Trigno, alla confluenza del torrente Ponte-Musa, si erge il complesso di S. Maria del Canneto e, più esternamente, tra i due tratturi Ateleta-Biferno e Celano-Foggia. Il complesso del santuario comprende altri edifici che ci aiutano a capire le frequentazioni del sito nella storia: infatti esistoni nelle adiacenze resti di una villa romana."VILLAE" sono definite delle aziende agricole che sfruttano intensivamente fondi per la produzione di vino e olio destinati alla vendita. Il lavoro viene eseguito da schiavi (servi) controllati dal fattore (villicus) e da i suoi aiutanti (monitores).
L’edificio vero e proprio era diviso in due parti principali: pars rustica, destinata al villicus, al laboratorio agricolo e agli schiavi; pars urbana, destinata al soggiorno temporaneo del padrone. Una posizione di pianura viene prescelta per l’impianto rustico di Canneto; la posizione ha permesso la sua conservazione fino ai giorni nostri. Gli scavi condotti negli anni ’30 hanno portato alla luce la pars rustica e, limitatamente, la pars urbana nel punto di contatto con quella rustica. Della parte padronale sono visibili tre ambienti pavimentati in mosaici policromi, il resto non è esplorato, comunque deve essere rimasto molto danneggiato dagli insediamenti successivi; questa si estende fino alla chiesa, sotto la quale ci sarebbero dei mosaici e le terme. La frequentazione di Canneto si è protratta dall’epoca romana fino ai giorni nostri. Non è certa la datazione del primo impianto della villa di Canneto; esiste di certo nel I secolo d.C.; nel corso dei secoli subì numerosi rifacimenti: infatti sono documentate un’alluvione (II sec. d.C.) ed un incendio (posteriore al III sec. d.C.). il funzionamento della villa si protrasse per almeno mezzo millennio: lo testimoniano i diversi strati di pavimentazione: in un periodo di decadenza o ridimensionamento dell’attività sul pavimento a spina di pesce si applicò uno spesso strato di malta. L’abbandono è testimoniato dalla presenza di sepolture nella parte padronale: queste risalgono all’epoca medievale e si possono riferire all’insediamento ecclesiastico.
ALTILIA
Sulla strada per Benevento, poco dopo il bivio di Guardiaregia, si incontra, sulla destra, Altilia (nome che la contrada prese nel medioevo). In età più antica era presente in questi luoghi la città romana, che ora è in parte dissepolta, detta Saepinum, nata a sua volta sulle rovine di un insediamento sannitico del IV, V sec. a.C. All’epoca dei Sanniti il centro aveva per lo più valenza commerciale, recintato per proteggerlo dagli attacchi nemici, durante la terza guerra sannitica il centro venne occupato dal console C. Papirius Cursor, e alla fine de II sec. fu elevato al rango di Municipio. Sepino così si sviluppò fino a raggiungere il massimo fulgore nell’età Augustea. La città occupava 12 mila mq., era protetta da un muro di cinta e la parte sannitica fece da supporto per la costruzione degli edifici pubblici.
L’ingresso era assicurato da 4 porte poste sui quattro lati del muro perimetrale.La città mantenne vita animata fino a qualche secolo dopo Cristo; poi con il declino di Roma, Sepino venne abbandonata, sepolta dall’incuria e dagli agenti atmosferici. Gli ingressi erano tre: due per i residenti realizzati con due tetrapili e 4 porte che immettevano alle parodoi e all’ambulacro, un terzo ingresso era stato ricavato nel muro di cinta, destinato agli spettatori residenti fuori città. Il Teatro della città è situato in direzione parallela al cardo, addossato al muro di cinta , presenta una piscina al centro e porticato ad U.Sulla scena insiste un edificio rurale, oggi adibito a museo; ripartito in tre settori –ima, media e summa cavea- è oggi quasi interamente occupato da case rurali del ‘700. La completezza dell’impianto della città trova conferma nell’impostazione del foro e di tutti gli edifici pubblici sulla piazza, oltre alla presenza della basilica, il macellum, i due impianti termali e la parte industriale che testimoniano la fervente attività commerciale del luogo. Da ammirare porta Benevento, Porta Boiano, Porta Tammaro, la fontana del Grifo, il Mausoleo di Ennio Marsio e la casa dell’impluvio sannitico.
Termoli : Borgo antico
Il nucleo antico della città di Termoli sorge sulla sommità di un promontorio che si protende quasi a picco sul mare. È comunemente definito Borgo Vecchio e si presenta come una suggestiva cittadella fortificata, caratterizzata da piazzette e vicoli; tra questi si evidenzia Vico II Castello, uno dei più stretti d'Europa. Non esistono fonti d'archivio che documentino la storia delle origini di Termoli , a causa del saccheggio Turco del 1566. Il ritrovamento di alcune necropoli nelle località Porticone e Difesa Grande testimonia la presenza umana nella zona sin dal VI secolo a.C. È noto inoltre che:"Nel luogo ove ora esiste Termoli, al principio del V secolo, non esisteva che la Torre di Termule, che allora altro non era che un posto o torre di osservazione su la marina: da ciò derivò lo stemma di Termoli" (Tommaso Giannelli, Termoli e la sua Diocesi). Nel 412 d.C. alcuni abitanti dell'entroterra termolese si rifugiarono sul promontorio vicino per sfuggire all'invasione dei Goti.
Tale località prese l'appellativo di Tornola, in ricordo del nucleo originario che si chiamava Cliterniola . Nel 412 d.C. alcuni abitanti dell'entroterra termolese si rifugiarono sul promontono vicino per sfuggire all'invasione dei GotiNel 412 d.C. alcuni abitanti dell'entroterra termolese si rifugiarono sul promontono vicino per sfuggire all'invasione dei Goti. Tale località prese l'appellativo di Tornola, in ricordo del nucleo originario che si chiamava Cliterniola. Alcuni vicoli e piazze del Borgo Vecchio hanno conservato questo nome fino ai giorni nostri. . Nel 568 d.C. i Longobardi fondarono il Ducato di Benevento e proclamarono Termoli capoluogo di Contea, essendo un centro strategico per la difesa costiera. A tal fine la città fu munita di mura, di un torrione e di otto torrette merlate. Dalla dominazione Longobarda Termoli passò a quella Carolingia (801-1030 d.C.). Successivamente divenne un possedimento del Regno delle Due Sicilie, governato prima dai Normanni e poi dagli Svevi.
Risalgono a tale periodo la ricostruzione e l'ampliamento della cerchia muraria e del castello e l'istituzione di un importante mercato settimanale, da tenersi il lunedì entro le mura.
Entrambi gli interventi sono da attribuire all'imperatore Federico II. In seguito la città perse importanza, per l' avvicendarsi di diversi dominatori. Il nucleo abitato di Termoli e rimasto racchiuso entro le antiche mura fino al 1847, quando re Ferdinando II di Borbone diede l' autorizzazione di costruire all' esterno. Egli fece tracciare due strade tra loro ortogonali, Corso Nazionale (in direzione sud) e Corso Umberto, segnando l' inizio della storia moderna di Termoli
PIETRABBONDANTE
Il complesso archeologico si trova alla periferia di Pietrabbondante, a 966 mt. Slm., affianco ad un altro tempietto con botteghe porticate di epoca precedente. Per costruirlo i Sanniti ricavarono due terrazzi lungo il fianco del monte, a livelli diversi ma su unico asse. Dimensioni complessive dell’area: m.55x90. Al complesso si accedeva non dall’attuale strada provinciale, ma dalla via a valle che non vedeva il prospetto allineato sulla strada ma sul corso del sole. L’orientamento a sud-est permette di osservare ogni giorno la nascita del sole. Il teatro si compone di due elementi: la cavea e l’edificio scenico, legati tra loro da due archi di pietra posti alle estremità dell’iposcenio. La cavea contiene 2500 spettatori. Dalla strada principale si trovava l’alta facciata dell’edificio scenico lungo m.37,30 e alto circa sette.
Gli spettatori, una volta seduti, avevano di fronte il prospetto dell’edificio scenico con tre porte che immettevano nei camerini degli attori. La parte sottostante era adibita probabilmente a magazzino. Il muro frontale del palcoscenico era munito di cinque porte e il piano di calpestio era di tavole munite di fori sul lato posteriore per l’uso di scenari mobili dipinti. Gli ingressi: due sul fronte; uno laterale, verso nord, per l’accesso della gente comune nella parte alta della cavea; l’altro sulla curva posteriore direttamente collegato con il tempio. Il teatro insiste in un luogo dove nel III sec a.C. si trovava un tempio ionico distrutto da Annibale nel217 a.C. Il tempio, di m. 25x35, sorge alle spalle del teatro. Ciò che oggi è visibile costituiva il podio (basamento), sul quale si alzavano anteriormente otto colonne con capitelli corinzi e, nella parte posteriore, tre celle pavimentate con mosaico bianco, dedicate a divinità diverse. Celle e colonne avevano fondazioni proprie, quindi il possente muro perimetrale del podio fungeva da rivestimento decorativo.
Le tre are allineate tra teatro e tempio erano dedicate a divinità, una delle quali doveva essere Vittoria (come da lastrina in bronzo ritrovata durante gli scavi). Ai lati del podio, i due porticati con resti di edifici adibiti a botteghe, completano l’intero complesso. Il monumento nel II sec. d.C. risultava coperto dai detriti alluvionali.Gli scavi furono condotti in diverse fasi: nel 1857 e 1858, ad opera dei Borboni; nel 1871-72, per interesse della Provincia; nel 1959 e negli anni successivi per intervento della Soprintendenza Archeologica del Molise. Si tratta di un originale organismo in cui confluiscono elementi italici, ellenistico-campani e latini.
ISOLE TREMITI
L'ARCIPELAGO DELLE ISOLE TREMITI COMPRENDE : SAN NICOLA, SAN DOMINO, CAPRARA, GLI SCOGLI DEL CRETACCIO E PIANOSA. SU QUESTE ISOLE, NOTE ANCHE COME DIOMEDEE, LA LEGGENDA RACCONTA CHE DOPO UNA LUNGA TRAVERSATA VI SIA APPRODATO DIOMEDE, REDUCE DALLA GUERRA DI TRIOA.
DAL 1989 LA COSTA, FINO A UNA PROFONDITA' DI 70 METRI, FA PARTE DEL PARCO MARINO,COSTITUITO PER PROTEGGERE IL PATRIMONIO ITTICO, LE BELLEZZE DEI FONDALI E DELLA TERRA FERMA, TRA LE QUALI SPECIE ENDEMICHE COME LA CENTAUREA DIOMEDEA.
ARTIGIANATO
Il Molise è una delle regioni italiane dove si trova un artigianato tipico e rurale che dà valore alla semplicità dei prodotti.
L’artigianato artistico, realizzato a mano, trova ancora nel territorio molisano degli autentici artisti che, con amore e passione, continuano ad essere custodi degli antichi metodi di creazione di piccoli e grandi oggetti.
La lavorazione dell’acciaio per la produzione di ferri taglienti ha avuto le sue origini tra il XIV e XV secolo. Nelle città di Campobasso e Frosolone vengono ancora creati strumenti da taglio con lavorazione a traforo, una tecnica con trapano e particolari limette che permette di realizzare motivi ornamentali, completati da incisioni e lucidati a mano. In Agnone l'arte della fusione del bronzo è una tradizione millenaria. Una colonia di profughi veneti si stabilì nella città portando con sé i segreti della lavorazione del metallo. Attualmente il laboratorio della Fonderia Pontificia Marinelli produce, nella sua fornace millenaria, campane perfettamente decorate che trovano posto nei campanili d’ogni parte del mondo. Si affianca a quest’arte, la lavorazione del rame, del peltro, dell'oreficeria e del ferro battuto. Le donne di Isernia si tramandano un’arte che risale al 1400, quando alcune suore spagnole introdussero la lavorazione del merletto a tombolo. Sul tradizionale “pallone” (cuscino a forma di rullo) agili dita fanno guizzare i “tummarelli” nell’intento di creare sempre nuove applicazioni per lenzuola, copriletti, centrotavola, scialli, tende. I vicoli di Scapoli ospitano piccole botteghe artigiane dove vengono costruite le zampogne, i tipici strumenti pastorali che caratterizzano il Natale del mondo occidentale. L’artigiano modella il legno con vari attrezzi; il gran serbatoio d’aria è una grossa sacca di pelle di pecora, conciata in modo da permettere di modulare una nota continua di sottofondo. La zampogna è lo strumento che identifica il territorio del Molise; usata per accompagnare la musica popolare e le ballate folcloristiche in molti paesi della regione, è arrivata anche in Austria, Svizzera, Francia, Belgio, Inghilterra e Spagna.
CULTURA
Viaggiando tra le tradizioni del popolo molisano si possono avere piacevoli sorprese.
Le rappresentazioni sia sacre sia profane hanno radici antiche, alcune risalgono a riti europei o orientali, altre a feste e riti latini, altre ancora al medioevo come le feste dedicate al Carnevale.
Il processo e la morte del fantoccio Carnevale è una rappresentazione che si rinnova ogni anno come “la Maschera del diavolo” a Tufara.
Spesso in alcune rappresentazioni si vuole celebrare l’eterna lotta tra il bene e il male come il rito del Cervo (Castelnuovo di Rocchetta al Volturno), simbolo della forza animalesca dell’uomo, e la sfilata dei Mesi (Bagnoli del Trigno, Cercepiccola) con immagini propiziatorie.
La “N’docciata” di Agnone - grandi torce accese portate a spalla per le vie del paese la sera della Vigilia di Natale - deriva dalle antiche usanze pagane che celebravano il solstizio invernale in onore del Sole, fonte di vita sulla terra. Con l’avvento della Chiesa Cattolica, il rito è diventato un’occasione religiosa per la rappresentazione della luce di Cristo.
La “Sagra dei Misteri” a Campobasso, che si tiene in occasione del Corpus Domini, è una rappresentazione molto antica che si rifà alle laudi medievali: le 13 “macchine” create nel 1748 da Paolo Di Zinno sono quadri viventi di alcuni episodi biblici e miracoli di Santi.
Legate alle tradizioni del culto delle reliquie dei Santi sono le Carresi - corse dei carri trainati dai buoi - dei paesi di Ururi, Portocannone, San Martino in Pensilis e Larino: il carro vincitore ha l’onore di portare le reliquie del Santo Patrono in processione.
Fra le processioni dedicate ai Santi, particolare è anche la Regata di San Basso a Termoli, quando la statua del Santo è portata “a mare” su di un motopeschereccio per ricordare l’antica leggenda del ritrovamento, in mare, del sarcofago contenente i resti del Santo da parte di alcuni pescatori.
GASTRONOMIA
Il Molise è da sempre regione agricola; questo fattore ha favorito la conservazione di quelle tradizioni che permettono di conoscere antichi sapori, colori naturali e odori inconfondibili.
La semplicità è alla base delle ricette gastronomiche utili alla preparazione dei piatti che trovano la loro origine nell’antichità.
Tutto questo è l’essenza di vita e di tradizioni che trovano le loro radici nel fiero popolo dei Sanniti che, oltre alle armi, conoscevano il mestiere dell’allevamento del bestiame e la coltivazione dei campi.
L’alimentazione povera a base di verdure, legumi e farinacei si lega alla base proteica della carne di maiale che i molisani hanno imparato a utilizzare in modi diversi, creando anche particolari insaccati.
Non pochi sono i caseifici nella regione, ma altrettanti gli allevatori che nelle loro aziende agricole creano prodotti tipici locali.
Anche i dolci hanno le loro particolarità, dai dolci a base di miele e di mostocotto a quelli a base di pasta cresciuta fritta e inzuccherata, ma non mancano quelli più universali come biscotti e pasticcini.
La costa adriatica conserva, naturalmente, le tradizioni gastronomiche legate alla pesca. La cucina che era, all’origine, sostanzialmente povera per la maggior parte delle ricette, ha sposato i prodotti dell’agricoltura creando piatti semplici ma originali.
NATURA
Il paesaggio del Molise offre tratti di suggestiva bellezza; la flora e la fauna trovano un habitat favorevole sia in montagna sia lungo la costa. Dai monti delle Mainarde a quelli calcarei del Matese si scende verso altipiani ricchi di sorgenti d’acqua e poi verso il mare. Mentre la fascia costiera è caratterizzata da vegetazione tipica dell’Adriatico (erba medica, graminacee, amnofila, ombrellifare spinose, tamerici), l’immediato entroterra presenta boschi di pini marittimi e pini d’Aleppo. Le rive dei fiumi Volturno, Sangro, Trigno, Biferno - le cui acque ospitano uccelli palustri, trote fario, cavedani, tinche, carpe, scardole, alborelle - offrono boschetti di tamerici, fitti canneti, salici, ontani, pioppi, ulivi e mandorli. Le acque dei laghi di Occhito e di Castel San Vincenzo sono ricche di salmonidi.
Al di sopra dei 1200 m. s.l.m. boschi di castagni, faggi e abeti aprono la via al “Molise Altissimo”, inframmezzati, sul Matese, da tigli, aceri, sorbi, ornelli, con un sottobosco di anemoni, felci, ranuncoli ed asperule.
L’abete bianco, diffusosi durante l’era quaternaria, trova ancora il suo posto nelle abetaie delle riserve naturali di Pescopennataro, Capracotta, Collemeluccio, Rosello, Monte di Mezzo, Pesche; il pino nero sui monti della Meta.
La vegetazione del territorio roccioso di Campitello Matese è caratterizzata da trifoglio, ortica, cardo, verbasco, che formano i pascoli della regione.

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