La Sicilia

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LA SICILIA
1. INTRODUZIONE Sicilia Regione amministrativa dell'Italia meridionale; corrisponde all'isola omonima, situata nel mar Mediterraneo centromeridionale e, più precisamente, affacciata al mar Tirreno a nord, al mar Ionio a est, al mare di Sicilia a sud; a essa si aggiungono alcuni gruppi insulari minori. È ripartita nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa, Trapani; capoluogo regionale è Palermo.

La Sicilia costituisce una regione ad amministrazione speciale, dotata di larga autonomia, come la Sardegna, la Valle d'Aosta, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia. Dipendono amministrativamente dalla regione gli arcipelaghi delle isole Eolie o Lipari (in provincia di Messina), delle Egadi (in provincia di Trapani) e delle Pelagie (in provincia di Agrigento) nonché le isolate Pantelleria (in provincia di Trapani) e Ustica (in provincia di Palermo). La Sicilia (che per la sua forma triangolare era chiamata dai primi colonizzatori, i greci, Trinacria, cioè "terra dai tre capi"), deriva il nome, risalente all'epoca romana, dalle sue due principali popolazioni originarie, i sicani e i siculi.
La regione si estende per 25.707 km2 (l'isola propriamente detta, la più grande del Mediterraneo, per 25.426 km2) ed è la più vasta regione d'Italia; è invece la quarta, dopo Lombardia, Campania, Lazio, per popolazione, con 5.106.740 abitanti (1997). La densità, di 199 abitanti per km2, è tuttavia superiore alla media nazionale, che è di 191. Com'è proprio di tutte le grandi isole, la Sicilia trae dalla sua natura insulare i caratteri che la distinguono dalle altre terre benché, all'estremità nordorientale dell'isola, solo i tre chilometri dello stretto di Messina, la separino dalla Calabria, sull'Italia continentale. Anche sul lato opposto, occidentale, la distanza dalla terraferma, in questo caso la costa africana della Tunisia, non è molta: 150 km. Una posizione geografica, quindi, di relativo isolamento, che ha avuto notevoli influenze sulla storia siciliana.

2. TERRITORIO
L'isola forma un triangolo isoscele quasi perfetto, terminando a nord-est con la punta (o capo) del Faro, presso Messina, a ovest con il capo Boeo o Lilibeo, presso Marsala (in provincia di Trapani), a sud-est con il capo Passero. La superficie insulare ha una morfologia piuttosto complessa e irregolare, e anche l'andamento costiero è molto vario. Il territorio è per quasi due terzi (61,4%) collinare e per circa un quarto (24,5%) montuoso; ben poco spazio resta dunque alle pianure, che sono tutte situate lungo i litorali.
La mancanza di "corridoi" interni ha impedito nel corso dei secoli i collegamenti tra i vari fronti costieri che, oltre a prospettare su tre diversi mari, non sono riusciti a stabilire durevoli rapporti tra di loro: ancor più isolato è naturalmente rimasto il lato dell'isola che volge all'Africa. Il litorale tirrenico, che da Messina si spinge sino a Trapani, è in genere alto e frastagliato (immediatamente alle spalle s'innanza una serie quasi ininterrotta di rilievi); vi si aprono vari golfi, tra cui quelli di Milazzo e di Patti a est, e di Palermo e di Castellammare a ovest. Il litorale sul mare di Sicilia (chiamato anche mar d'Africa), che volge da nord-est a sud-ovest, è al contrario in prevalenza basso e sabbioso, pressoché rettilineo, e con un entroterra collinare; a tratti ha un'orlatura di dune, che rendono difficile lo sbocco nel mare dei corsi d'acqua e favoriscono la formazione di paludi. È quindi perlopiù importuoso, con la sola, ampia rientranza del golfo di Gela. La costa ionica è la più varia: alta e diritta nella sezione settentrionale, dove da Messina a Catania le montagne scendono a picco sul mare, include al centro la vasta piana di Catania, la più estesa dell'isola; a sud è perlopiù bassa ma con varie insenature, chiuse dagli estremi contrafforti dei monti retrostanti (golfi di Augusta, Siracusa, Noto).
La sezione montuosa dell'isola include sei principali rilievi, assai diversi per orientamento, origine e struttura delle rocce. Nella metà orientale della fascia costiera si sviluppano, da est a ovest, tre gruppi montuosi che complessivamente vengono denominati Appennino siculo: i Peloritani, i Nebrodi e le Madonie. I Peloritani, costituiti da antiche rocce cristalline, costituiscono la diretta prosecuzione dell'Appennino calabro; occupano l'intera porzione nordorientale della Sicilia, prospettando quindi anche sul mar Ionio, e hanno forme piuttosto aspre, malgrado l'altezza modesta (la massima cima tocca appena 1374 m). I Nebrodi sono formati invece da arenarie e argille, di facile erosione e che quindi determinano paesaggi dalle linee morbide; le quote si elevano sino ai 1847 m del monte Soro. Perdono verso ovest l'andamento a dorsale per saldarsi con un ampio e tozzo massiccio, le Madonie; qui le rocce hanno in prevalenza natura calcarea, con pianori aridi e frequenti fenomeni carsici, culminando nel Pizzo Carbonara che, con i suoi 1979 m, è la massima vetta dell'Appennino siculo. Al di là dei contrafforti delle Madonie, la Sicilia occidentale è formata da una serie confusa di rialzi, perlopiù collinari, ma talvolta con elevazioni anche imponenti, superiori ai 1500 m, in particolare là dove emergono, al di sopra delle distese di argille e arenarie marnose, più resistenti bastioni calcarei, localmente chiamati "rocche", per la loro forma isolata: così la Rocca Busambra (1610 m).
Nella Sicilia centrale si accentua l'irregolarità del rilievo; si può tuttavia distinguere una larga fascia trasversale, poco più di un altopiano di natura arenaceo-calcarea, che grosso modo si diparte dalle Madonie e volgendo verso sud-est giunge sino al vertice meridionale dell'isola. La formano dapprima i monti Erei, quindi, più a sud, il vasto tavolato dei monti Iblei; le massime quote superano di poco i 1100 m nel primo sistema, non raggiungono nemmeno i 1000 m nel secondo. Rappresentano tuttavia un rilevante fattore idrografico, perché formano la linea di spartiacque di molti fiumi, che vi hanno origine, volgendosi poi al mare di Sicilia o al mar Ionio. Il sesto e più imponente rilievo della Sicilia è rappresentato dall'Etna. Vulcano attivo, il più elevato d'Europa (3323 m), esso domina la costa orientale dell'isola; ha una mole imponente, di forma conica, che spicca anche da molto lontano, mostrando versanti che diventano via via più ripidi col procedere verso la sommità, imbiancata di neve per la maggior parte dell'anno.
L'Etna sovrasta la più vasta ed importante pianura siciliana, che ha reso fertile con i suoi stessi depositi vulcanici: la piana di Catania. Formata dalle alluvioni del fiume Simeto e dei suoi affluenti, tra cui il Dittaino, la piana di Catania ha una superficie di 430 km2, pari a un quinto di tutte le pianure dell'isola; altre importanti aree pianeggianti sono poi la piana di Gela, sul mare di Sicilia, che presenta però numerose dune, e la Conca d'Oro, su cui si estende Palermo, sul mar Tirreno.
Il particolare andamento del rilievo e il triplice fronte marittimo spezzano la superficie insulare in bacini idrografici di limitata estensione. I corsi d'acqua, inoltre, avendo un'alimentazione legata solo alle piogge, hanno un regime assai irregolare, con piene d'inverno e all'inizio della primavera, epoca in cui non sono rare le esondazioni dagli alvei, e soprattutto magre estive molto marcate. Buona parte dei corsi d'acqua siciliani sono, come in Calabria, delle fiumare, cioè torrenti dai larghi letti ghiaiosi completamente asciutti nei mesi estivi. Il più importante fiume della Sicilia è il Simeto, che nasce sui Nebrodi ed è arricchito da vari affluenti che scendono dall'Etna, bagnando la piana di Catania. È lungo 113 km e ha il maggior bacino idrografico: 4169 km2, il più esteso di tutta l'Italia meridionale dopo il Garigliano. Il fiume più lungo (144 km) è però il Salso, più esattamente l'Imera-Salso, che ha origine nelle Madonie e attraversa tutta l'isola da nord a sud, sfociando nel mar di Sicilia. Il Belice drena la sezione più occidentale dell'isola (val di Mazara).
2.1. Clima e ambiente Se da un lato la Sicilia ha un clima pienamente mediterraneo, soggetto agli influssi marittimi, dall'altro la sua natura montuosa e collinare contribuisce ad attenuare anche a breve distanza dalla costa gli influssi del mare. In estese parti dell'isola i caratteri di semicontinentalità – con estati molto calde e inverni anche rigidi – prevalgono su quelli subtropicali propriamente mediterranei, temperati dalla marittimità. Abbastanza uniformi in tutta l'isola sono peraltro le temperature estive, con medie pressoché ovunque superiori ai 24 °C (e massime che possono oltrepassare i 40 °C) che naturalmente si abbassano in misura considerevole sui rilievi; gli inverni sono miti solo nelle fasce costiere, con medie sui 10 °C, ma sono anche freddi nell'interno, con temperature che abbastanza frequentemente scendono al di sotto dello zero. Per quanto riguarda le precipitazioni, la Sicilia conosce in pratica solo due stagioni: quella piovosa, con punte massime tra novembre e febbraio, e quella asciutta, con piogge quasi nulle tra giugno e agosto. Inoltre le piogge sono più scarse là dove più sarebbero utili per l'agricoltura, cioè nelle pianure costiere (sui 500 mm annui); la piovosità si accresce infatti verso l'interno, dove si aggira sui 700 mm, con punte anche superiori ai 1000 sui rilievi più elevati.
L'isola conserva varie zone di grande interesse naturalistico, solo in parte però tutelate. Si ricordano la foresta della Ficuzza nella Rocca Busambra, la riserva attorno al Pizzo Carbonara, nelle Madonie, l'oasi dei cosiddetti Pantani di Vendicari, nella punta sudorientale, la riserva marittima dell'isola di Ustica e, soprattutto, il parco regionale dell'Etna, con la sua magnifica varietà di ambienti vegetali a seconda del succedersi dei piani altitudinali (al piano inferiore la macchia mediterranea con lecci, mista alle colture di olivi e vite; poi querce e castagni tra i 1000 e i 1500 m; successivamente pini, faggi, betulle; infine l'arbusteto tra le scure rocce laviche) e naturalmente gli aspetti vulcanici, non meno straordinari, dei crateri fumanti.
2.2. Flora e fauna I naturalisti non concordano sull'entità della passata ricchezza boschiva dell'isola, ritenuta da taluni forse inadatta, per le condizioni climatiche e dei suoli, a consentire la formazione di vaste distese forestali, a vantaggio di un costante predominio della macchia mediterranea; è comunque indubbio che in Sicilia si sia verificato un millennio di sfruttamento dei boschi, che oggi coprono appena il 7% del territorio. Domina attualmente la formazione tipicamente mediterranea, cioè la macchia, che in Sicilia è veramente rigogliosa, anche con alti arbusti o bassi alberi (mirto, lentisco, carrubo, alloro ecc.) solo dove s'innalzano rilievi alle sue spalle, dai quali riceve più umidità, quindi sul Tirreno in corrispondenza del pedemonte dell'Appennino siculo, e nell'area ionica lungo i contrafforti dei Peloritani. Per contro, dove si accentua l'aridità, e quindi in modo evidente in una larga fascia meridionale, prospiciente il mare di Sicilia, la macchia è ormai degradata in steppa erbosa, con radi arbusti e cespugli frequentemente spinosi; gran parte del suolo è coperta da una graminacea tipica della costa nordafricana, la stipa. Il limite superiore della macchia varia, a seconda del maggiore o minore grado di umidità, dai 400 ai 700 m di quota; al di sopra si impongono querce e castagni, sino ai 1300-1400 metri. Solo in aree molto ristrette si superano queste quote; al di sopra, in tali aree decisamente montane (Etna, cime dei Nebrodi e delle Madonie), si hanno faggi misti a conifere nonché una particolare betulla, detta etnea. La fauna naturale è piuttosto povera, anche per l'inveterata abitudine alla caccia. Si hanno gatti selvatici, istrici, volpi, martore e, tra gli uccelli, alcuni falchi e aquile.
3. ECONOMIA
La Sicilia è tra le aree economicamente meno sviluppate d'Italia. Lo dimostrano gli indicatori economici della regione, i cui valori la collocano comunque nella media delle altre regioni del Mezzogiorno italiano. Il reddito medio annuo per abitante è di 18 milioni e mezzo l’anno, contro gli oltre 30 milioni della media nazionale. Piuttosto scarsi sono i servizi e i collegamenti – le cosiddette infrastrutture – di cui l’economia necessita per espandersi, a cominciare dai mezzi di comunicazione e di trasporto.
Le condizioni ambientali non sono certo favorevoli; le siccità estive sono prolungate e mancano sufficienti disponibilità idriche per l’agricoltura (nonché per i consumi domestici); scarsa è anche l’energia elettrica per promuovere l’industria. L’organizzazione territoriale, basata su grossi centri isolati ad economia rurale, non favorisce certo la modernizzazione. La disoccupazione è alta, (il 23% della popolazione attiva, contro una media nazionale del 12%), con picchi del 33% nell’Agrigentino, in provincia di Enna, e nel Nisseno, in provincia di Caltanissetta.
3.1. Agricoltura e pesca
Anche in Sicilia, come nel resto del Sud, il numero degli addetti al settore agricolo è nettamente superiore alla media nazionale e per contro i valori di redditività sono tra i più bassi (la carenza di acqua e in generale di impianti per irrigazione è un fattore decisivo). Tuttavia l'agricoltura mantiene il suo peso determinante nell'economia regionale. È in corso una certa ristrutturazione produttiva su basi più razionali, ma in linea di massima l'agricoltura continua a registrare nell'isola due comparti contrapposti e non coordinati: una zona costiera con coltivazioni intensive e specializzate e aziende di piccola e media dimensione, destinate alla produzione di agrumi, vite e altre piante legnose come mandorli, legumi e ortaggi, e una vasta area interna, con aziende di ampia superficie, occupate dalla cerealicoltura estensiva.
Considerando la superficie posta a coltura, la Sicilia ha il primato per i cereali, mentre è preceduta (anche se di pochissimo) dalla Puglia per le colture legnose. Tuttavia le rese sono mediamente così basse – inferiori anche a quelle di altre regioni del Meridione – che per produzione di frumento (circa 6-7 milioni di quintali annui) è preceduta dalla Puglia, dalle Marche, dall'Emilia-Romagna. Tutt'altro discorso va fatto per i comparti orticolo e delle colture legnose. La Sicilia è la prima produttrice di arance, con metà dell'intera produzione nazionale, proveniente per gran parte da due aree altamente specializzate, il Palermitano e il Catanese-Siracusano; detiene inoltre il primato o si colloca ai primissimi posti per vari altri prodotti (uva, olive, melanzane, zucchine, e ortaggi in genere): oltre alle aree già citate, anche il Ragusano, ai piedi dei monti Iblei, è zona di alta concentrazione orticola.
L'uva è in ampia misura destinata al consumo diretto (uva da tavola) mentre il vino è tradizionalmente perlopiù utilizzato come "vino da taglio" per rinforzarne altri, pur fornendo anche prodotti di alta qualità, come il Corvo di Salaparuta. Ha notorietà internazionale il Marsala, un vino liquoroso che si ottiene nell'omonima zona del Trapanese, all'estremità occidentale dell'isola. Insieme alla Puglia, la Sicilia è l'unica regione del Mezzogiorno con una vera vocazione per la pesca; in questo settore è anzi nettamente al primo posto in Italia, fornendo oltre un quarto del complessivo pescato. Pesca tradizionale è quella dei tonni, praticata in passato con sistemi arcaici, così come quella del pesce spada. Particolarmente elevata è la cattura dei crostacei. Il principale porto peschereccio dell'isola e forse d'Italia è Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, i cui battelli operano anche su mari lontani.
3.2. Risorse minerarie e industria
La regione non manca di risorse minerarie, anzi insieme alla Toscana e alla Sardegna è l'unica regione con una certa dotazione in questo settore. Tradizionale attività estrattiva fu per decenni quella legata ai giacimenti di zolfo, per i quali la Sicilia vantò in epoche passate addirittura ottime posizioni internazionali; ma la crescente concorrenza estera ridusse man mano l'economicità dello zolfo siciliano, sinché l'estrazione è completamente cessata nel 1986.
Altre risorse del sottosuolo sono i sali potassici e gli idrocarburi (petrolio e gas naturale, con area principale nel Ragusano); il primo pozzo entrò in funzione nel 1957. I giacimenti si dimostrarono ben presto molto più modesti delle aspettative; nel frattempo era stata però realizzata, ma con un'altissima immissione di capitali statali, una poderosa industria di raffinazione, mentre tutti i comparti manifatturieri rimanevano in pratica trascurati.
I complessi chimici e petrolchimici, che ormai lavorano essenzialmente materiale greggio d'importazione, hanno influito ben poco nel creare nuovi posti di lavoro (tra le industrie sorte con capitali non regionali si può anche ricordare lo stabilimento automobilistico FIAT a Termini Imerese, in provincia di Palermo); infine in anni recentissimi si è dilatato oltre misura il comparto dell'edilizia, spesso abusiva, che, poi sottoposta a maggiori controlli, registra una gravissima crisi. In assenza di una coordinata rete di distribuzione interna, è ancora più penalizzante per le aziende siciliane la lontananza dai grandi mercati di acquisto del Nord d'Italia e dell'estero. Le attività manifatturiere sono frantumate in miriadi di imprese che in larga misura producono per il consumo locale. Si annoverano soprattutto oleifici, pastifici, conservifici delle verdure e del pesce, piccole aziende enologiche, tessili e meccaniche.
3.3. Attività terziarie
Mentre è molto alto il numero degli addetti all'amministrazione pubblica, di debole produttività è il settore commerciale, frammentato in piccole attività e mal coordinato di fronte alla concorrenza internazionale ma anche nazionale (supermercati, ipermercati).
Ottime possibilità avrebbe il turismo, sia per gli eccezionali paesaggi sia per i monumenti che greci, romani, arabi e normanni hanno lasciato nell'isola. Basti ricordare Agrigento, Segesta e Selinunte, con i loro resti della Magna Grecia, o anche la Palermo araba e normanna. Ma a questa ricchezza non corrisponde una adeguata salvaguardia del patrimonio storico-artistico: lo dimostrano, ad esempio, il caso delle innumerevoli abitazioni sorte abusivamente a deturpare i magnifici templi greci di Agrigento, e quello del crollo della cupola di una delle massime espressioni dell'arte barocca in Sicilia, la cattedrale di Noto, in provincia di Siracusa.
Le carenze relative sia a una viabilità tuttora poco agevole sia alla scarsa diffusione nell'isola di strutture ricettive di qualità fanno sì che il turismo, complessivamente molto inferiore al potenziale isolano, si indirizzi soprattutto verso Messina e Taormina.
La regione non manca di buoni porti, soprattutto nel nord e nell'est, col triangolo Palermo-Messina-Catania, ma le comunicazioni nazionali e ancor più internazionali restano insoddisfacenti. Quasi tutto il traffico si incanala attraverso lo stretto di Messina, sulla Messina-Reggio Calabria, ma i servizi di navi-traghetto sono insufficienti, in particolare d'estate. A ovviare alle difficoltà di comunicazione, da tempo viene riproposta l'idea di gettare un ponte sullo stretto (o di costruire una galleria sottomarina), con molteplici varianti di progetti. Il porto più attivo è quello di Augusta, presso Siracusa, adibito però quasi esclusivamente al movimento petrolifero.
Le vie di comunicazione terrestri sono tali da accentuare la scissione tra la Sicilia costiera e quella interna. Le linee ferroviarie principali sono la Palermo-Messina, la Messina-Siracusa e, diagonalmente, la Palermo-Catania. Delle autostrade, la Palermo-Catania (che poi si raccorda con la Catania-Messina) tocca Enna e cerca di vitalizzare le aree interne, mentre il tronco Palermo-Mazara del Vallo è al servizio della piccola "capitale" peschereccia dell'isola, che è altresì il punto di arrivo del gasdotto dall'Algeria. Non è invece ancora stata completata la litoranea tirrenica Palermo-Messina, iniziata da decenni, il che tra l'altro penalizza fortemente il turismo, così come la mancata autostrada Catania-Siracusa. Si auspica inoltre, soprattutto, il collegamento con la costa meridionale. La regione dispone di tre aeroporti: quello di Catania-Fontanarossa, che è il più movimentato, quello di Palermo-Punta Raisi e quello di Trapani-Birgi.
4. POPOLAZIONE E CITTÀ
La Sicilia si è sempre collocata tra le più popolose regioni d'Italia; tradizionalmente al terzo posto, dopo la Lombardia e la Campania, è oggi superata anche dal Lazio, ma di poco. L'isola ha conosciuto epiche emigrazioni alla fine dell'Ottocento e ai primi del Novecento verso le Americhe; esse sono riprese, con altre direzioni, nel periodo 1951-71, quando il fenomeno migratorio ha interessato un milione circa di abitanti, cioè un quinto della popolazione; ora i flussi si sono in pratica esauriti, mentre la Sicilia ha ancora un tasso di natalità tra i più elevati d'Italia.
La distribuzione della popolazione vede privilegiare le aree costiere, soprattutto quella tirrenica e quella ionica; vi sono ubicate tutte le principali città (nonché le uniche a superare i 100.000 abitanti), a cominciare dal capoluogo regionale, Palermo. La densità media della Sicilia è elevata, di 198 abitanti per km2; si passa però dai poco più di 70-130 abitanti per km2 delle province di Enna e Caltanissetta ai 250-300 di quelle di Palermo e Catania. Variano anche in qualche misura le forme d'insediamento: mentre nelle coste settentrionali e orientali è abbastanza diffuso il villaggio piccolo e medio-piccolo o la fattoria isolata nella campagna, con una distribuzione quindi più diffusa nel territorio, nell'interno e nel sud dell'isola prevalgono i grossi agglomerati, posti anche a notevole distanza l'uno dall'altro, che alcuni geografi hanno denominato "città contadine", per indicare le loro povere funzioni urbane e il prevalere – almeno in passato – di una popolazione dedita al lavoro nei campi. Non mancano tuttavia in Sicilia città ricche di storia e vivaci, dai tratti moderni, benché la corsa alle città nella seconda metà del secolo abbia esagerato la crescita urbana, avvenuta spesso, come a Palermo e Catania, in modo disordinato.
Palermo primeggia in modo netto per popolazione, con i suoi 691.800 abitanti (è la quinta città d'Italia, la seconda del Sud Italia dopo Napoli); è soprattutto una città di attività terziarie, legata in modo particolare ai servizi di gestione pubblica del capoluogo di una regione ad amministrazione autonoma. Seguono Catania (341.700 abitanti), città dinamica arricchita dalla sua fertilissima pianura, piccola metropoli in competizione con Palermo (attività portuale, aeroportuale, turistica, con industrie alimentari, tessili, metalmeccaniche, università, stampa locale), Messina (263.600 abitanti), che si avvantaggia della sua posizione e delle buone vie di comunicazione per potenziare il settore commerciale e turistico, e infine Siracusa (127.600 abitanti), una città in rapido accrescimento demografico, con funzione soprattutto di coordinamento di un'area altamente industrializzata (porto petrolifero e complessi petrolchimici del polo di Augusta-Priolo).
Gli altri cinque capoluoghi non raggiungono i 70.000 abitanti: Enna addirittura nemmeno i 30.000. Si basano quasi unicamente sulle attività agricole dei loro dintorni Enna, Caltanissetta e Ragusa, tutte città interne; Trapani e, nella sua provincia, Mazara del Vallo, sono invece buoni porti pescherecci (ma la più importante città del Trapanese è Marsala, con 80.500 abitanti). Agrigento, su un'altura a breve distanza dalla costa meridionale, ha legato il suo nome soprattutto al complesso archeologico, paragonabile solo a quelli dell'antica Grecia.
Oltre ai capoluoghi e ai centri già segnalati, si ricordano ancora – tutti sui 40-50.000 abitanti – Bagheria, Cefalù e Monreale, in provincia di Palermo, i centri di produzione di agrumi e ortaggi di Acireale e di Paternò (in provincia di Catania), quelli orticoli e cerealicoli di Modica e Vittoria (in provincia di Ragusa) e lo scalo portuale di Milazzo; in provincia di Caltanissetta è Gela, la cui popolazione (74.600 abitanti), attirata dalla recente industrializzazione della città, è superiore a quella del capoluogo.
5. STORIA
I primi abitanti della Sicilia, i sicani, gli elimi e i siculi, sono popolazioni di origine incerta, sicuramente non autoctone: nell'età protostorica le isole Eolie furono interessate dal fiorire di numerosi insediamenti, legati al commercio dell'ossidiana e collegati alle culture dell'Egeo. Con questi popoli si incontrarono e si scontrarono i navigatori fenici, approdati per ragioni di commercio sul territorio isolano, e quindi i colonizzatori greci: a questi ultimi risale la fondazione di colonie quali Naxos, Syracusai, Selinunte, Gela, Lipara, avvenuta tra il VI e il IV secolo a.C. Dalla dominazione greca la Sicilia trasse un'impronta fondamentale per lo sviluppo successivo, anche se fu presto contrastata dall'arrivo dei cartaginesi, stanziatisi nell'area occidentale, da dove posero le basi per l'affermazione di un sistema integrato di città. Quando i cartaginesi distrussero l'embrionale organizzazione politica dei greci, solo la città di Siracusa resistette sotto la tirannia di Dionisio e, anzi, estese il suo controllo alla zona dello stretto (IV secolo a.C.) mediante la creazione di un triangolo di centri fortificati (Messina, Taormina, Tindari).
Con la fine della seconda guerra punica e la conquista della Sicilia ad opera di Marcello (212 a.C.), l'isola passò sotto la dominazione dei romani, che la divisero in due province e attribuirono alle città prerogative politiche differenti a seconda del loro maggiore o minore grado di fedeltà a Roma. Ma nella sostanza furono scarsi gli apporti culturali della prima fase della romanizzazione, così che la regione conservò per lungo tempo peculiari caratteri ellenistici. Lo prova il fatto che nessuna importante città siciliana fu fondata dai romani, i quali invece rivoluzionarono il paesaggio e gli insediamenti agrari, pianificarono una compatta struttura amministrativa e attuarono uno sfruttamento intensivo dei terreni. Nelle campagne più che nelle città è visibile l'eredità romana, come dimostra il proliferare di piccoli centri e il sorgere di sontuose villae, nel cuore dei latifondi, tra le quali primeggia quella di Piazza Armerina.
Dopo la caduta dell'impero occidentale si assistette nell'isola a un fenomeno eccezionale: il ritorno della cultura greca, conseguente al dominio bizantino e alla presenza dei monaci orientali, che fu tale da ripristinare pressocché esclusivamente la lingua greca. Ma l'autentica revisione delle strutture economiche e giuridiche isolane fu operata dagli arabi, che giunsero in Sicilia nella prima metà del IX secolo: a loro si deve la frantumazione dei latifondi in unità minori, la costruzione di un capillare sistema idrico, la salvaguardia dei boschi nell'interno. Con gli arabi si propagò la religione islamica, trionfante dappertutto tranne che nelle valli più riparate, dove permasero presenze greco-cristiane.
Alla Sicilia araba subentra la Sicilia normanna, dall'XI secolo, che è caratterizzata dal ritorno sotto la giurisdizione della chiesa di Roma e dall'instaurazione del sistema feudale nelle campagne. Il feudalesimo si rafforzò nei secoli successivi nella sua versione agraria e latifondista, tipica di un'economia prevalentemente cerealicola, inserita nei mercati europei del grano. La Sicilia divenne una terra di netto predominio aristocratico, sia nelle campagne sia nelle città, con fenomeni di accaparramento del potere tali che portarono, nella zona occidentale, alla divisione della sovranità tra due sole famiglie, i Chiaromonte e i Ventimiglia. Né valse la conquista spagnola a scalfire l'egemonia dei baroni, in quanto furono modeste le funzioni di governo che la Spagna attribuì ai suoi viceré di Sicilia, sin dal 1415, anno dell'insediamento del governo spagnolo. Con Carlo V la Sicilia assunse un ruolo importante nel sistema di controllo del Mediterraneo: possenti fortificazioni, strade, interventi per incrementare la produzione agricola, furono le scelte attuate allo scopo di difendere non solo militarmente l'isola.
Il governo spagnolo terminò nel 1713, quando alla pace di Utrecht, che chiudeva la guerra per la successione di Spagna, fu attribuita ai Savoia, il cui dominio, finendo nel 1720, fu troppo breve per lasciare tracce significative. Dopo quindici anni di dominazione austriaca, la Sicilia fu annessa al Regno di Napoli nel 1735, contemporaneamente all'ascesa dei Borbone sul trono partenopeo. Pur ospitando un viceré, Palermo vide affievolirsi l'antico privilegio di capitale che dovette da allora condividere con Napoli.
Negli anni Ottanta del XVIII secolo un energico viceré, cresciuto alla cultura dell'Illuminismo più radicale, il marchese Carlo Caracciolo, avviò un nuovo intervento politico, volto ad arginare lo strapotere dei baroni e a costruire le basi di un efficiente sistema fiscale e amministrativo. Nell'età napoleonica la presenza dei Borbone e, soprattutto, la protezione navale garantita dagli inglesi, mantennero la Sicilia indipendente dalla dominazione francese: Ferdinando IV nel 1812, pressato dagli inglesi, concesse la costituzione ai siciliani, abolendo i privilegi feudali. A tale riforma si collega l'origine della mafia, braccio armato dei baroni che la utilizzavano come un potere, intimidatorio e violento, parallelo a quello dello stato. Il testo del 1812 fu una costituzione dai tratti troppo aristocratici per potere divenire punto di riferimento dei liberali insorti nel 1820-21 e tanto meno dei rivoluzionari democratici del 1848: va ricordato che la sommossa di Palermo, nel febbraio di quell'anno, fu la prima delle tante insurrezioni europee del biennio 1848-49.
Unita al Regno d'Italia dall'impresa militare di Garibaldi, nel 1860, la Sicilia dovette confrontarsi con i sistemi economici delle altre aree nazionali: lo sviluppo delle zolfatare portò alla crescita di alcune città portuali come Catania, mentre si posero le prime strutture di interesse generale (ferrovie, strade, porti). La storia della Sicilia negli anni della Repubblica è segnata da diversi nodi: l'autonomia regionale con lo statuto del 1946; il movimento separatista postbellico, crogiolo di rivendicazioni di vario segno nel quale la mafia esercitò un peso rilevante; l'intervento industriale finanziato dallo stato (Gela, Augusta) con i risultati inferiori alle attese; il dilagare del fenomeno mafioso con attacchi frontali alle istituzioni pubbliche, culminato alla fine degli anni Ottanta e da allora contrastato con maggiore efficacia dallo stato e da una nuova cultura antimafiosa; e infine la recente riscoperta delle potenzialità culturali e paesaggistiche, che attendono solo di essere pienamente valorizzate.

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