Geografia umana dell'Italia

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Testo

GEOGRAFIA UMANA

CENSIMENTI

Secondo una stima del 1995 la popolazione dell'Italia ammonta a 57.279.000 ab. Tenendo conto dei confini attuali dello Stato, essa è all'incirca raddoppiata in un secolo, passando da 26,1 milioni a 49,9 milioni fra il 1861 e il 1961. Negli anni Sessanta il ritmo di incremento è sceso al 6-7‰, quindi, negli anni Settanta, intorno al 4- 5‰, per poi calare negli anni Ottanta sotto l'1‰ scendendo quasi a zero. Il tasso di mortalità, che già negli anni Cinquanta era sceso intorno al 10‰, nei decenni successivi si è ridotto soltanto di qualche decimo di punto, fino al 9,3‰ del 1984, dopo di che ha ricominciato sia pure lentamente a salire. Paradossalmente, questa crescita del tasso annuale di mortalità è il prodotto dell'allungamento della vita: stanno infatti giungendo a età anziana fasce di popolazione sempre più consistenti, perché meno falcidiate dalla mortalità infantile e adulta. Intanto il tasso di natalità è costantemente diminuito: dal 20‰ dei primi anni Sessanta (gli anni del primo grande boom economico) al 17‰ del 1970, all'11‰ del 1980, al 10‰ nel 1986, fino a scendere all'1‰ nel periodo compreso tra il 1988 e il 1993, avvicinandosi così all'esatta parità con il tasso di mortalità, e di conseguenza alla crescita zero. Se si considera che l'Italia detiene il primato del più basso tasso di fecondità al mondo (1,2-1,3 figli per donna nel 1992) e che il tasso di riproduzione (cioè il numero medio di figli per donna) della popolazione italiana è inferiore al livello di sostituzione (cioè al valore, poco superiore a 2, che manterrebbe la popolazione stabile), si può affermare che l'Italia è in fase di declino demografico: in pratica, con gli attuali ritmi di fecondità, il numero dei futuri figli sembra destinato a essere inferiore a quello di padri e madri. Le donne nate nel primo dopoguerra, e che hanno esaurito la loro vita riproduttiva, per il 16 per cento hanno avuto un solo figlio, per il 38 due, per il 20 tre, per il 16 quattro o più figli e per il 10 nessun figlio: suddivisione, questa, che ha consentito lievi tassi d'incremento della popolazione. Ma le nuove generazioni evidenziano un netto aumento delle fasce che si limitano a uno o due figli, con conseguente restrizione di quelle più prolifiche: mantenendosi questa tendenza, la crescita zero o addirittura il regresso della popolazione sembrano scontati. Accentuate restano comunque le differenze regionali: il Centro-Nord è in fase di regresso demografico mentre il Sud presenta ancora incrementi, anche se lievi, di popolazione. Nel 1986, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Emilia- Romagna, Toscana, Piemonte e Valle d'Aosta hanno avuto una bilancia demografica decisamente negativa (fra ­7‰ e ­4‰) e in calo, benché in misura minore, sono risultati anche Umbria, Lombardia, Marche e Veneto. Abruzzo, Trentino-Alto-Adige e Molise si sono avvicinati al pareggio, il Lazio ha fatto segnare un aumento dell'1‰ circa, mentre Basilicata, Sardegna, Sicilia e Calabria hanno registrato incrementi compresi fra + 2‰ e + 5‰, la Puglia una crescita di + 5,4‰ e la Campania un massimo di + 6,5‰. Da questi dati si desume che per due terzi la popolazione italiana è in regresso o in crescita zero. Gli squilibri regionali dell'andamento demografico risiedono sia nelle differenze di natalità, bassissima nel Centro-Nord (minimo in Liguria: 6,1‰ nel 1986) e invece elevata nel Sud (massimo in Campania: 14,1‰) sia nelle differenze di mortalità, in genere più alta al Nord rispetto al Meridione per la maggiore presenza di anziani (legata alla riduzione delle nascite) e per la maggiore incidenza delle cause di decesso proprie della società urbanizzata e industrializzata (incidenti sul lavoro, automobilistici, tumori, infarti). Dalla riduzione delle nascite deriva un invecchiamento della popolazione: nel 1988 la quota di soggetti al di sopra dei 65 anni è stimata al 13,7%, con punte massime in Liguria (19,8%), Friuli- Venezia Giulia (17,7%) e Toscana (17,5%) e minime in Campania (10%) e Puglia (10,9%). In regioni come Piemonte, Lombardia e Lazio il tasso d'invecchiamento è invece attenuato dalle correnti di lavoratori immigrati dal Sud. Nel 1993 la percentuale di ultrasessantacinquenni è del 14%. L'andamento discendente della natalità ha anche profondi riflessi sulla scuola e sul mercato del lavoro. Nell'anno scolastico 1995-1996 la popolazione scolastica del livello elementare (6-10 anni) contava 2.825.838 alunni, mentre quella del livello medio (11- 13 anni), ne contava 1.907.024. La scuola superiore e anche l'università hanno registrato, nel corso degli anni Novanta, un aumento degli iscritti: per quanto riguarda le scuole secondarie il numero totale di iscritti è, sempre secondo i dati riferiti agli anni 1995-1996, di 2.687.181, gli universitari ammontano a 1.061.690 di cui 555.450 fuori corso. Quando le annate meno numerose saranno in età di scuola superiore, questa dovrebbe cessare la propria crescita, probabilmente senza però dover registrare dei cali: ciò in conseguenza del diffondersi di una maggior propensione alla scolarizzazione superiore, soprattutto femminile.
Il mercato del lavoro non ha risentito negli anni Ottanta del calo della natalità, in quanto vi sono affluiti i numerosi nati negli anni del boom economico e demografico. Tuttavia, dalla fine degli anni Ottanta la popolazione in età produttiva tende ad assottigliarsi in quanto entrano nel mercato del lavoro i nati, sempre più scarsi, dopo il 1965 e ne escono i numerosi nati del periodi fra le due guerre mondiali. Ciò non significa automaticamente la fine del diffuso fenomeno della disoccupazione, data la costante crescita, nel moderno contesto sociale, della percentuale delle persone in età di lavoro (specialmente donne), che effettivamente ricercano un'occupazione. Si accentuerà piuttosto la divaricazione fra il Nord (netto calo delle unità disponibili e con esse della disoccupazione) e il Sud del paese (relativo aumento delle unità disponibili e percentuale di disoccupazione costante se non in ulteriore aumento). Calo delle nascite e invecchiamento della popolazione non attenuano però, paradossalmente, la richiesta di nuove abitazioni, in conseguenza dell'evoluzione sociale e dello scomparire della tradizionale famiglia estesa (in cui convivono più nuclei familiari affini). Al matrimonio dei figli, infatti, i genitori restano nella propria abitazione e l'occupano, tenuto conto dell'aumento in durata della vita, per un periodo più lungo; ogni coppia di sposi, indipendentemente da un numero medio di figli inferiore al passato, occupa sempre una propria abitazione; infine, i figli lasciano la casa dei genitori molto prima di costruirsi una propria famiglia e occupano abitazioni sottraendole alle nuove coppie sposate. È calcolato in aumento il numero delle persone che vivono sole, oltre a una percentuale di ultrasessantacinquenni superiore al 15% per cui il fabbisogno di case potrebbe avere un incremento di oltre un terzo. La nuzialità, rimasta per lungo tempo stabile al livello annuo del 7,8‰, con punte dell'8,2‰ tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta, è progressivamente discesa nel decennio successivo, toccando il livello minimo del 5,3‰ nel 1987 con punte di poco superiori al 4‰ in alcune regioni settentrionali. Si va rafforzando la propensione per il rito civile, che da una quota del 2% sul globale dei matrimoni alla fine degli anni Sessanta, è arrivato a circa il 20% negli anni Ottanta. In aumento anche i nati illegittimi, che hanno toccato nel 1986 il 9% delle nascite, mentre in passato si era manifestata una media costante del 2%. Le domande di divorzio, dopo il prevedibile massimo all'entrata in vigore della legge (nel periodo 1971-1975 sono state 119.218), sono oggi in regresso e attestate poco sopra le 10.000 annue. In ascesa invece le domande di separazione personale dei coniugi (che rappresentano solo una fetta delle numerose separazioni di fatto, impossibili da conteggiare), le quali vengono avviate come eventuale anticamera al divorzio. Va prendendo piede anche l'unione libera, non solo come premessa sperimentale al matrimonio, ma come scelta definitiva di vita. L'evoluzione del costume ha avuto profonde ripercussioni sulla struttura della famiglia. La dimensione familiare media è stata stimata, nel 1991, in 2,8 componenti (alla fine degli anni Trenta il valore era di 4-5), quota lievemente superiore a quella accertata dall'ONU nel 1980 per Europa e America Settentrionale, ma di molto superiore alle medie dei paesi comunitari europei. La riduzione della consistenza familiare è legata a due fattori: l'estendersi del modello di famiglia mononucleare (una sola coppia con o senza figli), che ha soppiantato la tradizionale famiglia estesa, e la ridotta dimensione del singolo nucleo familiare per effetto della rallentata prolificità. Secondo i dati del 1991, il 70,4% delle famiglie italiane è costituito da una coppia con eventuali figli, il 18,4 da un solo coniuge (per l'invecchiamento della popolazione sono frequenti i casi di capofamiglia anziano e vedovo) con o senza figli, e l'11,2 da più nuclei familiari (famiglia estesa). La nota caratteristica è data dalla scarsa presenza di bambini: il modello più comune, infatti, è quello della coppia con due figli, seguito da quello con figlio unico; i modelli di coppie a tre o più figli sono in forte regresso. Questo processo è più accentuato al Centro-Nord rispetto al Sud. Dalla metà degli anni Settanta hanno subito un rallentamento e quindi un'inversione i movimenti migratori diretti sia all'estero sia all'interno del territorio nazionale.
Ma oggi la grande maggioranza di questi movimenti si svolge su brevi distanze, tra comuni confinanti o appartenenti alla stessa provincia. Si sono ridotti a dimensioni modeste sia le migrazioni interregionali sia l'esodo dalle zone rurali verso le maggiori aree urbane di ciascuna regione. L'emigrazione degli Italiani all'estero ha cominciato a diminuire fortemente già nel 1962-1963 ed è scesa a livelli minimi a partire dal 1975. Da allora il numero dei rimpatri ha superato costantemente quello degli espatri. Si è verificato invece un fenomeno nuovo e del tutto imprevisto: l'Italia è diventata paese di immigrazione. Da anni abbiamo contemporaneamente una elevata disoccupazione e una consistente immigrazione straniera. Un censimento del ministero dell'interno, sulla base dei permessi di soggiorno, rileva, al 30 giugno 1995, 971.000 cittadini stranieri; gli extra comunitari risultavano, secondo l'ISTAT, 521.000 nel 1994 e 800.000 nel 1995. È in costante aumento il fenomeno dell'immigrazione illegale: secondo il CENSIS sarebbero più di un milione i lavoratori clandestini provenienti dall'Africa e dall'Asia. Nonostante l'intensificarsi dei controlli, questa immigrazione è in continua crescita. La rivoluzione tecnologica non eliminerà le mansioni precarie, dequalificate, stagionali, tipica zona di assorbimento di questa manodopera povera. Le professioni ad alta tecnologia e ben retribuite trascineranno al proprio seguito una moltiplicazione di lavori modesti: cuochi, camerieri, bambinaie, guardie, commessi, ecc. Sono difficili le prospettive delle generazioni sopra i 40 anni, meno adattabili alle nuove mansioni, ma anche gli attuali venti- venticinquenni potrebbero incontrare difficoltà ad accedere alle nuove professioni, se impreparati ed estranei alla cultura tecnologica.

GEOGRAFIA ECONOMICA

IL VALORE DELLA LIRA DAL 1861 AL 1995

L'Italia è oggi la quinta o sesta potenza economica mondiale: essa infatti contende alla Francia e alla Gran Bretagna la posizione immediatamente alle spalle di Stati Uniti, Russia, Giappone e Germania. Eppure il paese è piuttosto povero di risorse naturali. Le zone ad alta produttività agricola occupano meno di un quarto del territorio nazionale, la disponibilità di fonti di energia è assolutamente inadeguata ai consumi e il sottosuolo è pressoché privo di minerali metallici. Il paese deve dunque fare ricorso a forti importazioni di materie prime e affidare il proprio successo economico alla loro lavorazione e alla riesportazione di abbondanti quantità di prodotti finiti, per lo più di qualità e ad alto valore aggiunto. L'economia italiana è dunque essenzialmente un'economia di trasformazione, che ha il suo punto di forza nell'industria manifatturiera. Per sua struttura essa è fortemente esposta all'azione di fattori esterni. Nel secondo dopoguerra è rapidamente progredita durante il decennio del grande boom (1963-1973), poi ha profondamente risentito dell'aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime e della conseguente crisi economica internazionale. Nella seconda metà degli anni Ottanta, è stata fra le più pronte a sfruttare la nuova fase di generale ripresa. Nel 1991 l'economia italiana è entrata in una fase di recessione, conclusasi nel 1993. L'anno successivo si sono registrati i primi segnali di ripresa economica, confermati nel 1995. Una nuova fase di decrescita ha avuto inizio nel 1996, a causa di una diminuzione delle esportazioni e dei consumi interni.

AGRICOLTURA

Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale le attività agricole avevano ancora un peso sostanzialmente pari a quello dell'industria o a quello delle attività del settore terziario. Più di quarant'anni più tardi, nel 1994, esse occupavano l'8% delle forze di lavoro complessive e contribuivano a determinare il reddito nazionale in misura di poco superiore al 5%. Notevoli differenze distinguono tuttavia l'Italia settentrionale e centrale, dove la produzione agricola contribuisce per il 4% circa al prodotto complessivo, dall'Italia meridionale e insulare, dove il peso del reddito agrario si aggira ancora intorno al 10%. Comune a tutto il paese è la riduzione della superficie coltivata (diminuita del 2-3% negli anni Ottanta) e soprattutto l'esodo delle forze di lavoro dall'agricoltura, protrattosi a lungo al ritmo di 200/300.000 unità in meno ogni anno, e sceso sotto le 100.000 unità annue solo negli anni Ottanta. Il principale motivo di questo abbandono è dato dal diffondersi tra le nuove generazioni di nuovi interessi e di nuove ambizioni economiche e sociali, che orientano i più verso un maggior grado di scolarizzazione, verso le grandi città o comunque verso centri urbani modernamente serviti e verso l'occupazione delle industrie, negli uffici o in attività autonome. In ogni caso, la riduzione del numero degli occupati non ha inciso sulla produzione, che anzi è costantemente aumentata. I motivi stanno nelle opere di bonifica, di rimboschimento, di creazione di bacini artificiali e di acquedotti che hanno profondamente trasformato le condizioni ambientali. Inoltre il sempre maggior impiego di moderni macchinari, di fertilizzanti e di sementi selezionate ha moltiplicato la resa per ettaro. Infine si è rinnovata l'organizzazione stessa delle aziende, con un aumento della conduzione diretta, dell'organizzazione sotto forma di cooperative e con una lenta opera di concentrazione che ha portato una certa contrazione nel numero delle aziende più piccole e meno competitive e una conseguente crescita di quelle di maggiori dimensioni.
Nel corso degli anni Ottanta è anche esploso il problema di una saggia ed equilibrata regolazione di alcuni dei più comuni e più intensi interventi di potenziamento dell'attività agricola, come l'uso di fertilizzanti, antiparassitari, diserbanti e pesticidi. Questi infatti concorrono in modo determinante a provocare gravi fenomeni di squilibrio ambientale, come l'inquinamento delle falde acquifere o l'alterazione dei delicati equilibri delle acque costiere, con conseguente eutrofizzazione delle stesse. Sono state sperimentate valide forme di gestione “mirata” e anche “biologica” degli interventi di concimazione e di difesa antiparassitaria, ma la loro reale diffusione è ancora molto limitata e resta qualche timore su un possibile rallentamento della crescita produttiva. Per un lungo periodo l'aumento della produzione agricola è stato annullato dall'aumento dei consumi, sicché il deficit alimentare ha continuato a mantenersi intorno al 15% del fabbisogno complessivo. Ormai però il livello medio dei consumi alimentari è decisamente elevato, in molti casi perfino eccessivo, e ciò lascia prevedere, in tempi non molto lunghi e con un normale sviluppo produttivo, una riduzione del deficit e il possibile conseguimento della piena autosufficienza alimentare. L'inquadramento della nostra agricoltura nell'ambito della Unione europea, regolata da un complicato meccanismo di disposizioni volte a premiare determinate colture e a scoraggiarne altre, ha portato in una prima fase non poche difficoltà, ma a un bilancio complessivo ha poi finito per rivelarsi sostanzialmente positivo.
Il settore cerealicolo mantiene un'importanza basilare nell'economia agricola nazionale. Nell'annata 1995 la produzione di frumento ha raggiunto gli 80 milioni di q, mentre quella di mais ha sfiorato gli 85 milioni di q. Mediamente si rendono comunque necessarie sostanziose importazioni dall'estero. Il raccolto di riso, ormai stabilmente attestato sopra i 13 milioni di q, soddisfa pienamente il fabbisogno interno e consente una discreta esportazione. La produzione di orzo, destinata in buona parte alla trasformazione in malto per la fabbricazione della birra, ha raggiunto i 14 milioni di q, mentre il raccolto di segale e avena ammonta rispettivamente a 198.000 q e 3.000.000 di q. Fra le coltivazioni industriali primeggia per quantità la barbabietola (100/150 milioni di q annui), con una produzione di zucchero che arriva a soddisfare una buona parte del fabbisogno interno, mentre risultano in crescita il tabacco e ancor più i semi di girasole. Fenomeno tipico degli anni Ottanta è stata l'improvvisa esplosione, nel breve arco di poche annate, della produzione di soia (7.354.000 q annui), di cui il paese è diventato il maggior produttore ed esportatore europeo. Fra le coltivazioni del settore legnoso, primeggiano sempre quelle vitivinicole, per cui l'Italia contende alla Francia il primo posto nel mondo, e per le quali si è assistito a un graduale miglioramento qualitativo, indispensabile per aprire nuovi spazi a prodotti che in buona parte si rivolgono al difficile mercato internazionale. Ha realizzato inoltre un grande balzo qualitativo il settore oleario, grazie anche al radicale rinnovamento che ha fatto seguito alla distruzione di parecchie coltivazioni prodotta dai disastri climatici della metà degli anni Ottanta. Nel 1995 si sono prodotti 6.000.000 di quintali di olio.L'Italia resta comunque, secondo le annate, il primo/secondo produttore mondiale di olio d'oliva insieme con la Spagna. Da primato è anche la produzione di agrumi, con il primo posto nel mondo per i limoni (7.000.000 di q) e il terzo/quarto posto per le arance (21.000.000 di q) e per i mandarini (2.000.000 di q). L'esportazione degli agrumi sta però diventando sempre più difficile a causa dell'agguerrita concorrenza di diversi paesi del bacino del Mediterraneo. L'altra frutta (mele, pere, pesche, albicocche, ciliege, ecc.) e le produzioni ortive (cipolle, cavoli, carciofi, insalata, zucchine, piselli, ecc.) mantengono una grande importanza specialmente per il consumo interno e hanno fatto registrare un miglioramento qualitativo più che quantitativo. Fa eccezione il pomodoro, da tempo ai limiti della sovrapproduzione, entrato definitivamente in crisi alla fine degli anni Ottanta dopo i provvedimenti di chiusura del mercato statunitense. La situazione si è ulteriormente aggravata, negli anni Novanta dopo l'adeguamento dell'Italia ai parametri produttivi imposti dall'Unione europea.
La superficie forestale italiana non è molto estesa (22,5% del territorio nazionale) ed è frequentemente devastata da un gran numero di incendi, spesso dolosi; solo nel 1996 se ne sono verificati più di 15.000, 10.000 dei quali dolosi. D'altra parte, l'opera di rimboschimento è condotta da diversi anni con sufficiente impegno, sicché l'estensione complessiva ha fatto registrare qualche modesto incremento. Un lieve aumento della produzione di legname non è bastato ad attenuare la dipendenza dall'estero nel settore del legno e, soprattutto, in quelli della cellulosa e della carta. Quanto alla produzione foraggera, risulta in lenta diminuzione l'estensione dei territori messi a pascolo, compensata da un aumento delle rese, per cui la produzione di foraggio resta stabile.

ALLEVAMENTO

Sostanzialmente uguale a quella dell'agricoltura è la situazione dell'allevamento. Il progresso del settore è stato frenato dall'introduzione delle norme restrittive imposte dall'UE. Il punto debole è rappresentato dai bovini. Nel dopoguerra il loro numero ha subito varie oscillazioni, anche a motivo degli accordi intercomunitari che hanno penalizzato la produzione nazionale. La consistenza del patrimonio bovino raggiungeva negli anni Ottanta i 9 milioni di capi; la situazione è peggiorata nel decennio successivo, con un decremento di circa 2 milioni di capi (1994). In ogni caso la qualità delle bestie è migliorata enormemente e con essa si sono moltiplicate le rese. Nella seconda metà degli anni Ottanta la crescita dei consumi pro capite di carne e di latte ha finalmente accennato ad arrestarsi, e ciò induce a prevedere che ulteriori progressi potrebbero portare molto vicino alla piena autosufficienza. Questa è già stata raggiunta negli altri settori: l'allevamento suino, in espansione negli anni Ottanta, è andato calando nel decennio successivo. Il numero di polli e di conigli si è più che decuplicato. In lieve flessione anche l'allevamento ovino e caprino, che dà rese relativamente modeste, sfruttando però terreni poveri, inadatti a sostenere allevamenti più pregiati.

PESCA

Con un certo deficit nell'interscambio con l'estero si chiude anche il bilancio complessivo del settore ittico. I mari italiani sono per loro natura meno pescosi delle acque atlantiche e l'inquinamento ha contribuito ad aggravare la situazione, al punto che si è reso necessario stabilire ricorrenti periodi di totale sospensione della pesca, per consentire al patrimonio ittico di ricostituirsi. Altri ostacoli a un maggior sviluppo del settore vengono dallo stato di arretratezza di una parte della flottiglia peschereccia e dalle frequenti controversie con la Tunisia, la Libia e la Iugoslavia circa l'accesso alle zone di pesca vicine a questi paesi. In ogni caso la quantità di pesce sbarcato risulterebbe quasi sufficiente, se la richiesta dei consumatori italiani tenesse in maggior conto il pesce azzurro (sardine, acciughe, scombri) anziché orientarsi quasi esclusivamente sui pesci di maggior pregio, per i quali la produzione nazionale risulta insufficiente. Quanto alla pesca nelle acque interne e all'acquacoltura, la produzione nazionale risulta di tutto rispetto e consente anche qualche esportazione, specie nel settore delle trote.

RISORSE ENERGETICHE E MINERARIE

Il paese non manca di fonti energetiche: esso figura fra i maggiori produttori di energia idroelettrica, è ben fornito di gas naturale, non è del tutto privo nemmeno di petrolio e di carbone e negli ultimi decenni ha più che raddoppiato la produzione interna. Ma se la disponibilità complessiva potrebbe essere sufficiente per un paese situato a un livello intermedio di sviluppo economico e sociale, essa appare assolutamente insufficiente per una potenza industriale fra le prime dieci del pianeta. I consumi energetici nazionali sono infatti più che doppi rispetto alla produzione interna e si sorreggono su un massiccio ricorso a importazioni, soprattutto petrolifere. Queste costano qualche decina di migliaia di miliardi l'anno ed espongono l'economia nazionale a pesantissimi contraccolpi quando salgono i prezzi del petrolio e degli altri prodotti energetici.
La produzione idroelettrica, concentrata specialmente nelle regioni settentrionali (Lombardia, Trentino-Alto Adige e Piemonte, prima di tutte) è stata potenziata di anno in anno, raggiungendo nel 1994 i 47,8 miliardi di kWh. Quella di gas naturale (Val Padana, litorale adriatico, Sicilia, Basilicata, Puglia) si è stabilizzata intorno ai 16 miliardi di mc annui, mentre l'estrazione di petrolio nazionale (Sicilia, Basilicata, Lombardia, Emilia-Romagna) è ha ragggiunto nel 1996 4- 5 milioni di t. Minima è l'incidenza dell'energia geotermica (Larderello), per la quale tuttavia il paese risulta all'avanguardia nel mondo. L'Italia si è anche impegnata nello sviluppo di centrali elettronucleari (Caorso, Trino Vercellese, Garigliano, Latina). Questa via è stata però praticamente abbandonata nella seconda metà degli anni Ottanta, dopo l'incidente di Cernobyl, visto anche l'esito di un referendum nazionale in proposito. Ciò ha rilanciato il magro sfruttamento carbonifero (Sardegna), mentre l'utilizzo delle cosiddette “energie pulite” (calore del sole, forza del vento, ecc.), o di energia ottenuta da un adeguato trattamento di rifiuti inorganici e organici, rimane per ora a livello essenzialmente sperimentale ed è verosimile che la sua incidenza percentuale resti piuttosto modesta ancora per qualche decennio.
Quanto alle risorse minerarie, esse si presentano sufficientemente differenziate, ma tutte presenti in quantità minime o comunque difficili o antieconomiche da sfruttare. Emblematico è il caso del mercurio (Monte Amiata), per cui il paese negli anni Sessanta figurava al secondo posto nel mondo, e del quale ha totalmente sospeso l'estrazione. Poco produttive, o esaurite e inattive, risultano anche le miniere di ferro della Valle d'Aosta e dell'isola d'Elba. Alcuni giacimenti presenti soprattutto in Sardegna, Toscana e Piemonte danno modeste quantità di rame, piombo, zinco, argento e magnesite. Molto maggiore è la disponibilità di minerali non metalliferi, come zolfo, sale marino, salgemma e una grande varietà di materiali da costruzione, fra cui graniti e marmi di diversa grana e colore, marne da cemento, travertino e ardesia.

INDUSTRIA

La povertà di materie prime e di fonti di energia ha ritardato, rispetto agli altri grandi paesi europei, l'inizio del processo di industrializzazione dell'Italia. Una volta avviato, però, esso è continuato a ritmo sempre più sostenuto, specialmente negli anni dell'immediato dopoguerra. Il massiccio abbandono dell'attività agricola ha messo a disposizione delle industrie un'abbondante manodopera disposta ad accontentarsi, almeno in una prima fase, di bassi salari. I consistenti utili accumulati dalle imprese sono stati reinvestiti per lo sviluppo delle aziende o per l'avvio di nuove iniziative industriali. Gli indispensabili sbocchi interni ed esteri sono stati assicurati da un mercato nazionale di oltre 50 milioni di consumatori e dalla facilità di accesso ai mercati internazionali, in una fase di generale euforia economica. Già negli anni Settanta l'industria italiana era fra le prime dieci del mondo, costituiva il settore con il maggior numero di occupati e produceva da sola circa metà del reddito nazionale. Per un lungo periodo lo sviluppo delle industrie si è concentrato nel “triangolo industriale” (Milano, Torino, Genova) e in genere nelle regioni settentrionali, favorite dalla disponibilità di capitali preesistenti, dalla facilità delle comunicazioni e dalla vicinanza al centro Europa più ricco e più attivo. Questo sviluppo ha messo in moto lo spostamento di centinaia di migliaia di lavoratori e di interi nuclei familiari, che si sono travasati anzitutto dal Mezzogiorno al Settentrione, e più in generale dalla montagna, dalle campagne, dai piccoli centri verso le grandi città industriali, provocandone la congestione. La situazione si è profondamente modificata fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. L'imporsi di nuovi modelli di vita, di nuovi bisogni e di nuovi interessi ha rotto il sostanziale equilibrio fra attività industriali e terziario, a tutto vantaggio di quest'ultimo. La sempre più accentuata meccanizzazione e automazione del lavoro di fabbrica ha ridimensionato la necessità di far ricorso all'elemento umano. Infine, un improvviso e consistente aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime ha contribuito a innescare una gravissima crisi economica internazionale. Le ristrettezze economiche, la riduzione dei consumi, il calo della domanda hanno comportato una diminuzione della produzione complessiva e con essa una notevole contrazione del numero degli occupati nel settore e un aumento della disoccupazione. Il rovescio della medaglia è consistito nei diffusi e robusti interventi di riconversione, di ristrutturazione, di concentrazione, di aumento della produttività e di recupero di competitività internazionale da parte delle aziende italiane, soprattutto nel settore privato. Intanto il flusso operaio dal Sud al Nord si è esaurito, le nuove esigenze di mobilità hanno portato molte persone a cambiare tipo e luogo di lavoro, la preminenza del triangolo industriale si è ridotta con l'affermarsi di nuove regioni industriali specialmente lungo la fascia adriatica. Se si considera pari a 100 l'indice generale della produzione industriale nel 1980, si riscontra che esso ha perso una ventina di punti nella prima metà degli anni Ottanta, per recuperarli poi velocemente nella seconda metà del decennio. Negli anni Novanta la recessione diffusa a livello mondiale ha influito sulla produzione industriale italiana.
Fra i settori tradizionalmente più forti dell'industria italiana spicca quello meccanico, che riesce a soddisfare il fabbisogno interno e ad assicurare un largo saldo attivo fra esportazioni e importazioni. Opera in questo settore la FIAT, primo gruppo industriale italiano e tra i primi produttori automobilistici europei, attiva anche nei settori degli autocarri e delle macchine agricole e in quelli ferroviario e aeronautico. In attivo risultano anche il settore delle macchine utensili, per la lavorazione del legno e dei metalli, e quello dell'automazione della fabbrica e dei modernissimi robot. Tradizionalmente operosi sono pure i settori del tessile e dell'abbigliamento, tra i quali emerge il gruppo Benetton. Negli anni Ottanta e Novanta essi hanno risentito della concorrenza dei paesi emergenti del Terzo mondo, i quali, avendo costi della manodopera minimi, hanno potuto condurre una politica dei prezzi molto aggressiva. D'altra parte i mercati più ricchi continuano a rivelarsi molto sensibili all'aspetto della qualità e le aziende nazionali trovano ancora sbocchi anche all'estero per la loro abbondante produzione di abiti d'alta moda, di scarpe di cuoio e di accessori in pelle, oltre che per i vestiti di serie.
Accanto al settore petrolchimico si è sviluppato un settore più propriamente chimico, dove spicca il gruppo FerFin-Montedison, e farmaceutico, che ha rappresentato per anni una delle maggiori speranze del paese. Gli anni Ottanta ne hanno imposto una ridefinizione, se non un ridimensionamento, in considerazione dei grossi pericoli ecologici che questo tipo di produzioni comporta. Con la graduale ma inarrestabile sostituzione dei metalli con le materie plastiche, è entrato in crisi anche il settore siderurgico, per cui dopo estenuanti trattative con i partner comunitari sono stati definiti drastici tagli. Anche l'industria edilizia ha accusato una generale contrazione dell'attività e ha dovuto adeguarsi a una trasformazione della domanda, orientatasi soprattutto verso le seconde case, le abitazioni di lusso e le ristrutturazioni. Fra le numerose altre industrie del paese sono da citare almeno quelle attive nei settori alimentare, del mobile, degli elettrodomestici, editoriale, della carta, del cemento e del vetro.
Le attività artigianali comprendono le numerosissime lavorazioni di ferri battuti, vetri soffiati, vasi, ceste, tappeti e oggetti di ogni genere in metallo, in legno e in cuoio. In termini economici, però, all'interno del settore artigianale rivestono un maggior peso servizi come quelli di elettricità e di idraulica, e soprattutto i numerosi, piccoli e duttilissimi laboratori che eseguono le più minute e particolari lavorazioni minori o specializzate, richieste dalla grande industria.
La continua evoluzione socioeconomica del paese trova il suo riscontro nel progressivo sviluppo delle attività del settore terziario, che alla fine degli anni Ottanta occupava da solo poco meno del 60% dei lavoratori attivi. La crescita dell'occupazione si è manifestata sia nel ramo pubblico sia in quello privato. La pubblica amministrazione, nel suo complesso, raggiunge i 3,6 milioni di dipendenti, con una prevalenza assoluta della scuola e della sanità, data anche l'accresciuta attenzione ai problemi di questi due settori e la loro ristrutturazione attraverso interventi quali l'istituzione delle Unità sanitarie locali o l'attribuzione di più insegnanti a una sola classe. D'altra parte non è mancata, negli anni, una certa proliferazione (per esempio con l'istituzione delle Regioni) e un conseguente aumento occupazionale negli enti locali e negli enti pubblici. In forte crescita sono risultate anche le attività dei settori bancario e assicurativo, pur se la tempestiva adozione di sistemi prima meccanizzati, poi computerizzati, ha comportato una stasi o addirittura una contrazione del numero degli occupati. Dopo una prima fase di forte crescita, ha cominciato a ridursi pure il numero dei piccoli commercianti, con la scomparsa di numerosi esercizi minori, sostituiti da un buon numero di supermercati e di giganteschi ipermercati. Ininterrotta è risultata invece la crescita nel settore delle telecomunicazioni, dove il tradizionale sistema postale si limita a mantenere le sue posizioni quanto a volume di lavoro e numero di occupati, mentre appare inarrestabile lo sviluppo globale dei settori telefonico, televisivo, e delle comunicazioni affidate ieri alla telescrivente, oggi al fax o al modem. Non priva di gravi problemi è stata la parallela evoluzione del sistema dei trasporti, in quanto lo sviluppo delle comunicazioni aeree e navali e della rete ferroviaria non è bastato a contenere entro termini sostenibili l'esplosione del trasporto su ruota, sia per quanto riguarda lo spostamento delle persone — su automobile — sia per quel che concerne il trasporto merci, mediante autocarri e Tir. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta si sono infatti rivelati sempre più drammatici i problemi dell'intasamento del traffico automobilistico nelle grandi città e della circolazione su strade e autostrade, con una conseguente grave incidenza sull'inquinamento. La rete stradale ha raggiunto una consistenza di tutto rispetto, con oltre 6.000 km di autostrade, poco meno di 50.000 km di strade statali e 250.000 km di strade provinciali e comunali. A questo fa però riscontro un parco di autoveicoli circolanti che comprende circa 29 milioni di autovetture e 3 milioni di altri autoveicoli diversi (1,9 abitanti per autovettura).
L'inquinamento ambientale e i problemi di circolazione rientrano fra i motivi di preoccupazione nei confronti di quello che costituisce il maggior punto di forza del terziario italiano, vale a dire il turismo. Rapidamente sviluppatesi nel dopoguerra, le iniziative turistiche hanno portato il paese al primo posto nel mondo nel settore. In una seconda fase ha continuato a dilatarsi il turismo interno, mentre si è stabilizzato l'afflusso di visitatori stranieri a causa della fortissima concorrenza spagnola, greca e di altri paesi emergenti, condotta soprattutto sul piano della politica dei prezzi. Un rilancio del settore appare indispensabile, anche al fine di mantenere il sostanziale equilibrio della bilancia dei pagamenti. La bilancia commerciale italiana è infatti strutturalmente deficitaria, poiché il passivo registrato nel settore energetico, alimentare e dei prodotti chimici è costantemente maggiore dell'attivo fatto segnare dai settori meccanico, tessile e dell'abbigliamento. A questo saldo negativo fa riscontro un saldo positivo nel bilancio che comprende l'interscambio turistico, e le paghe dei lavoratori e gli utili delle imprese italiane all'estero ed estere in Italia: un saldo positivo che risulta praticamente della stessa entità del deficit da ripianare e, con qualche modesto scarto secondo le annate, mantiene in equilibrio la bilancia dei pagamenti complessiva. Altro elemento utile a questo scopo è la facilitazione e quindi l'intensificazione degli scambi commerciali internazionali legata all'entrata in vigore, il 1° gennaio 1993, del nuovo regime di piena liberalizzazione economica e commerciale all'interno dell'Unione Europea, che da sola sostiene una buona metà dell'import-export italiano.

REDDITO E LIVELLO DI VITA

Nella prima metà del secolo il reddito pro capite italiano non arrivava alla metà di quello delle maggiori potenze economiche dell'epoca. Nel dopoguerra il progresso globale dell'economia nazionale è stato mediamente più rapido di quello degli altri paesi: nell'arco di soli quattro decenni, fra il 1948 e il 1988, il reddito vero (a valore della lira costante) si è più che quintuplicato e l'Italia ha rimontato parecchie posizioni nell'apposita graduatoria. Oggi, a parte Stati Uniti, Giappone e Germania, non sono molti gli Stati che possono vantare un reddito pro capite sensibilmente più elevato. Paesi come la Gran Bretagna, l'Australia, il Belgio e i Paesi Bassi sono grosso modo nella stessa fascia. Altri, anche importanti, come la Russia, la Spagna e la Polonia — per tacere di quelli del Terzo mondo — risultano nettamente distanziati. D'altra parte la distribuzione di questa ricchezza all'interno del paese è tutt'altro che regolare, con una forbice particolarmente ampia soprattutto fra Mezzogiorno e regioni settentrionali. Alla fine degli anni Ottanta, ad esempio, il reddito medio delle province di Bologna o di Modena era quadruplo rispetto a quello delle province di Potenza o di Avellino, quello di Milano triplo di quello di Caserta, con i primi in graduatoria praticamente a livelli tedeschi o svedesi e gli ultimi a livelli spagnoli o irlandesi. Queste osservazioni sono confermate dall'analisi della diversa struttura dei consumi nelle varie provincie e nelle varie regioni. La spesa media per i primari bisogni alimentari è pressoché la stessa al Nord e al Sud, mentre quella per i viaggi, lo studio, i divertimenti, gli svaghi fa registrare notevoli differenze. Quanto agli altri più comuni indicatori sociali, il quadro interno appare in linea di massima uniforme sull'intero territorio per quel che riguarda la proprietà della casa d'abitazione (65% circa delle famiglie) o la durata media della vita (77 anni), mentre per quanto riguarda la diffusione delle autovetture private (circa 50 ogni 100 abitanti, come valore medio) o quella dei telefoni (50 apparecchi ogni 100 abitanti), i consumi energetici (circa 3.500 kWh annui pro capite) o il tasso di analfabetismo (che comunque è ormai sceso al 2,1% della popolazione) si ripresenta la consueta divaricazione Nord-Sud.
L'Italia è membro dell'ONU, dell'Unione europea, del Consiglio d'Europa, dell'UEO, dell'OCDE e della NATO.

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