America

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America settentrionale Continente che comprende il Canada, gli Stati Uniti d'America e il Messico. La stessa piattaforma continentale include la Groenlandia, il grande arcipelago formato dalle isole artiche, Terranova (in inglese, Newfoundland), la Nuova Scozia e il piccolo dipartimento francese d'oltremare di Saint-Pierre e Miquelon. Ha una popolazione di oltre 360 milioni di abitanti (1991).
Insieme con l'America centrale, le Indie Occidentali e l'America meridionale, l'America settentrionale costituisce il cosiddetto emisfero occidentale del pianeta. Nelle descrizioni dell'America settentrionale talvolta si includono l'America centrale e le Indie Occidentali, che vengono qui trattate separatamente. Esse appartengono, con il Messico, all'America latina, cosiddetta in quanto occupata in prevalenza da popolazioni originarie dell'Europa meridionale (lo spagnolo è la lingua dominante), mentre l'America settentrionale si definisce America anglosassone perché colonizzata per gran parte da popolazioni dell'Europa nordoccidentale (l'inglese è la lingua più parlata). Il nome America deriva da quello del navigatore italiano Amerigo Vespucci, che forse toccò l'America settentrionale continentale nel 1497 e nel 1498.

L'ambiente naturale
Gran parte del territorio dell'America settentrionale si estende alle medie latitudini, con una parte notevole nell'Artico e una più stretta intorno al Tropico del Cancro. Il continente si espande da est a ovest per circa 176° di longitudine, dai circa 12° di longitudine ovest di Nordost Rundingen (Capo Nordest) nella Groenlandia nordorientale ai circa 172° di longitudine est dell'estremità occidentale di Attu Island in Alaska. La sua estensione nord-sud è di circa 69°, dai circa 83° di latitudine nord di Capo Morris Jesup nella Groenlandia orientale (il punto più settentrionale dell'intero pianeta) ai circa 14° di latitudine nord nel Messico meridionale. L'America settentrionale è bagnata a nord dal Mar Glaciale Artico; a est dall'oceano Atlantico; a sud dal golfo del Messico e a ovest dall'oceano Pacifico. La superficie del continente è di circa 23,5 milioni di km2.
Il contorno dell'America settentrionale è estremamente irregolare; alcuni estesi tratti costieri sono relativamente uniformi, ma in generale le coste sono frastagliate e ricche di insenature, con molte isole che si stagliano al largo. Il continente presenta tre enormi insenature: la baia di Hudson a nord-ovest, il golfo del Messico a sud-est e il golfo dell'Alaska a nord-ovest. Molti sono gli isolotti nei pressi delle coste orientale e occidentale, ma le isole più estese si trovano all'estremo nord.
Storia geologica
Secondo una teoria largamente accettata, quasi tutta l'America settentrionale è situata su un'unica estesa piattaforma (detta nordamericana), un'enorme placca, una delle grandi unità che costituiscono il mosaico strutturale della crosta terrestre. Si ritiene che l'America settentrionale fosse un tempo unita all'attuale Europa e all'Africa e che abbia cominciato a staccarsene circa 170 milioni di anni or sono, nel Giurassico, a causa del processo di deriva dei continenti (il lento movimento – qualche centimetro all'anno – che ha determinato il distacco delle placche) acceleratosi circa 95 milioni di anni or sono, durante il Cretaceo. Poiché l'America settentrionale si spostò verso ovest, si ritiene che la placca sottostante l'oceano Pacifico si sia incuneata sotto la piattaforma nordamericana, determinando estesi corrugamenti lungo il bordo continentale, oggi evidenti nella serie di allineamenti montuosi lungo la costa occidentale. Sul lato opposto, con l'ampliarsi dell'oceano Atlantico si ebbe la formazione di estese faglie lungo la costa orientale, con la conseguente creazione di montagne e isole al largo della costa stessa.
Regioni geografiche
L'America settentrionale può essere divisa, dal punto di vista strutturale e morfologico, in cinque principali regioni geografiche. La metà orientale del Canada, oltre a gran parte della Groenlandia e ad alcune sezioni degli stati di Minnesota, Wisconsin, Michigan e New York negli Stati Uniti, appartiene allo Scudo Canadese (o Altopiano Laurenziano), una regione di altipiani che poggia su antiche rocce cristalline. La regione ha un terreno povero e fitte foreste coprono estesamente la sua parte meridionale.
Una seconda regione è costituita dalle pianure costiere estese dagli Stati Uniti orientali, attraverso la Florida, sino al Messico. Negli Stati Uniti la piana costiera è limitata a ovest da una terza regione, comprendente una fascia montuosa e collinare relativamente stretta, che fa parte del sistema dei monti Appalachi, rilievi dalle caratteristiche forme arrotondate, mature.
Una quarta regione è costituita dalla parte centrale del continente, dal Canada meridionale al Texas sudoccidentale, formata da un esteso bassopiano il quale ha subito, a periodi alterni, fasi di immersione sotto il mare e di sollevamento: esso è perciò formato da potenti strati di roccia sedimentaria. Non si tratta però di una ininterrotta regione pianeggiante poiché comprende molti terreni ondulati e persino collinari come l'altopiano di Ozark. La parte occidentale del bassopiano, al di là del Mississippi, è formata dalle Grandi Pianure, che ascendono gradualmente verso le Montagne Rocciose.
La quinta e più occidentale regione dell'America settentrionale, comprendente gran parte del Messico, è una zona di montagne in formazione; la sua storia geologica recente è dominata da movimenti della crosta terrestre e da attività vulcanica legati ai movimenti della placca dell'oceano Pacifico. Negli Stati Uniti e nel Canada questa regione è occupata dalle Montagne Rocciose, che sono geologicamente la prosecuzione della Sierra Madre Orientale messicana.
Nella sua parte occidentale il sistema delle Montagne Rocciose si presenta come una zona di estesi bacini e di elevati altipiani, fra i quali l'altopiano della Columbia Britannica in Canada, l'altopiano del Colorado e il Gran Bacino negli Stati Uniti, e il vasto altopiano centrale in Messico. Lungo la costa pacifica si innalzano elevati allineamenti montuosi, che si prolungano dalla Catena dell'Alaska alla Sierra Madre Oriental e alla Sierra Madre del Sur in Messico. Fra i due estremi sorgono catene intermedie, quali la Catena Costiera della Columbia Britannica e la Catena delle Cascate, le Montagne Costiere e la Sierra Nevada negli Stati Uniti. Inframmezzati agli allineamenti montuosi si aprono alcuni bassopiani, come la fertile Central Valley californiana.
Il punto più alto nell'America settentrionale, il monte McKinley o Denali (6194 m), è situato nella Catena dell'Alaska, mentre il punto più basso, 86 m sotto il livello del mare, è la californiana Death Valley (Valle della Morte), parte del Gran Bacino.
Idrografia
Lo spartiacque continentale (Continental Divide), che corre principalmente lungo la cresta delle Montagne Rocciose, divide l'America settentrionale in due grandi bacini idrografici. A oriente dello spartiacque, le acque scorrono verso il Mar Glaciale Artico, la baia di Hudson, l'oceano Atlantico e il golfo del Messico; a ovest di esso i fiumi fluiscono verso l'oceano Pacifico.
I due più importanti sistemi imbriferi – il sistema Grandi Laghi-San Lorenzo e il sistema Mississippi-Missouri – dominano l'idrografia continentale. I cinque Grandi Laghi (Superiore, Michigan, Huron, Erie e Ontario) defluiscono a nord-est verso l'oceano Atlantico tramite il corso relativamente breve del San Lorenzo.
Le acque di gran parte della superficie centrale degli Stati Uniti e di una piccola parte del Canada meridionale defluiscono a sud verso il golfo del Messico tramite il Mississippi, il fiume più lungo dell'America settentrionale, e i suoi tributari, tra cui il principale è il Missouri. Un gran numero di fiumi brevi, ma spesso di grande portata, scorrono verso l'Atlantico e il golfo del Messico lungo le coste orientali ricche di acque del Canada, degli Stati Uniti e del Messico.
Le acque della parte settentrionale interna del continente defluiscono attraverso il complesso sistema idrografico del Mackenzie nel Canada occidentale e attraverso numerosi fiumi che sfociano nella baia di Hudson. A ovest dello spartiacque continentale ci sono relativamente pochi corsi importanti (in particolare i fiumi Colorado, Columbia, Fraser e Yukon) e molti torrenti brevi ma abbondanti di acque.
La sezione meridionale dell'America settentrionale ha pochi grandi laghi naturali, ma il Canada e il Nord degli Stati Uniti ne hanno invece un gran numero. Il Lago Superiore, il bacino d'acqua dolce più grande del mondo, e 10 fra gli altri 25 laghi naturali si trovano in questa regione. Il lago Mead, sul fiume Colorado, negli Stati Uniti, è un grande lago artificiale, e il Grande Lago Salato, nello Utah, privo di emissari, è noto per la sua elevata salinità.
Clima
Sebbene l'America Settentrionale presenti una notevole varietà di climi, si possono identificare cinque regioni climatiche principali, i cui limiti però non sono spesso ben precisabili. Ad esempio, l'assenza di catene montuose poste trasversalmente fa sì che le masse d'aria fredda delle zone artiche invadano le Grandi Pianure, oppure che quelle calde tropicali si spingano verso nord, determinando influssi che rompono la regolare successione latitudinale delle temperature e delle manifestazioni meteorologiche.
I due terzi settentrionali del Canada e dell'Alaska, oltre a tutta la Groenlandia, hanno climi subartici e artici, in cui gli inverni lunghi, bui ed estremamente freddi si alternano a estati brevi e miti. Gran parte della regione, che riceve relativamente scarse precipitazioni, è coperta di neve e ghiaccio per quasi tutto l'anno.
Una seconda regione climatica è formata dai due terzi orientali degli Stati Uniti e dal Canada meridionale. È caratterizzata da un clima che risente degli influssi continentali, ma in cui tutte e quattro le stagioni sono ben riconoscibili e il tempo è molto variabile.
Una terza regione comprende la zona interna occidentale degli Stati Uniti e gran parte del Messico settentrionale. Si tratta di un'area perlopiù montuosa, tendenzialmente arida a causa dello sbarramento esercitato dalle Montagne Rocciose nei confronti delle masse d'aria umida d'origine marittima, ma con significative variazioni locali dovute all'altitudine e all'esposizione.
Una quarta regione climatica è costituita da una zona ristretta lungo l'oceano Pacifico che va dall'Alaska meridionale alla California meridionale. Qui gli inverni sono relativamente miti ma umidi e le estati quasi prive di pioggia: per certi aspetti è un clima che si avvicina a quello mediterraneo. Il Messico meridionale presenta perlopiù un clima tropicale, con temperature elevate per tutto l'anno e notevoli precipitazioni, soprattutto in estate.
Flora
La vegetazione naturale dell'America settentrionale è stata notevolmente modificata dall'attività umana, ma le sue caratteristiche generali sono ancora visibili in gran parte del continente. L'area forestale più significativa è la taiga, o foresta boreale, un'enorme estensione prevalentemente di conifere (soprattutto abeti, pini, tsuga e larici) che copre gran parte del Canada meridionale e centrale e si espande in Alaska.
Negli Stati Uniti orientali una foresta mista, dominata da piante decidue a nord e da varie specie di pino giallo a sud-est, è stata perlopiù estirpata o tagliata, ma una notevole area ha visto ricrescere gli alberi a partire dagli anni Quaranta. Nella parte occidentale del continente, le foreste sono principalmente diffuse sulle catene montuose e le conifere sono dominanti. In California alcune specie di sequoie e di pini raggiungono dimensioni gigantesche. Una gran varietà di specie, adattate ai diversi climi dell'altopiano o delle zone costiere, caratterizza gli ambienti tropicali del Messico.
Il manto verde nelle regioni secche del continente è costituito principalmente da praterie. Le pianure centrali e le praterie degli Stati Uniti e del Canada meridionale avevano in origine un manto erboso, ma gran parte della flora naturale è stata sostituita con piante utili, tra cui in particolare il frumento. Le terre aride degli Stati Uniti occidentali e del Messico settentrionale presentano una vegetazione steppica in cui predominano le artemisie insieme ad arbusti e cactus di diverse specie. Oltre la linea degli alberi all'estremo nord domina la tundra, che presenta una flora composita di bassi falaschi, erbe, muschi e licheni.
Fauna
La fauna nativa dell'America settentrionale era un tempo cospicua e varia, ma la diffusione degli insediamenti umani ha avuto il risultato di restringere gli habitat e di diminuire il numero di animali. In generale la fauna dell'America settentrionale è simile a quella delle regioni settentrionali dell'Europa e dell'Asia.
Fra i grandi mammiferi spiccano diverse specie di orsi, il più grande dei quali è il grizzly, il bighorn (pecora delle Montagne Rocciose) e i bisonti, ora soltanto in mandrie protette, i caribù e gli alci americani, i buoi muschiati e gli wapiti. Non mancano i carnivori, tra cui il puma e, nelle regioni più meridionali, il giaguaro; infine si hanno lupi e coyotes, o lupi delle praterie, e, all'estremo nord, l'orso polare. Una specie di marsupiale, l'opossum comune, è indigena. Pochi fra i numerosi serpenti, diffusi negli Stati Uniti sudoccidentali e in Messico, sono velenosi: fra questi il serpente corallo (genere Micrurus), vari crotalidi, come il serpente a sonagli e l'Agkistrodon contortorix, il Gila monster (Heloderma suspectum) e l'unica varietà al mondo di lucertola velenosa. Una grande varietà di pesci e crostacei vive nelle acque marine e anche i fiumi e i laghi d'acqua dolce sono popolati di numerose specie ittiche.
Risorse minerarie
L'America settentrionale possiede cospicui giacimenti di minerali importanti. Grandi quantità di petrolio e gas naturale si trovano nell'Alaska settentrionale, nel Canada occidentale, negli Stati Uniti meridionali e occidentali e nel Messico orientale; ricchi strati di carbone sono presenti nel Canada occidentale e negli Stati Uniti settentrionali; mentre nel Canada orientale, negli Stati Uniti settentrionali e nel Messico centrale si trovano notevoli giacimenti di ferro. Il Canada possiede anche i più significativi giacimenti di rame, nichel, uranio, zinco, amianto e potassio; negli Stati Uniti sono presenti grandi quantità di rame, molibdeno, nichel, fosfati e uranio; e il Messico è dotato di cospicue riserve di barite, rame, fluorite, piombo, zinco, manganese e zolfo. Tutti e tre i paesi possiedono notevoli giacimenti d'oro e argento.
Popolazione
L'America settentrionale aveva una popolazione numericamente limitata fino a tempi relativamente recenti. Con l'eccezione della zona che forma il cuore del Messico (gli altipiani e le valli intorno all'attuale Città di Messico) dove si aveva una buona concentrazione umana, le popolazioni native del continente vivevano praticando il nomadismo su vasti spazi e, nella parte più meridionale, si raccoglievano in piccoli villaggi esercitando un'agricoltura elementare. Si calcola che prima dell'occupazione europea nell'America del Nord vivessero complessivamente circa un milione di individui, ridottisi fortemente a causa dei genocidi perpetrati dagli europei. Oggi gli amerindi rappresentano una piccola percentuale della popolazione nordamericana, soverchiati in breve tempo dalle più gigantesche ondate migratorie della storia umana.
Il popolamento e la colonizzazione del continente da parte degli europei hanno determinato un mutamento profondo della sua geografia antropica; gli europei decimarono e dispersero i popoli nativi, e i loro modelli di vita furono in gran parte alterati, la vita si organizzò intorno alle città e vennero promosse nuove attività economiche. Oggi la popolazione dell'America settentrionale è perlopiù formata da individui di origine europea, ma nel continente vivono anche cospicue frazioni di popolazioni di origine asiatica e africana.
Etnografia
Almeno il 35% degli abitanti del Canada discende da antenati provenienti dalle isole britanniche, mentre un altro quarto è di origine francese e vive perlopiù nella provincia del Québec. Nel paese sono presenti in numero cospicuo discendenti di tedeschi, italiani, polacchi, ucraini, cinesi, olandesi e scandinavi.
La popolazione degli Stati Uniti è più varia di quella canadese. Nel 1990 la popolazione d'origine europea, in parte britannica e in parte irlandese, costituiva il gruppo più numeroso, con circa il 29% degli abitanti. I neri di origine africana costituiscono circa il 12%, i tedeschi circa il 23% e gli ispanici circa il 9%. Nel paese vivono anche in gran numero discendenti di italiani, polacchi, francesi, russi, olandesi e scandinavi. Individui di origine asiatica – soprattutto giapponesi, cinesi, filippini, coreani, vietnamiti e indiani – formano approssimativamente il 2,9% della popolazione degli Stati Uniti, ma dagli anni Settanta il numero degli asiatici è notevolmente aumentato per effetto di una continua immigrazione.
Gli americani nativi e gli inuit (esquimesi) sono poco meno di 2 milioni negli Stati Uniti e 400.000 in Canada. Si pensa che gli antenati degli indiani d'America siano migrati dall'Asia verso l'America settentrionale attraverso un istmo preistorico situato nell'attuale stretto di Bering, a quel tempo ghiacciato, in successive ondate iniziate 30.000 anni or sono, e che gli avi degli inuit siano venuti dall'Asia con l'ausilio di imbarcazioni intorno a 6.000 anni fa. Circa 30.000 inuit vivono in Groenlandia.
Il 55% circa della popolazione messicana è formato da meticci, persone discendenti da americani nativi ed europei (perlopiù spagnoli). Grosso modo il 30% della popolazione è costituito da amerindi, relativamente puri, mentre il 15% circa è di origine europea.
Demografia
Nel 1990 gli Stati Uniti avevano 248.709.873 abitanti, il Messico (stima del 1992) 84.439.000, il Canada (1991) 27.296.859 e la Groenlandia (1993) 55.117. La maggior parte della popolazione è concentrata nella metà orientale degli Stati Uniti e nelle regioni limitrofe dell'Ontario e del Québec, sulla costa pacifica statunitense e nell'altopiano centrale del Messico. Alla fine degli anni Ottanta, quasi l'80% degli abitanti di Canada, Stati Uniti e Groenlandia venivano classificati come popolazione urbana, e similmente il 70% di tutti i messicani.
Le principali concentrazioni urbane del continente, costituenti delle "megalopoli" (termine con cui si definiscono ammassi di città tra loro legate da mutue relazioni), si trovano sulla costa atlantica statunitense da Boston a Washington, sui litorali dei laghi Erie, Ontario e dell'estremità meridionale del lago Michigan, nella California settentrionale e meridionale e nell'altopiano di Città di Messico. Le città più grandi sono Città di Messico, Guadalajara e Monterrey, in Messico; New York, Los Angeles, Chicago, Houston, Philadelphia, Dallas, Detroit e San Diego, negli Stati Uniti; Toronto, Montreal, Vancouver, Ottawa e Edmonton, in Canada. La struttura delle città americane comprende solitamente un centro urbano intorno al quale si stendono vasti quartieri residenziali, costituenti l'area metropolitana, che solitamente raddoppia o triplica la popolazione delle città.
Al di fuori delle aree metropolitane, l'America settentrionale ha una densità di popolazione modesta. In Messico la densità della popolazione è di circa 43 abitanti per km2, negli Stati Uniti è di circa 27,2 abitanti per km2 e in Canada è di circa 2,6 abitanti per km2. La grande maggioranza dei canadesi vive in una fascia di territorio relativamente stretta lungo la frontiera meridionale.
Sia in Canada sia negli Stati Uniti il tasso di crescita demografica è andato calando a partire dagli anni Cinquanta. La popolazione canadese è aumentata di circa l'1% annuo dal 1988 al 1994, e così pure quella statunitense, mentre il tasso di crescita groenlandese è stato dell'1,2%. Il Messico, invece, presenta uno dei tassi d'incremento demografico più elevati dell'emisfero, il 2,2% annuo, e il suo tasso di natalità (circa il 30% nel 1989) era circa il doppio del resto del continente. Il tasso di mortalità era del 6% in Messico, del 7% in Canada e del 9% negli Stati Uniti.
L'immigrazione intercontinentale verso l'America settentrionale fu notevole negli anni Settanta e Ottanta, con un gran numero di asiatici e di europei che si dirigevano in Canada e negli Stati Uniti. Un flusso cospicuo di popolazione, inoltre, si è avuto dall'America meridionale e dai Caraibi verso gli Stati Uniti. I maggiori flussi migratori, tuttavia, si sono verificati nella stessa America settentrionale, dal Messico agli USA e dal Nord-Est degli Stati Uniti agli stati meridionali e occidentali del paese.
Lingue
L'inglese è la lingua principale per circa il 90% della popolazione degli Stati Uniti e per circa i due terzi dei canadesi. Lo spagnolo è parlato dalla maggioranza degli ispanici e il francese è la lingua principale di circa un quarto della popolazione canadese. Molti popoli nativi e gli inuit degli Stati Uniti, del Canada e della Groenlandia usano i loro idiomi tradizionali. Lo spagnolo è la lingua dominante in Messico, ma diversi milioni di messicani parlano lingue native americane, tra le quali il nahoa, il maya, lo zapoteco e il mixteco.
Religione
Il cristianesimo è la principale religione dell'America settentrionale. La grande maggioranza dei messicani è cattolica, al pari del 45% dei canadesi e del 26% degli statunitensi. Circa il 39% della popolazione canadese è protestante, di cui l'11% anglicano. Negli Stati Uniti i protestanti sono il 60% della popolazione. Canada e Stati Uniti hanno consistenti comunità di ebrei e cristiani ortodossi.
Attività culturali
La vita culturale negli Stati Uniti e in Canada è molto sviluppata e diversificata, e i mass-media (radio, televisione, film e giornali) svolgono un ruolo di grande importanza. Quasi tutte le città nordamericane finanziano organizzazioni teatrali e musei d'arte; grande diffusione hanno le orchestre e i gruppi musicali. I modelli culturali tradizionali sopravvivono nelle aree rurali del Messico, ma le città di questo paese presentano moderne istituzioni culturali.
Modelli di sviluppo economico
Le attività economiche dell'America settentrionale sono straordinariamente varie. Quelle di Stati Uniti e Canada sono economie moderne complesse, di base industriale, gestite in larga parte da grandi società private. Non solo, ma si può dire che negli Stati Uniti si è sviluppata la moderna economia capitalistica nelle sue manifestazioni più possenti e più libere, trovando nella ricchezza di risorse naturali del continente e negli apporti di una popolazione vogliosa di affermazione la forza per una sua continua crescita. Grazie ai successi ottenuti, l'economia nordamericana ha così ampliato fuori dall'America settentrionale i propri interessi e si è proposta come modello in gran parte del mondo. In Messico la modernizzazione è stata ineguale, ostacolata dalla disoccupazione, da un'inflazione cronica e da un forte indebitamento.
Agricoltura
In Messico il settore agricolo è relativamente più importante che negli altri paesi dell'America settentrionale e dà impiego a circa il 25% della forza lavoro (di contro al 3% negli Stati Uniti e al 5% in Canada). Ciò dipende dall'elevato grado di meccanizzazione da una parte, dal ritardato ammodernamento dall'altra. Nel Messico è ancora molto diffusa l'agricoltura di sussistenza, soprattutto presente nel sud; tuttavia, il settore agricolo-commerciale è ben sviluppato in molte zone, in particolare nell'altopiano centrale e nel nord del paese. I principali prodotti sono mais, frumento e fagioli, che vengono coltivati perlopiù per il consumo interno, e cotone, bestiame, caffè e zucchero, la cui produzione è largamente destinata all'esportazione.
Negli Stati Uniti e in Canada lo spazio agricolo può essere diviso in regioni o aree (Belt nella terminologia americana), nelle quali l'agricoltura trova sue particolari specializzazioni dovute alle condizioni ambientali favorevoli a certe colture piuttosto che ad altre, alle quali corrispondono anche particolari forme di conduzione agricola. Così nel nord-est, fra Canada e Stati Uniti, prevale l'allevamento per la produzione del latte e dei latticini (Dairy Belt). Le Grandi Pianure degli Stati Uniti centrali e le province della prateria canadese (Alberta, Manitoba, Saskatchewan) sono i più importanti produttori mondiali di cereali (soprattutto frumento, ma anche orzo, avena, segale e sorgo). È il Grain Belt, dove la cerealicoltura è praticata da aziende vastissime che si valgono di macchine condotte da pochi uomini: il paesaggio è monotono, rotto dai silos (elevators) dove viene ammassato il grano, destinato a essere trasportato, per ferrovia, in tutto il paese e anche all'estero.
Forse la più prospera zona agricola del mondo è il Corn Belt, quella parte del Middle West statunitense che si estende dall'Ohio occidentale al Nebraska orientale e che è il maggior produttore mondiale di mais, oltre che il principale fornitore di soia, prodotti destinati all'allevamento di bovini e maiali. Il settore agricolo californiano fornisce una quantità di pregiati prodotti irrigui, in particolare frutta e ortaggi. Anche la Florida e il Texas sono grandi produttori di frutta e verdure, mentre le patate vengono coltivate su grande scala nell'Idaho, nello stato di Washington, in Oregon, Maine, North Dakota e nel Canada sudorientale.
Il Sud degli Stati Uniti è prevalentemente e tradizionalmente occupato dalla cotonicoltura (Cotton Belt). Nel Texas e negli altipiani delle Montagne Rocciose predomina, accanto a zone di agricoltura irrigue, l'allevamento di bovini da carne: è il West mitico dei cow-boys che il cinema ha descritto in centinaia di film.
Silvicoltura e pesca
La silvicoltura è un settore di rilievo dell'economia nordamericana; ciò vale sia per il Canada, dov'è diffusa soprattutto nella Columbia Britannica, nell'Ontario e nel Québec, sia per gli Stati Uniti. Importanti industrie legate alle attività forestali fioriscono in particolare nell'Ovest, negli stati di Washington, nell'Oregon e nella California, oltre che in alcuni stati orientali della zona dei monti Appalachi.
La pesca è l'attività economica dominante in Groenlandia, mentre oggi è un settore relativamente meno importante in Canada, negli USA e in Messico, anche se alcune zone costiere dipendono, quanto a reddito, dalla vendita dei prodotti ittici. Oltre che nelle acque groenlandesi, le principali zone di pesca si trovano al largo delle coste pacifica e atlantica settentrionali e al largo delle coste dell'Atlantico meridionale e del golfo del Messico. Grandi flottiglie per la pesca del tonno hanno le loro basi nei porti della California meridionale e del Messico occidentale.
Industria mineraria
L'estrazione di minerali è un'attività di importanza economica fondamentale per gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. Gli USA sono stati per molti anni uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, il Canada lo è stato alla fine degli anni Quaranta e il Messico lo è divenuto nei tardi anni Settanta. Gli Stati Uniti sono al secondo posto fra i produttori mondiali di gas naturale e sono anche ai primi posti nell'estrazione del carbone, che viene ricavato in particolare dai vasti bacini appalachiani. Il ferro è stato a lungo uno dei prodotti principali sia degli Stati Uniti sia del Canada, proveniente soprattutto dai giacimenti all'estremità occidentale del Lago Superiore. Più recentemente, quantità sempre maggiori di ferro sono state prodotte nella zona di confine fra Québec e Labrador, nel Canada orientale. Altri minerali scoperti in notevoli quantità nell'America settentrionale sono rame, argento, piombo, zinco, nichel, zolfo, amianto, uranio, fosfati e potassio.
Industria
L'industria è stata, sin dalle origini, il settore trainante dell'economia nordamericana, benché decisivi siano stati gli apporti delle attività primarie, sia di quelle minerarie, sia dell'agricoltura e dell'allevamento. L'industria è nata quasi contemporaneamente a quella europea – cioè nel XIX secolo – e ha avuto le sue zone d'origine là dove vi erano giacimenti minerari (carbone soprattutto). In queste stesse zone si è sviluppato un urbanesimo gigantesco, che fece da supporto alla crescita industriale. E ancora oggi è in vicinanza delle grandi metropoli, poste lungo la costa atlantica degli Stati Uniti e intorno ai Grandi Laghi, che si trovano le principali concentrazioni industriali dell'America settentrionale: da Boston a Pittsburgh a Detroit, a Chicago, ecc. Però a partire dagli anni Cinquanta l'attività industriale si è espansa notevolmente anche in altre parti del continente, in particolare nella California e nel sud-est degli Stati Uniti. I prodotti sono estremamente diversificati, ma particolare rilievo hanno quelli metallurgici, i macchinari, gli apparecchi elettronici e aerospaziali, i veicoli a motore, i prodotti chimici e quelli tessili, l'abbigliamento, la carta e la stampa, i prodotti alimentari dell'industria conserviera che, sin dall'Ottocento, ha avuto a Chicago la sua capitale. In Canada, dove è importante il settore estrattivo, non mancano le industrie manifatturiere, concentrate prevalentemente tra il lago Ontario e il San Lorenzo.
Superato verso sud il confine messicano, il fenomeno industriale si attenua, non tanto per mancanza di risorse di base, quanto piuttosto per carenza di spirito imprenditoriale. Tuttavia, oggi, anche per influsso dell'economia statunitense, neppure in Messico mancano le industrie. Esse producono un'ampia gamma di beni, fra i quali spiccano prodotti chimici, abbigliamento, alimentari, veicoli a motore e componenti, materiali da costruzione, apparecchiature elettriche ed elettroniche. Città di Messico è di gran lunga il maggior centro industriale messicano, ma in parecchie altre città, quali Guadalajara e Monterrey, esistono importanti concentrazioni di fabbriche.
Energia
L'America settentrionale consuma immense quantità di energia. Il Canada è molto più dipendente dall'energia idroelettrica di quanto lo siano Stati Uniti e Messico, ma utilizza anche massicciamente petrolio e gas naturale. L'enorme consumo di energia richiede l'importazione di grandi quantità di petrolio e gas naturale a sostegno della pur notevole produzione interna di carbone, petrolio, gas naturale ed energia idroelettrica e nucleare. La produzione energetica messicana si è espansa notevolmente negli anni Settanta e Ottanta, grazie alle scoperte di ricche riserve interne di petrolio e gas naturale.
Trasporti
La rete dei trasporti nell'America settentrionale è estremamente sviluppata, in special modo negli Stati Uniti e nella fascia canadese con essi confinante. La rete ferroviaria ha i suoi assi principali nei collegamenti fra la costa atlantica e quella del Pacifico, realizzati ancora nell'Ottocento, nei tempi mitici della conquista dell'Ovest. Con il grande sviluppo avuto dall'automobile si è poi venuto costituendo un sistema stradale imponente che si è arricchito, soprattutto a partire dal 1950, di una rete di autostrade interstatali.
Importante è anche la rete delle vie d'acqua interne, che sin dall'inizio della colonizzazione si è basata sul Mississippi e sui Grandi Laghi, collegati oggi con il San Lorenzo da un lato, con il Mississippi-Missouri dall'altro. Fitta è la rete dei collegamenti aerei, privilegiati dalle grandi distanze e insostituibili soprattutto lungo le direttrici che portano nel Nord del Canada e dell'Alaska.
Commercio
Gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale sia del Canada sia del Messico, che a loro volta lo sono degli USA, in modo significativo seppur non dominante. L'Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA), che è entrato in vigore il 1° gennaio 1994, definiva l'eliminazione delle barriere commerciali fra le tre nazioni nei successivi quindici anni. Nel 1993 i paesi del NAFTA avevano congiuntamente una popolazione di oltre 360 milioni e un prodotto interno lordo complessivo di 7 trilioni di dollari statunitensi. Il NAFTA costituisce una delle due maggiori aree commerciali del pianeta. L'organizzazione prevede l'aggregazione di altri paesi della regione.
L'esportazione degli Stati Uniti consiste principalmente di macchinari, veicoli a motore, aerei, derrate alimentari e prodotti chimici. Il Canada esporta soprattutto veicoli a motore, minerali metalliferi e prodotti metallurgici, prodotti chimici, legname e derivati, prodotti agricoli (frumento), mentre le principali esportazioni messicane sono costituite da petrolio grezzo, caffè e minerali metalliferi. Alla fine degli anni Ottanta il valore delle esportazioni canadesi superava quello delle importazioni, mentre Stati Uniti e Messico spendono molto di più per le importazioni di quanto guadagnino con le esportazioni. Gli Stati Uniti si collocano fra i primi paesi del mondo in termini di valore globale delle importazioni e delle esportazioni.
Storia
Secondo le testimonianze archeologiche, i primi insediamenti umani nell'America settentrionale risalgono al periodo pleistocenico del Quaternario, vale a dire al 50.000 ca. a.C. Si ritiene che popoli appartenenti all'etnia mongolica siano migrati verso il continente dall'Asia attraverso un istmo situato dove oggi si trova lo stretto di Bering. Da questa fase iniziale, gli insediamenti umani si diffusero lentamente a sud e a est. I primi abitanti dell'età della Pietra, che vivevano di caccia e raccolta, facevano uso di utensili non dissimili da quelli del Sud-Est asiatico a noi noti. A questo popolo appartenevano gli antenati degli indiani d'America del nord, i quali svilupparono culture complesse e popolavano il continente all'epoca in cui giunsero i primi europei.
La Groenlandia fu la prima regione dell'emisfero occidentale raggiunta dagli europei. Secondo le saghe islandesi, la fascia costiera della Groenlandia fu esplorata per la prima volta e popolata da Eric il Rosso e dai suoi uomini, benché piccoli gruppi di monaci irlandesi probabilmente li avessero preceduti di un secolo. In seguito Leif Ericson, figlio di Eric il Rosso, compì un viaggio in una terra chiamata Vinland, che si trovava – così si pensa – fra il Labrador e il New England. Il racconto venne parzialmente confermato dalla scoperta, nel 1963, di un insediamento di tipo vichingo presso L'Anse-aux-Meadows, vicino alla punta settentrionale dell'isola di Terranova. Le rovine risalgono all'anno 1000 ca.
L'epoca delle esplorazioni
Una serie di esplorazioni europee nell'America settentrionale ebbero inizio con il viaggio compiuto nel 1492 da Cristoforo Colombo. Le sue tre navi salparono da Palos (Andalusia) il 3 agosto e il 12 ottobre toccarono terra nelle Bahamas (probabilmente a San Salvador o a Samana Cay). Prima di far ritorno in Europa, Colombo sbarcò anche a Cuba e a Hispaniola: qui fondò il primo insediamento spagnolo nelle Americhe. Colombo compì altri tre viaggi fra il 1493 e il 1502. Vedi anche America centrale.
Nel 1497 un navigatore italiano al servizio degli inglesi, Giovanni Caboto, sbarcò a Capo Breton Island; nel 1498 navigò anche lungo le coste di Labrador, Terranova e New England e, forse, si spinse a sud fino a Delaware Bay. Il navigatore portoghese Gaspar Corte-Reál compì un viaggio nel 1500 fino alla costa nordamericana, fra il Labrador e la parte sudorientale di Terranova. Nel 1513 Juan Ponce de León, il governatore spagnolo di Puerto Rico, sbarcò in Florida. Quattro anni dopo il soldato spagnolo Francisco Fernández de Córdoba esplorò lo Yucatán e nel 1518 Juan de Grijalva, nipote di Diego Velázquez, esplorò la costa orientale del Messico, da lui chiamato Nuova Spagna. Negli anni successivi Hernán Cortés invase il Messico e lo conquistò nel giro di due anni.
Conquiste spagnole
La conquista spagnola della parte meridionale del subcontinente venne facilitata, oltre che dalla superiorità in fatto di armi degli invasori, dalla discordia prevalente fra i popoli nativi della regione. Particolarmente violenti erano i disordini all'interno del potente impero azteco, che cadde nelle mani di Cortés nel 1521. Anche i maya, l'altro grande popolo messicano che viveva soprattutto nella penisola dello Yucatán, erano divisi e incapaci di offrire un'efficace resistenza contro gli spagnoli. Benché decine di migliaia di nativi del Messico e dell'America centrale fossero stati sterminati durante la conquista e il dominio spagnoli, gli aztechi, i maya e altri popoli sopravvissero e si moltiplicarono. I loro discendenti costituiscono la maggioranza della popolazione attuale di queste regioni.
Cortés giunse nella regione della penisola di California nel 1536. Fra gli altri comandanti delle spedizioni esplorative della prima metà del secolo XVI si ricordano Pánfilo de Narváez e Alvaro Núñez Cabeza de Vaca, i quali esplorarono parte della Florida, le coste settentrionali e orientali del golfo del Messico e parte del Messico settentrionale fra il 1528 e il 1536; Hernando de Soto, che raggiunse e attraversò il fiume Mississippi nel 1541; Francisco Vázquez de Coronado che, dal 1540 al 1542, esplorò ampie zone della parte sudoccidentale degli attuali Stati Uniti. Saint Augustine, in Florida, fondata nel 1565 dall'esploratore spagnolo Pedro Menéndez de Avilés, è il più antico insediamento permanente europeo degli odierni USA.
Fino al 1600 gli spagnoli avevano sottomesso i popoli nativi di gran parte delle isole delle Indie Occidentali, la penisola di Florida e il Messico meridionale (Nuova Spagna). Dopo aver consolidato il controllo sulla Nuova Spagna, si spinsero pian piano verso nord, completando la conquista del Messico e prendendo il sopravvento in estese regioni del sud degli attuali Stati Uniti. La politica coloniale spagnola nell'America settentrionale fu identica sotto tutti gli aspetti a quella adottata nell'America meridionale: fu, cioè, una politica di spietato sfruttamento economico. Considerando le colonie quali mere fonti di ricchezza, i dominatori imposero tasse opprimenti e mantennero il monopolio del commercio coloniale, impedendo anche gli scambi fra le colonie.
La colonizzazione francese e inglese
Mentre la Spagna consolidava la posizione nel sud e nel centro del continente, Francia e Inghilterra esploravano e colonizzavano i territori dal Canada verso sud. Nel 1524 il navigatore fiorentino Giovanni da Verrazzano, al servizio della Francia, seguì la costa da Cape Fear verso settentrione, fino a un punto solitamente identificato con Capo Breton. Nel corso del viaggio esplorò le odierne baie di Narragansett e New York. L'esploratore francese Jacques Cartier compì tre viaggi fra il 1534 e il 1542 in una zona comprendente il golfo di San Lorenzo e il fiume omonimo, dove in seguito sorsero i siti di Montreal e Québec. La Francia, sulla base di questi viaggi, rivendicava quasi tutta la parte settentrionale del continente e, a cominciare dal 1599, istituì stazioni per il commercio delle pellicce lungo il fiume San Lorenzo. Da allora iniziarono ad arrivare nella regione del San Lorenzo numerosi gesuiti, che cercarono di convertire i nativi americani alla fede cattolica, e diversi esploratori francesi scoprirono e rivendicarono alla Francia nuove regioni del continente. Samuel de Champlain scoprì il Québec nel 1608 ed esplorò la zona settentrionale dell'odierna New York; il gesuita Jacques Marquette e l'esploratore Louis Jolliet nel 1673 percorsero insieme il corso superiore del Mississippi verso sud, fino all'odierno Arkansas. Nel 1682 Robert de La Salle e il suo compagno, Henri de Tonty, navigarono lungo il Mississippi dalla confluenza con il fiume Ohio al golfo del Messico e rivendicarono tutto il territorio bagnato dal fiume a Luigi XIV, re di Francia, chiamandolo Louisiana.
La corona inglese avanzava rivendicazioni sul continente nordamericano in forza del viaggio di Caboto (1497-98), ma per quasi un secolo non compì alcun tentativo di colonizzazione. Le prime colonie nell'America settentrionale furono fondate nel 1583 vicino all'attuale città di St John's, a Terranova, dal navigatore Humphrey Gilbert, ma i coloni fecero ritorno in patria lo stesso anno. Per due volte, nel 1585 e nel 1587, Walter Raleigh tentò di fondare una colonia sull'isola Roanoke, nell'odierna North Carolina, ma quando i marinai inglesi ripassarono da Roanoke, nel 1590, non trovarono traccia dei coloni (Croatan). La prima colonia britannica permanente sul continente fu Jamestown, fondata in Virginia nel 1607. Plymouth sorse nel 1620 sulle coste della baia di Cape Cod, e la colonia di Massachusetts Bay si insediò fra il 1628 e il 1630. Dopo il 1630 gli inglesi colonizzarono sistematicamente l'intero litorale atlantico tra la francese Acadia e la spagnola Florida. Nel 1664 acquisirono la colonia olandese di Nuova Amsterdam, fondata nel 1624, cui diedero il nome di New York. Le colonie inglesi crebbero rapidamente in popolazione e prosperità.
Alla fine del XVII secolo la maggior parte del continente, dal Canada al golfo del Messico, era occupata dall'Inghilterra e dalla Francia. Le colonie francesi erano sparse sul territorio: gli insediamenti principali si concentravano in Canada e vicino alla foce del Mississippi, e una serie di stazioni commerciali e militari lungo i fiumi Ohio e Mississippi collegava le due aree. I possedimenti inglesi consistevano di dodici colonie che si estendevano lungo la costa atlantica. Una tredicesima colonia, la Georgia, fu istituita nel 1733.
Guerra e rivoluzione
In conseguenza dell'espansione verso ovest, oltre i monti Allegheny, gli inglesi entrarono in conflitto con i francesi nella valle dell'Ohio. Nel 1689 le due potenze cominciarono una lotta senza quartiere per la supremazia militare e coloniale. Nell'America settentrionale il conflitto attraversò quattro fasi successive: la guerra di re Guglielmo, che durò dal 1689 al 1697; la guerra della regina Anna, dal 1702 al 1713; la guerra di re Giorgio, dal 1744 al 1748; la guerra anglo-francese, dal 1754 al 1763. I rovesci subiti nella guerra franco-indiana e nel contemporaneo conflitto europeo, cioè la guerra dei Sette anni (1756-1763), costrinsero la Francia a capitolare: con il trattato di Parigi del 1763 essa fu obbligata a cedere alla Gran Bretagna i suoi possedimenti canadesi e la Louisiana a est del Mississippi. La Francia aveva precedentemente ceduto alla Spagna, sua alleata, New Orleans e tutti i territori a ovest del Mississippi.
L'evento che dominò i due decenni dal 1763 al 1783 fu il conflitto economico, politico e militare che oppose la Gran Bretagna e le sue tredici colonie situate lungo la costa atlantica a sud del Canada. Chiamato in generale guerra d'indipendenza americana (1776-1783), o Rivoluzione americana, il conflitto portò alla costituzione degli Stati Uniti d'America. Il successo delle tredici colonie nel processo di liberazione dalla madrepatria ebbe presto ripercussioni fra le colonie spagnole nelle Americhe. Traendo ispirazione da quella vittoria e anche dall'esito della Rivoluzione francese, e approfittando del coinvolgimento della Spagna nelle guerre napoleoniche (1799-1815), nel 1810 le colonie spagnole nelle Americhe cominciarono a lottare per l'indipendenza. Il Messico insorse contro la Spagna quello stesso anno, ma non riuscì a ottenere l'indipendenza fino al 1821. Negli ultimi anni del XIX secolo e nei primi del XX, anche il Canada riuscì a ottenere dalla Gran Bretagna un completo autogoverno.
Espansione degli Stati Uniti
Ulteriori sviluppi caratterizzano la storia dell'America settentrionale nei secoli XIX e XX. Nell'Ottocento si assistette a una crescita d'importanza degli Stati Uniti, cui si accompagnarono un rapidissimo aumento della popolazione e della ricchezza nazionale e un ulteriore ampliamento territoriale. Le ex colonie trovarono poi la soluzione di molti dei loro problemi economici e politici interni, in particolare quelli della schiavitù e dell'unità nazionale; si verificò, infine, il loro emergere quale potenza mondiale.
L'espansione territoriale statunitense fu contraddistinta dall'aspra guerra contro i nativi che resistevano all'invasione dei "bianchi" nei loro territori. Fra il 1832, anno in cui il capo sauk Falco Nero iniziò una guerra in difesa dei territori tribali a est del Mississippi, e il 1877, anno in cui la tribù dei nez percé (nasi forati) dell'Oregon fu sgominata, i nativi americani delle Grandi Pianure, del sud-ovest e delle Montagne Rocciose si opposero a quasi ogni importante movimento europeo verso ovest. Gran parte dell'opposizione armata ebbe origine fra i sioux e raggiunse il culmine nella battaglia di Little Bighorn, combattuta nell'odierno Montana il 25 giugno 1876. In questa battaglia un'alleanza formata da sioux e cheyenne settentrionali, comandata da Cavallo Pazzo, Toro Seduto e Gall, annientò un distaccamento del VII Cavalleggeri guidato dal colonnello George Armstrong Custer. Alcuni nativi americani, come Geronimo e gli apache, continuarono negli anni Ottanta la lotta armata.
Le guerre indiane ebbero termine con il massacro di Wounded Knee, nel South Dakota, il 29 dicembre 1890, quando 200 fra uomini disarmati, donne e bambini vennero massacrati dal VII Cavalleggeri. In ultima istanza, tuttavia, non furono solo le battaglie ad assoggettare i nativi americani, quanto l'assimilazione forzata e l'espropriazione delle terre. Sia negli Stati Uniti sia in Canada la maggior parte dei nativi americani continua a vivere nelle riserve. In molte di queste aree, che rappresentano una fusione scarsamente riuscita della civiltà nativa americana con quella dei bianchi, le condizioni economiche e sociali dei popoli nativi sono gravi.
Oltre alle acquisizioni di territori contigui nei secoli XIX e XX, gli Stati Uniti ottennero altre regioni dell'America settentrionale: l'Alaska, acquistata dalla Russia nel 1867 per sette milioni di dollari; Puerto Rico, ceduto dalla Spagna nel 1898 dopo la guerra ispano-americana; la zona del canale di Panamá, acquisita nel 1903 e ceduta a Panamá nel 1979; e le isole Vergini, acquistate dalla Danimarca nel 1917 per 25 milioni di dollari.
L'epoca dello sviluppo
Gli Stati Uniti assunsero un ruolo guida nel continente a cominciare dal 1823, con la dottrina Monroe, cioè la proclamazione, da parte del presidente James Monroe, secondo la quale gli Stati Uniti non avrebbero permesso agli europei il controllo di territori nelle Americhe oltre a quelli che già controllavano all'epoca. L'unico grave conflitto subcontinentale fu la guerra messicano-americana (1846-1848), che terminò con la sconfitta del Messico e la cessione agli Stati Uniti di Texas, New Mexico e California.
Nel corso del XX secolo la tendenza all'amicizia reciproca fra le nazioni americane portò, nel 1910, all'istituzione dell'Unione panamericana. Quasi tutte le nazioni americane dichiararono guerra o ruppero le relazioni diplomatiche con gli imperi centrali nella prima guerra mondiale e con le potenze dell'Asse nella seconda guerra mondiale.
Una delle più importanti dimostrazioni di solidarietà tra le nazioni del subcontinente fu la Conferenza interamericana di difesa del 1947, che portò alla promulgazione del Trattato interamericano di assistenza reciproca – il trattato di Rio – firmato da Stati Uniti, Messico e 17 paesi dell'America centrale e meridionale. Il trattato provvede alla composizione dei dissensi fra le nazioni americane, oltre che alla difesa comune contro le aggressioni nella regione, dal mare di Bering fino al Polo Sud. Nel 1948 si costituì l'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) per dare attuazione al trattato di Rio e fungere da sistema di sicurezza collettivo.
Le relazioni fra Stati Uniti e Canada sono state particolarmente amichevoli e improntate alla cooperazione fin dalla conclusione della guerra del 1812. Da allora non è mai più esistita alcuna installazione militare lungo i confini fra le due nazioni.
Il grave conflitto interno del Messico (1910-1920) e la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere di proprietà statunitense nel 1938 resero difficili le relazioni fra i due paesi durante la prima metà del secolo. Più recentemente, tuttavia, sono diventate decisamente più amichevoli, com'è evidenziato dalla firma, nel 1992, dell'Accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA).

America centrale Regione situata nell'emisfero occidentale, costituita dal lungo istmo di terre che collega l'America settentrionale all'America meridionale e dagli antistanti arcipelaghi delle Grandi e delle Piccole Antille che si dispongono ad arco intorno al mar dei Caraibi (o Caraibico), detto anche mar delle Antille. La parte insulare, nella quale sono comprese isole grandi e popolose come Cuba e Hispaniola e una serie di piccole isole, totalizza una superficie di 200.873 km2 su cui vive una popolazione di 33,9 milioni di abitanti (1995). La parte istmica – che qui verrà trattata mentre si rimanda alla voce Antille per quella insulare – ha una superficie di circa 523.000 km2 e comprende i seguenti paesi: Guatemala, Belize, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panamá. La popolazione è di circa 27,2 milioni di abitanti (1995).
Territorio
In termini strettamente geologici, l'America centrale istmica è delimitata a nord dall'istmo di Tehuantepec, nel Messico meridionale, e a sud dalla depressione del fiume Atrato.
Orograficamente tormentata, come rivelano le sue forme così movimentate, l'America centrale costituisce, dal punto di vista geologico, una delle zone più instabili della crosta terrestre; occupa il margine meridionale della placca caraibica (vedi Tettonica a zolle) ed è da considerare un'area ancora in evoluzione. Il processo di formazione, nel quale furono coinvolte anche le Antille, iniziò a partire dal Miocene, circa 25 milioni di anni or sono: lo sprofondamento della crosta oceanica sotto questo margine determinò il sollevamento e l'emersione di parte della placca formando inizialmente una penisola e un arcipelago che, in epoche successive, si unirono in un istmo. Nello stesso periodo si verificarono violente eruzioni vulcaniche e fenomeni sismici che interessano tuttora la regione; all'attività endogena si deve la formazione di un paesaggio costellato di coni vulcanici maestosi, prodotti dalle eruzioni di ceneri e lava, e di magnifici laghi che hanno occupato le cavità crateriche (caldeiras).
Il territorio dell'America centrale si presenta come una lunga e irregolare dorsale montuosa sormontata dai vulcani, oggi in larga parte inattivi, alcuni dei quali superano i 4000 m di altitudine. Le uniche aree pianeggianti sono rappresentate da una stretta fascia costiera lungo l'oceano Pacifico, dalla quale i rilievi si innalzano bruscamente per digradare sul versante opposto in alcune pianure bagnate dal mar dei Caraibi. I due passi principali che collegano i versanti dei rilievi si trovano rispettivamente in Nicaragua (dalla foce del fiume San Juan al lago di Nicaragua) e a Panamá (lungo il corso del canale omonimo).
Idrografia
Il territorio dell'America centrale non presenta reti fluviali di rilievo: i maggiori corsi d'acqua sfociano nel mar dei Caraibi, mentre il Pacifico riceve le acque di fiumi brevi e a regime torrentizio. Un fiume importante è, nel Nicaragua, il Rio Grande, emissario del lago di Nicaragua che scorre in una depressione che, come un corridoio, collega la costa del Pacifico con quella caraibica. Altro importante lago nel Nicaragua è il Managua. Sulla dorsale di Panamá, il lago Gatún è stato utilizzato come importante serbatoio per il funzionamento del sistema di chiuse del canale di Panamá, che collega il mar dei Caraibi all'oceano Pacifico.
Clima
L'America centrale è compresa fra il Tropico del Cancro e l'Equatore. Si distinguono tre zone climatiche principali: le tierras calientes ("terre calde"), che si estendono dal livello del mare a un'altitudine di circa 915 m e sono caratterizzate da un clima di tipo equatoriale con una media annua della temperatura di circa 24 °C e abbondanti precipitazioni; le tierras templadas ("terre temperate"), che si estendono a un'altitudine compresa tra i 600 e i 1800 m e registrano una temperatura media annua compresa tra i 18 °C e i 24 °C; le tierras frías ("terre fredde"), che si trovano a quote più elevate e presentano una media annua delle temperature inferiore ai 17 °C.
Il regime delle precipitazioni è influenzato dagli alisei che soffiano da nord-est: lungo la costa caraibica e sui versanti orientali dei rilievi le piogge si verificano quindi con maggiore frequenza. La zona più piovosa è la costa di Mosquito, nel Nicaragua orientale: a San Juan del Norte la media annua delle precipitazioni è di circa 6300 mm. La relativa aridità del versante pacifico è spiegata dalla presenza sul mare di stabili masse d'aria fredda, dovute alla corrente della California che, al pari della corrente del Perù, o di Humboldt, raffredda l'aria, impedendo che l'umidità si scarichi sui rilievi.
Flora e fauna
L'America centrale è ricca di vegetazione. Dominante è la foresta pluviale dove, a quote inferiori ai 1000 m, crescono rigogliose palme, felci, liane ed epifite, grazie all'elevata piovosità e umidità della regione. Ad altitudini comprese tra i 1000 e i 1600 m crescono foreste di pini e querce analoghe a quelle degli altipiani messicani. Le regioni più elevate del Guatemala e del Costa Rica presentano una vegetazione erbacea, mentre nelle zone non esposte agli alisei predominano tratti di boscaglia e di savana.
La fauna presenta affinità con quella sudamericana e comprende pecari e opossum (vedi Didelfidi), oltre a giaguari, ocelot, jaguarondi (Felis yagouaroundi) e margay (Felis wiedii), appartenenti alla famiglia dei felidi, armadilli, formichieri e bradipi. Il puma, la volpe grigia e il coyote sono invece originari dell'America settentrionale, al pari del cervo. Il grande manato, che si ciba di piante acquatiche, sopravvive nelle isolate lagune delle regioni orientali; esso viene cacciato a scopo alimentare al pari di una specie di grande tartaruga marina (Chelonia mydas) e dell'iguana. Numerose sono le specie dei rettili, tra i quali il boa constrictor e una specie particolarmente velenosa, Lachesis muta. Pappagalli, quetzal (Pharomachrus mocinno) e tucani sono specie molto comuni nella regione. Varia è anche la fauna ittica, fra cui si segnala il pescecane del lago di Nicaragua.
Popolazione
Gran parte degli abitanti dell'America centrale vive nelle regioni dell'istmo affacciate sul Pacifico in insediamenti situati sia nelle pianure sia negli altipiani circostanti. Le pendici montane e le coste caribiche, piovose e fitte di foreste, presentano insediamenti più radi.
La grande maggioranza della popolazione è costituita da amerindi o meticci. Lungo la costa caraibica neri e mulatti (meticci che discendono da bianchi e neri africani) rappresentano le etnie prevalenti; circa la metà della popolazione del Belize è invece di origine africana. La maggioranza dei costaricani discende direttamente dagli spagnoli, mentre circa il 90% degli abitanti del Salvador e dell'Honduras è costituito da meticci discendenti da spagnoli e amerindi. Amerinda è inoltre circa la metà della popolazione del Guatemala, mentre meticci popolano soprattutto il Nicaragua e il Panamá, dove però è presente anche una consistente minoranza di neri.
La popolazione dell'America centrale si concentra in alcune aree, dove la densità demografica è molto elevata, superiore ai 385 abitanti per km2. Così si verifica, ad esempio, nella Meseta centrale in Costa Rica. Al contrario in vaste regioni dell'Honduras orientale e del Nicaragua la densità è inferiore ai 4 abitanti per km2. Il tasso di incremento demografico è generalmente elevato; nel corso degli anni Ottanta il Nicaragua presentava un tasso di crescita annuo della popolazione del 2,9%, il Costa Rica del 2,3% e Panamá del 2,2%. Si stima che nel 2000 l'America centrale avrà 40 milioni di abitanti. Va inoltre segnalato il costante processo di urbanizzazione della popolazione. Alla metà degli anni Novanta, circa il 42% degli abitanti del Salvador, del Guatemala e dell'Honduras viveva nelle città, al pari di oltre la metà degli abitanti del Nicaragua e di Panamá.
La lingua ufficiale di tutti i paesi dell'America centrale, eccetto il Belize dove si parla inglese, è lo spagnolo. Numerosi nativi degli altipiani fanno uso di idiomi locali, pur parlando, in percentuali esigue, lo spagnolo. La religione maggiormente professata è il cattolicesimo.
Nonostante la presenza di numerose scuole, nei paesi centroamericani si registrano tassi di analfabetismo molto elevati, soprattutto in Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua. La maggioranza della popolazione di età superiore ai 15 anni è alfabetizzata soltanto in Costa Rica e in Panamá.
Economia
Nei paesi dell'America centrale l'economia è relativamente arretrata e poggia principalmente sull'agricoltura, che comprende un importante settore dedicato alle colture di piantagione destinate all'esportazione. Esso è nelle mani di grandi proprietari terrieri o di società la cui forza è tale da condizionare spesso, come tante volte è accaduto in passato, la vita politica dei piccoli e deboli stati istmici. L'industria manifatturiera è ancora poco sviluppata e in gran parte basata sulla trasformazione delle materie prime e la produzione di beni di consumo.
Agricoltura
L'attività economica prevalente è l'agricoltura. I principali prodotti commerciali, quali caffè, banane, canna da zucchero, cacao, gomma e noci di cocco, provengono da grandi piantagioni e sono perlopiù destinati all'esportazione negli Stati Uniti e in Europa. I prodotti alimentari per il consumo locale vengono forniti soprattutto da piccole proprietà agricole e sono in gran parte destinati al consumo familiare. Fra i prodotti alimentari di sussistenza si annoverano mais, fagioli, banane, manioca e riso. Nelle grandi aziende agricole, situate nelle più aride regioni occidentali, si alleva il bestiame.
Risorse forestali e pesca
Quasi la metà del territorio centroamericano è ricoperta da foreste. Nei primi anni della colonizzazione le attività degli europei in Belize si basavano sull'estrazione di tinture vegetali, mentre in seguito si provvide alla raccolta di legno di mogano, chicle e cedro, ricavati dalle foreste della costa caraibica. Oggi l'attività forestale occupa un ruolo di modesta importanza nell'economia centroamericana e ha nel pino il suo prodotto più importante, insieme ad alcuni legni duri quali il cedro, il mogano e il palissandro. Di relativa importanza è anche la pesca: i gamberi e le aragoste pescati al largo delle coste del Belize, del Salvador e di Panamá sono destinati al mercato delle esportazioni. Dalla metà degli anni Sessanta si è sviluppata a Panamá l'industria ittica.
Risorse minerarie
I primi coloni europei giunsero in America centrale attratti dalla possibilità di sfruttare le ricche risorse minerarie. In Honduras e negli altipiani del Nicaragua ci sono giacimenti d'oro e argento; l'Honduras possiede inoltre riserve di piombo, zinco, rame e minerali a basso contenuto di ferro, mentre al largo della costa pacifica nicaraguense sono stati rinvenuti giacimenti di gas naturale. In Guatemala ci sono cospicue miniere di nichel, nelle vicinanze di Izabal, e di petrolio, soprattutto nei pressi di Chinajá. In Costa Rica si trovano grandi quantità di bauxite nei dintorni di Boruca e il Panamá possiede ricchi giacimenti di rame. Nonostante le ingenti risorse, l'attività estrattiva è poco sviluppata: il Salvador, l'Honduras e il Nicaragua producono quantità limitate di argento, oro, piombo, rame e antimonio, mentre il Guatemala esporta esigui quantitativi di petrolio grezzo.
Industria
Il settore industriale maggiormente sviluppato è quello della trasformazione di materie prime come la canna da zucchero, il caffè, il cotone e il legname. Nelle principali aree urbane la necessità di ridurre il fabbisogno di prodotti finiti d'importazione ha portato inoltre allo sviluppo di industrie per la produzione di detersivi, pneumatici, carta e derivati, concimi e insetticidi. Gli stabilimenti sono tuttavia di modeste dimensioni e molto diffuse sono le piccole imprese. La grande industria trova un freno nella mancanza di fonti di approvvigionamento energetico, oltre che di adeguate reti di comunicazione e di trasporto, e nelle esigue dimensioni dei mercati.
Comunicazioni e trasporti
La presenza di catene montuose costituisce un ostacolo fondamentale alle comunicazioni e ai trasporti via terra; l'unica arteria di superficie che collega tutti i paesi della regione è un tratto della Carretera Panamericana. In Guatemala, Costa Rica e Panamá esistono reti ferroviarie che collegano le coste caraibica e pacifica in funzione dell'agricoltura di piantagione. La rete fluviale interna è navigabile solo in parte, ma sono presenti numerosi e importanti porti marittimi, quali Santo Tomás de Castilla e San José in Guatemala; Puerto Cortés in Honduras; Acajutla in Salvador; Corinto in Nicaragua; Limón in Costa Rica; e Bahía las Minas in Panamá. Efficienti sono i collegamenti aerei, soprattutto tra le maggiori città e con gli Stati Uniti.
Commercio
I paesi dell'America centrale effettuano scambi commerciali soprattutto con gli Stati Uniti; altri partner commerciali sono l'Europa occidentale, il Canada, il Messico e i paesi dell'America meridionale. I principali prodotti di importazione sono veicoli a motore, macchine agricole, apparecchi elettrici, prodotti tessili, alimentari, chimici e farmaceutici; i prodotti di esportazione comprendono banane, caffè, cacao, carne, cotone, mogano, balsa, pellame e gomma.
Dagli anni Sessanta furono incrementati gli scambi commerciali fra i paesi centroamericani. Il Mercato comune centro-americano (MCCA), istituito nel 1960, ha ridotto le barriere commerciali fra i paesi dell'area e fissato comuni tariffe doganali per l'esportazione di molti beni. Una delle istituzioni di tale organismo, la Banca centroamericana per l'integrazione economica, finanzia tramite prestiti i progetti di sviluppo nella regione.
Storia
In epoca precolombiana nella regione fra il Messico e la Colombia vissero comunità molto popolose, tra cui la più importante fu quella costituita dai maya. La civiltà maya ebbe origine negli altipiani guatemaltechi prima del I millennio a.C. e giunse alla massima fioritura fra il 300 e il 900 d.C., dando vita a città-stato autonome situate negli odierni Guatemala settentrionale, Honduras, Belize e nella penisola messicana dello Yucatán. L'unità maya fu più culturale che politica; dopo il 900 iniziò a declinare e i maya furono conquistati dagli invasori toltechi provenienti dal Messico.
Le regioni dell'istmo erano abitate da numerose altre genti, che avevano rapporti con popolazioni sudamericane e nordamericane: l'America centrale dell'antichità rappresenta quindi, sotto il profilo archeologico, un ponte fra le Americhe. All'epoca della conquista spagnola la popolazione dell'istmo era di circa sei milioni di abitanti.
L'epoca coloniale
Nel 1502 Cristoforo Colombo navigò lungo le coste dal golfo di Honduras a Panamá. Le sue relazioni sulle grandi ricchezze dei paesi dell'istmo diedero impulso alla conquista spagnola. Vasco Núñez de Balboa fondò nel 1510 la prima colonia della Spagna sul continente, a Darién (Panamá), e per primo raggiunse la costa dell'oceano Pacifico (1513). Il suo successore, Pedro Arias Dávila, che fece uccidere Balboa nel 1517, ampliò i confini della colonia fondando la città di Panamá, da dove partì alla conquista del Nicaragua e dell'Honduras. A consolidare il dominio spagnolo nell'istmo fu Pedro de Alvarado, fedele luogotenente del conquistatore del Messico Hernán Cortés. La popolazione autoctona fu nel giro di pochi decenni sterminata dalle violenze dei conquistadores e dalle devastanti epidemie di malattie da essi introdotte. Gli spagnoli ridussero in schiavitù i sopravvissuti e instaurarono una società di tipo rurale. Le usanze e le tradizioni dei nativi sopravvissero ugualmente alla conquista, poiché la maggioranza degli spagnoli rimase confinata nei centri abitati.
Durante la colonizzazione spagnola l'America centrale fu suddivisa in due giurisdizioni. Il regno del Guatemala si estendeva dal Chiapas (corrispondente alla regione meridionale dell'odierno Messico) al Costa Rica e, pur facendo formalmente parte del vicereame della Nuova Spagna, godeva di relativa autonomia. La capitale, Antigua, divenne un centro di burocrati, di rappresentanti ecclesiastici e di un'élite di latifondisti e mercanti. Il resto dell'America centrale (corrispondente all'attuale Panamá), con la sua importante via di transito, fu unito alla Nuova Granada (l'odierna Colombia) a formare il vicereame del Perù.
Il declino della Spagna nel corso del secolo XVII favorì l'estendersi dell'autonomia dell'élite coloniale che, con la collaborazione di Chiesa e Stato, dominava e opprimeva i lavoratori nativi e meticci. Nel secolo XVIII i re Borbone di Spagna cercarono di ridare vita all'impero, avviando riforme che promuovessero nuove attività economiche, ma il tentativo incontrò l'opposizione dell'oligarchia e della burocrazia.
L'unione federale
Nel 1821, l'élite creola del regno del Guatemala seguì l'esempio del Messico e troncò i rapporti con la Spagna. La regione divenne in seguito parte dell'impero messicano di Agustín de Itúrbide, ma, quando il governo conservatore di costui cadde nel 1823, i liberali presero il sopravvento, dichiararono l'indipendenza dal Messico e formarono le Province Unite dell'America centrale. Mentre il Chiapas rimaneva al Messico, il Panamá si fuse con la Grande Colombia di Simón Bolívar.
Le Province Unite si avventurarono in un programma ambizioso ma irrealistico di riforme e il tentativo ebbe come conseguenza il diffondersi di un acceso regionalismo e di intrighi politici che culminarono in una guerra civile. Nel 1834 i liberali trasferirono la capitale dal Guatemala a San Salvador, ma la loro politica si scontrò nuovamente con l'aspra opposizione e la ribellione della classe conservatrice e delle masse rurali. Dopo la conquista di Città del Guatemala da parte del capo guatemalteco Rafael Carrera nel 1838, la federazione iniziò a disgregarsi; il presidente federale, Francisco Morazán, rassegnò infine le dimissioni nel 1840. Sorsero allora le repubbliche indipendenti e conservatrici di Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua e Costa Rica.
Le repubbliche centroamericane
In questo periodo la Gran Bretagna aveva sostituito la Spagna nella veste di potenza coloniale dominante. L'insediamento britannico di Belize si era trasformato da centro di bucanieri e di commercio del legname (secolo XVII) nel principale scalo marittimo mercantile dell'America centrale. L'influenza britannica si estendeva lungo le coste caraibiche fino a Panamá, e nel 1862 il Belize divenne ufficialmente una colonia britannica (Honduras Britannico). Ma dopo il 1849, gli interessi della nascente potenza statunitense finirono per scontrarsi con quelli britannici. Il trattato Clayton-Bulwer del 1850 definì alcune questioni del conflitto anglo-americano, ma nel 1855 William Walker, un mercenario statunitense, guidò un'invasione in Nicaragua; due anni dopo fu allontanato da un esercito centroamericano forte dell'appoggio britannico. Nel frattempo il completamento della ferrovia di Panamá nel 1855 determinò lo spostamento dei traffici commerciali centroamericani dal Belize ai porti più accessibili della costa pacifica, con una conseguente diminuzione dell'influenza britannica.
Dopo il 1870 nella regione venne sviluppata la piantagione del caffè, che divenne il principale prodotto di esportazione; a detrimento di un'agricoltura più diversificata, assunse un notevole rilievo anche la coltivazione della banana, perlopiù soggetta a interessi stranieri.
L'influenza statunitense
Dopo il 1900 la società statunitense United Fruit era divenuta il pilastro dell'economia centroamericana, con interessi nelle ferrovie, nella navigazione e in altri settori, tanto estesi da essere soprannominata "la piovra". Nel 1903, alla ripresa dei piani di costruzione del canale, gli Stati Uniti promossero il distacco di Panamá dalla Colombia.
Sebbene l'espansione economica nel XX secolo avesse determinato il nascere di nuove classi sociali e l'apparizione in ogni paese di partiti riformisti e rivoluzionari, gran parte della regione fu governata per gran parte del secolo dalle tradizionali e voraci oligarchie sostenute dagli Stati Uniti e dalle classi militari. Negli anni Sessanta la creazione del Mercato comune centroamericano fornì una base per la cooperazione e gli scambi tra i paesi della regione, ma l'integrazione economica non ebbe un rapido sviluppo.
La fine delle dittature e dei conflitti civili
Negli anni Settanta, i paesi dell'America centrale erano afflitti da problemi di diffusa povertà e violenza e attraversati da un diffuso malcontento, che alimentava periodiche rivolte e in seguito produsse un'efficace attività di guerriglia. In Nicaragua il regime dittatoriale della famiglia Somoza fu abbattuto nel 1979; in Salvador nel 1992 un accordo di pace tra governo e guerriglia pose fine a un sanguinoso conflitto civile durato vent'anni; in Guatemala un accordo di pace firmato nel 1996 pose fine a ben 36 anni di guerra civile.
I tentativi di ristabilire la pace nella regione, di cui un importante artefice è stato il presidente costaricano Oscar Arías Sánchez, sono stati infine coronati da un discreto successo e hanno favorito l'insediamento di governi civili e democratici, cui ora spetta il compito di fronteggiare una diffusa e aggressiva criminalità organizzata, attenuare le forti diseguaglianze sociali e ridare impulso alla crescita economica e civile dell'area.

America meridionale Il quarto in ordine di grandezza dei sette continenti della Terra (dopo Asia, Africa e America settentrionale), con una superficie di circa 17.821.866 km2, corrispondente al 12% delle terre emerse del pianeta. È attraversato dall'equatore e dal Tropico del Capricorno, mentre a nord l'istmo di Panamá lo collega all'America centrale e settentrionale. Il continente si estende per circa 7400 km da Capo Gallinas, a nord, a Capo Froward, a sud, e per circa 4830 km fra la sua estremità orientale, Capo Branco, e quella occidentale, Capo Pariñas.
La popolazione dell'America meridionale è stimata in 313 milioni di abitanti (1995), ovvero meno del 6% della popolazione mondiale. Il continente comprende le nazioni Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela, Guyana, Suriname e Guayana Francese, un dipartimento d'oltremare della Francia. Alcune repubbliche sudamericane comprendono territori lontani situati a grandi distanze dal continente: le isole Juan Fernández e l'isola di Pasqua appartengono al Cile, le isole Galápagos all'Ecuador, l'arcipelago Fernando de Noronha al Brasile, mentre le isole Falkland sono una colonia britannica rivendicata dall'Argentina. Le coste dell'America meridionale sono relativamente regolari, fatta eccezione per gli estremi litorali meridionali e sudoccidentali, incisi da numerosi fiordi e insenature.
Storia geologica
Il più antico e più stabile elemento strutturale del continente è costituito dagli altipiani del Brasile e della Guyana, a est e a nord-est, nei quali affiora la piattaforma continentale originaria; esso comprende un insieme di rocce cristalline, rocce eruttive e rocce metamorfiche, risalenti al Precambriano. In molte zone la piattaforma è ricoperta da rocce sedimentarie, risalenti perlopiù al Paleozoico (da 570 milioni a 225 milioni di anni fa), nonostante in alcune aree, in particolare nel Brasile meridionale, siano presenti strati di rocce effusive, basaltiche, di formazione più recente.
La parte meridionale del continente, formata dagli altipiani della Patagonia, poggia invece su depositi sedimentari del Mesozoico (da 225 milioni a 65 milioni di anni or sono) e del Terziario (da 65 milioni a 2,5 milioni di anni fa) e su basalti di recente formazione.
Fossili ritrovati nell'altopiano del Brasile costituiscono una prova della deriva continentale, secondo la quale durante il Permiano l'America meridionale sarebbe stata unita al Gondwana, un unico continente che comprendeva l'Africa e l'Asia, da cui si sarebbe staccata con un lento movimento di deriva verso ovest, scontrandosi con la placca del Pacifico, da cui sarebbero nate le Ande. I materiali di cui sono formate risultano dall'erosione delle antiche piattaforme sedimentatisi nei mari circostanti.
Queste formazioni subirono ripetuti sollevamenti nel Mesozoico dando vita ai rilievi costieri del Cile e del Perù meridionale e all'intera catena delle Ande. Questo processo orogenetico, che continuò nel Terziario, fu accompagnato da intrusioni di rocce magmatiche e dalla formazione di vulcani. L'attività vulcanica e sismica interessa tuttora l'intero margine occidentale del continente per effetto della subduzione della placca pacifica rispetto a quella sudamericana (vedi Tettonica a zolle).
Ai materiali trasportati dai fiumi che scendono dalle Ande si deve invece la formazione delle pianure alluvionali che occupano la parte centrale e più ampia del continente, alla cui estremità meridionale si trovano diversi ghiacciai che scendono dai rilievi, permanenze delle grandi glaciazioni dell'era quaternaria (iniziata 2,5 milioni di anni fa).
Territorio
L'America meridionale ha una forma che riproduce a grandi linee quella dell'America settentrionale, con un sistema montuoso sull'orlo occidentale, alcune vaste pianure nella parte centrale, dei massicci antichi sul lato nordorientale e orientale. Il territorio del continente può essere quindi suddiviso in tre regioni fisiche: il sistema montuoso è la cordigliera delle Ande, che si eleva possente e ininterrotta sul bordo del continente al di sopra dell'oceano Pacifico; le pianure sono i bassopiani che formano i bacini dell'Orinoco, del Rio delle Amazzoni, del Paraná; gli antichi massicci a oriente sono costituiti dal massiccio della Guyana e dall'altopiano del Brasile. Il punto più depresso dell'America meridionale (40 m sotto il livello del mare) è situato sulla penisola di Valdés, nell'Argentina orientale, mentre il punto più elevato è la vetta dell'Aconcagua (6959 m), nell'Argentina occidentale.
Le Ande s'innalzano bruscamente dalle coste nordoccidentali e occidentali del continente. Esse sono formate da un unico allineamento montuoso nel Venezuela settentrionale e lungo gran parte del Cile e dell'Argentina meridionale, mentre al centro si dividono in due o tre catene parallele. Fra le numerose vette che superano i 5000 m d'altitudine vi sono alcuni vulcani attivi situati nel Cile centromeridionale, in Perù, nella Bolivia meridionale e in Ecuador.
I vasti altipiani della Guyana a nord-est e del Brasile a est presentano aree collinari, ampi tavolati e alte mesas. I tavolati sono più elevati e meno estesi negli altipiani della Guyana, mentre l'altopiano del Brasile raggiunge le massime altitudini nei rilievi situati lungo la costa orientale. I suoli di questi altipiani sono generalmente poveri, ma in molte valli il terreno è reso fertile dalla presenza di rocce basaltiche. L'altopiano della Patagonia è meno elevato e relativamente piatto; qui lo sfruttamento dei suoli fertili è ostacolato dalle difficili condizioni climatiche.
A nord del continente si estende l'area pianeggiante del bacino dell'Orinoco, che comprende i llanos – una regione di pianure alluvionali e basse mesas – e un vasto ventaglio di valli convergenti verso l'Amazzonia. Questa è un ampio bassopiano alluvionale dalle pendenze lievissime che si apre verso l'Atlantico tra le appendici degli altipiani della Guyana e del Brasile. A sud i bassi rilievi degli altipiani del Mato Grosso dividono il bassopiano amazzonico da quello del Paraguay-Paraná. In esso le pianure pedemontane del Gran Chaco e della Pampa si fondono nelle pianure alluvionali e acquitrinose percorse dai fiumi che cercano il loro sbocco nelle depressioni costiere dell'Atlantico, dove il Paraná sbocca con l'ampio estuario detto Rio de la Plata.
Idrografia
Gran parte dei fiumi dell'America meridionale sfocia nell'oceano Atlantico e appartiene ai tre grandi sistemi fluviali del Rio delle Amazzoni, dell'Orinoco e del Paraguay-Paraná. Questi grandi fiumi rappresentano delle vie navigabili che consentono di penetrare facilmente nelle regioni interne. La loro grandiosità si deve sia all'ampiezza dei bacini idrografici sia alla ricca alimentazione dovuta alle precipitazioni equatoriali e agli apporti degli affluenti che scendono dalle Ande. Il Rio delle Amazzoni è il fiume che ha il maggior bacino della Terra ed è pari al 41% dell'intera superficie continentale.
Oltre ai fiumi che dalle Ande scendono all'Atlantico esistono altri fiumi importanti che hanno un corso diverso. Nel Brasile nordorientale scorre, attraverso gli altipiani orientali, il São Francisco, mentre fiumi minori solcano i versanti caraibico e pacifico delle Ande: di questi il più importante è il Rio Magdalena, che riceve le acque del Cauca. Anche questo sistema, che defluisce a nord attraverso le valli andine per sfociare nel mar dei Caraibi, offre una via d'accesso verso l'interno. I numerosi fiumi che scendono dalle Ande verso la costa del Pacifico hanno corsi brevi e rapidi; essi però hanno consentito per secoli l'agricoltura in Perù, Cile e nell'Argentina nordoccidentale, dove l'irrigazione è fondamentale.
I maggiori bacini lacustri si trovano nelle regioni andine, a quote elevate: i principali sono il lago Titicaca, il Poopó, il Buenos Aires, l'Argentino e il Nahuel Huapí.
Clima
La fascia equatoriale del continente è caratterizzata da un clima pluviale, con precipitazioni che superano annualmente i 1500-2000 mm, distribuite lungo tutto il corso dell'anno, salvo lievi attenuazioni stagionali. Esso, a nord e a sud, lascia il posto ad ampie zone dove la durata della stagione delle piogge e la piovosità diminuiscono. Queste zone presentano estati piovose e inverni secchi e, nelle zone meno esposte agli influssi marittimi, sono soggette a prolungate siccità; queste costituiscono un problema particolarmente grave nel nord-est del Brasile e lungo la costa settentrionale del Venezuela e della Colombia.
Cause diverse ha invece l'aridità sul versante pacifico delle Ande, tra il Perù e il Cile, dove la corrente fredda, detta di Humboldt, proveniente da sud, sottrae umidità alle fasce costiere, al riparo anche dalla circolazione atmosferica d'origine marittima. Nella regione andina hanno importanza le variazioni altitudinali, per cui si passa dal clima tropicale delle pianure (tierras calientes) al clima subtropicale o temperato delle zone intermedie (tierras templadas) sino al clima freddo, alpino, delle zone più elevate (tierras frías).
La fascia temperata dell'America meridionale si estende prevalentemente a sud del Tropico del Capricorno. Nel Cile meridionale le precipitazioni sono cospicue a causa degli influssi marittimi che provengono dall'oceano Pacifico. Essi sono più intensi in inverno e diminuiscono verso nord, lasciando il posto a una zona di clima mediterraneo, con inverni miti e umidi ed estati calde e secche. Condizioni climatiche diverse, con piogge meno intense e tendenziale aridità, prevalgono nei pedemonti a est delle Ande meridionali. Nelle pampas e nelle regioni meridionali dell'altopiano del Brasile la primavera e l'estate sono però generalmente piovose: ciò va a vantaggio dell'agricoltura. Gli inverni non sono mai molto freddi. A Buenos Aires le medie in gennaio sono di 23 °C, in luglio di 13 °C.
Flora
La vegetazione dell'America meridionale varia in base alle diverse regioni climatiche. Le aree dal clima tropicale presentano un fitto manto di foresta pluviale, la selva. Questa regione forestale, la più estesa del mondo, copre gran parte della fascia equatoriale, comprese le fasce costiere brasiliane e le pendici più basse delle Ande, ed è ricca di piante tropicali dal legno duro, palme, felci arboree, bambù e liane. Vedi Amazzonia.
Nelle aree caratterizzate da siccità invernale, soprattutto lungo la costa venezuelana, nel nord-est del Brasile e nel Gran Chaco, si trovano rade foreste e macchia. Fra queste aree più secche e la foresta pluviale compaiono zone di alta vegetazione erbacea (savane, o campos) e di boscaglia mista a prati (campos cerrados). Nel Brasile meridionale e lungo le pendici delle Ande crescono boschi semidecidui e decidui. Il Gran Chaco è caratterizzato da pianure erbose e boscaglia arbustiva, mentre le pampas dell'Argentina centrorientale sono praterie su suoli neri, come quelli delle pianure nordamericane.
A sud una zona di steppa e macchia (monte) segna la transizione verso la vegetazione erbacea che caratterizza la parte più arida e più fredda della Patagonia. Lungo la costa del Pacifico, procedendo verso nord, a partire dalla Terra del Fuoco, la foresta temperata, dove il faggio australe è la specie arborea dominante, lascia il posto a boschi sparsi, agli arbusti e ai prati del Cile centrale e, infine, alla macchia e alla vegetazione desertica che prevalgono nel Perù settentrionale e nelle fasce superiori dei versanti montani. Nelle aree più elevate delle Ande si trova soltanto un misero ammanto di graminacee e bassi arbusti: è l'ambiente dei páramos, che si fa più povero e desolato nelle zone più aride della puna, alle quote più elevate.
Fauna
L'America meridionale, l'America centrale, le pianure del Messico e le Indie Occidentali appartengono a una singola regione zoogeografica, solitamente chiamata regione neotropicale. La fauna è caratterizzata da una grande varietà di specie presenti solo in questo continente e comprendenti scimmie, vampiri e moltissimi roditori. Nella regione andina vive un'unica specie di orso e un tipo di camelide, il lama. Caratteristici del continente sono inoltre la vigogna, l'alpaca, il giaguaro, il pecari, il formichiere gigante e il coati.
Per quanto riguarda l'avifauna, numerosissime sono le famiglie di uccelli neotropicali e marini, oltre a quelle dei colibrì o uccelli mosca (500 specie), dei thraupidi e degli ara. Tra gli uccelli di più grandi dimensioni si annoverano nandù, condor e fenicotteri. Fra i rettili vi sono boa e anaconda, iguane, caimani e coccodrilli. Di varie specie e in gran numero sono i pesci d'acqua dolce, gli insetti e gli invertebrati. Le isole Galápagos sono famose quale habitat di grandi testuggini e altri rettili come le iguane di mare, specie relitte, nonché di uccelli presenti soltanto in questo arcipelago.
Risorse minerarie
Il territorio dell'America meridionale è ricco di risorse minerarie. In epoca coloniale si iniziarono a sfruttare i giacimenti auriferi delle Ande e quelli di argento e mercurio delle regioni montuose situate tra il Perù centrale e la Bolivia meridionale, zone oggi note per la presenza di ingenti depositi di rame, stagno, piombo e zinco. Il rame viene estratto inoltre nel Cile settentrionale e centrale. Una ricca zona mineraria (bauxite, minerali ferrosi e oro) è situata fra Ciudad Bolívar e il Suriname settentrionale, al margine degli altipiani della Guyana.
In epoca coloniale furono inoltre scoperti notevoli giacimenti di oro e diamanti nel Brasile centrorientale, tuttora produttivi. Nonostante la presenza di metalli preziosi, di cui il continente rimane uno dei maggiori produttori mondiali, il futuro sviluppo industriale dei paesi sudamericani poggia sulla presenza di ingenti riserve di minerali ad alto contenuto di ferro e di più modesti giacimenti di bauxite. Scarse le riserve di carbone, situate soprattutto nelle Ande e nel Brasile meridionale, mentre le ricche riserve petrolifere e di gas naturale del continente si trovano in bacini situati ai margini delle Ande e nella cordigliera stessa, dal Venezuela alla Terra del Fuoco, soprattutto nella zona del lago di Maracaibo.
Popolazione
Nonostante la vastità del suo territorio, l'America meridionale ospita meno del 6% della popolazione mondiale. Essa deriva in larga parte dalle ondate migratorie che, soprattutto dall'Europa meridionale, hanno raggiunto le aree più favorevoli del continente, portandovi la loro cultura e la loro lingua. Perciò si parla dell'America meridionale come parte dell'America latina, distinta da quella settentrionale caratterizzata da un popolamento di matrice anglosassone. L'elemento iberico (portoghesi e spagnoli) ha costituito la base del popolamento latinoamericano. Si sono poi aggiunti italiani, tedeschi, slavi ecc. Le ondate immigratorie più massicce si sono avute nei primi decenni del XX secolo. Dal 1930 il flusso migratorio è diminuito, mentre hanno assunto rilievo le migrazioni interne, soprattutto verso le regioni costiere.
La popolazione è oggi concentrata negli agglomerati urbani e oltre la metà del continente presenta una densità demografica inferiore ai 2 abitanti per km2. Poco più del 50% della popolazione vive in Brasile; oltre un quinto risiede in Colombia, Venezuela ed Ecuador. L'incremento demografico naturale e le migrazioni dalle aree periferiche hanno determinato una crescita della popolazione urbana superiore al 4% annuo. In Argentina, Cile e Uruguay, il tasso di crescita demografica urbana ha rallentato, ma nei paesi tropicali lo sviluppo delle città è rapidissimo.
L'urbanizzazione dell'America latina ha aspetti problematici e spesso drammatici. Essa non risulta da un processo di assimilazione attivamente indotto dalle offerte di lavoro, ma da una fuga continua e massiccia dalle campagne di gente senza lavoro e senza preparazione. Si ha così la formazione di vasti quartieri urbani di disadattati, dove le abitazioni sono povere catapecchie e le periferie luoghi di miseria dove le aggregazioni (vedi Bidonville) sono definite in vario modo (favelas, barrios, villas miserias ecc.). Esse si estendono intorno ai centri urbani in cui i grattacieli delle società minerarie e delle banche sorgono accanto alle cattedrali e agli edifici storici legati alla prima colonizzazione portoghese e spagnola. Nei paesi più urbanizzati – Argentina, Cile, Uruguay e Venezuela – almeno l'80% della popolazione vive nelle città; in quelli meno urbanizzati – Bolivia, Ecuador e Paraguay – meno del 60% viene classificato come popolazione urbana.
Composizione etnica
La popolazione sudamericana si caratterizza per la varietà etnica; i gruppi principali sono rappresentati dagli amerindi e dai discendenti di spagnoli, portoghesi e neri africani. Maggiore rilievo hanno però attualmente i mestizos (discendenti di iberici e nativi) e i mulatti (frutto della mescolanza tra iberici e neri), mentre più modesto è il meticciato di nativi e neri. Le popolazioni amerinde vivono soprattutto negli altipiani delle repubbliche andine centrali, mentre in Argentina e in Uruguay elevata è la percentuale degli abitanti di discendenza spagnola. In Brasile l'elemento iberico dominante è costituito dai portoghesi e sono presenti in elevata percentuale neri e mulatti. La popolazione nera è numerosa anche nelle Guyane e sulle coste ecuadoregna e colombiana.
Al flusso relativamente modesto, ma costante, di iberici verso l'America meridionale, durante il periodo coloniale e nel secolo che seguì l'indipendenza, si aggiunse, tra la fine del XIX secolo e il 1930, l'arrivo di milioni di emigrati italiani, soprattutto in Argentina, Brasile e Uruguay, oltre che di tedeschi, polacchi e altri europei (vedi Migrazione). Molti furono impiegati come braccianti o fittavoli nelle campagne argentine e brasiliane, e numerosi tedeschi e italiani fondarono aziende agricole. I coloni tedeschi, ad esempio, ebbero un ruolo significativo nel popolamento del Cile centromeridionale, mentre altri immigranti si stabilirono nelle città, dove contribuirono ad aumentare la disponibilità di forza lavoro. Nel continente giunsero inoltre numerosi siriani e libanesi.
Il maggiore flusso migratorio di asiatici, provenienti da India, Indonesia e Cina, raggiunse l'America meridionale alla fine del XIX secolo; stanziatisi soprattutto nella Guyana Britannica e nel Suriname Olandese, fornirono la manodopera divenuta carente dopo l'abolizione della schiavitù (1900); un numero consistente di coloni giapponesi si stabilì invece nel Brasile sudorientale, in Paraguay e in Bolivia.
Lingue
Lo spagnolo è la lingua ufficiale in nove dei tredici paesi del continente. Il portoghese è la lingua ufficiale del Brasile, l'inglese della Guyana, l'olandese del Suriname e il francese della Guayana Francese. Fra le diverse lingue amerinde, il quechua, l'aymará e il guaraní sono parlate dal maggior numero di persone. Gli abitanti di lingua quechua abitano soprattutto gli altipiani andini centrali, mentre coloro che parlano aymará vivono perlopiù sugli altipiani della Bolivia e del Perù. Il guaraní è la lingua diffusa in Paraguay insieme allo spagnolo, la lingua ufficiale.
Religioni
Circa il 90% della popolazione del continente è cattolica. In Brasile e in Cile vi sono oltre 11 milioni di protestanti, presenti in esigue minoranze anche nei centri urbani di altri paesi. Nelle città, soprattutto in Argentina e in Brasile, vivono inoltre minoranze ebree. I 550.000 indù, i 400.000 musulmani e i 375.000 buddhisti dell'America meridionale sono concentrati nella Guyana e nel Suriname. La fede cattolica fu introdotta dagli spagnoli e dai portoghesi all'inizio della conquista, mentre la presenza di protestanti riflette la successiva immigrazione europea e l'attività missionaria iniziata nel secolo XIX.
Economia
Storicamente territorio coloniale, economicamente soggetto a un processo di predazione delle sue immense risorse sotto il controllo dei discendenti bianchi dei conquistadores, l'America meridionale, pur potenzialmente ricca, è una parte del mondo povera, seppur con gravi squilibri sociali, grandi ricchezze e povertà indicibili. I suoi paesi hanno conosciuto diverse fasi di sviluppo economico legate inizialmente ai successi delle esportazioni dei prodotti via via richiesti dalle economie avanzate (dal caucciù ai legnami pregiati, dal frumento alla carne, ai minerali ecc.); poi, a partire dagli anni Trenta, legate ai tentativi dei governi di dare vita a un'economia meno dipendente dalle esportazioni di materie prime, più diversificata dal punto di vista produttivo.
Ma questa fase, ancora in corso, incontra difficoltà diverse, come la scarsità del mercato interno, la povertà delle risorse finanziarie, la durezza dei conflitti sociali, la debolezza della cultura di base industriale ecc. Però le situazioni variano da paese a paese, a seconda del persistere, o meno, delle condizioni "colonialiste". Tuttavia, dopo la seconda guerra mondiale, le politiche nazionali hanno reso possibile, in paesi come l'Argentina, il Brasile e il Cile, la nascita di settori industriali capaci di produrre beni precedentemente importati e innescare così un primo processo di sviluppo, sostenuto da imprese europee e nordamericane, che si esplica in diverse attività industriali, anche di tipo avanzato.
Agricoltura
La maggior parte della produzione agricola e zootecnica del continente è destinata al consumo e ai mercati interni. Ciò nonostante, le entrate derivate dagli scambi commerciali con l'estero di prodotti agricoli costituiscono una voce importante nel bilancio di numerosi paesi sudamericani. Benché l'agricoltura, insieme a caccia, pesca e attività forestali, rappresenti circa il 12% del prodotto interno lordo del continente, gli addetti al settore primario sono ancora oltre il 30% della forza lavoro in Bolivia, Paraguay, Perù ed Ecuador, fra il 20 e il 30% in Colombia, Brasile e Guyana, e meno del 20% in Suriname, Cile, Uruguay, Venezuela, Argentina e Guayana Francese.
La coltivazione intensiva di prodotti destinati alla commercializzazione, in particolare ortaggi e frutta, viene praticata soprattutto nei pressi delle città, mentre la produzione di derrate per il consumo interno, quali radici commestibili, fagioli e mais, è al servizio delle popolazioni locali. Frumento e riso vengono prodotti ovunque lo consentano le condizioni climatiche e del terreno. L'allevamento dei bovini assicura ai paesi sudamericani l'autosufficienza alimentare e in Argentina, Uruguay, Paraguay e Colombia sostiene un fiorente mercato delle esportazioni.
Un'economia agricola orientata ai mercati esteri si è sviluppata nelle aree tropicali e alle medie latitudini, dove i terreni arabili e l'accesso ai porti hanno creato condizioni adeguate. In queste zone la coltura prevalente è quella del caffè, praticata in particolare negli altipiani del Brasile sudorientale e della Colombia centroccidentale. Notevole importanza hanno inoltre il cacao, prodotto nel Brasile orientale e nell'Ecuador centroccidentale, le banane e la canna da zucchero; le coste del Perù, la Guyana e il Suriname sono aree con una consolidata tradizione nella produzione di zucchero per i mercati esteri; lungo le coste peruviane si trovano inoltre estese piantagioni di cotone. Nel Brasile sudorientale la soia, a partire dagli anni Settanta, è diventata un'importante coltura da esportazione. L'Argentina esporta tradizionalmente frumento, mais e semi di lino, bovini, ovini e, insieme all'Uruguay, pellame e lana.
Risorse forestali e pesca
Nonostante il 50% del territorio sudamericano sia coperto di foreste e bagnato da mari molti pescosi, le attività economiche che sfruttano questo tipo di risorse sono di modesta dimensione e orientate al mercato interno. Da vaste zone dell'Amazzonia, dove ampi tratti di foresta sono stati abbattuti per creare terreni agricoli e da pascolo, si ricavano molte varietà di legno destinato alle esportazioni. Il Brasile meridionale e il Cile centromeridionale esportano legno di pino e pasta di legno. Largamente diffuse sono le piantagioni di eucalipti destinati alla produzione di legno combustibile, legname e materiali per l'industria edilizia.
Le più importanti zone di pesca sono le acque costiere del Pacifico. Al largo delle coste peruviane e cilene, lambite dalla corrente fredda proveniente da sud, si pescano grandi quantità di pesci, tra cui le alici, mentre sulle coste ecuadoregne e peruviane un importante prodotto ittico è il tonno. Nelle acque del Cile, del Brasile e della Guyana notevole rilievo ha la pesca dei crostacei.
Risorse minerarie
I paesi dell'America meridionale possiedono ingenti risorse minerarie. Esse alimentano un'industria che, fino a tempi molto recenti, era prevalentemente in mano a società straniere: questa dipendenza è stata una delle cause dei ritardi delle economie sudamericane. I principali prodotti minerari sono petrolio, rame, bauxite e minerali di ferro, che sostengono un mercato delle esportazioni estremamente diversificato, oltre a piombo, zinco, manganese e stagno. Le attività estrattive rappresentano quindi settori di massima importanza per molte economie nazionali.
Il Venezuela esporta principalmente petrolio grezzo, raffinato e derivati, mentre la dipendenza dalle esportazioni di minerali è minore in Suriname, Bolivia e Cile. Il Perù e, da tempi recenti, l'Ecuador basano la loro economia sulla vendita di minerali. Nonostante questo genere di esportazioni crei entrate di bilancio, l'industria mineraria offre un contributo minimo al PIL continentale e all'occupazione, pur rimanendo una voce importante nella crescente diversificazione economica del continente.
Industria
Alla fine degli anni Settanta il settore industriale contribuiva per il 25% al PIL del continente, registrando un notevole incremento rispetto al 1956, anno in cui per la prima volta le attività industriali superarono per importanza sia quelle agricole sia quelle commerciali e finanziarie.
Le principali attività del settore sono legate alla trasformazione dei prodotti agricoli, soprattutto in Argentina e Brasile, i paesi più industrializzati. Grande rilievo hanno inoltre le attività di lavorazione e raffinazione dei minerali, che tendono a essere localizzate nei pressi dei giacimenti. Raffinerie di petrolio, stabilimenti siderurgici, cementifici e industrie di produzione di beni di consumo (tessili, bevande, veicoli a motore, apparecchi elettrici e meccanici, plastica) sono concentrati nei principali distretti urbani.
In molti paesi dell'America meridionale lo sviluppo industriale ha potuto verificarsi grazie al sostegno del governo. Benché molte industrie operino ancora su licenza di grandi società straniere o ne siano consociate, dagli anni Trenta i governi nazionali sono stati direttamente coinvolti nello sviluppo dell'industria pesante, soprattutto nei settori siderurgico, del montaggio delle auto e della cantieristica navale. In alcuni paesi le industrie manifatturiere sono ormai così avanzate da consentire la produzione di merci per l'esportazione (macchine utensili e mezzi militari). Ma lo sviluppo industriale del continente continua a trovare ostacoli nell'esigua dimensione dei mercati nazionali, nell'inadeguatezza della tecnologia e nella mancanza di adeguate reti di trasporto e di distribuzione.
Energia
Le principali fonti energetiche nell'America meridionale sono costituite dal petrolio e dal gas naturale, che hanno reso necessaria la costruzione di un sistema esteso di oleodotti in Argentina, Venezuela e Colombia. Il carbone, le cui riserve sono relativamente modeste, ebbe notevole importanza nei primi sviluppi delle ferrovie, dei trasporti fluviali e marittimi e dell'industria in Cile, Argentina, Brasile e Colombia. In Brasile il carburante più diffuso è l'alcol derivato dalla canna da zucchero. Lo sfruttamento dell'energia idroelettrica ebbe inizio in Brasile, Cile e Colombia e oggi copre oltre il 60% della produzione energetica in paesi come il Paraguay, il Brasile, l'Uruguay, la Colombia e la Bolivia. Lo sviluppo di questo settore è diversificato e varia dalle piccole centrali, utilizzate dalle città di provincia, ai grandi impianti, costruiti nel bacino medio e superiore del Paraná e nei tratti superiore e inferiore del fiume São Francisco.
Trasporti e commercio
Le reti stradali e ferroviarie del continente svolgono un ruolo di primaria importanza per il trasporto di persone e di merci e sono sviluppate soprattutto nel Brasile sudorientale e nelle pampas argentine. Prevalente è il trasporto su gomma, anche se in Argentina, Brasile e Cile si fa ampio uso delle reti fluviali, marittime e ferroviarie. Le linee aeree nazionali e internazionali offrono un sistema di trasporti continentali più completo e affidabile sotto il profilo operativo; la loro importanza è in larga parte legata alla storica mancanza di insediamenti all'interno del continente e alle grandi distanze che li separano dai principali centri situati nelle regioni costiere.
In America meridionale gli scambi internazionali avvengono soprattutto con Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. La voce più importante del commercio estero è costituita dal petrolio e dai suoi derivati, esportati soprattutto dal Brasile e dal Venezuela. L'America meridionale contribuisce in modo significativo al commercio mondiale di olio e semi oleosi, caffè, rame, bauxite, minerali di ferro, prodotti di piantagione diversi ecc. Il commercio interno è stato favorito, a partire dagli anni Sessanta, da organismi commerciali regionali, quali la Latin American Free Trade Association (LAFTA, Associazione latinoamericana di libero scambio) e ha per oggetto soprattutto frumento, vino, bestiame e manufatti industriali.
Storia
Per informazioni riguardanti le civiltà precolombiane dell'America meridionale, vedi Araucani; Inca; Archeologia: le Americhe; Arte e architettura precolombiana; Arte inca; Tiahuanaco; Tupí-Guaraní.
Dopo il 1453, anno in cui i turchi conquistarono definitivamente l'impero bizantino e il dominio del Mediterraneo orientale, le nazioni europee si videro costrette a cercare nuove vie verso l'Oriente. Gli esploratori portoghesi, che avevano compiuto numerosi viaggi nell'oceano Atlantico navigando verso sud, cercarono la nuova rotta esplorando la costa africana e raggiungendo il Capo di Buona Speranza nel 1486. Nel 1492 Cristoforo Colombo, nel tentativo di raggiungere l'India navigando verso ovest attraverso l'oceano Atlantico, sbarcò nelle Antille, aprendo un nuovo mondo al commercio e all'influenza europei.
Dopo il ritorno di Colombo in Europa, la Spagna e il Portogallo furono coinvolti nella disputa riguardante i diritti sui territori del Nuovo Mondo. La controversia fu appianata nel 1493 da papa Alessandro VI che, stabilita una linea di demarcazione tracciata da nord a sud, a ovest delle Azzorre, assegnò al Portogallo i nuovi territori situati a est di tale linea e alla Spagna i territori a ovest (vedi Linea alessandrina). La linea di demarcazione fu in seguito modificata, con la conseguenza che il Portogallo ottenne la sovranità sui territori dell'America meridionale corrispondenti all'odierno Brasile. Il 1° agosto 1498, nel corso del suo terzo viaggio, Colombo raggiunse la foce dell'Orinoco e avvistò il continente sudamericano.
Esplorazioni della costa orientale
Il secondo navigatore europeo che raggiunse il continente fu il portoghese Pedro Alvares Cabral. Nell'aprile del 1500 una flotta al suo comando gettò l'ancora al largo del Brasile, su cui Cabral rivendicò i diritti del Portogallo. I portoghesi, che nel frattempo avevano scoperto una rotta verso l'India circumnavigando l'Africa, per tre decenni prestarono scarsa attenzione al territorio scoperto da Cabral. Durante questo periodo gli spagnoli intensificarono notevolmente le attività di esplorazione e colonizzazione nel Nuovo Mondo. Numerosi esploratori visitarono le coste nordorientali del continente nei primi anni del secolo XVI: tra questi, i navigatori spagnoli Vicente Yáñez Pinzón, Alonso de Ojeda, Pedro Alonso Niño, il navigatore e geografo spagnolo Juan de la Cosa e il navigatore di origine italiana Amerigo Vespucci. Alla fine del 1519 Ferdinando Magellano, alla ricerca di una rotta occidentale che lo conducesse verso l'Estremo Oriente, esplorò l'estuario del Rio de la Plata; egli riprese le ricerche l'anno seguente navigando verso sud e il 28 novembre 1520, attraversando lo stretto che oggi porta il suo nome, aprì la rotta verso il Pacifico.
Esplorazioni dell'interno
L'esplorazione sistematica e la conquista delle regioni interne dell'America meridionale fu avviata dai tedeschi. Nel 1529 Bartholomäus Welser ricevette in concessione da Carlo V una vasta estensione di territori (corrispondente all'incirca all'attuale Venezuela), di cui avviò subito l'esplorazione. Dopo circa vent'anni la concessione fu revocata, anche a causa del trattamento estremamente brutale inflitto dai coloni tedeschi ai nativi.
Il primo europeo che penetrò con successo all'interno del continente fu il conquistatore spagnolo Francisco Pizarro. Spingendosi da Panamá verso sud, egli invase il ricco impero degli inca nel 1531. In cinque anni, usando abilmente le armi e l'inganno, Pizarro prese il sopravvento sull'impero. Socio di Pizarro nell'impresa fu Diego de Almagro, che conquistò il Cile settentrionale. La conquista e la colonizzazione della regione confinante con il Rio de la Plata ebbe inizio nel 1535 a opera del soldato spagnolo Pedro de Mendoza, che fondò una colonia a Buenos Aires nel 1536.
Fra il 1536 e il 1538 il soldato spagnolo Gonzalo Jiménez de Quesada soggiogò i chibcha e fondò Santa Fe de Bogotá. Nel 1539 Gonzalo Pizarro, fratello di Francisco, attraversò le Ande e raggiunse le sorgenti del Rio delle Amazzoni. Uno dei suoi compagni, Francisco de Orellana, discese lungo il fiume fino alla foce, raggiungendo l'oceano Atlantico nel 1541. L'anno precedente, il conquistatore Pedro de Valdivia iniziò in Cile la sottomissione sistematica degli araucani e nel 1541 fondò Santiago. Nel frattempo i portoghesi avviarono la fondazione di colonie lungo la costa orientale del continente, occupando infine tutto il territorio corrispondente all'attuale Brasile.
Dal XVI al XVIII secolo
All'inizio del 1600, gli spagnoli avevano stabilito numerose colonie. Al vicereame del Perù (creato nel 1542) e alle varie audiencias (unità territoriali in cui erano divisi i possedimenti spagnoli) non mancavano prospettive di sviluppo, basate sulla presenza di risorse quali minerali preziosi, legname e terreni fertili. Un numero sempre maggiore di schiavi indios e neri importati dall'Africa fornirono la manodopera per un'agricoltura e un allevamento fiorenti. Durante la prima metà del XVI secolo migliaia di immigrati europei raggiunsero i possedimenti spagnoli e portoghesi in cerca di fortuna o spinti da uno zelo evangelizzatore nei confronti dei nativi. I governi spagnolo e portoghese ricevettero ampio aiuto dalla Chiesa nei loro sforzi volti a consolidare i rispettivi imperi coloniali. Il cattolicesimo era l'unica religione riconosciuta nelle colonie, ma la politica ecclesiastica era determinata e controllata dalla Corona. In cambio dei servigi prestati nell'evangelizzazione, istruzione e pacificazione dei nativi, alla Chiesa e ai vari ordini religiosi cattolici attivi nel continente erano assicurati numerosi privilegi ed estesi possedimenti territoriali.
Alla fine del XVII secolo la Spagna e il Portogallo dominavano tutta l'America meridionale, eccetto la Guayana, divisa tra Gran Bretagna, Francia e Olanda. La potenza navale dei regni iberici era tuttavia indebolita dopo la serie di cruenti conflitti che avevano coinvolto la Spagna e il Portogallo in Europa e anche le colonie erano costantemente minacciate da inglesi, olandesi e francesi. Inoltre, l'imposizione di una forte tassazione sulle attività economiche delle colonie provocò il diffondersi di un esteso malcontento, che nel corso del XVIII secolo nelle colonie spagnole sfociò in numerose rivolte, in particolare nel Paraguay dal 1721 al 1735, in Perù dal 1780 al 1782, nella Nuova Granada nel 1781.
La nascita del popolo latinoamericano
All'epoca della conquista, la popolazione delle Americhe, che comprendeva le grandi civiltà maya, azteca e inca, era probabilmente di 80 milioni di abitanti (quella europea era di 60 milioni e quella iberica non superava gli 8). I conquistadores erano in numero esiguo, ma superiori quanto ad armamenti e strategie militari. Peraltro i nativi furono ben presto colpiti da devastanti epidemie di cui erano portatori gli stessi conquistatori. I sopravvissuti, probabilmente non più del 15%, andarono a incrementare una classe di lavoratori schiavizzati nelle piantagioni e nelle miniere. Quando la manodopera autoctona cominciò a scarseggiare, i colonizzatori importarono schiavi africani attraverso le colonie brasiliane e dei Caraibi. Nonostante il dominio coloniale, aspetti dei costumi, delle arti, delle lingue, delle religioni e degli stili di vita propri dei nativi e degli africani sopravvissero, e l'America latina diventò un crogiuolo delle culture di tre continenti.
Alla fine dell'epoca coloniale la popolazione mestizos e mulatta, formata dall'incrocio di nativi, africani ed europei, costituiva la maggioranza in molti paesi latinoamericani. Questa mescolanza di etnie e culture costituì la caratteristica più rilevante del continente, dove si svilupparono strutture sociali tra loro simili.
La struttura sociale nelle colonie
Le colonie spagnole in Sud America erano guidate da un relativamente esiguo corpo di funzionari, dal clero e da una classe poco più numerosa di latifondisti e mercanti. Questa oligarchia, formata da europei provenienti dalla penisola iberica (i peninsulares) e da creoli (discendenti di europei), esercitava il proprio dominio sugli indios, i mestizos e i neri, che costituivano la maggioranza della popolazione.
Erano però i peninsulares, appartenenti di solito alla nobiltà, a detenere effettivamente il potere; sprezzanti nei confronti degli altri gruppi sociali, compresi i creoli, essi erano unicamente desiderosi di accumulare ricchezze e di fare poi ritorno in Europa. I creoli, che formalmente godevano degli stessi diritti politici dei peninsulares, venivano di fatto esclusi dalle più importanti cariche civili ed ecclesiastiche; a causa di ciò, nei conflitti che avrebbero portato all'indipendenza delle colonie, si schierarono generalmente con i mestizos.
Guerre di indipendenza
Dopo quasi tre secoli di sfruttamento economico e ingiustizia politica, nelle colonie sudamericane si verificò un acceso movimento rivoluzionario. Guidato dai creoli e di carattere fondamentalmente liberale, il movimento fu stimolato dal successo della rivolta delle colonie britanniche nell'America settentrionale e dalla Rivoluzione francese.
La lotta per la libertà politica nell'America meridionale spagnola può essere suddivisa in due fasi. La prima fase, dal 1810 al 1816, si concluse con il conseguimento dell'indipendenza da parte del vicereame della Plata (Argentina, Paraguay e Uruguay odierni); la seconda fase, dal 1816 al 1825, portò alla piena indipendenza di tutte le colonie dalla Spagna. Fra i capi della lotta per l'indipendenza ebbero un ruolo fondamentale i venezuelani Simón Bolívar e Francisco de Miranda e l'argentino José de San Martín.
Il 25 maggio 1810 i creoli di Buenos Aires deposero il viceré spagnolo e instaurarono un organismo provvisorio di governo per le province della Plata. L'autorità diretta della Spagna non fu più ripristinata. Il 14 agosto 1811 i paraguayani, che avevano rifiutato l'aiuto di Buenos Aires, proclamarono l'indipendenza dalla Spagna e, nel 1813, anche dal governo provvisorio. Nel 1814 San Martín si mise a Capo di un esercito nazionale nell'Argentina occidentale, intenzionato a liberare il Cile e a muovere via mare contro il Perù, la principale roccaforte spagnola nel continente. Nella successiva campagna per la liberazione del Cile del 1817-18, San Martín fu sostenuto dal rivoluzionario cileno Bernardo O'Higgins. Il 12 febbraio 1817 San Martín sconfisse l'esercito spagnolo a Chacabuco, e nello stesso giorno fu dichiarata l'indipendenza del paese. A San Martín fu offerta la guida del nuovo governo cileno, ma egli rifiutò in favore di O'Higgins. Dopo la sconfitta di un'armata spagnola a Maipú, il 5 aprile 1818, l'indipendenza cilena mise solide basi e San Martín si preparò ad attaccare il Perù.
Teatro della successiva grande vittoria nelle guerre per l'indipendenza fu la Colombia. Alla testa di un esercito di patrioti e di mercenari reclutati in Inghilterra, Bolívar sconfisse i lealisti il 7 agosto 1819, nella battaglia di Boyacá. Mentre i combattimenti erano ancora in corso, un congresso che si teneva ad Angostura (oggi Ciudad Bolívar, in Venezuela) organizzava lo stato della Grande Colombia, che avrebbe compreso l'audiencia di Nuova Granada, il Panamá e, in seguito, il Venezuela e Quito (Ecuador). In seguito Bolívar assunse la carica di presidente e dittatore. Benché il Venezuela si fosse dichiarato indipendente il 7 luglio 1811, la colonia era ancora nelle mani dei realisti; Bolívar li sconfisse a Carabobo il 24 giugno 1821, garantendo così l'indipendenza al paese. Sotto la guida di Antonio José de Sucre, uno dei luogotenenti di Bolívar, un esercito patriottico trionfò sulle forze realiste a Pichincha il 24 maggio 1822 e liberò l'Ecuador.
Nel frattempo, il 7 settembre 1820, un esercito inviato da San Martín sbarcava sulla costa peruviana e il 9 luglio 1821 entrava a Lima, la capitale. L'indipendenza del Perù fu proclamata il 28 luglio, ma le forze realiste rimasero in possesso della maggior parte del paese. Di comune accordo, dopo la battaglia di Pichincha, Bolívar e Sucre prepararono una spedizione militare a sostegno dei patrioti peruviani assediati. Un contingente d'assalto di questa spedizione fu sconfitto nel 1823, ma Bolívar e Sucre ottennero la vittoria il 6 agosto 1824 a Junín, e il 9 dicembre Sucre vinse la decisiva battaglia di Ayacucho. Sebbene le residue forze realiste venissero espulse dal Perù soltanto nel gennaio del 1826, la battaglia di Ayacucho fu il più importante atto conclusivo nella conquista dell'indipendenza dalla Spagna. L'Alto Perù proclamò l'indipendenza il 5 gennaio 1825 e, il 25 agosto di quell'anno, prese il nome di Bolivia in onore del suo liberatore.
Il Brasile proclamò l'autonomia dal Portogallo il 12 ottobre 1822, ma conservò una forma monarchica di governo fino al 1889, anno di instaurazione della repubblica. Vedi Guerre d'indipendenza latinoamericane.
Il XIX secolo
Alla fine delle guerre di indipendenza gli stati sovrani dell'America meridionale staccatisi dalla Corona spagnola erano Grande Colombia, Perù, Cile, Province unite del Rio de la Plata (poi Argentina), Paraguay e Bolivia. Fra il 1830 e il 1832 dalla Grande Colombia si formarono gli stati sovrani del Venezuela, dell'Ecuador e della Nuova Granada. Fino al 1903 la Nuova Granada, la futura Colombia, comprese il Panamá. L'Uruguay, dopo un periodo di controllo portoghese e brasiliano, divenne uno stato sovrano nel 1828.
Nonostante la stretta unità del periodo rivoluzionario, le colonie spagnole non realizzarono l'idea di Bolívar, cioè una confederazione dell'America meridionale spagnola, a causa delle rivalità tra i paesi, dell'inesperienza politica dei vari leader, dell'assenza di tradizioni democratiche, della vastità del territorio e dell'inadeguatezza delle vie di comunicazione. Ben presto, le nuove repubbliche furono afflitte dall'instabilità politica. Le ricchezze e il potere politico erano ancora concentrati nelle mani della Chiesa e delle oligarchie, mentre i gruppi politici conservatori e liberali erano in costante conflitto. Le speranze di diffusione del benessere e della democrazia svanirono quindi a causa della scarsa coesione politica e del declino economico, che caratterizzarono i primi anni di vita di gran parte delle nuove nazioni. Alla metà del XIX secolo quasi tutti i paesi della regione erano dominati da dittatori conservatori chiamati con il nome dei capi militari delle lotte d'indipendenza: caudillos.
La trasformazione sociale
Durante la seconda metà del XIX secolo l'America latina si trovò a svolgere, nel contesto economico internazionale, una funzione di regione produttrice ed esportatrice di materie prime. Lo sviluppo economico favorì la nascita di una classe media e di una classe lavoratrice urbana, alimentate dall'immigrazione europea, soprattutto dall'area mediterranea (e dall'Italia in modo particolare). Queste nuove classi costituirono moderni partiti politici e si attrezzarono per sostituire le vecchie élite.
Nelle campagne e nelle zone di nuova urbanizzazione delle città, dove la popolazione continuava a vivere in condizioni di miseria e sfruttamento, cominciarono ad apparire i primi movimenti rivoluzionari. Promosse generalmente dalle classi medie e appoggiate dai lavoratori industriali e agricoli, rivoluzioni di segno principalmente nazionalista e populista ebbero luogo in molti paesi, tra cui Messico, Brasile, Argentina, Guatemala, Bolivia, Cuba, Nicaragua.
Il XX secolo: l'egemonia statunitense
Se, con il crollo del dominio spagnolo e portoghese, la potenza commerciale britannica aveva rappresentato il riferimento di gran parte dell'America latina, in seguito furono gli Stati Uniti a sostenere il ruolo di principale mercato per le merci sudamericane e di investitore di capitali, sicché nel XX secolo gli statunitensi stabilirono la loro egemonia su quasi tutta la regione, intervenendo frequentemente negli affari interni dei singoli stati (vedi Dottrina Monroe). Mentre alcuni paesi riuscirono a dare un qualche indirizzo liberale alle loro politiche sociali ed economiche, molti si caratterizzarono per un avvicendarsi caotico di dittature militari talora spietate.
Nel secondo dopoguerra la gran parte dei paesi latinoamericani si ritrovò al fianco degli USA nel contrastare la potenza sovietica e la diffusione di ideologie rivoluzionarie marxiste che stavano facendo la loro comparsa nel continente. Ma il diffuso malessere delle classi popolari, spesso emigrate dalle zone rurali in cerca di lavoro e concentrate nelle periferie delle città, e l'attitudine delle oligarchie nel soffocare qualsiasi richiesta di riforma provocarono estesi movimenti politici e sociali, ai quali i regimi risposero ancora con repressioni e cruenti colpi di stato (ad esempio in Brasile, in Argentina, in Cile). In pochi casi invece i movimenti guerriglieri rovesciarono le corrotte dittature (è il caso di Cuba e del Nicaragua, o del Salvador, dove una guerra civile infuriò per molti anni prima che si raggiungesse un compromesso tra le parti e la pacificazione del paese).
Il ritorno ai governi civili
A partire dalla fine degli anni Settanta una per una le dittature sudamericane furono costrette, sia per la gravissima situazione economica e sociale interna, sia per l'isolamento internazionale in cui si ritrovarono, a lasciare la guida dei paesi a governi civili.
Alla metà degli anni Novanta gran parte delle economie latinoamericane, grazie soprattutto all'applicazione di austeri tagli alla spesa pubblica, erano più sane di quanto non fossero state per decenni, ma le disparità economiche e sociali tra la popolazione erano profonde e gravissime e continuavano ad alimentare un forte conflitto e a causare un'estesa criminalità.
Il Mercosur
Nel 1960 sei paesi sudamericani e il Messico firmarono l'Accordo latinoamericano di libero commercio (ALALC). Negli anni seguenti il presidente John F. Kennedy promosse il programma di Alleanza per il progresso. Nell'aprile del 1967 i paesi membri dell'alleanza si incontrarono a Punta del Este, in Uruguay. La questione più importante,su cui fu raggiunto un accordo,fu la costituzione di un Mercato comune latinoamericano, in sostituzione dell'ALALC.
Nel 1971, dieci anni dopo l'istituzione dell'Alleanza, i problemi causati da un'inaspettata crescita demografica, dall'aumento della disoccupazione e dalla distribuzione ineguale del reddito e della proprietà iniziarono a suscitare un diffuso malcontento. All'inizio degli anni Ottanta questi problemi furono aggravati in gran parte dei paesi da una generale recessione economica che portò a una pesante crescita del debito estero.
Negli anni Novanta per gran parte dei paesi dell'America meridionale le prospettive migliorarono. L'ammontare del PIL crebbe di oltre il 3% nella prima metà del decennio, e si riuscì a esercitare un controllo sugli elevati livelli di inflazione. Nel 1995 l'istituzione dell'unione doganale Mercosur (i cui membri fondatori furono Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) era destinata a favorire una maggiore autosufficienza delle economie continentali. Ma l'aspetto più incoraggiante fu forse il rifiuto, da parte dell'America meridionale, delle dittature militari in favore di forme democratiche di governo.
Per informazioni sulla storia politica ed economica dell'America meridionale, si vedano, oltre alle singole voci relative ai paesi: Organizzazione degli stati americani (OSA); Conferenze panamericane; Unione panamericana.

America latina Insieme dei paesi del continente americano situati a sud degli Stati Uniti d'America, in cui prevale l'uso delle lingue spagnola e portoghese. L'America Latina corrisponde alla quasi totalità delle regioni geografiche dell'America Centrale e Meridionale, scoperte e colonizzate a partire dalla fine del XV secolo dalla Spagna e dal Portogallo.

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