le donne partigiane

Materie:Tesina
Categoria:Geografia Economica

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Testo

Cerutti Chiara 5°A comm.
Nel parlare della resistenza italiana è importante evidenziare il ruolo di chi non combatté eppure partecipò a tutti i combattimenti, fu presente sempre, ovunque, operò senza rumorosi spari, ma la sua azione fu altrettanto efficace e necessaria che quella delle armi più perfezionate: si tratta delle partigiane, infermiere, staffette, informatrici.
La Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne; la loro funzione è stata meno appariscente, ma essenziale. Non vi è alcun confronto possibile con la partecipazione delle donne alle lotte del risorgimento e alle guerre per l'indipendenza nazionale. Si trattò allora, fatta eccezione per le giornate insurrezionali cittadine e delle rivolte popolari, di poche elette.
«Caratteristica fondamentale della resistenza femminile che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dalla iniziativa spontanea di molte».
I primi corrieri e informatori partigiani furono le donne. Inizialmente portavano assieme agli aiuti in viveri e indumenti le notizie da casa e le informazioni sui movimenti del nemico. Ben presto questo lavoro spontaneo diventò organizzato, ed ogni distaccamento si creò le proprie staffette, che si specializzarono nel fare la spola tra i centri abitati e i comandi delle unità partigiane.
Le staffette costituirono un ingranaggio importante della complessa macchina dell'esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette, le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato, duro, pericoloso era il loro lavoro; anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano con materiale pericoloso, talvolta ingombrante, salire per le ripide pendici dei monti, attraversare torrenti, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o in camion, spesso a piedi, spesso sotto la pioggia e l'infuriare del vento. Pigiata in un treno, serrata tra le assi sconnesse di un carro bestiame, la staffetta trascorreva lunghe ore, costretta sovente a passare la notte nelle stazioni o in aperta campagna sfidando i pericoli dei bombardamenti e del tedesco in agguato.
Spesso dovevano precedere i fascisti che salivano, per avvertire in tempo i”ribelli”, e talvolta restavano coinvolte nel rastrellamento. Dopo i combattimenti non sempre i partigiani in ritirata potevano trascinarsi dietro i colpiti gravemente. Se c'era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo, a prestargli le cure necessarie, a cercargli il medico, a organizzare il suo ricovero in clinica.
Non di rado, dopo la battaglia, la staffetta restava sul posto nel paese occupato, per conoscere le mosse del nemico e far pervenire le informazioni ai comandi partigiani. Durante le marce di trasferimento erano all'avanguardia: quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, la staffetta per prima entrava in paese per sincerarsi se vi fossero forze nemiche e quante, se fosse possibile o meno alla colonna partigiana proseguire.
Durante le soste di pernottamento e di riposo le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e di ciò che occorreva. Infaticabili, sempre in moto, notte e giorno, per stabilire un collegamento, ricercare informazioni, portare un ordine, trasmettere una direttiva; spesso nella piccola busta che la staffetta nascondeva vi era la salvezza, la vita o la morte di centinaia di uomini.
Numerose staffette caddero in combattimento o nell'adempimento delle loro pericolose missioni.
È impossibile citare e ricordare i nomi di tutte. Abbiamo avuto bisogno dell'aiuto di centinaia e centinaia di loro, della loro iniziativa, delle loro cure e del loro coraggio. Ai partigiani e ai combattenti sono state date delle medaglie, agli intriganti anche, alle donne della Resistenza poco o nulla.
A trent’anni dalla Liberazione, non si è proceduto ancora a raccogliere i dati precisi riguardanti le donne partigiane, patriote o appartenenti ai Gruppi di difesa. L’apporto femminile alla Resistenza viene in genere incluso nel dato complessivo. Per il Piemonte, si hanno ancora le cifre presentate da Ada Gobetti nel 1953: 99 partigiane cadute, 185 deportate, 36 cadute civili. Questi dati vennero poi inclusi dall’ANPI nella statistica regionale complessiva, secondo cui i caduti partigiani sarebbero 5598 e i civili 600. Per quanto riguarda le donne, il calcolo è sicuramente molto al di sotto della realtà
La lotta partigiana vide le donne nei GAP, nelle SAP, nelle formazioni di pianura e di montagna, nell’organizzazione di scioperi e agitazioni esclusivamente femminili (si pensi alle grandi manifestazioni seguite a Torino alla morte delle sorelle Arduino) nelle carceri, sotto la tortura ( e seppero non parlare!), nella diffusione della stampa clandestina, nelle pericolosissime missioni di collegamento. Non solo come "mamme" dei partigiani o vivandiere o infermiere di ribelli affamati o feriti, anche se furono pure questo, e quando tutto ciò poteva significare l’arresto, l’incendio della casa , la fucilazione. Le donne furono le saldissime maglie della rete, rischiando spesso più degli uomini perché, se catturate, il nemico riservava loro violenze carnali che in genere ai maschi non toccavano. Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne.
In fondo anche per molti uomini di sinistra le partigiane combattenti avevano trasgredito la vocazione domestica. Quindi essi preferivano pensare che le donne avessero agito più per amor loro che per autonoma scelta politica. E’ certo comunque che gli uomini non erano molto disposti a concedere alle donne riconoscimenti, cariche e poteri. In un documento del Comando della I Divisione Garibaldi "Piemonte" del 16 settembre 1944, riguardante le direttive per la costituzione di organismi popolari, si legge, per esempio: "nei limiti delle possibilità e sempre che vi siano i requisiti adatti, un elemento femminile può essere ammesso a far parte di detto organismo".
Alla fine della lotta armata la stragrande maggioranza delle donne non si fece avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti. Molte, vedendo come avvenivano le assegnazioni, si astennero deliberatamente dal chiederle per non confondersi con i partigiani del 26 aprile. Anche per questo, le statistiche che indicano la partecipazione femminile alla Resistenza sono così poco attendibili.
Ma si può cogliere un altro movente di tale atteggiamento: chiamate dalla storia degli uomini a combattere in prima persona in un mondo in sfacelo, le donne agirono per risolvere i problemi di tutti, non per fare carriera e ottenere posizioni di comando, come è fondamentale movente, a volte magari involontario e inconscio, dell’attività maschile. Esse, pur tenute fuori a lungo dalla storia, si esposero senza esitare ai rischi della guerra partigiana, ma nella massima parte non vollero impugnare le armi, questo simbolo di prepotere maschilista.
Del resto, indipendentemente dei mezzi usati nella lotta, si distinsero dagli uomini soprattutto per i modi e la qualità della loro partecipazione. I valori e i caratteri del mondo femminile, sviluppatisi durante la millenaria soggezione e in risposta a questa, diedero alla Resistenza una ricchezza e una completezza che non avrebbe altrimenti raggiunto. Fra questi caratteri, come si potrà notare leggendo le vite delle nostre intervistate, risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, il senso di giustizia, la capacità appassionata di amare e soffrire, il rispetto antiretorico della verità dei fatti e dei sentimenti ("avevamo paura", dichiarano candidamente), la generosità comunicativa, la modestia, la pietà. Esse sentivano, come tutti gli oppressi, che non combattevano solo contro il fascismo, ma anche e soprattutto contro la disuguaglianza e l’ingiustizia: tuttavia raramente trovarono compagni che parlassero loro della specifica oppressione femminile. Non si dimentichi che anche i quadri più preparati erano ligi ai dettami della Terza Internazionale che nel suo III Congresso, pur richiedendo un’intensa attività organizzativa tra le masse femminili, aveva negato l’esistenza di una "particolare questione femminile". Non si dimentichi che nei suoi ultimi documenti la stessa Terza Internazionale aveva rimandato tale questione alla presa del potere socialista, additando come modello la donna sovietica, sottoposta in pratica al duplice lavoro, in casa e in fabbrica. Erano gli stessi uomini che nei gelidi anni Trenta videro allontanare la Kollontaj, censurare la Zetkin (e non polemizzare con lei, come invece aveva fatto Lenin), esaltare lo stakhanovismo. Se ancora oggi, tra certi compagni di stretta ortodossia, la parola "femminismo" è pronunziata con sospetto, se non con disprezzo, figuriamoci nel 1943-45!"
Dal 1943 si segnalò dapprima come porta-ordini, uno dei ruoli più significativi e pericolosi assunti dalle donne, durante la Resistenza, attraverso il quale i partigiani tessevano la fitta rete di intrecci politici, che portarono l’Italia alla liberazione dall’occupazione nazi-fascista. Il suo impegno fra i partigiani della città natale, le consentì poco più che ventenne di essere designata responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna, struttura attivissima nella guerra di Liberazione.
Il primo di questi organismi fu costituito a Milano nel novembre del 1943 da alcune esponenti di spicco dei Partiti che affluirono nel Comitato di Liberazione Nazionale, dopo la firma dell'armistizio, mentre i tedeschi assediavano le campagne e le città del Nord Italia, compiendo efferati rastrellamenti di civili, impegnati nella lotta contro il fascismo.
I Gruppi di Difesa della Donna e di Assistenza ai Combattenti della Libertà, da Milano, si estesero su tutto il territorio italiano ancora occupato, perseguendo l'obiettivo di mobilitare, attraverso un'organizzazione capillare e clandestina, donne di età e condizioni sociali differenti, per far fronte a tutte le necessità, derivate dalla recrudescenza della guerra.
Tali gruppi operativi femminili si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi.
Le cifre della partecipazione alla Resistenza.
Alla Resistenza parteciparono circa 35.000 donne, delle quali 2750 vennero fucilate e a 15 di esse verrà assegnata la medaglia d'oro. Questi dati di origine militare non danno conto comunque, del più ampio cerchio della attività clandestina, della solidarietà e del consenso alla lotta che si svolgeva; ai Gruppi di Difesa della donna, sorti al nord nel 1943 per la conquista dei diritti delle donne, nel quadro della lotta di tutto il popolo per la liberazione della patria, aderirono 70.000 donne, ma le cifre si devono moltiplicare se si vuole dar conto della partecipazione diffusa. "Con la significativa eccezione delle enclaves di alto prestigio e potere non esistono nella Resistenza compiti o settori dove non compaiano donne" afferma Anna Bravo nel suo saggio Resistenza civile per il Dizionario della Resistenza (Torino, Einaudi, 2000)
Lo scarso riconoscimento dell'impegno delle donne nel Dopoguerra.
Diverse furono le motivazioni che spinsero le donne (quasi tutte giovani, educate all'ubbidienza nelle scuole di regime) a rischiare la propria vita: la cultura familiare, le esperienze personali, l'indignazione per gli scempi di cui erano testimoni, l'esempio paterno… Alcune entrarono nella Resistenza per motivi umanitari, altre con maggiore coscienza politica, ma per tutte quegli anni coincidono con il ricordo di una metamorfosi continua di sé, di un periodo esaltante, di un "tempo pieno" in cui le donne hanno potuto "fare la storia dall'interno" e sentirsi soggetti.
Scarsa tuttavia fu la loro visibilità nel dopoguerra, fin dalle manifestazioni per la Liberazione; il loro atteggiamento di riserbo e di silenzio (in poche chiesero un riconoscimento ufficiale) si saldò con la tendenza delle istituzioni al misconoscimento della loro attività, per cui non vennero conosciuti i loro volti e le loro identità. Mancò in quegli anni una riflessione politica sulla resistenza delle donne un'elaborazione delle loro esperienze che facesse giustizia degli stereotipi e delle distorsioni dei racconti pubblici, evidenti già a livello linguistico ("le donne parteciparono, contribuirono, i partigiani fecero...").
Negli studi recenti emerge finalmente il contributo delle donne.
Anche grazie agli studi compiuti in occasione del cinquantenario è finalmente emersa la massiccia presenza di donne che, senza aver imbracciato le armi, ha contribuito con azioni antagonistiche e in modo determinante alla caduta del nazismo e del fascismo, consentendo così di modificare la concezione di una resistenza esclusivamente armata e di conseguenza il modello stesso di cittadinanza, affermata non solo con le armi, ma attraverso il coraggio civile della dignità personale e della partecipazione individuale e collettiva.
La scelta di resistenza come esperienza individuale e come assunzione personale di responsabilità coinvolse entrambi i sessi, ma le donne in modo speciale, perché le costrinse a inventare la propria partecipazione (in armi, senza, a casa, nella clandestinità…), a misurarsi esplicitamente con il rapporto tra presa delle armi e la politica e soprattutto con la violenza, subita nelle stragi, nello sfollamento, nello stupro, ma anche agita nelle azioni partigiane e nei sabotaggi.
I diversi volti delle partigiane.
Le protagoniste di queste scelte contribuiscono a svuotare la categoria donne di quei caratteri universali, fondanti e normativi che per tanti secoli l'hanno caratterizzata. Esse fanno parte di un insieme che sfugge a ogni tentativo di omologazione sotto una generale e definitiva etichetta; le donne non sono un soggetto unitario, ma esprimono, in pace come in guerra, interessi e opzioni diversificate (Paola Di Cori, Partigiane, repubblichine, terroriste.
Le presenza delle donne nella resistenza armata è pertanto solo un aspetto di una più generale lotta di resistenza civile, intesa come pratica di lotta di singoli o di gruppi, non con mezzi armati ma attraverso il coraggio morale, l'inventiva, la duttilità, la capacità di manipolare i rapporti insieme rafforzati e mediati dalla carica simbolica connessa alla figura femminile.
Per esempio si parla di resistenza civile quando si tenta di impedire la distruzione di beni o cose, ci si sforza di contenere la violenza, si dà assistenza ai militanti, ai partigiani, alle popolazioni, quando ci si fa carico del destino di estranei o sconosciuti sfamando, proteggendo, nascondendo qualcuna delle innumerevoli vite messe a repentaglio dalla guerra.
L’operato delle donne nella resistenza dunque non è stato di secondaria importanza o meno determinante, il loro intervento è stato fondamentale per mantenere in piedi i pilastri per un’azione di contrasto contro la potenza dell’occupazione perché senza una fondata organizzazione la resistenza sarebbe soffocata contro la potenza del regime.

Quante erano.
Se si considera ogni sorta di aiuto che le donne hanno potuto dare alla Resistenza, si può dire che furono certamente molte, anche se diventa impossibile una quantificazione.
Se si considerano invece soltanto coloro che ricevettero, alla fine della guerra, un riconoscimento ufficiale le cifre si ridimensionano.
Prendendo in considerazione la qualifica di riconoscimento dell'attività partigiana, emerge un dato significativo: l'alta percentuale di partigiane combattenti (vale a dire la qualifica più elevata), non si conosce la qualifica di tutto il campione (manca circa il 15 per cento): considerando le donne di cui si conosce la qualifica vediamo che quasi il 57 per cento erano partigiane combattenti, circa il 15 per cento ottennero invece il titolo di "patriota" e il 25 per cento quello di "benemerita".
Se si considera l'intero campione, ovviamente queste percentuali si abbassano, ma rimane comunque alta la percentuale delle partigiane combattenti: il 48,2 per cento.
Se si confronta questo dato con i campioni delle altre province del Piemonte (esclusa la provincia di Novara, i cui partigiani, come quelli valsesiani, dipendevano dalla commissione lombarda), si nota che solo nella provincia di Asti vi è una percentuale di partigiane combattenti superiore a quella della zona operativa "Biellese", mentre nelle altre province la percentuale è inferiore.
Chi erano.
Le donne che presero parte alla Resistenza erano in prevalenza giovani: il 67 per cento circa aveva meno di trent'anni (più del 23 per cento non era ancora maggiorenne: fra queste alcune erano giovanissime, quasi bambine: avevano quattordici, quindici anni; il 43 per cento ragazze che avevano dai ventuno ai trent'anni).
In numero decisamente inferiore coloro che avevano dai trentuno ai quarant'anni: circa il 17,5 per cento; ancor meno le donne che avevano più di quarant'anni: circa il 14 per cento, la maggior parte aveva dai diciassette ai venticinque anni (il 54,8 per cento dell'intero campione); l'unico dato che si discosta leggermente è quello relativo alla partecipazione nella fascia di età compresa fra i diciassette e i venticinque anni: nella zona operativa "Biellese, corrisponde a circa il 55 per cento, mentre nell'intera regione è inferiore, seppure di poco.
Da questa prima analisi emerge comunque un dato significativo: la Resistenza fu, innanzitutto, la risposta di una generazione.
Per quanto riguarda la partecipazione maschile alla lotta di liberazione non si può dimenticare che fu, quasi per tutti, la risposta ad una situazione che obbligava ad una scelta: dopo la creazione della Repubblica di Salò, per le generazioni più giovani, erano solo tre le scelte possibili: o imboscarsi, o entrare a far parte dell'esercito repubblicano, oppure entrare nelle file della Resistenza.
Per quanto riguarda la partecipazione femminile, i termini della questione cambiano completamente: le donne non si trovarono di fronte alla necessità di dover scegliere, eppure molte operarono una scelta ben precisa.
Perché? Che cosa le spinse alla ribellione?
Conoscere la loro età chiarisce molte cose, ma non è sufficiente per rispondere alla domanda. Un elemento in più, per tentare una prima risposta, è dato dall'analisi della professione. È da tenere presente però che non si possiedono i dati dell'intero campione, ma soltanto di circa il 44 per cento dello stesso.
Da questo campione risulta che il 43,3 per cento delle donne che parteciparono alla Resistenza erano operaie, il 15,9 per cento appartenevano al terziario (impiegate, insegnanti, medici e infermiere), il 13,2 per cento erano casalinghe, il 14,1 per cento erano artigiane (in particolare sarte) e solo il 4 per cento contadine.
Il dato più rilevante è il primo, cioè la forte presenza di operaie.
Dove risiedevano.
Circa il 75 per cento delle resistenti erano residenti nel Biellese e poco più del 24 per cento nel Vercellese; è interessante notare che sulla percentuale considerata solo il 14 per cento erano residenti in Biella città: il che significa che ci fu un'ampia partecipazione soprattutto da parte delle donne residenti nei tanti paesi dell'intera area biellese.
Diversa la situazione del Vercellese: qui la partecipazione delle donne della città risulta abbastanza forte: circa il 42 per cento.
Di quali ambienti erano espressione.
La maggior parte era - come si è detto - residente in una zona prevalentemente industriale. Inoltre i dati relativi alle professioni hanno messo in evidenza che quasi la metà del campione erano operaie quindi esse furono in prevalenza l'espressione di un ambiente e di una cultura operaia.
La cultura contadina diede invece un apporto minore: sottraendo al 24 per cento di residenti nel Vercellese il 10 per cento di residenti in città resta soltanto un 14 per cento (sul totale delle partigiane considerate) di residenti nelle campagne.
Le valutazioni fatte poc'anzi consideravano la residenza delle donne che presero parte alla Resistenza; occorre però tenere presente anche un altro fattore, ovvero il luogo di nascita; si denota allora che sul totale del nostro campione oltre il 37 per cento erano immigrate, ed erano quindi in parte espressione di ambienti e di culture diverse da quelle in cui operarono.
Fra le donne residenti nella zona vercellese che presero parte alla Resistenza solo il 5,5 per cento circa erano immigrate, fra le donne residenti nel Biellese invece era immigrato il 31,7 per cento. La maggior parte proveniva dalle altre province del Piemonte (circa il 10 per cento) e, in misura uguale, dal Veneto, molte provenivano dalla Lombardia (più del 5 per cento), molte erano nate in Francia (quasi il 5 per cento): si trattava molto probabilmente di migrazione di ritorno, Alcune arrivavano dall'Emilia-Romagna (l'1,5 per 3 cento).
Si suppone che una buona parte siano arrivate ancora bambine, nel primo dopoguerra, quando in tutto il Biellese si registrò una forte immigrazione dal Veneto e dalla Lombardia, e che abbiano quindi assimilato la cultura del luogo.
Probabilmente alcune arrivarono nella provincia di Vercelli per lavorare nelle risaie: al tempo della monda infatti squadre di mondine forestiere che provenivano dall'Emilia, dal Veneto e dal Bresciano affollavano le campagne vercellesi.
Perché presero parte alla Resistenza.
Gladys Motta, che ha raccolto numerose testimonianze in tutta la provincia, sostiene che le molle che fecero scattare la ribellione femminile furono "la fame, l'impossibilità di garantire ai figli il necessario per vivere, unite ai disagi e alla disperazione", e che le donne reagirono prima di tutto per "recuperare la normalità, che è sinonimo di pace, di ritorno dei propri uomini dal fronte".
Questo sicuramente è innegabile, ma è anche vero che non tutte le donne risposero con la ribellione alla situazione di forte disagio in cui si trovavano. Non possiamo dimenticare che, più del 70 per cento delle donne che presero parte alla Resistenza proveniva dalla zona industrializzata della provincia e che moltissime erano operaie.
Si deve innanzitutto considerare l'importanza che, a partire dall'Ottocento, l'impiego delle donne aveva avuto nell'industria tessile dell'area biellese. Importanza che non venne meno negli anni del regime: gli industriali infatti, nonostante il fascismo propagandasse il ruolo esclusivamente familiare della donna, preferivano la manodopera femminile, per il semplice motivo che le donne venivano retribuite con salari molto bassi. Questa situazione veniva accettata dalle donne per forza di cose visto che, dopo le leggi eccezionali del 1926, non era più possibile alcuna forma di protesta.
Le operaie però avevano alle loro spalle una lunga storia di lotte sociali: la loro partecipazione agli scioperi degli ultimi anni dell'Ottocento e dei primi anni del Novecento fu massiccia.
È vero che vent'anni di regime avevano cancellato ogni conquista femminile, ma è difficile pensare che la memoria delle lotte sociali si fosse persa nel corso del ventennio fascista.
Sicuramente non fu così, anzi quella memoria fu trasmessa anche alle generazioni più giovani, tant'è che agli scioperi del marzo, dell'aprile e dell'agosto del 1943 le operaie risposero compatte. Dalla lotta sociale si passò poi, all'interno degli stabilimenti, alla lotta politica: nelle fabbriche si sabotava la produzione delle stoffe destinate alle divise militari per l'esercito, si confezionavano le divise per i partigiani, si nascondevano i partigiani, si distribuivano i volantini.
Non si può quindi considerare la partecipazione femminile alla lotta partigiana senza fare i conti con la realtà operaia.
È vero che non tutte le donne del Biellese che presero parte alla Resistenza erano operaie, ma sta di fatto che la cultura del luogo era, in prevalenza, una cultura operaia, che tutti bene o male avevano assimilato. Ed era una cultura che, prima dell'avvento del fascismo, era stata per decenni ricca di fermenti, anche per quanto riguardava le problematiche femminili.
Dice Gladys Motta: "La mobilitazione delle donne biellesi nella lotta di liberazione può considerarsi come un fenomeno globale; ma, proprio perché tale, sarebbe perlomeno ingenuo pensare che le varie componenti di un fenomeno così vasto e massiccio agiscano in base agli stessi ideali, per gli stessi obiettivi e con la stessa consapevolezza".
Quando entrarono in formazione.
È importante, a questo punto, vedere anche quando le donne che presero parte alla Resistenza decisero di entrare nelle file partigiane.
Sul campione considerato il 10 per cento entrò in formazione nel 1943, l'85 per cento nel 1944 e meno del 5 per cento nel 1945. Nella tabella n. 2 sono invece riportati i dati e le percentuali riferite all'intero campione.
Anno di ingresso in formazione
anno
numero
%
1943
25
9,73%
1944
210
81,71%
1945
12
4,67%
non noto
10
3,89%
totale
257
100.00%
Il reclutamento delle donne nelle file partigiane fu costante fino al mese di febbraio del 1944, a partire dal mese di marzo ci fu invece un aumento considerevole: le punte massime si toccarono in agosto e in settembre. A partire dal mese di ottobre ci fu poi un calo.
È interessante notare che coloro che entrarono nelle file partigiane nei primi mesi della Resistenza, cioè negli ultimi mesi del 1943, erano quasi tutte residenti a Biella o nei paesi limitrofi (fanno eccezione solo due donne che erano residenti a Vercelli) ed entrarono tutte a far parte di formazioni garibaldine.
In verità, considerando l'ultima formazione di appartenenza, su un campione di 168 donne di si possiedono i dati, vediamo che circa l'80 per cento operò in formazioni garibaldine (il 25 per cento nella V divisione, il 48 per cento nella XII divisione, il 6,5 per cento nella VII divisione); circa il 3 per cento appartenne invece a formazioni di Giustizia e libertà, l'8 per cento alle Sap ed il 9,5 per cento a formazioni non specificate.
Ultima formazione di appartenenza
formazione
numero
%
Garibaldi
133
51,75%
Giustizia e Libertà
5
1,95%
Sap
14
5,45%
non specificata
16
6,23%
non nota
89
34,63%
totale
257
100,00%
I numeri delle donne partigiane:
Partigiane: 35.000
Patriote: 20.000
Gruppi di difesa: 70.000
Arrestate, torturate: 4.653
Deportate: 2.750
Commissarie di guerra: 512
Medaglie d’oro: 16
Medaglie d’argento: 17
Decedute in combattimento: 2900

Esempio



  


  1. Eleonora gobrirt

    Il ruolo delle donne durante la seconda guerra mondiale