Laboratorio di geografia storica (XVI secolo)

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Categoria:Geografia
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Testo

LABORATORIO DI GEOGRAFIA
LA SOCIETA' DEL XVI SECOLO
SEZIONE 1: società
SCOPERTA DELL'AMERICA: NUOVA CONCEZIONE DELL'ECONOMIA
La scoperta dell'America segna un passaggio decisivo per l'economia europea. La scoperta del continente americano e l'apertura di nuove vie di traffico verso sud (Africa) e verso est (India, Cina, Giappone, Indonesia) consentirono infatti all'Europa di uscire dal suo mondo "chiuso". Questo fu un primo considerevole passo di quel processo di spostamento dell'asse economico dalle regioni mediterranee all'Atlantico.Il contatto con i mondi nuovi, e in particolare con le popolazioni indigene del continente americano, non ebbe soltanto conseguenze di tipo economico per l'Europa. Il rapporto con gruppi umani dagli usi e costumi così diversi ebbe un enorme impatto sull'immaginario collettivo e fu materia di dibattito nelle università, nella Chiesa, nelle corti. La scoperta dell\rquote America quindi giocò un ruolo decisivo per l' economia europea in molti ambiti: ampliamento delle aree coltivate, diffusione dei cereali, urbanizzazione, consolidamento del sistema manifatturiero, nascita di nuove attività industriali (la stampa), affinamento delle tecniche finanziarie ....
Trasformazioni importanti e spesso radicali legate con un filo diretto all'incremento della popolazione e ai nuovi rapporti commerciali intercontinentali influirono in modo decisivo sulla vita di milioni di persone. Lavoratori salariati e proprietari terrieri, che ricavavano il proprio sostentamento da redditi fissi, furono i più colpiti dall\rquote inflazione, un fenomeno nuovo per l'epoca. L'inflazione provocò un diffuso peggioramento della qualità della vita. Altre categorie invece furono più fortunate: affittuari, mercanti, banchieri e finanzieri. L'economia, con le sue leggi e i suoi meccanismi, cominciava a influire da vicino sulla vita di tutti i giorni.
IL TESORO AMERICANO : l'oro e l'argento
Dall'America venivano soprattutto importati i metalli preziosi: dapprima l'oro, razziato alle grandi civiltà precolombiane, e quindi, a partire dal 1540, l'argento, che veniva estratto in grande abbondanza dalle miniere peruviane del Potosì, soprattutto dopo il metodo di raffinazione del metallo attraverso il mercurio. Altre merci, come generi di prima necessità e piante alimentari (patata e mais), rappresentavano una minima parte in questi traffici commerciali.

LA RIVOLUZIONE DEI PREZZI
Un fenomeno molto importante fu l'inflazione. L'aumento della popolazione infatti provocò un incremento della domanda, specialmente dei generi alimentari, alla quale la produzione agricola non riuscì ad adeguarsi. Questo provocò di conseguenza l'aumento dei prezzi. Da questa situazione bisogna quindi aggiungere l'importazione dei metalli preziosi americani. Il denaro subì quindi una forte svalutazione: per comprare lo stesso bene era necessario sborsare sempre più moneta.

FLUSSO DI METALLI PREZIOSI IN SPAGNA DURANTE IL XVI SECOLO
------------------------------------ORO (kg)--------------------------------------ARGENTO (kg)
1503-1510 ---------------------------4 965 ---------------------------------------------- -
1511-1520----------------------------9 153---------------------------------------------- -
1521-1530----------------------------4 889----------------------------------------------148
1531-1540---------------------------14 466-------------------------------------------86 193
1541-1550---------------------------24 957------------------------------------------177 573
1551-1560---------------------------42 620------------------------------------------303 171
1561-1570---- -----------------------11 530------------------------------------------942 858
1571-1580-------------- ----- --------9 429-----------------------------------------1 118 592
1581-1590---------------------------12 101 ----------------------------------------2 103 027
1591-1600---------------------------19 451 ----------------------------------------2 707 626


SVILUPPO DELLE MANIFATTURE E DELL'INDUSTRIA TESSILE
L'industria del cinquecento era ancora dominata dalle manifatture tessili. I distretti più importanti rimanevano sempre quelli sviluppati sin dal XII-XIII secolo: l'area compresa tra nord della Francia, Fiandre e Paesi Bassi da un lato e la parte centro-settentrionale dell'Italia (Milano, Bergamo, Como, Firenze, Genova e Venezia). Firenze era tra i principali centri di produzione della lana, mentre Lucca e Venezia erano conosciute soprattutto perla seta. La forte produzione nel settore tessile dava lavoro a molte persone: tessitori, filatrici, cardatori, drappieri, follatori e tintori si contavano a migliaia.

L'INDUSTRIA TIPOGRAFICA
Accanto all'industria tessile si svilupparono altre importnati produzioni manifatturiere. E' il caso dell'edilizia, stabilita dalla crescita delle città e dalla massiccia domanda di case delle classi provilegiate, ma è soprattutto il caso dell'industria libraria. Nata in Germania attorno alla metà del Quattrocento con l'invenzione dei caratteri mobili di Giovanni Gutemberg, la stampa divenne nel XVI secolo un'attività industriale molto importante, collegato anche ad un altro settore: quello della produzione di carta (uno dei pochi assieme alla cantieristica navale e alle miniere). Venezia fu a lungo la città dominante dell'industria tipografica, grazie all'azione di Aldo Manuzio, che ideò uno stile e dei caratteri di stampa peculiari, presto assurti a modello in tutte le tipografie.

L'ATTIVITA MINERARIA E LA SIDERURGIA
Nel settore dell'industria estrattiva non ci furono grandi innovazioni da un punto di vista tecnico. Ci furono tuttavia aggiornamenti e perfezionamenti delle apparecchiature esistenti, specialmente nell'area tedesca. Grazie all'utilizzo di migliori pompe di drenaggio, di più efficaci sistemi di sollevamento e di trasporto del materiale in galleria, di trivelle più potenti e, in alcuni casi, della polvere da sparo, fu possibile scendere più in profondità ed avere risultati migliori. Per le fonti energetiche, accanto al lengname come combustibile e l'acqua e vento come energia cinetica, si ampliò l'uso del carbon fossile (soprattutto dove il legname scarseggiava, ad esempio in Inghilterra). I minerali estratti erano il ferro (soprattutto per costruire armi), il rame (utilizzato fra l'altro per la coniazione delle monete di scarso pregio), l'oro e l'argento. Da ricordare è l'utilizzo di un nuovo metodo di estrazione dell'argento, il metodo della fusione con il mercurio, utilizzato nelle miniere del Sudamerica a partire dagli anni quaranta del Cinquecento. Dal sottosuolo si estraeva anche sale (destinato alla conservazione dei prodotti alimentari) e allume (utilizzato soprattutto per il fissaggio della tintura)

CANTIERISTICA NAVALE E METALLURGIA
Ferro e legname servivano anche per la costruzioni di navi e la metallurgia. Nel XVI secolo Venezia era tra le maggiori produttrici navali, prima di risentire della grave crisi del legno e di essere superata dagli olandesi nel Seicento. Negli enormi cantieri veneziani erano impiegate circa seimila persone, inquadrate in un'organizzazione del lavoro di tipo moderno. Il primato della metallurgia spettava alle industrie tedesche e italiane. Nel Bergamasco e nel Bresciano vi erano molte manifatture di ferro, specializzate nella realizzazione di chiodi, coltelli e attrezzi vari.

SEZIONE 2: AGRICOLTURA
La cerealizzazione e l'estensione delle aree coltivate
Le risposte alle nuove esigenze alimentari seguirono un lungo percorso. In assenza di significative innovazioni dal punto di vista tecnico, nella maggior parte delle aree rurali europee prevalsero soluzioni di tipo tradizionale: l'estensione della superficie coltivabile e l'ampliamento della cerealicoltura. Gli uomini del cinquecento ripercorsero le tappe delle passate generazioni, riconquistando all'agricoltura quelle terre che erano state soppiantate dalla foresta o dalle paludi dopo la Peste Nera. Il paesaggio agrario si trasformava, ma non mancarono i problemi: le aree recuperate, infatti, erano spesso di pessima qualità e dopo qualche decennio di utilizzo si sarebbero esaurite. Molti boschi scomparvero per lasciare spazio ai campi e rispondere all' elevata domanda di legname, e al loro p osto si diffusero le coltivazioni di grano, orzo, segale, avena e altri cereali minori. Ripresero le bonifiche, non sempre con esiti positivi, e vennero risanate molte zone, rese adatte alla coltivazione.
SEZIONE 3: ALIMENTAZIONE
Il mais, il pane, la carne
Un anonimo modenese, nella prima metà del XVI secolo, canta la scoperta di un "bel paese... che Buona Vita per nome è chiamato" ricco di buone erbe, di fiumi di latte con cui si fanno sapide ricotte, uva, fichi, meloni, starne e capponi, torte e pane bianco e dove "gli asini si legan con le salsicce". La cultura gastronomica del quattro-cinquecento viene proiettata nel Bel Paese oltreoceano: le fantasie hanno gli stessi limiti delle culture in cui nascono. Di fronte a realtà diverse, sconosciute, gli esploratori e i conquistatori cercano di tradurre nella propria lingua le nuove esperienze, mirano a riportarle nell'ambito della propria cultura. Così il mais diventa "un grano a guisa di cece", il peperoncino è "una sorta di pepe", il tacchino è presentato come "una gallina grande a guisa di pavone". Il problema non è solo terminologico, ma culturale: i nuovi prodotti erano estranei agli equilibri strutturali del modello di consumo europeo, e sarebbero stati necessari due, tre secoli perché si verificasse l'assimilazione di quelle realtà, anche se le eccezioni non mancarono. I nuovi cibi vennero accolti all'interno del sistema culinario europeo nei momenti di crisi di tale sistema ed ebbero come "molla" di diffusione la fame. Nel XVI secolo la popolazione aumentò notevolmente in molti paesi europei e le risorse alimentari cominciarono a scarseggiare. La soluzione è quella tradizionale: bonifiche, dissodamenti, allargamento dello spazio coltivato, diffusione di scritti che presumono di insegnare ai poveri tecniche di sopravvivenza e utilizzo di piante inusitate o di cibi mai provati. Di qui la diffusione del riso o, su ampia scala,del grano saraceno: alla tradizionale polenta gialla di miglio se ne aggiunse una di colore grigio. Più sconvolgente fu l'incontro col mais, portato in Europa da Colombo: messo a coltura nella penisola iberica, nella prima metà del '500 si diffuse in tutta Europa, ma solo raramente fu coltivato nei campi al posto degli altri cereali. Il mais venne utilizzato come foraggio o sperimentato nei terreni ortivi, mimetizzato sotto altri nomi: in Francia è miglio, in Italia sorgo, nei Balcani è fava, miglio, sorgo, grano grosso, oppure assume nomi esotici, quali grano turco, grano arabo, grano d'Egitto, grano d'India... I contadini ne comprenderanno poi le potenzialità nutritive, ma per il momento l'avanzata del mais in Europa, dopo i successi del XVI secolo, subì una battuta d'arresto: molti continuavano a considerarlo un grano da bestie e la cultura dominante ne restò profondamente estranea (nei libri di cucina 'alta' non vi è alcuna traccia di mais praticamente fino ai nostri giorni). Nello stesso periodo, a metà del secolo XVI, il consumo di carne comincia a diminuire: la riduzione di prati e boschi, la diminuzione dei salari reali, l'addensamento edilizio e i conseguenti divieti di tenere bestie in città, la contrazione delle importazioni dall'Est dopo la conquista dell'Ungheria da parte dei turchi, spiegano questo fenomeno. Di conseguenza, non è più possibile fare a meno del pane per la sussistenza quotidiana: il suo consumo aumenta sensibilmente nei secoli successivi, a indicare non un miglioramento del regime alimentare, ma un deterioramento qualitativo della dieta, sempre più monotona, sempre più priva di alternative al pane e ai cereali.
Contemporaneamente si deteriora la qualità del pane: il frumento viene sostituito dalla spelta o da una mistura di altri cereali. La 'gerarchia del pane' ripercorre la gerarchia sociale: c'è un pane bianco riservato ai più ricchi, un pane 'chiaro' destinato ai ceti intermedi, un pane scuro per i più disagiati; il pane d'orzo, d'avena o di legumi, considerato malsano e indigesto, viene lasciato ai poveri. Nel pane dei contadini, invece, i cereali inferiori non avevano mai smesso di entrare: quelli che in città erano pani di carestia o dei poveri, nelle campagne rappresentavano la norma. Anche i contadini più ricchi erano soliti vendere al mercato i prodotti più pregiati e tenere per il fabbisogno domestico i cereali inferiori, le leguminose, le castagne: ciò significa che nella dieta contadina le farinate (zuppe, polente...) continuano ad occupare un ruolo più importante dello stesso pane e che in questo modo, come osservava Marc Bloch, i contadini sfuggivano al doppio monopolio signorile dei mulini e dei forni. Forse anche per questo motivo l'alimentazione contadina rimase lungamente affezionata a questo genere di cibi. In ogni caso i cereali assicuravano alla dieta popolare la gran parte del fabbisogno energetico: il loro apporto calorico non risulta mai inferiore al 50% e può raggiungere punte del 70-75%: di qui l'estrema gravità delle carestie o anche delle penurie di cereali che colpiscono l'Europa preindustriale. I saccheggi dei forni non sono invenzioni letterarie: centinaia di sommosse scoppiano dappertutto fra cinquecento e seicento, l'epoca dei grandi conflitti per il cibo, legati non solo a carenze produttive, ma allo sviluppo del capitalismo e al conseguente processo di proletarizzazione. Nei momenti di crisi, folle di contadini e di miserabili si accalcano alle porte dei centri urbani, rischiando di far saltare i privilegi alimentari delle città: si moltiplicano i casi di emarginazione sociale e di forzato allontanamento delle bocche in soprannumero. Durante la carestia del 1590 il governo di Bologna espelle i contadini "i quali in grandissimo numero erano concorsi a mendicare per la città". Così avviene a Digione, a Troyes, a Ginevra e un po' in tutta Europa: la "ferocia borghese" (F. Braudel) si inasprisce notevolmente verso la fine del Cinquecento e ancor più nel Seicento, e i poveri cominciano ad essere imprigionati insieme ai pazzi e ai delinquenti.



IL PAESE DELLA CUCCAGNA
L'antidoto più efficace alla paura della fame è il sogno. Il sogno della tranquillità e del benessere alimentare, o dell'abbondanza, dell'abbuffata. Il sogno di un paese di Cuccagna dove il cibo sia inesauribile e a portata di mano; dove gigantesche pentole di gnocchi siano rovesciate su montagne di formaggio grattugiato; dove le vigne siano legate con salsicce e i campi di grano recintati di carne arrosto. L'immaginario cuccagnesco prende corpo fra XII e XIV secolo. In un celebre fabliau francese il "Pais de Coquaigne" è quello in cui "di spigole, salmoni e arringhe sono fatti i muri di tutte le case, le capriate sono di storioni, i tetti di prosciutti... Di pezzi di carne arrosto e di spalle di maiale sono circondati tutti i campi di grano; per le strade si rosolano grasse oche che si girano da sole su se stesse... e per i sentieri e per le vie si trovano tavole imbandite... tutti quelli che ne hanno voglia possono mangiare e bere liberamente; senza divieto né opposizione ciascuno prende ciò che desidera, pesce o carne, e chi volesse portarsene via un carro potrebbe farlo a suo piacimento... E scorre un fiume di vino, per metà rosso, per l'altra metà bianco...". A partire dal XIV secolo, molti paesi come questo spuntano in testi letterari di tutta Europa. In una novella di Boccaccio il Paese di Cuccagna si chiama Bengodi e le sue meraviglie sono decantate da Maso all'ingenuo Calandrino: "Eravi u na montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la qual stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e ravioli, e cuocerli in brodo di capponi...".Non manca in queste utopiche descrizioni il sogno dell'eterna giovinezza, e l'auspicio, tutto cittadino e borghese, di una facile ricchezza e di una borsa sempre piena. Ma il tema alimentare prende via via il sopravvento fino a diventare protagonista quasi unico dell'utopia, che nei secoli XVI-XVII si connota in senso sempre più 'ventresco'.



La riduzione di Cuccagna a un puro e semplice fatto gastronomico, l'assimilazione progressiva di Cuccagna a Carnevale sono anche l'indizio di una situazione alimentare deteriorata, di una crescente difficoltà, dopo il XVI secolo, a mangiare secondo la propria fame. La fame è un'esperienza sconosciuta ai ceti privilegiati; non però la paura della fame, la preoccupazione di un approvvigionamento alimentare che sia all'altezza delle proprie aspettative. Viceversa, il mondo della fame è anche un mondo dell'abbondanza e dell'ostentazione: anche la società contadina conosce momenti di sperpero del cibo, in occasione delle grandi festività e delle principali ricorrenze della vita. Del resto, osserva Massimo Montanari, "gli affamati, quelli veri, hanno sempre desiderato riempirsi a crepapelle: facendolo, ogni tanto; sognandolo, spesso".Secondo Arturo Graf "le immaginazioni del Paradiso terrestre e del paese di Cuccagna traggono l'origine da un principio medesimo, da uno stesso desiderio e da uno stesso sogno di felicità". Del resto tra le due "immaginazioni" non c'è una separazione costante e sicura, anzi, si passa per gradi dall'una all'altra: il Paradiso è talvolta poco più nobile e poco più spirituale del paese di Cuccagna, e talvolta questo, idealizzandosi alquanto, diventa un Paradiso.
La riduzione di Cuccagna a un puro e semplice fatto gastronomico, l'assimilazione progressiva di Cuccagna a Carnevale, sono l'indice che l'Italia della fame puntava solo sulla sopravvivenza; rassegnata ormai a una sempre più grama sussistenza, andavano spegnendosi i sogni di rinnovamento e mutazione. Si comprende perciò come il sogno alimentare, in una società composta in gran parte di affamati, diventi assoluto e tirannico e solleciti allucinazioni gustative e olfattive. Le stampe popolari si arricchiscono di magie e di stupori gastronomici: polli cotti che cadono sulle tavole, laghi di polpette e fegatelli, erbe che producono torte e pasticci... La misteriosa regina di Cuccagna -- discendente da Abundia e da Satia -- dispensatrice di ricchezze e piaceri, si raggrinzisce nella Venerabile poltroneria regina di Cuccagna incisa da Niccolò Nelli (Roma, 1565), tetra immagine dell'ossessione della gola, allegoria del vizio, figlia di Appetito e Ignoranza, guardata da Accidia e Incostanza, alla presenza di Plutone e Bacco.L'appropriazione del mito di Cuccagna da parte della letteratura non popolare conduce fatalmente alla sua dissoluzione: sotto il martello della moralizzazione controriformistica, la Cuccagna conserva ormai ben poco dell'antico carattere popolare: nel poema eroico di Piero de' Bardi, della fine del '500, essa è vista come una corte signorile, un aristocratico "barco del diletto" frequentato dai nobili.
Nel XVII secolo il sogno era veramente finito, commenta Piero Camporesi: "i servi, terminata la lunga allucinazione, erano ritornati alla condizione di sempre"

Le origini cioccolato
La storia del cioccolato ha origini antichissime. I primi a coltivare la pianta del cacao nell'America centrale furono i Maya, intorno al 1000 a.C., e in seguito gli Aztechi. La leggenda vuole che Quetzalcotl, dio azteco, prima di scomparire dal mondo donò ai mortali il seme del cacao con il quale si preparava una bevanda amara e piccante dalle straordinarie qualità energetiche e afrodisiache. In suo onore questo seme venne chiamato dapprima cacahualt e poi chocolatl, anticipando il nome rimasto sostanzialmente simile in quasi tutte le trecento lingue del mondo. Fin qui la storia si confonde con la leggenda. Quel che è certo, invece, è che nel 1502, al quarto e ultimo viaggio nelle Indie, Cristoforo Colombo sbarcò nelle terre dell'Honduras dove gli vennero offerti semi di cacao e la bevanda ricavata da essi. Il sapore della cioccolata di quei tempi non doveva essere particolarmente gradevole per gli europei tanto che Colombo non vi diede alcuna importanza. Diciassette anni più tardi, nel 1519, Cortez, giunto dalla Spagna per conquistare la Nuova Terra, venne scambiato per il dio Quetzacoalt, che secondo la leggenda sarebbe tornato proprio in quell'anno, e per questo accolto pacificamente dall'imperatore Montezuma. Gli fu offerta una piantagione di cacao e i profitti tratti da essa. Cortez comprese subito il valore economico del cacao e lo portò con sé in Spagna. Qui furono i frati, grandi esperti di miscele e infusi, a sostituire il pepe e il peperoncino con lo zucchero e la vaniglia creando una bevanda dolce e gustosa. E così, per quasi tutto il Cinquecento, la scoperta di Cortez rimase un grande "affare" della Corte spagnola. Grazie ad un commerciante fiorentino, Antonio Carletti, la cioccolata arrivò nel 1606 in Italia, e solo nove anni dopo nel resto dell'Europa. Fino al 1700 era conosciuta solamente come bevanda, e le si attribuivano le più straordinarie qualità benefiche. Dal 1700 in poi si comincia ad apprezzare questo "miracoloso" ingrediente anche sotto forma di solido, venduto a tocchi... e da qui nasceranno i più famosi dolci al cioccolato.
Una curiosità: Pio V nel 1569 zittì chi era contrario al consumo di cioccolato durante i periodi di digiuno affermando ufficialmente che una tazza di cioccolata, in quanto liquida, era certamente consentita!
I PRANZI LUCULLIANI DEL '500
Del XVI secolo le testimonianza affermano "in questi tempi il primo vanto all'Italia è dato per il formaggio Parmigiano, mentre una volta glielo si attribuiva per l'abbondanza della lana"; del 1656 il dizionario dei sinonimi di Francesco Serra, dice che "i nomi del formaggio derivano dai luoghi dove lo si produce migliore; come il Parmigiano, che prende nome dal luogo e dalla bontà" (e cioè dal luogo in cui è veramente buono). Ma può colpire di più , come curiosità, la pagina in cui l'allora celebre Cristoforo di Messisbugo descrive - in un suo ricettario, seguito da esempi di menu - la "cena privata" da lui fatta preparare in casa sua il 17 gennaio 1543. Era una cenetta tra amici, si direbbe oggi, con 20 persone appena e priva di pretese (sottolinea messer Cristoforo: "senza vitello e senza capponi") eppure "le frutte e confettioni", cioè il dessert, comprendevano "piatti 6 di formaggio Parmigiano" oltre a tutto il resto. Da notare la raffinatezza di servire il Parmigiano-Reggiano con uva fresca e pere: questo formaggio con la frutta (non solo le pere e l'uva, ma anche le mele, le pesche, le noci, i fichi, il kiwi, ecc.) viene riscoperto anche oggi come fine pranzo o come un dessert da buongustai.

I CILIEGI e VIGNOLA
Nel XV secolo la Valle dei Ciliegi era piuttosto la valle dei gelsi. Vignola era dunque conosciuta per altri prodotti. Il ciliegio era originario dell'oriente. Già nel 1500 sui testi di cucina le ciliegie venivano nominate come cirege o viscicole, gustate fresche come frutto di stagione. Proprio in questo secolo le ciliegie figurano più frequentemente nell'alimentazione, come del resto succedeva per gli altri tipi di frutta, per i loro abbinamenti culinari con le carni. Nascono così degli sformati in cui le viscicole, cotte nel vino bianco e unite a formaggio, zucchero, cannella, pepe e burro, formavano un impasto per farcire le sfoglie di pasta che venivano poi cotte in forno. Nasce anche la "zuppa di marene", un ristre tto di amarene cotte in agresto, sale e pepe, e un po' più tardi, nel 1614, Giacomo Castelvetro, esule a Londra, scrive il "Breve racconto di tutte le radici, di tutte le erbe e di tutti i frutti crudi o cotti che in Italia si mangian" . Vi hanno molto spazio, ovviamente, i frutti della sua terra modenese, i migliori dei quali sono quelli coltivati nella Valle del Panaro. A Vignola la tradizione frutticola si può dire nasca intorno al 1400, tanto che alla fine di quel secolo, "tra la torre di Fontana e quella dei Moreni, oltre il vallo e le fosse in riva al fiume ergevasi, circondato da mura, il Viridiario o giardino dei Moreni con un palazzotto nel mezzo, e intorno frutta eletta e mangereccia, ottenuta dai primi tentativi di miglioramento di innesti". Il Viridiario può essere considerato l'antesignano dei campi sperimentali vignolesi per lo sviluppo della frutticoltura. Bernardo Soli, nel suo "Quadro di storia vignolese" , ricorda che "sotto la protezione delle mura castellane, s'accomulava un fitto caseggiato abitato quasi esclusivamente dalla Comunità degli ortolani che s'eran dati a coltivare terre basse, le isole e le alluvioni del Panaro", terre che in un documento di fine 600 "son per riuscire piuttosto giardini che campagne, quantunque fecondissime d'ogni sorta di frutto". "Stabilita la pace nel 1558 - ricorda Bernardo Soli - nella persuasione che essa sarebbe durata nel tempo, o oltre a riparare i danni avvenuti dall'abbattimento dei borghi, si pensò di migliorare l'agricoltura che se n'era vivamente risentita e con essa le sorti degli ortolani, incoraggiandoli a fissare stabile dimore nelle terre conquistate al Panaro...".

A TAVOLA CON I MONACI: considerazioni sull'alimentazione dei monaci nel corso dei secoli durante il Medioevo.
Il regime alimentare dei monaci è fondato sull'idea della "privazione" alimentare, sulla "rinuncia" al cibo. Privazione non significa "assenza", al contrario, ci si priva solo di ciò che si possiede. Perchè, dunque, la privazione alimentare, soprattutto della carne? Il primo scopo è la mortificazione del corpo: la materialità, infatti, ostacola l'elevazione verso Dio. Il cibo del corpo si contrappone al cibo dell'anima, il pane terreno al pane celeste. La privazione alimentare è dunque espressione e strumento di una scelta spirituale, come prima manifestazione di quel disprezzo del corpo tipico della cultura monastica e la carne era nutrimento della carne. Il consumo della carne costituiva, poi, per le aristocrazie militari e i detentori del potere, il simbolo stesso della forza e del potere: per chi entrava nelle file monastiche per lo più membri dell'aristocrazia, alla privazione, si affiancava la privazione delle armi della carne, che assumeva non solo il significato di una generica rinuncia al mondo, ma anche un'estraniazione da quel particolare mondo violento da cui molti monaci provenivano. Il rigorismo vegetariano era tipico delle sette e reticali : ma anche nella cultura monastica la via vegetariana poteva essere un modo per avvicinarsi alla divinità. In qualche giorno di festa un piatto a base di carne veniva concesso a tutti ; carne di maiale, soprattutto, adatta ad essere conservata, e che offriva il grasso per la preparazi on e dei cibi. Il lardo e lo strutto, nei giorni di astinenza era sostituito da grassi vegetali, la carne dal pesce, dal formaggio, dalle uova e dai legumi. Il pesce era, normalmente, d'acqua dolce e il suo consumo non costituiva un problema, anche se la ten denza più rigorosa non esitarono ad escludere il pesce, come ogni cibo animali. Le uova entrano abbondantemente nella dieta dei monaci, soprattutto per i malati, gli adolescenti, i convalescenti, in virtù del loro valore energetico. Fondamentali, per il loro contenuto proteico, erano il legumi: fagioli, piselli, ceci e soprattutto fave, il più diffuso dei legumi ; la sua farina veniva utilizzata per farne pane e polenta. Accanto alle fave, gli ortaggi, fondamentali nell'economia del tempo, non contaminati e riservati alla manipolazione dei frati. Legumi ed ortaggi, cibi "puri" sono alla base dell'alimentazione dei monaci; il piatto principale, la "pietanza" è a base vegetariana, ma arricchita di uova, formaggio e a volte, lardo. Al di fuori dell'ambito monastico, i piatti più importanti erano costituiti di legumi e carne salata ed erano gli unici cibi serviti nelle " scodelle", con il cucchiaio, unica posata individuale sulla tavola. Il coltello, che ognuno portava sempre con sè, serviva a tavola per tagliare il pane, alimentare sempre presente e legato a simbologie e significati di carattere liturgico e mistico. Il pane, a dei monaci veniva cotto sotto la cenere e non fermentato, fatto col cereale più nobile. Il pane dei poveri era fatto, invece, con cereali inferiori. A conclusione del pesto, la frutta: soprattutto mele, e poi ciliegie, pesche, nespole, noci, prugne e frutti del sottobosco. Tra le bevande, le "Consuetudini" di Fruttuaria menzionano il vino. Quanto bevevano e mangiavano i monaci? Molto, dal momento che essi spendevano non poche energie nel lavoro dei campi nell'espletamento di una liturgia complessa e pesante.
SEZIONE 4:
DEMOGRAFIA
Dopo la lunga fase di stagnazione demografica seguita allo scoppio della Peste nera, la popolazione europea ricominciò a crescere a partire dalla seconda metà del Quattrocento, riuscendo, nell'arco di un secolo e mezzo, in primo luogo a recuperare i vuoti creati dalla drammatica epidemia e quindi a superare i precedenti livelli demografici. Incrementi considerevoli si registrarono in tutte le principali regioni europee: la Francia passò da 12 a 18 milioni di abitanti, l'Italia da 10 a 12, i Paesi Bassi da 2 a 3, la Spagna da 5 a 8 e l\rquote Inghilterra da 3 a 4. Contemporaneamente un analogo andamento interessava l' Asia. Le cause dell'incremento cinquecentesco restano in buona parte ancora da chiarire. La spiegazione più plausibile resta quella di un diffuso "miglioramento del regime alimentare", reso possibile grazie ad una generale ripresa economica e della grande disponibilità di terra e di risorse lasciate a disposizione dallo spopolamento del basso Medioevo. Ripresero, infatti, dissodamenti e bonifiche e si tornarono ad occupare degli spazi lasciati liberi dopo la grave depressione della seconda metà del XIV secolo. E crebbero anche le popolazioni urbane, interessate da un rinnovato flusso migratorio dalle campagne, come per esempio Napoli che passò dai 130-150.000 abitanti di inzio Cinquecento agli oltre 250.000 abitanti di fine secolo, diventando con Londra e Parigi una delle città più popolose d'Europa. Nel frattempo anche gli altri due centri urbani italiani più importanti, Milano e Venezia, si erano assestati sopra i 120.000 abitanti. Durante il cinquecento la popolazione viveva mediatamente fuori delle mura cittadine e anche la densità della popolazione, pur crescendo dal periodo precedente, rimase mediamente bassa. Anche la densità della popolazione (numero di abitanti per chilometro quadrato), pur crescendo rispetto al precedente, rimase mediamente bassa. E' stato calcolato che le regioni più popolose del Vecchio Continente, cioè quelle mediterranee, avessero a fine Cinquecento una densità media di 17 abitanti per km, con punte di 35/40 nelle zone a più alta urbanizzazione, come quelle del nord Italia.

L'Italia del 1550 : città con più di 15 000 abitanti
NAPOLI 210 000
VENEZIA 160 000
MILANO 70 000
PALERMO 70 000
FIRENZE 60 000 (70 000 nel 1520)
GENOVA 60 000 (1530)
BOLOGNA 60 000
VERONA 50 000
ROMA 45 000 (55 000 nel 1526)
FERRARA 40 000
MANTOVA 40 000
BRESCIA 40 000
CREMONA 40 000
LECCE 35 000
MESSINA 25 000
PIACENZA 25 000
SIENA 25 000
BERGAMO 20 000
PARMA 20 000
PERUGIA 20 000
TRAPANI 20 000
TARANTO 20 000
PAVIA 15 000
MODENA 15 000
MODENA 15 000
TORINO 15 000
CATANIA 15 000
NICOSIA 15 000
SEZIONE 5: BOTANICA
I "Padri tedeschi della botanica"
Con i "Padri tedeschi della botanica" si consolidò nel XVI secolo il ritorno alla natura e all'osservazione diretta delle piante dopo oltre un millennio di tradizione legata alla trascrizione indiscussa delle opere classiche, quali il De Materia Medica di Dioscoride..
Gli studiosi tedeschi Otto Brunfels (c.1489-1534), Hieronymus Bock (1498-1554) e Leonhard Fuchs (1501-1566),e il medico naturalista italiano Andrea Cesalpino (1519-1603) possono essere considerati a ragione i fondatori della moderna botanica. A loro si devono i primi tentativi di descrivere e rappresentare accuratamente le piante osservate in natura, rivolgendo l'attenzione anche alle specie sconosciute ai botanici antichi. Le loro opere, ricche di un'iconografia botanica d'importanza forse superiore a quella del testo, si discostano nettamente dalla tradizione medievale degli erbari miniati e propongono una riproduzione naturale delle piante nelle diverse fasi del ciclo vegetativo, priva di artifici pittorici. Le descrizioni sono arricchite da notazioni precise, espresse in un linguaggio colloquiale, sulle proprietà terapeutiche delle diverse essenze vegetali e su alcune caratteristiche biologiche, quali la stagione di fioritura, la località di crescita o la tipologia del suolo.
SEZIONE 6: CERAMICA
Diffusione della ceramica in Italia nel secolo XVI
Al NORD, a Ferrara Lucrezia Borgia fa rivestire di quadretti maiolicati una loggetta del castello estense secondo l'uso di impiegare ceramiche nella decorazione esterna.
Al CENTRO, a Roma si formano diverse societa' di maiolicari urbinati, faentini e durantini.
Al SUD, a Caltagirone Giacomo Milazzo prepara i "maduni stagnati" per le stanze del palazzo di citta'.
Della Robbia
Scultori e ceramisti
Famiglia di scultori e ceramisti fiorentini operanti fra il XV e il XVI secolo. Il più celebre è Luca (Firenze fine XIV sec.- 1482). Formatosi sulla lezione del Ghiberti e di Nanni di Banco ma anche sull'esperienza di Donatello, fu scultore famoso non solo per l'eccellenza delle sue opere ma, particolarmente, per l'invenzione della terracotta verniciata ("invetriata"), il cui segreto passò al nipote Andrea (Firenze 1435-1525) e al di lui figlio Giovanni (Firenze 1469-1529).

Luca realizzò a Firenze opere insigni come la Cantoria per la Sagrestia dell'uomo(1431-38), oggi nel Museo dell'Opera del Duomo, i bassorilievi della parte bassa del Campanile del Duomo (1437-39), i quattro grandi tondi nella volta della Cappella dei Pazzi, il monumento funebre del vescovo Benozzo Federighi in Santa Trinita (1454-57), lo splendido soffitto della Cappella del cardinale di Portogallo in San Miniato(1461-66). Il nipote Andrea, vicino al Verrocchio, è considerato scultore inferiore, troppo convenzionale e formale, dotato però di un'ampia gamma di cromie e maestro nel loro uso. Si ricordino di lui la Visitazione, nella Chiesa di San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia, la bella serie dei putti fra gli archi dello Spedale degli Innocente(1463) e la sua lunetta sotto la loggia dell'ospedale di San Paolo in Piazza Santa Maria Novella (1490-95).
L'opera migliore del figlio Giovanni sono i bei bassorilievi della facciata dell'ospedale di Pistoia, realizzati però sotto la direzione paterna. Con Giovanni la bottega inizia la produzione su larga scala di tabernacoli ed altari, sempre gradevoli ed onnipresenti in Toscana, ma scade sul piano del puro valore artistico. Un altro figlio, Gerolamo (Firenze 1488 ca. - Parigi 1566), lasciò nel 1527 la fiorente bottega di famiglia e si strasferì alla corte di Francia lavorando fra l'altro al castello di Fontainebleau.
SEZIONE 7: TEATRO
IL TEATRO
L'Europa nel Cinquecento si trasforma e assorbe tutte le conquiste del Rinascimento compresa l'arte che esce dalle Corti per affrontare la realtà popolare. Il teatro nell'Europa di questo secolo assiste alla diffusione della tragedia classica trapiantata con vigore nella realtà storia e le forme di maggior rilievo si registrano nell'Inghilterra di Elisabetta I.
Il Rinascimento italiano ripropone rigidamente il modello della tragedia classica mentre la società inglese prediligendo quella senechiana impone un carattere sanguinario che, in fondo, si adatta meglio al clima storico del regno di Elisabetta.
Il pensiero di Seneca si innescò meglio nel pensiero inglese attraverso le regole puritane diventando un'arma politica per sostenere il trono.
Nel secolo XVI il teatro inglese è pubblico ma agisce sotto la protezione di un nobile e si rivolge, indistintamente, alla massa alquanto eterogenea e numerosa di spettatori. Da qui la necessità di costruire un teatro nazionale.
Un editto di Enrico VII nel 1531 colpiva tutte le compagnie teatrali costituite da attori girovaghi. Successivamente il primo provvedimento di Elisabetta regina fu quello di favorire le lettere e il teatro sollecitando il sorgere di un teatro nazionale che avrebbe creato in breve tempo il professionismo dell'attore notificando che fosse sufficiente porsi sotto la protezione di un nobile per evitare le persecuzioni puritane.

La regina Elisabetta incoraggiando la formazione di compagnie stabili accoglie nella sua corte sia gli spettacoli raffinati che quelli popolari. Queste furono le premesse che fecero sorgere il primo teatro pubblico sotto la protezione del Conte di Leicester nel 1574. Lo seguirono il Curtain, il Rose, il Fortune, il Globe e lo Swan.
Dalla tradizione degli attori girovaghi che allestivano i loro spettacoli nei cortili deriva, probabilmente, la forma circolare di questi teatri.
Il palcoscenico è vincolato fra la scena classica e la scena multipla della sacra rappresentazione. La zona del palcoscenico si allungava verso il pubblico come una piattaforma larga quasi 12 metri occupando parte della sala ed era circondata da spettatori. Oltre questo palcoscenico vi era un altro del quale non ci sono pervenuti disegni o notizie esatte che ci precisano una più precisa ubicazione.
Il teatro di Corte è più sontuoso e comincia ad usare delle scene dipinte mentre quello pubblico è più essenziale e scarno e adopera nel testo stesso le indicazioni per rendere più chiaro, allo spettatore, la posizione degli attori.
Inoltre tutto quello che non si potevano ottenere con le scene veniva, ampiamente, sanato da costumi sontuosi e colorati che dovevano rappresentare, con un po' di esagerazione, il costume contemporaneo. Gli spazi venivano occupati dalla musica.

SHAKESPEARE
Shakespeare inizia la sua carriera recitando i drammi di Marlow nella compagnia di Lord Strange. In seguito comincia a dedicarsi alla scrittura e compone le sue prime opere. Ma solo con la compagnia di Lord Chamberlain riuscirà a rappresentarle pur continuando a recitare in parti secondarie.
Il primo periodo delle opere di Shakespeare comprende, come dettato dalla moda, i generi derivanti dalle tragedie senechiane e per le commedie quelli plautini.
Il secondo periodo è detto dei drammi storici e spesso l'ispirazione gli viene dettata dalla novellistica del Cinquecento italiano.
Il terzo periodo comprende le grandi tragedie la cui tematica storia passa ad assorbire l'irrazionalità delle vicende contro cui l'uomo si deve dichiarare impotente.
Socialmente Shakespeare vede nella monarchia il mezzo per riuscire a mantenere l'ordine sociale ma, allo stesso tempo, non esita a punire colui, monarca compreso, che arbitrariamente prevarica la giustizia.
L'arte di Shakespeare sfiora l'analisi della società per penetrare profondamente nell'animo umano. I suoi personaggi sono sempre in crisi pur riuscendo con l'evoluzione dei fatti a risolverle pienamente.
Shakespeare fu definito da Voltaire come un barbaro non privo di ingegno mentre entusiasmò sia Goethe che i romantici.
Una giusta ed equa critica l'abbiamo dal nostro Silvio D'Amico: "Le sue immagini sbocciano con un impeto nativo, le sue definizioni s'incidono come nella pietra; le sue grazie splendono intatte da secolo a secolo, le sue grida spaccano l'aria, i suoi motti sono carne e sangue, luce e spirito. Dai Greci in qua, non s'era conosciuta sulla scena magia della Parola più portentosa di questa".

SEZIONE 8 : CINEMA
IL CINEMA DEDICATO AL XVI SECOLO
Un mondo molto piccolo
Il mondo descritto dalla filmografia cinquecentesca è piuttosto ristretto: la corte esaurisce tutto lo spazio rappresentato; e chi di altre corti o di mondi lontani giungono solo sotto forma di lettere e di ambasciatori, annunciati da squilli di tromba. Il Nuovo mondo, quello che Colombo ha messo a disposizione di una Europa avida di ricchezze, è diventato oggetto di film solo nell'ultimo ventennio. L'impatto del guerriero Aguirre con la foresta ha dato un respiro molto più vasto all' immaginario di questo secolo, e un carattere tragico ed epico a queste figure di condottieri. Seppure portatori di morte e devastazione, le loro corazze luccicanti, insignificanti al cospetto di una Natura potente e di popoli "innocenti", mettono in evidenza non tanto il loro essere vincitori, quanto il loro essere definitivamente decentrati rispetto al loro mondo d'origine. La gran parte dei film ambientati nel XVI secolo sono dedicati a personaggi realmente esistiti, in special modo a regnanti. Essi dimostrano in un certo senso i limiti del genere storico, l' impossibilità per un film che si basi soprattutto sulla ricostruzione di un contesto, di sostenersi senza saper modellare dei personaggi convincenti. Una certa superficialità caratterizza questi film. Per il gusto di mettere in scena personaggi "veri" e le azioni che li hanno resi famosi si è rinunciato qualche volta a dare loro spessore, come se la loro esistenza storica bastasse a trasformarli in personaggi di romanzo.La conclusione della Storia, nota in partenza, orienta bruscamente le aspettative dello spettatore e trasforma il carattere romanzesco delle esistenze in prevedibile concatenazione di fatti, in un certo senso non disegnati da persone, reali, complicate, c ontraddittorie, ma anonimamente scritte dalla Storia appunto, con un effetto "sussidiario scolastico" piuttosto accentuato.Una importante eccezione è costituita dal grande progetto di Ivan il Terribile. Ejzenatejn riscrive e rilegge la Storia da una prospettiva chiaramente ideologica con l'intento di ritrovarvi un senso attuale e universale attraverso la sintesi di grandi invenzioni formali (drammaturgiche, gestuali, visive) fortemente retoriche. Il discorso così trasforma la ricostruzione in una parabola visionaria che supera la ricostruzione storica, per raggiungere una dimensione decisamente epica. Il racconto trova più respiro nell' invenzione o nella mediazione del teatro, in particolare di Shakespeare. E' interessante osservare che anche quando l'ambientazione dei suoi scritti non sia riferita esplicitamente a questo secolo, la maggior parte delle messe in scena rispetta per Amleto, Macbeth, Giulietta e Romeo scenario e costumi del XVI secolo, e finisce per farci considerare quelle vicende come emblemi di questo secolo in grado di suscitare riflessioni generali, effetto che a Shakespeare è sempre riuscito benissimo. Otello, l'unica tragedia che si possa con certezza situare in questi anni, ha trovato uno straordinario interprete in Welles, il quale ha lavorato enormemente sulla funzione dello spazio cinematografico. Lo spostamento dell'azione da Venezia a Cipro assume nella versione cinematografica tutto il suo significato grazie alla messa in scena di uno scenario naturale essenziale, nettamente definito dal mare e dal vento. Su questo paesaggio caratterizzato da toni estremi, dall'assenza di mediazioni, si specchia la vicenda di Otello che è incapace di articolare i propri stati d\rquote animo. A questo fa riscontro una rappresentazione delle architetture umane (le strade, la fortezza) che mette ripetutamente in scena l'idea della prigione attraverso più soluzioni formali: il labirinto degli spazi, il motivo della grata, che può essere effettiva o solo un effetto di luci e ombre, angolazioni molto accentuate nel figurare la relazione fra i personaggi (cosè che uno è sempre in una relazione di soggezione e/o superiorità nei confronti dell'altro). Come un grandissimo pittore Welles riesce a tradurre sul piano delle forme e delle luci l'ossessione di cui è prigioniero il suo protagonista, legata come si sa, all'incapacità di vedere, giudicare, orientarsi. Anche Welles nel mettere in scena l'arrivo dei veneziani a Cipro prende spunto dall' iconografia pittorica e da Carpaccio in particolare.Le vicende artistiche di questo secolo costituiscono una storia meravigliosa e romanzesca e forse l' idea stessa di rinascimento; eppure non hanno ispirato un granchè il cinema; meglio, l'hanno influenzato completamente, nella ricostruzione delle messe in scena, nella ispirazione degli scenari e nei climi da riproporre, ma non esplicitamente: non vi sono molti racconti dedicati agli artisti. In un certo senso il cinema ha utilizzato le arti per costruirsi come meravigliosa macchina spettacolare, capace di stupire nella resurrezione del tempo passato. Questo uso strumentale èdel tutto paragonabile a quello dei principi e dei re, che potendo avere tutto, ma non le mani e le menti dell'arte, le hanno messe al proprio servizio, assoggettando qualcosa che non potevano possedere per costruire la propria celebrazione. Il potere assoluto del principe-mecenate non può fare a meno di desiderare qualcosa che non potrebbe assolutamente raggiungere. Date le molte libertà che il cinema si è preso nei confronti della realtà storica, questo riserbo nel raccontare la vita o le vicende degli artisti ha tutta l'aria di un pudore e di un imbarazzo a trattare una materia che èevidentemente difficile da raccontare perchè non coincide sempre con una storia: gli aneddoti non spiegano niente delle opere. Il rischio kitsch nella messa in scena dell'arte èalle porte.Ma nella maggior parte dei film il riferimento alla pittura, e al ritratto in particolare, non manca mai, come per rendere conto dell'espressione più famosa di quest'epoca, dare al racconto un carattere verosimile e insistere anche sulla funzione documentaria delle immagini. Queste comparse di artisti anche famosissimi, come Holbein in Le sei mogli di Enrico VIII sembrano volutamente scialbe, prive di interesse, per non rischiare il sopravvento sul soggetto. Non sapremmo dire se anche il cinema ha contribuito a fissare lo stereotipo dell' artista tormentato, che non è falso a priori, ma lo èse l'essere tormentato (quando non maledetto) diventa la misura dell'essere artista. Ma si sa, il cinema ama il romanzo, e non c'è romanzo in una figura di buon carattere che ami il suo mestiere: le ricerche sono difficili da raccontare.
Forni, fornace, fucine.
Rivelano una specie di familiarità con la carne, oltre che con il fuoco. Si trova sempre il modo di soffermarsi sullo stile a dir poco ruspante con cui i sovrani di tutta Europa consumano le loro pietanze. Chissà perchè non si dedicano mai ai dolci o a qualcosa di diverso da cosciotti di carne unti e bisunti. Non solo usano servirsene senza grazia, ma non evitano neppure di far sentire gli effetti sonori di tali abbondanti libagioni. E pensare che in questo secolo fior di trincianti prestano la loro opera presso le corti d'Europa, ma tant'è: evidentemente si ricava un certo piacere dal rappresentare i nostri predecessori più selvatici di quanto fossero, un p' più barbari di noi. Questa dimestichezza con la carne sembra essere anche espressione della familiarità con la guerra e con i patiboli, le torture. E' raro che un film d'ambientazione cinquecentesca non dedichi almeno una sequenza a uno di questi luoghi di distruzione e alla morte violenta inferta in nome della ragion di stato o della religione. Nel ristretto mondo della corte il riferimento al fuoco delle cucine e delle fucine non manca mai. Una tonalità rossa e infernale che investe orgogliosamente la tonalità serafica della idea del rinascimento. In un film del 1922 La stregoneria attraverso i secoli, il tono di ricostruzione di una delle vicende più terribili della storia d'Europa sta al limite fra il documentario, la denuncia e il fantastico. Christensen insiste sulle torture, sul clima irrespi rabile della caccia alle streghe e gioisce nel rappresentare sabba, streghe, diavoli, tanto da scegliere per se stesso i panni di Satana. Un vero incubo, con qualche coloritura sadica. Spesso invece questi brani di ordinaria barbarie sono affrontati con una certa leggerezza e pur mantenendo una loro natura drammatica, vengono resi digeribili come le atrocità fiabesche, effettive ma lontane.
Il tempo delle Favole
Quando alla fine delle drammatiche traversie della Bella, la Bestia si trasforma in un bel lissimo principe, Jean Marais che lo interpreta cambia completamente il registro vestimentario imposto sino a quel momento alle figure maschili dei film, rigorosamente seicentesco, per indossare un bellissimo abito bianco che avrebbe fatto invidia a qualu nque gentiluomo del Cinquecento. Nel mettere insieme una pur piccola filmografia ci siamo trovati a decidere quali film potevano entrare in elenco. E' una decisione che si prende rispettando gli indizi storici dei racconti, ma anche guardando ai costumi. In base a questo criterio si ritrovavano in elenco tutti i principi azzurri delle favole, i giullari e non poche principesse. Segno che evidentemente il Cinquecento galleggia nella nostra cognizione del tempo in una dimensione incerta fra mito e storia. A furia di riprodursi in migliaia di immagini edificanti o semplicemente bellissime, il Cinquecento, ossessionato dalla tentazione di riproporsi come una nuova età dell'oro, è infine riuscito a costruire un significativo mondo parallelo formato dalle sue stesse creature, un mondo che pure storico, si adatta ad abitare le favole e il loro tempo indefinito e mitico, indicato da quel "C'era una volta" che Jean Cocteau chiama il passe-partout dell'immaginazione.
SEZIONE 9: SCACCHI
SCACCHI!

Nel XVI secolo gli scacchi raggiunsero un periodo di grande fulgore e nacquero i primi famosi giocatori. Specialmente l'Italia divenne la culla di campioni che i mecenati ed i regnanti di tutte le corti si contensero senza badare a spese, organizzando tornei e sfide con ricchi premi. Ma anche in Spagna il gioco ebbe il suo momento di grazia, tanto che all'epoca dei viceré divenne il gioco ufficiale di corte.
In primo luogo è doveroso citare le figure di Leonardo Cutrio, o da Cutro, (1552-1597), detto "il Puttino", e del suo grande rivale Paolo Boi (1528-1598), soprannominato "il Siracusano". Si narra che Leonardo Cutrio riuscì perfino a liberare suo fratello, catturato dai feroci Saraceni, giocandone la libertà a scacchi con il capo dei pirati. Lo stesso fece Paolo Boi in condizioni analoghe, quando venne catturato dai Turchi durante il viaggio di ritorno dalla Spagna. In quell'occasione pare anche che, oltre alla propria libertà, il Siracusano vinse al capo dei Turchi la bella somma di 2000 zecchini!
Altro grande giocatore dell'epoca fu Giulio Cesare Polerio, detto "l'Abruzzese". Contemporaneo del Puttino e del Siracusano, egli viene ricordato non solo per essere stato un forte scacchista, ma anche soprattutto per avere lasciato preziossime testimonianze sullo stile di gioco di quel periodo, particolarmente tramite la sua opera L'elegantia, sottilità, verità della virtuosissima professione degli scacchi.
Probabilmente però il giocatore maggiormente famoso di questo secolo fu Gioacchino Greco, detto "il Calabrese". Egli fu forse quello che più peregrinò per tutta l'Europa, passando da una corte all'altra, fino a toccare le terre d'Inghilterra, di Francia e naturalmente di Spagna, dove primeggiò alla corte di Re Filippo IV.
Sul piano della trattatistica vanno infine ricordati i contributi del portoghese Damiano, coll'opera Il libro da imparare a giochare a scachi et de li partiti, pubblicato nell'anno 1512, e principalmente dello spagnolo Ruy Lopez de Sigura, autore dell'opera Libro de la invencion liberal y arte del juego del Axedrez, muy util y prouechosa, pubblicato nel 1561. Quest'ultimo trattato raggiunse presto una vastissima diffusione e venne tradotto in varie lingue, divenendo il testo di riferimento per i giocatori dell'epoca.
E' da sottolineare che il mecenatismo dei potenti nei confronti dei migliori scacchisti del periodo contribuì non poco allo sviluppo tecnico del gioco, portandolo a livelli prima sconosciuti.
SEZIONE 10: CRONACHE DEL SECOLO
CRONACHE DAL XVI SECOLO
Nel 1583 si verificò unevento inconsueto. Ce lo racconta, gustosamente, il nobile maceratese Giambattista Mercuri -notissimo avvocato presso la Legazione Pontificia- qui in veste di cronista.
"Del mese di febbraio cascò tanta di quella neve che, per molti giorni, non si poteva andar in nissun luogho. E cominciò a li tredici del decto mese e durò per spatio de cinque giorni continui. Et fu talmente grosso che qui a Macerata bisognò far scavare li tecti de le case. Et stette in terra molti giorni. Allora li gioveni della città se resolsero fare un castello de neve nel mercato (attuale piazza Mazzini): E ne fu inventore il Capitano Pompeo Floriano - l’urbanista di Loreto e Montalto per Sisto V -. et lo fecero a modo de fortezza a tre baluardi a la moderna, et per ciascuno c’era un pezzo d’artiglieria. Fu combattuto a li 21 de febbraro con questo ordene: dentro vi erano intorno a trenta gioveni vestiti a modo de Turchi. Di essi era il Capitano Rinuccio Pellicani e Governatore Jacomo Barocci (effettivamente alla fine del secolo andarono a combattere contro i Turchi in Ungheria). Questi gioveni stettero ad aspettare l’assedio dé christiani che avevano un bellissimo esercito de cavalleria et fantaria. Il Generale era Fabio Compagnone; Maestro de campo il Capitan Pompeo Floriano . Messer Vincenzo Bernardi (il più grosso benefattore dei poveri della città) era Capitano de una compagnia de 25 cavalli mentre de un’altra compagnia era Capitano Messer Dario Lazzarini (grande amico di Annibal Caro). La fantaria era comandata da Aton Maria Compagnoni (futuro arcidiacono del Duomo) et da Honoratio Panici (padre del vescovo di Recanati). Commissario generale Stefano Frontone. Li cavalli attaccarono la prima scaramuccia con archibugi carichi solamente de polvere. Et fu combattuto un gran pezzo. Depoi attaccò un’altra scaramuccia la fantaria et scaramuccior per un altro pezzo et condussero quattro pezzi d’artiglieria che ne era generale il Conte Bernardino (Colonna), gentiluomo del Cardinal Colonna in questo tempo Legato de la Marcha. De poi dieci o ver quindi contadini, con zappe et pale a modo de guastaroli (i "guastatori" dell’epoca) sfasciorno la maggior parte de la fortezza. Depoi intimatoli che si dovessero rendere, li christiani dettero l’assalto generale a li turchi; dove fu la cosa bellissima da vedere. Et ciò vedendo almeno quattro mila persone tra homini et donne. Et ce furono ancora Monsignore Schiaffinato Vicelegato del Card ( toh, anche allora) Governatore de Loreto. Fatto tutto questo tutti li soldati si misero in ordinanza et se distribuirono fra de loro quelli Turchi et li menarono, a modo de pregioni, et andarono per tutta la città; che fu bellissimo vedere e fu gran spasso per tutti"

Maghi, fatture, spiriti e fenomeni celesti
"Né cani né uomini potranno nulla contro coloro che porteranno un occhio di lupo nella manica destra del vestito". Così annotava, nella prima metà del ‘500, il notaio maceratese Pierfrancesco Ciccolini nemico delle "fatture". Contro i vermi che infestavano gli intestini dei bambini suggeriva la formula tratta – un po’ irriverentemente - dalle Sacre Scritture: "Coloro che mi assalgono per divorare le mie carni si ammaleranno e cadranno". E’ facile intuire dove sarebbero caduti questi avversari. Evidentemente nel … vuoto. Il buon notaio non si occupava, invece, di astrologia; ma di questa scienza era appassionato l’avvocato Giambattista Mercuri che, oggi, potrebbe dirsi "patrocinante in cassazione". Nel suo gustoso diario egli rileva i fenomeni celesti traendone anche le sue conclusioni. Racconta, infatti: "Nel anno 1579 del mese di ottobre, andando nel boschetto di Messer Giuseppe Fidele con molti altri, circa due ore avanti giorni apparve, verso Roma, una gran colonna di fuoco dove che dette tanta luce che a tutti ce causò un gran spavento. Et durò per spatio de un Credo (circa due minuti ndr) calando verso terra". Da questo fenomeno l’avvocato trasse conclusioni poco allegre: "Poco tempo de poi morse l’Imperatore chiamato Ridolfo. "Nell' anno 1580 – continua il diarista - fu vista una cometa per spatio de quaranta giorni, apparendo sempre a un’ora de notte". Risultato: "In quell’anno occorse una infirmità universale chiamata il male del castrone che ne morse assai in molti luoghi".Conseguenze, invece, secondo lui non si ebbe da un’aurora boreale (i non più giovani ricordano quella 1938 che precedette la seconda guerra mondiale): "A li 8 de marzo 1582 fu visto sopra Potenza, per un gran spatio, una nuvola rossia come de fuoco a due hore de notte et durò per spatio de un’hora et mezzo con gran meraviglia de tutti quilli che la viddero". Tristi presagi trasse quando "A li 17 novembre 1605 a circa mezz’hora de notte, a cielo sereno et chiaro, apparve in aere verso mezzogiorno (a Sud) il cielo rossio come un lampo de foco grande e acceso grandemente. Et risplendeva pure assai (in maceratese "purassa") con due stelle del medesimo colore et una come cometa et l’altra ordinari. Duro vicino a due hore et mezzo. Ae dubita che non sia segno de qualche grande male o in morte dei principi o de guerra o peste o carestia (mica male). Et il Signore Iddio benedetto per sua misericordia ce scampi".Ancor oggi non pochi concordano con il nostro Mercuri circa l’influsso astrale sulle vicende umane: ma nel seicento ci furono "precursori" i quali pensarono addirittura alle "guerre stellari" tanto di moda adesso. Nel 1656, minacciando una pestilenza, i nostri Canonici del duomo adottarono, per scamparla, un’antifona che continuarono a recitare fino al 1939. In essa l’allusione a tali guerre è chiarissima. Infatti essa suonava, grosso modo (traduco dal latino come posso):" La stella del cielo (la Madonna) che nutrì il Signore col suo latte, estirpò la peste della morte arrecatoci dal progenitore Adamo. Questa stella si degni di tenere a freno la stella le cui guerre (più chiaro di così) fanno morire l’umanità con ferale bubbone…". E adesso? Altro che peste! Ma non mancavano nemmeno le streghe. Nei primi anni del ‘700 c’era una Anna Morich, domestica del canonico Ignazio Crescimbeni, che si era data all’arte della fattucchiera invocando anche il diavolo. Infatti, una volta, costui le apparve in forma di "mago tutto nero" che evidentemente, la terrorizzò. Nel 1702 dovette compiere una specie di "autodafé" nella chiesa di Santa Maria delle Grazie alla presenza di infinite persone. C’erano anche gli spiriti. Nel 1736 ai nobili Adriani venne l’idea di trasferire presso la loro villa (ancora esistente all’imbocco di via dei Velini) le ossa – supposte di santi frati - dal piccolo cimitero di S. Maria della Pietà. Ma questi supposti santi non erano certamente tali se, appena le loro ossa furono sistemate presso la villa, all’interno dell’edificio cominciò una serie di sarabande, di tresconi, di trascinamenti di catene; un "diavolo a quattro" sicché gli Adriani rimisero tutto a posto. E anche gli spiritisti sono serviti.

SEZIONE 11: LENTE DI INGRANDIMENTO SU VENEZIA
LENTE D'INGRANDIMENTO SU VENEZIA
IL VINO
Da sempre il vino è stato legato a Venezia ed alla provincia romana "Venetia". Sembra che il nome tragga origine da "Eneti" o "Heneti" (uomini del vino) e per questa produzione il triveneto si piazza tuttora ai primi posti. Vi era una confraternita di mercanti (1505) ed una scuola per l'arte dei venditori, portatori e travasadori del vino.
Chi ben beve ben dorme, chi ben dorme mal no pensa,
chi mal no pensa mal no fa, Chi mal no fa in Paradiso va.
Ora ben bevè che el Paradiso avarè...
(Brindisi in voga a Venezia dal XIV secolo.)

La Malvasía era alquanto apprezzata a Venezia e veniva classificata come dolce, tonda o garba (amara) e spesso era addolcita e speziata ad arte. Talvolta la colazione dei Signori era composta da biscotti con questo vino aromatico che veniva venduto in negozi detti Malvasíe. Il popolino, che non sempre poteva permettersi questi vini nobili, ripiegava sul vino locale che spesso era venduto in mescite improvvisate all'ombra di edifici per avere un po' di refrigerio nelle giornate estive. Da qui nasce un termine tutto veneziano per definire il bicchiere di vino sfuso: "ombra" (farse un'ombra = bere un bicchiere). Notare che il vino locale che veniva prodotto nelle tenute dei veneziani in terraferma non era certo qualitativamente inferiore alla Malvasía, essendo quello che oggi conosciamo come Valpolicella, Piccolit o Vernaccia. Tali vini venivano persino esportati oltre le alpi e in alcuni paesi dell'Est. L'usanza del bicchierino per strada era comunque assai radicata, tanto che ancor oggi sono di uso comune (senza eccessivi cambiamenti), antichi detti su uso ed abuso di vino.

LA STAMPA
Nel XVI secolo la stampa ebbe un ruolo importante a Venezia, tanto che gli stampatori erano oltre 130, ovvero poco meno della metà di quanti ve ne fossero nella intera vecchia Europa. Le edizioni veneziane erano assai richieste e di buona qualità: si stima che un libro su due fosse impresso a Venezia. Qui vennero introdotti tra l'altro il formato tascabile ed il carattere italico (Corsivo).

Aldo Manuzio
Nato intorno al 1450 Manuzio fu dapprima insegnante di latino presso il principe di Carpi mentre a sua volta perfezionava il greco. Solo all'età di 40 anni divenne editore: la prima pubblicazione risale al 1493. Venezia era allora un grande centro della nascente industria editoriale e la stamperia di Manuzio riversò in pochi anni sul mercato librario una gran quantità di classici latini e greci, le cui edizioni erano stabilite dai più illustri umanisti dell'epoca. Alcune opere ebbero la stupefacente tiratura di 2000 copie, quantità che per la tecnica dell'epoca basata sull'uso del torchio a singolo foglio era davvero enorme.
Accademia Aldina
Qualcuno dice fosse al n. 2311 del rio terà Secondo la stamperia di Aldo Manuzio, ma le fonti più autorevoli la danno in Campo Manin, proprio nel luogo dove oggi sorge un orrendo, funzionale palazzo moderno sede di una banca. È qui che si riuniva l'Accademia Aldina, che decideva i testi da stampare e che contava tra i suoi membri umanisti della levatura di Erasmo da Rotterdam.
L'Acqua
Ci sono numerose "vere da pozzo" disseminate a Venezia, luogo ove gli antichi veneziani andavano a prendere l'acqua. Ci si potrebbe chiedere come potesse esserci acqua dolce quando l'intera città si trova immersa nell'acqua salata. Ebbene, questi pozzi sono in effetti delle cisterne sotterranee, dove l'acqua piovana viene raccolta per mezzo delle pilette laterali, visibili in foto. Da lì, passando attraverso strati di sabbia ben filtrante si raccoglieva sul fondo un'acqua sufficientemente pulita: notare il coperchio che salvaguardava il prezioso liquido.
Il rifornimento d'acqua per una città così popolosa dovesse essere costante, indipendente dalle condizioni atmosferiche e da altri fattori. La figura dell'acquaiolo era assai frequente a Venezia quanto curiosa per i visitatori stranieri. L'acqua veniva prelevata da una seriola del fiume Brenta in prossimità di Fusina (Lizafuxine), nell'immediato entroterra veneziano in direzione di Padova. Veniva quindi trasportata con barche in città e scaricata a forza di braccia.



Le "Compagnie de calza"
Si trattava di gruppi di giovani che nel XV e XVI secolo, con lo scopo di divertire gli abitanti della città divertendosi, organizzavano vari spettacoli: in quelle ed altre occasioni vestivano in modo colorato e particolare. Tali colori erano quelli della propria compagnia (ve ne furono anche 43), ma sempre con i caratteristici pantaloni tipo calzamaglia aventi un colore diverso per ogni gamba. Le compagnie dovevano essere autorizzate dal Governo, ed avevano un proprio statuto giurato, un segretario, un cappellano... insomma una piccola grande organizzazione. Tra i componenti della compagnia era - per statuto - bandito il gioco d'azzardo, obbligatorie la concordia e la riservatezza sulle reciproche confidenze. In caso di matrimonio erano comandato l'invito a due banchetti, uno nella casa della sposa ed uno (assai meno formale) nella casa degli sposi. In caso di morte di un affiliato i componenti la compagnia portavano il lutto per quattro giorni, in caso di nuove affiliazioni si organizzavano festeggiamenti che noi definiremmo "goliardici". Notare che tutt'oggi a Venezia vi è almeno una compagnia de calza in attività, visibile al turista normalmente nel periodo di carnevale ma difficilmente distinguibile - per chi non sa cosa cercare - tra la grande ammucchiata di maschere.
IL PONTE DEL RIALTO
Il ponte di Rialto che conosciamo è piuttosto recente: venne infatti costruito nel 1588 in sostituzione di uno in legno con la parte centrale mobile a consentire il transito di imbarcazioni alberate. A dire il vero il primo ponte fu fatto su barche nel 1175, sostituito da uno fisso nel 1265; questo venne distrutto nel 1310 e ricostruito.Nel 1444 crollò per sovraccarico a causa della folla che si radunò in occasione del passaggio della sposa del marchese di Ferrara. Venne rifatto ancora una volta (levatoio ed allargato) fino alla fatidica decisione di rinnovarlo, stavolta in pietra. La proposta del rifacimento venne presentata nel 1524, la delibera per la costruzione arrivò nel 1525. Non se ne fece nulla fino al 1546, anno in cui venne presentato il progetto di un ponte ad una sola campata. Venne indetta una gara vinta dal Nobil Homo Alvise Boldù nel 1554. La prima pietra venne posata nel 1588, e dopo tre anni era "quasi" finito.

Il costo fu esorbitante: 250.000 ducati per quest'opera "in uno volto, con nuovo modo bello, fortissimo et utile, senza alcun pallo in acqua".
...giorno di zobia alle 18 ore, fu gettata la prima pietra di marmoro nella fondamenta del ponte novo dalla parte di Rialto et furono sbarate alcune codete de fero per segno di allegrezza, et vi fu el sagrestano della chiesa de S.Giacomo, con la cotta et stolla aspergendo con acqua santa...
(8 Giugno 1588)

SEZIONE 12: LENTE DI INGRANDIMENTO SU ROMA
Ancora oggi nei quartieri del centro storico di Roma è facile incontrare piccole targhe marmoree, applicate nel corso dei secoli ai muri di edifici privati o di chiese.
La maggior parte di esse sono riconducibili a due ben distinte tipologie:
LE INONDAZIONI DEL TEVERE
Il corso del principale fiume di Roma è oggi reso sicuro da imponenti muraglioni che risalgono, per la maggior parte alla fine del XIX secolo. Ma prima di allora la città era soggetta alle inondazioni, alcune delle quali particolarmente severe.
Era uso abbastanza frequente quello di applicare in occasione di tali calamità delle targhe ai principali edifici cittadini per ricordare il livello ragginto dalle acque. E a giudicare dal numero di quelle rimaste, il fenomeno doveva essere tutt'altro che raro!La più antica testimonianza risale al XIII secolo; si trova sotto l'Arco dei Banchi, un'angusto passaggio che da via del Banco di S.Spirito, sulla riva opposta a Castel S.Angelo, immette nel vicolo che prende il nome dall'arco medesimo e riconduce sul vicino corso Vittorio Emanuele.
Ma la gran parte delle targhe ancora visibili data soprattutto ai secoli XVI-XVIII; su di esse veniva spesso rappresentato il disegno di una mano indicante il livello raggiunto dai flutti, e l'anno relativo.
una targa del 1530, sotto il pontefice Clemente VII:
"FIN QUI CREBBE IL TEVERE E GIÀ
DEL TUTTO SOMMERSA
SAREBBE STATA ROMA SE LA VERGINE
NON AVESSE QUI RECATO LA SUA CELERE OPERA"
Sulla facciata della chiesa di S.Maria sopra Minerva, poco dietro il Pantheon, se ne possono vedere alcune risalenti a periodi diversi. E sul lato destro della chiesa di S.Rocco, che sorge davanti al Tevere, fra l'Ara Pacis e piazza Augusto Imperatore, è addirittura presente un lungo idrometro del 1821, con tanto di scala graduata: su di esso sono riportati i livelli di varie inondazioni nel corso dei secoli, dei quali il più alto è quello del 1598 (oltre 4 metri rispetto all'attuale piano stradale!).
SEZIONE 13: GLI STATUTI
La raccolta di statuti medioevali della biblioteca del Senato
La biblioteca del Senato possiede la più importante raccolta, sul piano nazionale, di statuti dei comuni e delle corporazioni dal tardo medioevo alla fine del XVIII secolo.
Dal secolo XI al secolo XVII - generalizzando e facendo astrazione dalle notevoli variazioni, nel tempo e nello spazio, degli assetti politici, giuridici ed economici - i comuni italiani rappresentano una realtà caratterizzata, a differenza di quella attuale, da una potestà legislativa autonoma ed estesa.
Strumento concreto di tale potestà è lo statuto: termine generico nel quale si ricomprendono una tipologia assai ampia di fonti, differenziate sotto il profilo formale e sostanziale. Punto di convergenza delle fonti del diritto comune ed espressione del particolarismo giuridico che verrà riassorbito dalle codificazioni dell'età moderna, lo statuto è"la norma sancita dagli organi costituzionali a ciò preposti dagli ordinamenti particolari, che riconoscono sopra di sé l'autorità di un superior: in contrapposizione con la lex che è vocabolo tecnicamente riservato alla manifestazione normativa emanata nell'ordinamento laico dall'autorità suprema e universale, dalla quale, in questa accezione, ogni altro potere deriva: cioè dall'imperatore" (Calasso).


La conservazione, pubblicazione e trasmissione nel tempo del testo statutario è affidata al supporto materiale del codice manoscritto e, a partire dalla seconda metà del XV secolo, anche del libro a stampa, con particolari interrelazioni tra le due modalità.
Le redazioni manoscritte autentiche, dotate di valore probatorio sul contenuto del testo, conservate con particolari cautele e prodotte materialmente in una o più copie da notai incaricati di questa funzione, si riconoscono sia per l'apparato decorativo (iniziali figurate e/o ornate, fregi marginali, miniature, filigrane, rubriche) sia per gli elementi estrinseci di corroborazione (sottoscrizioni notarili, sigilli, note di cancelleria), sia per le cattive condizioni di conservazione causate dalla frequente consultazione. In genere uno degli originali era a disposizione dei cittadini all'ingresso del palazzo comunale, o della chiesa, o al banco della ragione assicurato ad una catena. Le copie manoscritte ad uso privato e professionale - assai frequenti nel corso della vita secolare degli statuti - non presentano in genere gli elementi tipici delle redazioni pubbliche, salvo qualche occasionale decorazione.
La diffusione della stampa consente ai centri più importanti o comunque dotati di maggiori disponibilità finanziarie di pubblicare i propri statuti con le relative modificazioni ed integrazioni, cogliendo spesso l'occasione per una nuova redazione. In molti casi le edizioni a stampa si succedono nel tempo seguendo le modificazioni del testo.

Salvo rare eccezioni, gli statuti comunali sono redatti quasi esclusivamente in latino almeno fino alla fine del XIII secolo, epoca a partire dalla quale una minoranza di documenti sempre più consistente viene compilata in volgare.
L'autorità del diritto romano affermatosi sia per la volontà restauratrice dell'Impero, sia per il prestigio della scuola di Irnerio e dei glossatori, impone infatti l'uso di testi latini. Ciò comporterà la necessità di rendere noto il contenuto delle norme attraverso letture pubbliche in volgare, traduzioni e rifacimenti. Questa dicotomia latino-volgare semplifica una realtà tuttavia molto complessa:
1. sia il volgare, sia il latino fin dall'alto medioevo presentano termini giuridici tecnici e specifici; le due lingue per secoli interagiscono, producendo volgarismi in latino e latinismi in volgare;
2. nell'ambito di una stessa edizione è frequente l'uso alternato delle due lingue;
3. prima del XVI secolo (cioè della codificazione della lingua italiana) si è in presenza di più volgari regionali spesso fortemente caratterizzati.

Espressione di una intensa dialettica economica e sociale, gli statuti comunali - anche se fenomeno di durata plurisecolare - vengono continuamente modificati nelle loro norme e presentano nel tempo antinomie, sovrapposizioni, ripetizioni, lacune.
Il testo statutario deve essere letto ed interpretato tenendo anche conto che ogni singola disposizione, o almeno ogni capitolo, ha una propria durata della vigenza temporale che non sempre è esplicitamente dichiarata. Inoltre lo statuto nel suo complesso varia nella sua vigenza territoriale a causa delle modificazioni nei rapporti di dipendenza tra la città e il suo territorio e tra le singole città.
Non a caso il criterio di interpretazione delle norme statutarie è quello della interpretazione autentica (dichiarata cioè dall'organo autore della disposizione) e non quello della interpretazione dottrinale, adottato per la lex imperiale, e spesso esplicitamente proibito da molti statuti. Ove l'autore della norma non fosse più fisicamente presente, l'intepretazione veniva affidata ad organi specifici, come gli organi collegiali titolari della funzione legislativa, ovvero la magistratura suprema del comune in quanto organo responsabile dell'applicazione, oppure un'autorità super partes come il vescovo o un collegio di giuristi costituito per questo scopo. Molti statuti richiamano con forza l'obbligo di attenersi ad una interpretazione letterale ("prout verba iacent, prout verba sonant").

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