La rivoluzione russa, tesina per la maturità.

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Testo

Russia, terra di rivoluzioni
La rivoluzione russa del 1905
La disastrosa sconfitta subita dalla Russia nella guerra contro il Giappone, mettendo in piena luce l'inefficienza e la corruzione del regime zaristico, contribuì a scatenare le tendenze rivoluzionarie che da tempo minavano la società russa.
Alla morte violenta dello zar Alessandro II, ucciso in un attentato terroristico, aveva fatto seguito una feroce reazione. Il nuovo zar, Alessandro III (1881-1894), con il pieno appoggio della Chiesa ortodossa e della nobiltà (le due colonne su cui si reggeva da sempre l'autocrazia zarista), cancellò ogni traccia delle timide concessioni fatte dal padre. Per legittimare in qualche modo la propria politica di integrale restaurazione dell'autocrazia, Alessandro III ricorse agli appelli alla salvaguardia dei valori tradizionali della "grande madre Russia". La polizia politica (Ochrana) infierì contro oppositori e studenti universitari, accusati di essere pericolosi propagatori di idee contrarie all'autentico rito nazionale e sovvertitrici dell'ordine sociale; le popolazioni non russe dell'Impero vennero sottoposte a una brutale russificazione; le religioni diverse da quella ortodossa perseguitate. Contro gli ebrei venne lasciata mano libera al cieco risentimento popolare, che sfociò in sanguinosi pogrom1.
Sotto Alessandro II e, successivamente, Nicola II (1894-1917) ben poco si era fatto per risolvere i
problemi delle masse popolari, specialmente contadine, che premevano tumultuosamente per ottenere condizioni di vita almeno tollerabili.
Riforme notevoli, ma non certo atte ad alleviare tali condizioni, erano invero state promosse da Sergej Julevic Vitte, ministro delle comunicazioni, delle finanze e dell'industria dal 1892 al 1903: questi infatti, inasprendo la pressione fiscale sulle campagne, era riuscito a stabilizzare il rublo e a favorire quindi quel flusso di capitali stranieri che aveva largamente contribuito al decollo industriale della Russia. Per ammodernare le infrastrutture del paese egli aveva inoltre promosso la costruzione della ferrovia transiberiana.
Ma la stessa borghesia, che pure aveva cominciato ad assumere una certa importanza grazie appunto al diffondersi di nuovi metodi di produzione, si vedeva negati i più elementari diritti politici. Essa pertanto esprimeva le proprie aspirazioni nel Partito democratico-costituzionale (meglio noto come Partito cadetto); così come il proletario rurale e urbano trovava i propri difensori nelle minoranze dell'intellighenzia che militavano nel Partito socialista rivoluzionario e nel Partito socialdemocratico russo.
Indipendentemente da questi ristretti gruppi politici, che solo più tardi avrebbero svolto una funzione determinante, le masse popolari esprimevano comunque la loro protesta attraverso frequenti ribellioni, regolarmente represse con spietata durezza dall'autocrazia zarista.
Il crescente malcontento portò, il 22 gennaio 1905 (9 gennaio 1905 secondo il calendario giuliano), ad un imponente manifestazione popolare. Guidati dal pope Gapon, il corteo di lavoratori marciò sul palazzo d'inverno. I manifestanti non intendevano chiedere un cambiamento di regime , né mettere in discussione la sovranità dello zar, ma soltanto presentare una petizione con cui supplicavano lo zar di porre termine alla guerra col Giappone, nonché di ottenere alcuni provvedimenti di riforma - come la convocazione di un'assemblea costituente - e miglioramenti salariali. Il popolo si rivolse al
1 Pogrom: termine russo (distruzione) usato per indicare atti di violenza contro le minoranze ebraiche, spesso condotte
dalle stesse autorità.
sovrano come a un padre reclamando la sua protezione - la presenza di intere famiglie e le icone che rappresentavano lo zar ne sono una chiara 1dimostrazione. Nonostante ciò i dimostranti furono accolti dalle fucilate dei soldati che provocarono molte centinaia di morti e di feriti, tanto che quel giorno è passato alla storia col nome di domenica di sangue.
L'indignazione popolare divampò allora diffusamente per tutta la Russia. Operai, soldati e marinai, si sollevarono spontaneamente , rilevando la profondità del malcontento che covava sotto la cenere, e il moto di protesta assunse ben presto le dimensioni di un autentica rivoluzione, da "oggetto" passivo della violenza delle autorità, il popolo mutò in "soggetto" attivo della rivoluzione.
Il 22 giugno 1905, dopo l'uccisione per mano di un ufficiale, di un marinaio, l'equipaggio della corazzata Potemkin si ammutinò, impadronendosi della nave. I ribelli issarono la bandiera rossa nella baia di Sebastopoli, sul mar Nero, e dopo fatto scalo a Odessa puntarono sulla Romania, dove ottennero asilo politico.
Per la prima volta fecero la loro comparsa i soviet (consigli), organismi rappresentativi dei lavoratori sorti in modo spontaneo a Pietroburgo e, successivamente, nelle altre principali città. Il moto rivoluzionario toccava così il suo apogeo. Il 17 ottobre lo zar si risolse finalmente a sottoscrivere un Manifesto, col quale si impegnava solennemente a concedere le fondamentali libertà politiche e a istituire un parlamento elettivo o Duma.
Situazione socioeconomica della Russia tra il 1914 e 1917
Nel 1914, a differenza delle altre potenze europee, la Russia viveva ancora in un paradossale intreccio di arretratezza semifeudale e di capitalismo industriale moderno.
Nella Russia del tardo '800 e del primo '900, infatti, l'industrializzazione, promossa e accelerata dal Vitte, è particolarmente avanzata nelle regioni minerarie degli Urali, nella zona petrolifera di Baku e intorno alle grandi città di Mosca e di Pietroburgo, ed è alimentata da un massiccio intervento statale e da un forte afflusso di capitali europei. Fra il 1888 e il 1913 la rete ferroviaria viene più che raddoppiata, le esportazioni (principalmente di materie prime) crescono di quattro volte, le importazioni (principalmente di manufatti), di cinque. Gli operai, che nel 1890 erano circa 1 400 salgono a quasi 3.000.000 ai primi del '900, e il loro numero è in continua ascesa. Ma al promettente sviluppo economico non si accompagna alcun miglioramento nella vita dei lavoratori, retribuiti con salari miserandi, costretti a lavorare per 10-12 ore al giorno, privi di ogni diritto di sciopero e di organizzazione sindacale.
In condizioni diverse, ma certo non migliori, vivono le masse di gran lunga più numerose dei contadini, i quattro quinti dei quali, dopo l'abolizione nel 1861 della servitù della gleba, sono rimasti legati alle comunità semifeudali dei mir. Data la continua crescita della popolazione, le terre dei mir vengono divise tra le famiglie delle singole comunità in appezzamenti sempre più piccoli, e le comunità devono pagare solidalmente le imposte e il riscatto previsto dalla riforma di Alessandro II, non ancora estinto nel 1906.
Lo stato preleva principalmente dai contadini le somme necessarie per pagare gli interessi dei capitali prestati dagli stranieri, cosicché i contadini, nonostante l'insufficienza delle loro entrate, sostengono gran parte del costo dell'industrializzazione, mentre il mir, che comporta obblighi e diritti colletti incompatibili con l'avvento di una società borghese, ostacola il progresso dell'agricoltura, già di per sé molto arretrata per scarsità di capitali.
La borghesia russa, comprendente liberi professionisti, commercianti, finanzieri, direttori tecnici, funzionari. Questa classe non ha sufficiente forza economico-politica per imporsi come egemone nel processo di rinnovamento del paese né per imporre allo zar l'auspicata svolta democratico-costituzionale, perché non ha alle spalle un lungo periodo di tirocinio politico, e perché gran parte degli impianti e delle fabbriche appartengono non a borghesi russi ma, come si è detto, a capitalisti stranieri o allo stato.
Al vertice della società russa, come autentico retaggio di feudalesimo, sta la nobiltà terriera, che circonda lo zar e ne condiziona e consiglia 1a politica, o che vive in provincia curando la gestione dei propri latifondi e monopolizzando l'amministrazione periferica.
La nobiltà considera mostruose anche le riforme promosse dal Vitte e dallo Stolypin, responsabili di aver introdotto nella «Santa Russia» i metodi capitalistici di produzione; tanto che, quando nel settembre 1911 lo Stolypin cade vittima di un attentato, molti pensano non senza ragione che il «rivoluzionario» autore dell'assassinio sia in realtà un agente dell'Okhrana, cioè della polizia politica segreta zarista, postosi al servizio degli ambienti più reazionari.
La presenza incombente della nobiltà conferisce un'impronta arcaica alla Russia dell'epoca, che risulta divisa piuttosto in caste che in classi: un abisso invalicabile separa infatti i mugik e gli operai, reietti e analfabeti - i «poveri e ubriaconi» della tracotante definizione di Stolypin - dal mondo dei ricchi e dei nobili che, per cultura, costumi, stile di vita, presumono di appartenere a un'umanità superiore e diversa.La rivoluzione del 1905 non ha modificato radicalmente il regime politico. La prima Duma, eletta nel 1906 secondo modalità che favoriscono gli agrari e i nobili a scapito dei contadini e degli operai, viene sciolta dallo zar dopo solo due mesi di vita perché la maggioranza cadetta invoca una riforma democratica della legge elettorale e pretende di esercitare il controllo sul governo, che invece - secondo la costituzione allora concessa - risponde del proprio operato soltanto allo zar. Nel paese si succedono intanto disordini molto gravi e ammutinamenti nelle file stesse dell'esercito, a fronte dei quali - con la connivenza documentata delle autorità - si consumano anche nuovi sanguinosi pogrom.
Viene, allora chiamato alla presidenza del Consiglio il ministro degli interni Pëtr Arkadevic Stolypin (luglio 1906), che per ristabilire l'ordine nelle campagne procede bensì a una grande riforma agraria (v. sotto), ma non appena si scontra con l'opposizione dei cadetti, non esita né a stroncare le proposte democratiche da loro avanzate, né a imporre una serie di drastiche limitazioni alla libertà di propaganda, né infine a far sciogliere il 16 giugno del 1907, anche la seconda Duma eletta in gennaio. Infine la terza Duma (1907-1912), eletta con una nuova legge che accentua ulteriormente i privilegi dei grandi proprietari, evita lo scioglimento anticipato in quanto è formata da una maggioranza conservatrice, che appoggia il governo senza ovviamente pretendere, alcuna concessione di carattere liberale. La quarta Duma (1912-1917), composta nonostante tutto da una maggioranza liberal-democratica, conduce bensì una decisa opposizione ai governi ma riesce solo a ottenere che essi si avvicendino continuamente, senza mutarne però l'indirizzo politico reazionario.
Una riforma veramente significativa, come si è detto, viene però attuata dallo Stolypin, che tiene la presidenza del consiglio sino al 1911. Convinto che il governo debba sì respingere tutte le istanze liberal-democratiche, ma debba nello stesso tempo assicurarsi, mediante un'efficace iniziativa di ammodernamento delle strutture produttive, l'appoggio di coloro che non siano affetti da odio pregiudiziale per qualsiasi novità, egli esprime con Brutale franchezza i propri intendimenti politici in un discorso tenuto alla terza Duma nel 1908: "II governo non ripone le proprie speranze nei poveri e negli ubriaconi, ma nella gente solida e vigorosa: in forti proprietari che sono chiamati a svolgere la loro parte nella ricostruzione del nostro zarismo".
Pertanto, nella giusta convinzione che il mir sia un'unità produttiva antiquata e inefficiente, lo Stolypin favorisce in ogni modo la formazione di proprietà individuali capitalistiche, sia abolendo i riscatti che i mir dovrebbero pagare collettivamente, sia autorizzando i contadini a vendere i loro diritti di proprietà comune e a liberarsi così dagli obblighi che ne derivano. In tal modo ottiene un duplice risultato: per un verso facilita e accelera la nascita di una classe di liberi e ricchi proprietari di terre (detti più tardi kulak), per l'altro stimola l'esodo dal mir di manodopera che potrà essere ingaggiata nelle attività industriali.
La riforma Stolypin, varata nel 1906, consegue un notevole successo: più di sei milioni di famiglie, sui sedici che ne avevano diritto, abbandonano effettivamente il mir nel corso di un decennio, e più di dieci milioni di ettari di terra, sciolti da ogni vincolo passano alla libera disponibilità dei loro padroni; ma la nuova classe dei kulak rimane pur sempre ultraminoritaria rispetto alle plebi rurali sfruttate. Pertanto, anche dopo la riforma, mentre circa 30.000 famiglie di nobili di latifondisti e di kulak posseggono un terzo del suolo nazionale gli altri due.
Terzi sono suddivisi fra 13-14 milioni di famiglie: e mediamente gli agricoltori ricchi posseggono terreni 225 volte più estesi di quelli dei contadini poveri. Questi ultimi non solo dispongono di terreni insufficienti, ma per la loro miseria non sono in grado di procurarsi i mezzi per uno sfruttamento razionale delle loro esigue proprietà, e spesso si riducono alla condizione di braccianti salariati (mugik) o alternano il lavoro sul proprio campo col lavoro alle
dipendenze di un padrone.
Lo scenario politico
Gli schieramenti politici russi possono essere distinti a seconda che essi appartengono alla fase pre-marxista1 o alla fase successiva.
Tra gli schieramenti della prima fase distinguiamo:
• Gli Anarchici, guidati da Mikhail Bakùnin (1814-1876), sostenevano che i metodi rivoluzionari tradizionali delle congiure e degli attentati, ed erano contrari ad ogni forma di collettivismo, rappresentano il cosiddetto sottoproletariato2 ed attribuiscono la massima importanza della lotta all'iniziativa di singoli individui e di piccoli gruppi di avanguardia.
• I Populisti, rappresentano un complesso movimento politico, genericamente affine al socialismo utopistico che si fonda su un presunto istinto rivoluzionario delle masse contadine. Sostengono il passaggio diretto dalla obscina3 al socialismo senza passare dall'esperienza capitalista. Il nome del movimento deriva dalla famosa frase di uno dei massimi rappresentanti, Alexandr Ivanovic Herzen (andare verso il popolo). Per ottenere questo scopo si organizzavano in partiti clandestini combattendo il regime con azioni terroristiche.
• I Nichilisti, costituiscono un movimento filosofico-letterario, che contrapponeva alla liberazione sociale, quella individuale, riaffermando l'importanza delle "minoranze pensanti".
• I Marxisti, intesi come effettivi sostenitori delle teorie di Karl Marx. Era un gruppo praticamente inesistente in Russia, sia perché le opere del filosofo tedesco non erano ancora state tradotte in russo, sia perché tali teorie erano difficilmente applicabili alla realtà russa. In seguito all'opera di Plechanov prima e di Lenin poi, il movimento diventerà la base per la nascita del Partito operaio socialdemocratico russo. Esso si rivolgeva al proletariato industriale e sostenendo la lotta di classe condotta da grandi masse auspicava alla presa del potere e alla collettivizzazione dei beni di produzione.
Alla fase successiva appartengono i seguenti partiti politici:
• Partito costituzionale democratico o Partito cadetto: d'ispirazione liberale, esso rappresenta la borghesia russa, per la tenacia con cui si batterono contro l'autoritarismo zaristico, i cadetti goderono di un certo prestigio sino alla rivoluzione bolscevica dell'ottobre 1917. Decisivo fu il ruolo di opposizione nei confronti dei "governi zaristi"4.
• Socialisti Rivoluzionari (comunemente designati con le iniziali «SR»), riprendendo alcuni temi cari al populismo, concentravano la propria attenzione sulle campagne e puntavano sulla naturale tendenza dei contadini al socialismo, che si sarebbe dovuto realizzare non già passando attraverso la preliminare introduzione del capitalismo nelle campagne, ma per lievitazione e trasformazione spontanea della vecchia obscina. Lenin era invece convinto che il capitalismo si stesse già affermando nelle campagne e già stesse disgregando le arcaiche strutture della obscina; e riteneva d'altra parte che i contadini non avessero alcuna naturale vocazione al socialismo, ma aspirassero semplicemente - grazie alla distribuzione delle terre - a trasformarsi
1Pre-marxista: con questo termine si indica la fase precedente alla divulgazione delle teorie marxiste in Russia,
determinante fu il lavoro svolto a tal fine da Georgij Valentinovic Plechanov (1857-1918).
2Sottoproletariato: A questo ceto appartengono i mendicanti, i delinquenti, gli straccioni: ceti e ambienti molto diversi
dal proletariato che lavora e produce.
3Obscina: tradizionale comunità rurale slava.
4Governi zaristi: governi nominati dallo zar senza tener conto della maggioranza presente in parlamento ( es. Stolypin).
in proprietari, secondo un ideale piccolo-borghese che col socialismo non aveva nulla a che fare.
• Partito operaio socialdemocratico russo: Le polemiche ideologiche cui abbiamo accennato non sarebbero però state di alcuna utilità, se non si fossero diffuse nella realtà concreta dei partiti e dei movimenti di ispirazione socialista, costretti in Russia alla clandestinità e di fatto assai poco consistenti. Dal punto di vista quantitativo, infatti, lo stesso Partito operaio socialdemocratico russo, fondato a Minsk nel 1898 da solo nove rappresentanti di disparate organizzazioni locali delle grandi città (Pietroburgo, Mosca, Kiev) e destinato vent'anni più tardi ad assumere la guida della rivoluzione, era ancora di dimensioni assai modeste nel 1903, quando si riunì all'estero, prima a Bruxelles poi a Londra, il suo II Congresso.
Risale a questo congresso la distinzione fra bolscevichi e menscevichi, che in realtà, nonostante i ripetuti tentativi di conciliazione, costituirono fin d'allora due diversi partiti, e nel 1912 si separarono anche formalmente. Nel 1912, infatti, Lenin convocò a Praga un congresso, presentandolo come VI congresso del partito socialdemocratico russo, ma invitando a parteciparvi solo gli esponenti della frazione bolscevica: ne rimasero pertanto esclusi anche uomini come Plechanov e Trotzkij che, pur essendo esponenti di primo piano del mondo socialista internazionale, avevano il torto di non condivide le idee di Lenin.
Prescindendo dalla "legittimità" di questo VI Congresso, che è problema di scarsa rilevanza storica, va comunque rilevato che le differenze di prospettiva di metodo fra bolscevichi e menscevichi erano tali da rendere improponibile un'ulteriore convivenza. I bolscevichi, guidati da Lenin, sostenevano la tesi del partito compatto, centralizzato, formato sostanzialmente da rivoluzionari di professione, impegnati fino in fondo nella lotta politica. I menscevichi ponevano invece una prospettiva più aperta e graduale, capace mobilitare un grande movimento di opinione, che doveva in primo luogo battersi per una riforma democratica della società, lasciando al futuro il trapasso al socialismo. Essi accusavano Lenin di bonapartismo e denunciavano il pericolo implicito nelle tesi da lui sostenute, che - secondo quanto obiettava Trotzkij, allora militante nelle file dei menscevichi di sinistra - avrebbero favorito l'instaurarsi di una dittatura sul proletariato e non del proletariato, perché la rigida disciplina necessaria per bruciare le tappe verso la rivoluzione avrebbe imposto l'egemonia dell'apparato organizzativo sul partito, del comitato centrale sull'apparato, e infine del potere personale di un dittatore sullo stesso comitato centrale.
Le rivoluzioni del 1917 furono guidate dalle minoranze politiche di cui si è detto; esse, peraltro, non furono certo "inventate" arbitrariamente da tali minoranze, ma nacquero dalla crescente e diffusa insofferenza popolare per le iniquità del regime zaristico, rese più acute ed evidenti dalle prove durissime della guerra.
Le sconfitte del 1914-15 erano costate ai Russi più di
due milioni di uomini e avevano comportato la perdita di grandi quantità di materiale bellico. La stessa vittoriosa avanzata del Brusilov nel 1916 aveva dovuto essere precocemente interrotta e alla fine risolta in un grave insuccesso, seguito da sempre più numerose diserzioni.
disastri analoghi, per il vero, avevano subito tutti i paesi belligeranti, ma altrove si era corsi ai ripari mediante tempestive rettifiche politiche e militari, la Russia zarista si dimostrava incapace di ogni trasformazione. La stessa borghesia liberale, che si era spontaneamente mobilitata per sostenere lo sforzo bellico con svariate iniziative, era guardata con sospetto. Fra gli alti funzionari non pochi parteggiavano per gli Imperi Centrali, perché temevano il contagio democratico dei Francesi e degli Inglesi; altri speravano che la vittoria dei nemici fornisse l'occasione per abrogare anche le precarie conquiste costituzionali del 1905. Dopo l'assassinio dello Stolypin, ultimo autentico statista dell'ancien régime, si erano avvicendati al governo uomini retrivi e del tutto insignificanti. Gli ambienti di corte, e specialmente la zarina Alessandra, subivano la nefasta influenza di Grìgorij Efimovic Novych, più noto sotto lo pseudonimo di Rasputin: un santone ciarlatano e guaritore, senza i buoni uffici del quale era ben difficile trovare udienza presso i sovrani.
Verso la fine del 1916 la quarta Duma eleva una indignata protesta contro questa situazione intollerabile, e un complotto, cui partecipa anche un parente dello zar, pone termine agli intrighi di Rasputin eliminandolo (30 dicembre 1916). Ma, di fronte a questi episodi che sono soltanto i sintomi della ben più vasta crisi dell'esercito e del paese, lo zar non sa reagire altrimenti che rafforzando la polizia e disponendosi a nuove repressioni, ormai chiaramente impraticabili dato che egli non può più contare sull'obbedienza dell'esercito.
Il seguito degli avvenimenti è di per se stesso eloquente. L'8 marzo 1917 (23 febbraio) gli operai di Pietrogrado insorgono perché la città e rimasta priva di pane. Le truppe di guarnigione si rifiutano di sparare sulla folla. Come nel 1905 si formano i soviet degli operai e dei soldati (ormai acquisiti alla causa della rivoluzione). La Duma preme perché si formi un nuovo governo, ma lo zar la scioglie. I liberali più autorevoli, riuniti in un comitato provvisorio della Duma, cercano di «ristabilire l'ordine statale e sociale» e di «creare normali condizioni di vita nella capitale», nominando un governo provvisorio e chiedendo l'abdicazione dello zar. Nicola II, quando anche i suoi generali gli dichiarano di non poter più rispondere dei loro reparti, si risolve finalmente ad abdicare in favore del fratello, granduca Michele (14 Marzo), che peraltro, data la situazione, rifiuta la corona, ormai evidentemente priva di significato.
Dal 17 marzo la Russia è dunque di fatto una repubblica, anche se ufficialmente lo sarà solo dal settembre per le resistenze opposte dai moderati, che non vorrebbero dichiarare decaduta la monarchia. E in questa repubblica - mentre è in corso un caotico processo di trasformazione - emergono due opposti punti di riferimento: il governo provvisorio, presieduto dal principe Georgij L'vov, liberale e sostenuto dalla borghesia, e il soviet di Pietrogrado, formato da SR, menscevichi, bolscevichi e socialisti indipendenti, sostenuto dalle masse popolari. Sull'esempio di Pietrogrado, altri soviet si formano nelle principali città della Russia occidentale e più tardi anche nelle campagne.
I rapporti fra governo provvisorio e soviet - nel periodo del «doppio potere», che si protrarrà fino alla Rivoluzione di Ottobre — non sono ovviamente regolati da alcuna norma giuridica e variano dalla collaborazione all'antagonismo, a seconda delle circostanze e del prevalere di questo o quel partito: mentre infatti gli SR e i menscevichi vogliono che i soviet si limitino a sorvegliare e stimolare il governo provvisorio, i bolscevichi, sotto l'influenza di Lenin, considerano i soviet come uno strumento rivoluzionario, destinato in prospettiva a eliminare e sostituire il governo provvisorio. I socialrivoluzionari, peraltro, sono divisi sin dall'inizio della guerra in una maggioranza «patriottica», relativamente moderata, che si batte per la difesa della patria rivoluzionaria, e in una minoranza di estrema sinistra, assolutamente contraria alla continuazione della guerra, che finirà col confluire nelle file dei bolscevichi. L'avversione di Lenin per il governo provvisorio e la sua predilezione per i soviet sono nette e senza tentennamenti. Fin dal 1906, nelle sue riflessioni sulla rivoluzione del 1905, egli aveva scritto: «I soviet furono costituiti esclusivamente dagli strati rivoluzionari della popolazione, furono fondati in una maniera del tutto rivoluzionaria, al di fuori di ogni legge e regolamento, come prodotto della primigenia capacità creativa popolare, come indicazione dell'attività indipendente del popolo».
Rientrato dall'esilio svizzero con l'aiuto dei Tedeschi, che consideravano il "disfattismo nazionale" da lui propugnato un'arma potente rivolta contro la Russia, Lenin giunge a Pietrogrado nell'aprile 1917, e, coerentemente con la sua diagnosi sui soviet, pubblica immediatamente le tesi (note appunto come «Tesi di aprile» sui Compiti del proletariato nella rivoluzione attuale. Il proletariato - egli sostiene - deve battersi perché il potere passi per intero ai soviet, i quali, se non potranno per il momento eliminare la proprietà privata e operare il trapasso al socialismo, dovranno almeno assumere il controllo «della produzione sociale e della distribuzione dei prodotti», ossia di tutta l'attività economica. Questa scelta, riassunta nella parola d'ordine «Tutto il potere ai soviet», viene inizialmente respinta a grande maggioranza dagli stessi bolscevìchi, ma alla distanza essa risulterà decisiva per le sorti della Russia e per la vittoria della rivoluzione, quale Lenin la concepiva.
DOCUMENTI
LE TESI D'APRILE
1. Nel nostro atteggiamento verso la guerra, la quale - sotto il nuovo governo L'vov e C., e a motivo del carattere capitalistico di questo governo - rimane incondizionatamente, da parte della Russia, una guerra imperialista di rapina, non è ammissibile alcuna concessione al « defensismo rivoluzionario ».
A una guerra rivoluzionaria, che giustifichi effettivamente il defensismo rivoluzionario, il proletariato cosciente può dare il proprio consenso soltanto alle seguenti condizioni:
a) passaggio del potere nelle mani del proletariato e dei contadini poveri che si schierano
dalla sua parte;
b) rinuncia effettiva, e non a parole, a qualsiasi annessione;
c) rottura completa, effettiva, con tutti gli interessi del capitale.
Data l'innegabile buona fede dei larghi strati delle masse che sono per il defensismo rivoluzionario e che ammettono la guerra solo come necessità e non per spirito di conquista; dato che essi sono ingannati dalla borghesia, bisogna spiegar loro con particolare cura, tenacia e pazienza il loro errore, mettendo in rilievo il legame indissolubile che esiste fra capitale e guerra imperialista, dimostrando che non è possibile metter fine alla guerra con una pace veramente democratica, e non imposta con la forza, senza abbattere il capitale.
Organizzazione della più vasta propaganda di questo concetto nell'esercito combattente.
Fraternizzazione.
2. L'originalità dell'attuale momento in Russia sta nel passaggio dalla prima tappa della rivoluzione, che ha dato il potere alla borghesia a causa dell'insufficiente grado di coscienza e di organizzazione del proletariato, alla seconda tappa, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini.
Da una parte, questo passaggio è caratterizzato dal massimo di legalità (fra i paesi belligeranti, la Russia è, oggi, il paese più libero del mondo); d'altra parte, dall'assenza di violenza sulle masse e, infine, dalla fiducia incosciente riposta dalle masse nel governo dei capitalisti, i peggiori nemici della pace e del socialismo.
Questa caratteristica ci impone di saperci adattare alle particolari condizioni di lavoro del partito fra le immense masse proletarie appena svegliate alla vita politica.
3. Nessun appoggio al governo provvisorio; dimostrare la completa falsità di tutte le sue promesse, soprattutto di quelle concernenti la rinuncia alle annessioni. Smascherare questo governo invece di « esigere » (ciò che è inconcepibile e genera illusioni) che esso, governo di capitalisti, cessi di essere imperialista.
4. Riconoscimento del fatto che il nostro partito è in minoranza, e per ora in piccola minoranza, nella maggior parte dei Soviet dei deputati, di fronte al blocco di tutti gli elementi opportunisti piccolo-borghesi, soggetti all'influenza della borghesia e portatori dell'influenza borghese sul proletariato: dai socialisti populisti e dai socialisti rivoluzionari al Comitato di organizzazione (Ccheidze, Cereteli, ecc.), a Stekiov, ecc.
Spiegare alle masse che i Soviet dei deputati degli operai sono la sola forma possibile di governo rivoluzionario e che, per conseguenza, il nostro
compito, finché questo governo sarà soggetto all'influenza della borghesia, può consistere soltanto nella spiegazione paziente, sistematica,
perseverante - particolarmente adatta ai bisogni pratici delle masse - degli errori della loro tattica.
Finché saremo in minoranza, faremo un lavoro di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo al tempo stesso la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati degli operai, affinché le masse, sulla base dell'esperienza, si liberino dai propri errori.
5. Nessuna Repubblica parlamentare ~ ritornare ad essa dopo i Soviet dei deputati degli operai sarebbe un passo indietro - ma Repubblica dei Soviet dei deputati degli operai, dei salariati agricoli e dei contadini, in tutto il paese, dal basso all'alto.
Soppressione della polizia, dell'esercito e del corpo dei funzionari (cioè sostituzione del popolo armato all'esercito permanente) .
Eleggibilità e revocabilità, in qualsiasi momento, dei funzionari il loro stipendio non deve superare il salario medio di un buon operaio.
6. Nel programma agrario trasferire il centro di gravita sul Soviet dei deputati dei salariati agricoli. Confisca di tutte le terre dei proprietari fondiari. Nazionalizzazione di tutte le terre del paese; le terre saranno a disposizione dei Soviet locali dei deputati dei salariati agricoli e dei contadini. Formazione di Soviet dei contadini poveri. Di ogni grande proprietà (da 100 a 500 ettari circa, secondo le condizioni locali e altre, e secondo il parere delle istituzioni locali) fare delle aziende modello, sottoposte al controllo dei Soviet dei deputati dei salariati agricoli e coltivate per conto della società.
7. Fusione immediata di tutte le banche in un'unica banca nazionale, sotto il controllo dei Soviet dei deputati degli operai.
8. Nostro compito immediato non è l'« instaurazione » del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet dei deputati degli operai.
9. Compiti del Partito:
a) Convocare immediatamente il Congresso del Partito;,
b) Modificare il programma del Partito e in primo luogo:
1) sull'imperialismo e sulla guerra imperialista;
2) sull'atteggiamento verso lo Stato e sulla nostra rivendicazione dello « Stato-Comune »
(cioè di uno Stato di cui la Comune di Parigi ha dato il modello);
3) correggere il precedente programma minimo invecchiato;
c) Cambiare il nome del Partito (invece di « socialdemocratico », i cui capi ufficiali - « defensisti » e « kautskiani incerti » - hanno tradito il socialismo in tutto il mondo passando alla borghesia, dobbiamo chiamarci Partito Comunista).
10. Ricostituire l'Internazionale.
Fonte: Lenin, Oeuvres, XXIV, pag. 3.
La Rivoluzione di Ottobre
Il governo provvisorio, nel quale l’unico socialista (SR)era Aleksandr Fëdorovic Kerenskij, entrò in crisi nel maggio del’ 17 e fu sostituito da un nuovo governo, sempre sotto la presidenza del L’vov, nel quale, oltre a Kerenskij che fu nominato ministero della guerra, entrarono altri cinque socialisti ma nessun bolscevico. Così i menscevichi e gli SR (o almeno i socialrivoluzionari che come il Kerenskij erano piuttosto su posizioni democratico- radicali)si impegnavano nell’esercizio dell’autorità e tendevano a chiudere il circuito della rivoluzione tentando di accogliere le esigenze mediante un profondo rinnovamento delle leggi; i bolscevichi invece, ormai convertiti alla parola d’ordine lenista “Tutto il potere ai soviet”, conservavano piena libertà d’azione, proprio mentre erano sul tappeto questioni di immediato interesse per le masse popolari, come la cessazione della guerra e la distribuzione delle terre ai contadini.
Sulla necessità della pace erano d’accordo anche i menscevichi e gli SR, ma essi insistevano nel voler ottenere una “pace democratica”, senza poter indicare con quali forze effettive una pace democratica, senza annessioni e senza indennità, potesse essere imposta ai nemici vittoriosi. I bolscevichi, dopo alcune iniziali oscillazioni, si resero invece conto che - salvo la speranza di trasformare la “guerra imperialistica in guerra civile del proletariato contro le classi dominanti all’interno di ogni paese- la Russia doveva comunque accettare le condizioni imposte dai Tedeschi: i contadini- soldati, secondo l’espressione di Lenin, stavano già votando “con i tacchi” (ossia disertando) contro la guerra. I bolscevichi si fecero pertanto promotori del disfattismo nazionale di cui si è detto, inteso ad imporre a qualsiasi costo la liquidazione della guerra, e ottennero vasti e ovvi consensi fra le masse popolari.
Più difficile si presentava per i bolscevichi, che avevano la loro base principalmente nel proletariato urbano, il problema della distribuzione delle terre, perché, mentre i contadini aspiravano semplicemente a dividersele e a trasformarsi in piccoli proprietari, i bolscevichi miravano invece a organizzare una produzione agricola largamente socializzata, che secondo le loro speranze avrebbe permesso l’adozione di metodi di coltura moderni ed efficienti. In una conferenza panrussa del partito, svoltasi in aprile, Lenin aveva illustrato questa tesi dicendo fra l’altro: “Non possiamo nascondere ai contadini e tanto meno ai proletari e semiproletari della campagna, che la coltivazione su piccola scala non riuscirà a liberare l’umanità dalla miseria di massa; che è necessario per il benessere sociale prendere in considerazione il passaggio alla coltivazione su larga scala e mettervi immediatamente mano, insegnando alle masse e imparando dalle masse il modo per compiere tale passaggio con i mezzi pratici più adatti”.
Nei soviet, d’altra parte, la situazione dei bolscevichi non era inizialmente facile. Ancora nel giugno 1917, quando a Pietrogrado si riunì il I Congresso panrusso dei soviet, su 822 delegati, 285 erano SR, 248 menscevichi e solo 105 bolscevichi. Una mozione presentata da questi ultimi per il trasferimento del potere ai soviet fu respinta, e il Congresso approvò invece una mozione di fiducia al governo provvisorio, nel quale SR e menscevichi avevano i loro rappresentanti. I rapporti di forza erano però profondamente diversi nelle azioni di massa, nelle quali prevalevano le parole d’ordine lanciate dai bolscevichi. La cosa risultò particolarmente chiara nelle minacciose manifestazioni del luglio contro il governo provvisorio, che aveva messo in atto l’offensiva in Galizia.
In quell’occasione il governo provvisorio raccolse però la sfida e procedette a un’energica repressione ordinando l’arresto dei principali esponenti bolscevichi, tanto che lo stesso Lenin dovette riparare in Finlandia. Intanto il fallimento dell’offensiva in Galizia determinava la crisi del governo L’vov, e la presidenza passava al Kerenskij. Così, mentre la rivoluzione era ancora ben lontana dall’aver esaurito le proprie, potenzialità eversive, SR e menscevichi tentavano di esercitare i poteri che competono a ogni autorità costituita, e questo atteggiamento danneggiava particolarmente gli SR, che, insediati nel ministero dell’agricoltura, erano tenuti a contrastare il caotico movimento dei contadini e a rinviare la questione della terra alle decisioni dell’assemblea costituente: un’assemblea che il governo s’era bensì impegnato a convocare al più presto, ma che comunque apparteneva al futuro e non aveva dunque, per le masse rurali, la corposa e certa consistenza dell’immediato presente.
Ancora una volta, soltanto i bolscevichi conservavano piena libertà d’azione e non facevano alcun tentativo di creare al più presto un ordine nuovo, giuridicamente configurato.
La situazione si avvia al chiarimento definitivo nel settembre del 1917, quando il generale Lavr Georgievic Kornilov, dal 31 luglio nominato da Kerenskij comandante supremo dell’esercito, emette un proclama nel quale- premesso che “il governo provvisorio, sotto la pressione della maggioranza bolscevica dei soviet, sta agendo in completa armonia con lo stato maggiore tedesco e … sta uccidendo l’esercito e minando il paese”- chiede che gli vengano concessi i pieni poteri. E poiché le sue intimidazioni vengono ovviamente respinte, tenta di liquidare con le armi sia il governo provvisorio sia i soviet. L’iniziativa fallisce in pochi giorni (6-12 settembre), perché uno sciopero dei ferrovieri blocca le truppe in viaggio verso la capitale e perché le truppe stesse sono indotte alla resistenza dalla propaganda degli agitatori bolscevichi. I bolscevichi, anzi, per aver contribuito a sventare il colpo di stato, escono dalla prova con rinnovato spirito d’iniziativa e con più saldo prestigio, tanto che conquistano la maggioranza nei soviet di Pietrogrado e di Mosca, cioè nei centri politici più importanti dell’intero paese.
Di fronte alle ambiguità dei governo Kerenskij, responsabile quanto meno d’aver nominato Kornilov comandante in capo dell’esercito, Lenin, rientrato clandestinamente in Pietrogrado, formula allora in termini perentori il dilemma che si presenta:” La situazione è chiara. O la dittatura di Kornilov, o la dittatura del proletariato e degli altri strati più poveri della classe contadina... Le masse hanno dato la loro fiducia ai bolscevichi e si aspettano fatti e non parole”.
La repressione delle manifestazioni di luglio, del resto, era stata l’ultimo successo del governo provvisorio e della maggioranza relativamente moderata che lo sosteneva in generale, infatti, i rapporti di forza fra governo provvisorio e soviet, nonché fra i bolscevichi e gli altri partiti della sinistra ,erano rispettivamente favorevoli ai soviet e ai bolscevichi. In modo più efficace di quanto consenta un’esposizione indiretta, tali rapporti possono essere illustrati dalle testimonianze dirette di coloro che vivevano nel bel mezzo della lotta. “Il governo provvisorio- scrive per esempio nel marzo del ‘17 il ministro della guerra del governo stesso al comandante in capo delle forze armate- non possiede un potere reale, e i suoi ordini sono eseguiti solo per quel tanto che è permesso dai soviet dei rappresentanti degli operai e dei soldati, che ha in mano gli elementi più importanti del vero potere, cioè i soldati, le ferrovie, il servizio postale e telegrafico”. E alla vigilia della rivoluzione bolscevica, che avrebbe abbattuto lo stesso governo provvisorio, un giornalista SR commenta in questi termini quanto sta accadendo nella città di Vitebsk: “L’epidemia bolscevica non ha risparmiato la nostra città. Come dappertutto, da noi si svolgono adesso nuove elezioni per il soviet dei deputati degli operai e dei soldati. Intervenendo nelle riunioni elettorali, gli oratori bolscevichi sottopongono a dura critica la tattica dei socialisti rivoluzionari e menscevichi. L’uditorio interpreta i loro slogan- “abbasso la guerra” e simili- nel senso che bisogna concludere subito una pace separata. Parlando nelle caserme e nelle campagne gli oratori pongono domande del tipo “chi vi darà il pane e la pace?”, per rispondere essi stessi all’istante “noi bolscevichi”. Le masse, dotate di scarsa coscienza politica, credono a queste larghe promesse e, non danno agli oratori menscevichi e socialrivoluzionari la possibilità di esprimersi. Quando questi ultimi intervengono, si levano grida ostili: “complici di Kornilov”, “difensori della monarchia zarista”, “servi della borghesia”.
Nonostante l’opposizione di alcuni esponenti del bolscevismo, come Leo Borrisovic Kamenev e Grigori Jeksejevic Zinoviev, Lenin, Trotzkij e altri dirigenti decidono di passare all’azione: formano un Comitato militare rivoluzionario, presieduto da Trotzkij (che rientrato in Russia nel maggio è passato in agosto tra le file dei bolscevichi, e dal settembre è presidente del soviet di Pietrogrado), e prefigurano gli organi di un nuovo potere che dovrà sostituirsi al governo provvisorio, ormai, completamente screditato.
Nella notte fra il 6 e il 7 novembre 1917 (24-25 ottobre) i bolscevichi occupano poi i punti strategici di Pietrogrado: centrali telefoniche, stazioni ferroviarie, impianti elettrici. Una nave da guerra punta i suoi cannoni sul Palazzo d’inverno, sede dei governo provvisorio. Kerenskij, abbandonato da tutti, fugge dalla città sperando invano di trovare altrove reparti militari che gli consentano di rientrarvi vittorioso. Alcuni ministri vengono arrestati, ma sono presto rilasciati. L’insurrezione vince in modo quasi incruento, senza incontrare alcuna valida resistenza.
La data del 7 novembre non era stata scelta a caso: per quel giorno era convocato in Pietrogrado il II Congresso panrusso dei soviet, che, ratificando il fatto compiuto e proclamando il trapasso di tutta l’autorità ai soviet, accentuò il significato politico e non puramente militare e minoritario dell’iniziativa bolscevica. Il giorno successivo, il Congresso approvò la composizione di un Consiglio dei Commissari del Popolo, che non volle ripetere neppure nel nome la consueta denominazione di “governo” o di “consiglio dei ministri” (e che, dall’inizio delle parole russe corrispondenti a “consiglio”, sov, “popolo”, nar, e “comitato”, kom, fu detto brevemente sovnarkom). A Lenin spettò naturalmente la presidenza a Trotzkij il commissariato (cioè il ministero) degli affari esteri, a Stalin, che nella Rivoluzione di Ottobre aveva svolto una parte secondaria, li commissariato delle nazionalità. Le decisioni del Congresso furono votate, oltre che dai bolscevichi, anche dalla sinistra SR; i rappresentanti SR delle altre correnti, i menscevichi e cadetti protestarono invece contro l’iniziativa insurrezionale presa unilateralmente dai bolscevichi, ma non si spinsero oltre la denuncia del sopruso anche perché contavano che la convocazione dell’Assemblea Costituente, prevista per la fine di novembre, avrebbe spezzato il dominio dei bolscevichi. Ben presto però le loro speranze si sarebbero dimostrate vane.
Lo storico inglese Edward Carr, dopo aver affermato che la politica di Lenin e dei bolscevichi era stata probabilmente “l’unica concepibile in rapporto alla situazione russa del momento”, soggiunge: “Ma questa politica impegnava i suoi patrocinatori nientemeno che alla transizione diretta dalle forme più arretrate di organizzazione politica ed economica a quelle più avanzate. In sede politica, il programma comportava il tentativo di superare l’abisso esistente tra l’autocrazia e la democrazia socialista facendo a meno della lunga esperienza e del lungo esercizio dei diritti civili e politici che la democrazia borghese, con tutti i suoi difetti, aveva reso possibile in Occidente. In sede economica, esso significava la creazione di un’economia socialista in un paese che non aveva mai avuto le risorse di attrezzature tecniche e di operai specializzati, caratteristiche di un sistema capitalista sviluppato. Questi pesanti handicap la vittoriosa Rivoluzione di Ottobre doveva ancora superarli. La sua storia è il resoconto dei successi e degli insuccessi incontrati nella realizzazione di questo compito”.
Eliminato il governo provvisorio e istituito il Sovnarkom, il fine dei bolscevichi muta radicalmente: prima essi miravano a dissolvere anche le ultime vestigia dell’ordine politico-sociale precedente; ora, poiché il potere è nelle loro mani, s’impegnano nel tentativo di edificare l’ordine nuovo e di sottrarre il paese ai pericoli dell’imminente caos, che essi stessi hanno contribuito a scatenare nella fase precedente della rivoluzione. Premessa necessaria dell’auspicata fase costruttiva è però la liberazione della Russia dal peso insostenibile della guerra, cui i bolscevichi pongono termine fra il dicembre 1917 e il marzo 1918 con l’armistizio e la pace di Brest-Litovsk, accettando realisticamente - nonostante l’opposizione, di tutti i partiti, SR di sinistra compresi - le durissime imposizioni dei Tedeschi.
Ma non meno urgente è il compito di ridare un ordine alla produzione sia nelle campagne sia nelle industrie. Nell’uno e nell’altro settore la situazione è gravissima, e i provvedimenti si susseguono a ritmo incalzante. L’8 novembre 1917 si sancisce la nazionalizzazione della terra, la cui assegnazione ai contadini viene affidata ai soviet di villaggio: si fa però eccezione per la media e piccola proprietà, nonché per le grandi proprietà coltivate razionalmente, che il decreto vorrebbe rimanessero indivise per essere trasformate in aziende modello di proprietà sociale. Nei fatti, gli obiettivi dei bolscevichi, che si propongono di nazionalizzare la produzione e che respingono "ogni forma di appropriazione privata della terra", devono fare i conti con le tendenze dei contadini, e la riforma viene attuata in modo alquanto caotico: solo l’l1% delle terre confiscate va allo stato, mentre l’86% viene distribuito fra i contadini, sia pure in semplice usufrutto, e il 3% è assegnato ad enti agricoli collettivi1.
Il 15 novembre, vengono proclamati i Diritti dei popoli della Russia, che sanciscono la perfetta parità fra i popoli già compresi entro l’impero zarista e riconoscono che essi sono completamente liberi di "disporre di se stessi, sino ad aver diritto di staccarsi e di costituire unità politiche indipendenti". Ma questa libertà di secessione rimarrà di fatto una pura e astratta formula verbale.
Il 27 novembre viene imposto il controllo operaio sulle fabbriche, affidato a particolari Comitati - da eleggersi con la partecipazione dei rappresentanti degli impiegati e del personale tecnico"- che dovrebbero riorganizzare e dirigere il lavoro; ma in realtà, anche per l’indisciplina invalsa ormai da parecchi mesi, nonché per la crisi dei trasporti e dei rifornimenti di materie prime questi Comitati non riescono a riprendere il controllo delle fabbriche e a non rallentare il calo della produzione.
Il 27 dicembre infine il Sovnarkom vara i provvedimenti che sanciscono la nazionalizzazione delle banche, la sospensione del pagamento dei dividendi azionari e la limitazione del pagamento degli interessi ai soli piccoli risparmiatori.
Questi provvedimenti, per quanto drastici, non hanno ancora un carattere specificamente socialista: i bolscevichi infatti, attenendosi alla linea delle Tesi di aprile, si limitano per ora ad assicurarsi il controllo delle attività economiche senza procedere all’abolizione della proprietà privata, e solo la guerra civile li costringerà a "distruggere i vecchi rapporti in misura assai più vasta di quanto avevano previsto all’inizio"(Lenin).
Nel frattempo, adempiendo a un impegno del governo provvisorio che i bolscevichi avevano sempre condiviso, si procede all’elezione a suffragio universale dell’Assemblea Costituente (novembre 1917), e i bolscevichi escono nettamente sconfitti dalla consultazione popolare: su 36 milioni di votanti, ottengono infatti solo 9 milioni di voti e 175 seggi, contro i 21 milioni e 410 seggi degli SR, gli 86 seggi dei cosiddetti "gruppi nazionali", per lo più antibolscevichi, i 17 seggi dei cadetti, i 16 seggi dei menscevichi. E' vero che proprio in quei giorni la maggioranza degli SR (ma fra i loro deputati solo 40!) si associa ai bolscevichi, e che questi hanno raggiunto la maggioranza assoluta nelle grandi città di Mosca, e di Pietrogrado, ma comunque i bolscevichi (che su una popolazione di circa 150 milioni contano forse meno di centomila iscritti, benché Stalin ne dichiari 240 000) si trovano ora di fronte un organismo legale decisamente ostile, proprio mentre in Ucraina, nella Russia Bianca e nel Caucaso prende corpo una controffensiva antisovietica, alimentata non solo da zaristi impenitenti, come il generale Aleksej Maksimovíc Kaledin, ma anche dai cadetti.
Lenin, comunque, per nulla propenso a lasciarsi frenare da scrupoli giuridici o dal rispetto degli impegni assunti prima della Rivoluzione di Ottobre, il 26 dicembre pubblica sulla Pravda ("La verità"), organo del partito bolscevico, le sue Tesi sull’Assemblea Costituente, scrivendo fra l’altro: "in una repubblica borghese l’assemblea costituente è la più alta espressione del principio democratico", ma "una repubblica di soviet rappresenta una forma dei principio democratico più alta dell’ordinaria repubblica borghese", ed è l’unica istituzione "capace di assicurare la transizione meno gravosa possibile al socialismo"; d'altra parte la controrivoluzione di Kaledin e dei cadetti ha "eliminato ogni possibilità di risolvere le questioni più acute con i metodi della democrazia formale", e quindi l’Assemblea Costituente deve dichiarare la propri "accettazione incondizionata del potere dei soviet": ossia, in pratica, deve sottoscrivere il proprio atto di morte.
Le argomentazioni di Lenin avevano il torto di dare per dimostrato ciò che appunto si doveva dimostrare. La superiorità democratica dei soviet era infatti scontata solo se si assumeva per vero che democrazia non è governo della maggioranza, ma governo di coloro che meritano di avere diritto di voto. E il sottinteso ovvio di una tale massima è che meritevoli siano coloro che danno ragione a chi la formula.
Con queste dichiarazioni di Lenin, comunque, il destino della Costituente è segnato. Essa si riunisce il 18 gennaio 1918, respinge la proposta dei bolscevichi. di piena accettazione del potere dei soviet e viene sciolta il giorno dopo su proposta dello stesso Lenin.
Lo scioglimento coatto dell’Assemblea spinge su posizioni controrivoluzionarie anche gruppi di menscevichi e di SR non sospettabili di nostalgie zaristiche; d’altra parte, almeno una delle tesi di Lenin sulla Costituente è senz’altro fondata: poiché il boicottaggio del nuovo regime e la lotta armata antibolscevica sono già in atto, non esiste più uno spazio politico dove si possano collocare i lavori dell’Assemblea, e il problema reale della rivoluzione è ormai uno solo: il problema di vincere la guerra civile. E diciamo "problema della rivoluzione" e non "problema dei bolscevichi", perché la coalizione delle forze antibolsceviche è nettamente dominata dai reazionari. Fin dal dicembre del 1917, infatti, generali bianchi come Anton Ivanovic Denikin, Pëtr Níkolaevic Vrangel’ e il già citato Kornilov (che dopo il tentativo di golpe era stato arrestato e condannato al confine, ma era poi riuscito a fuggire) organizzano gruppi armati antibolscevichi nella valle del Don. Nella stessa regione agisce il Kaledin, che inizialmente ottiene notevoli successi, e avanzando verso nord s’impadronisce della città di Rostov, ma viene poi sconfitto e si dà la morte (1918). Più tardi si costituiscono sul medio Volga formazioni militari capeggiate dagli SR non convertiti al bolscevismo. Nel maggio del 1918, 45 000 soldati cechi (già disertori dell’esercito austro- ungarico e passati dalla parte dei Russi per combattere contro gli Imperi Centrali) si uniscono alle Armate Bianche. Buona parte della Siberia è controllata dagli zaristi, guidati dall’ex ammiraglio Aleksandr Vasilevic Kolcak che si presenta addirittura come governatore di tutta la Russia: sconfitto dai Rossi nell’aprile del 1919, egli viene però abbandonato dai Cechi e dagli altri reparti che combattevano alle sue dipendenze e che si disgregano, e l’anno seguente viene catturato dai Rossi e fucilato.
Gli Alleati occidentali, convinti che il bolscevismo sia una follia di breve durata, sbarcano truppe a Murmansk e ad Arcangelo. Una spedizione ben più consistente, di 8 000 Americani e di 72 000 Giapponesi, approda a Vladivostok nel 1918 progettando di attraversare l’intera Russia, di abbattere il regime sovietico e di riaccendere la guerra contro i Tedeschi sul fronte orientale (benché la Germania sia ormai prossima alla resa). Dall’aprile del 1920 anche la Polonia, sostenuta dalla Francia, muove guerra alla Russia.
Dalla metà del 1918 sino al 1920-21, la Russia sovietica è quindi esposta a un attacco concentrico, mentre le sue condizioni economiche si fanno sempre più disastrose: gli indici di produzione industriale precipitano a meno di un quinto dei livelli raggiunti nell’anteguerra, e il valore del rublo (la cui circolazione dal 1918 al 1921 passa da 27 a 1169 miliardi di rubo) si riduce paurosamente2. Questi sono i risultati inevitabili dei cosiddetto comunismo di guerra, conseguenza a sua volta inevitabile della guerra civile e del sabotaggio dei proprietari, dei direttori di fabbrica e degli azionisti, passati in gran parte nelle file della controrivoluzione.
A ritmo vertiginoso le industrie vengono quindi nazionalizzate, e lo stato è costretto a improvvisarne la gestione non tanto per edificare il socialismo, quanto per salvare l’economia russa dall’estremo collasso. Anche più urgenti
dei problemi industriali sono i problemi dell’approvvigionamento e dell’alimentazione, cui lo stato provvede assumendo il monopolio del commercio del grano e ordinando che "ogni eccedenza di raccolto venga messa a disposizione del governo dei soviet, a profitto dei bisogni sociali". Ma le requisizioni sottraggono talvolta ai contadini anche il necessario, e li privano comunque di ogni incentivo a produrre: i raccolti pertanto diminuiscono, e cresce invece l’ostilità dei contadini per i bolscevichi, tenuta per il momento a freno solo dal timore che un’eventuale vittoria dei Bianchi restituisca ai vecchi e odiati padroni le terre confiscate.
Nonostante le immani difficoltà, la rivoluzione trova comunque forze sufficienti per tener testa a tutti i nemici e per assicurarsi la vittoria finale. Gli stessi soldati, che avevano votato "con i tacchi" contro il proseguimento della guerra esterna, sono dunque ancora pronti a combattere nella guerra civile contro le armate zariste! Questo risultato paradossale si spiega, innanzitutto, con la superiorità politica della rivoluzione, guidata da uomini che emergono non per privilegio di nascita ma per intelligenza e per autentica dedizione alla causa. La rivoluzione vuole eliminare il dominio di classe e restituire agli sfruttati la loro dignità, riconosce alle donne piena uguaglianza di diritti con gli uomini, si propone, di assicurare alle nuove generazioni i mezzi materiali e morali che ne permettano il pieno sviluppo, vuole costruire una scuola capace di liberare le masse dal loro endemico analfabetismo, vuole infine riscattare la Russia dall'arretratezza. Le future delusioni e le repressioni dello stalinismo non sono ovviamente previste, e questi grandiosi progetti convincono per ora sia la maggioranza dei popolo sia le più creative élites culturali.
Il fronte della controrivoluzione non offre invece né idee né speranze. Le Armate Bianche sono solo l'espressione postuma di un regime crollato nella vergogna, i corpi di spedizione stranieri perseguono finalità estranee e contrarie agli interessi del popolo russo, le formazioni militari varia estrazione socialista sono costituite da idealisti, che hanno ottime ragioni di ribellarsi ai metodi adottati da Lenin, ma che, d'altronde, si trovano schierati dalla parte della pura reazione: dalla parte di quei generali zaristi che non esitano a ricorrere al terrore bianco pur di restaurare nelle campagne il vecchio regime di proprietà.
La superiorità politica della rivoluzione si traduce in termini militari con la formazione dell'Armata Rossa (gennaio 1918), che Trotzkij affida al controllo di commissari politici e al comando di alti ufficiali sicuramente fedeli alla causa socialista. Sul fronte interno la Ceka ("Commissione speciale panrussa per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio") combatte con implacabile durezza e con i metodi sommari del terrore rosso contro i nemici veri o presunti della rivoluzione e contro gli accaparratori di derrate alimentari. Come già durante la rivoluzione francese, l'essenza dei terrore rosso è la lotta contro il nemico di classe, cosicché l'origine sociale e la professione degli imputati diventano con patente iniquità elementi di prova della loro colpevolezza. La rivoluzione si era affermata inizialmente in modo quasi incruento, ma la guerra civile e la carestia costano milioni di morti. In tale contesto va collocato il terrore, che è un'azione di guerra e non di giustizia, così come fu orrenda azione di guerra l'eccidio dello zar e di tutta la sua famiglia, consumato a Ekaterinburg nel luglio del 1918 per ordine del soviet regionale dell'Ural, che, temendone la liberazione ad opera delle truppe controrivoluzionarie guidate dal Kolkak e ormai giunte nella regione compresa fra gli Urali e il Volga, volle togliere ai nemici ogni punto di riferimento dinastico3.
Con questi strumenti e con questi metodi la rivoluzione riesce ad avere la meglio: entro il marzo del 1920 i Bianchi sono scacciati da tutta la Siberia e alla fine dell'anno si può già dire che la guerra civile sia sostanzialmente finita. Nel corso del 1921 la Georgia, l'Armenia, l'Azerbaigian e il Turkestan sono riconquistati. Nel 1922 anche l'ultimo corpo di spedizione straniero abbandona il territorio russo, sgomberando la base di Vladivostok. La Russia recupera cosa in Oriente i confini dell'anteguerra.
Diversa è invece la situazione in Occidente, dove i trattati di pace hanno fatto sorgere o rafforzato gli stati compresi tra la Finlandia e la Romania (ingrandita della Bessarabia), e dove la Polonia, grazie ai sostanziosi aiuti ricevuti dalla Francia, è riuscita a imporre alla Russia la pace di Riga (18 marzo 1921) e si è impadronita di vasti territori abitati da Ucraini, Russi Bianchi e Grandi Russi. Si è così costituito un "cordone sanitario" contro la diffusione del bolscevismo, e di fatto le speranze di Lenin nella rapida espansione internazionale della rivoluzione sono tramontate. D'altra parte, sui territori del vecchio impero degli zar si può ormai costituire l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (30 dicembre 1922).
Durante la guerra civile si è però consumata una spaccatura che è segno premonitore delle future involuzioni. Di fronte a Pietrogrado, sull'isola di Kotlin, la base navale di Kronstadt era stata fin dalla Rivoluzione di Febbraio dominata da reparti di marinai di tendenze libertarie, che avevano poi partecipato alla Rivoluzione d'Ottobre e si erano battuti valorosamente nella guerra contro le Armate Bianche. Nel marzo del 1921 costoro si ribellarono alla dittatura bolscevica e ai metodi del comunismo di guerra e chiesero che si restaurassero le libertà politiche e si procedesse alla libera elezione di nuovi soviet. La loro protesta, condivisa anche da alcuni gruppi operai delle grandi città, poteva ovviamente mettere in pericolo il dominio bolscevico e con esso, forse, le sorti non ancora consolidate della rivoluzione. Trotzkij inviò allora le truppe comandate dal generale Michajl Nikolaevic Tuchacevskij a stroncare la ribellione. Ai marinai fu intimata la resa senza condizioni e al loro rifiuto fu risposto con una serie di attacchi violentissimi, che ovviamente si conclusero con la conquista della cittadella. I superstiti furono passati per le armi o deportati.
Il bolscevismo, che aveva "cavalcato" le tendenze libertarie e l'anarchismo dell'azione diretta fin quando si era trattato di distruggere l'ancien régime, si dimostrava ora duramente repressivo nell'opera di costruzione del nuovo ordine.

Le date della rivoluzione
1881
Muore Alessandro II, vittima di un'attentato di Volontà del Popolo. Sale al trono Alessandro III.
1884
Comincia l'industrializzazione del paese.
1891
Comincia la costruzione della ferrovia transiberiana (portata a termine nel 1904).
1892
II conte Vitte è nominato ministro delle comunicazioni e poi delle finanze). ]
1894
Muore Alessandro III. Sale al trono Nicola II.
1895
Lenin viene confinato in Siberia.
1898
Costituzione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR). |
1903
Congresso del POSDR a Londra; scissione tra menscevichi e bolscevichi.
1904
Guerra russo-giapponese (fino al 1905).
1905
"Domenica di sangue". Ammutinamento del Potemkin. Creazione dei Soviet
1906
Prima e seconda Duma.
1907
Terza Duma.
1911
Assassinio di Stolypin.
1914
Scoppia la prima guerra mondiale. La Germania dichiara guerra alla Russia.
1915
Lo zar Nicola II assume personalmente il comando dell'esercito. ,
1916
Un complotto di aristocratici guidati dal principe Jusupov porta all'assassinio di Rasputin. 1
1917"
Scioperi a Pietrogrado. Inizia il processo rivoluzionario.
27 febbraio
Costituzione del Comitato Provvisorio della Duma e del Soviet di Pietrogrado.
28 febbraio
Costituzione del Soviet di Mosca. •
2 marzo
Abdicazione di Nicola II.
5 marzo
Costituzione del Governo Provvisorio.
3 aprile
Lenin arriva a Pietrogrado.
7 aprile
Pubblicazione delle "Tesi di aprile".
2 maggio
Dimissioni del ministro degli esteri Miljukov.
5 maggio
Costituzione del primo governo di coalizione.
18 giugno
Fallimento dell'offensiva lanciata da Kerenskij in Galizia.
3 luglio
Manifestazioni insurrezionali a Pietrogrado.
8 luglio
Dimissioni del principe Lvov, sostituito da Kerenskij alla presidenza del governo.
16 luglio
Il generale Kornilov viene nominato comandante in capo dell'esercito russo-
24 luglio
Secondo governo di coalizione.
21 agosto
I tedeschi conquistano Riga.
27 agosto
Tentativo di golpe militare da parte di Kornilov.
9 settembre
I bolscevichi conquistano la maggioranza nel Soviet di Pietrogrado.
24 settembre
Terzo (e ultimo) governo di coalizione.
9 ottobre
Creazione del Comitato Militare Rivoluzionario del Soviet di Pietrogrado.
10 ottobre
Il Comitato centrale del Partito bolscevico approva l'insurrezione armata, proposta da Lenin.
24-25 ottobre
Trionfa l'insurrezione armata dei bolscevichi; destituzione del Governo Provvisorio.
26 ottobre
Instaurazione del regime sovietico.
30 ottobre
La Guardia Rossa sconfigge a Pulkovo le truppe antibolsceviche che marciano su Pietrogrado.
1918
Apertura e scioglimento dell'Assemblea Costituente. Pace di Brest-Litovsk con la Germania.
1 Circa la riforma agraria i bolscevichi avevano dovuto rinunciare da tempo al loro "vero" programma: fin dall'agosto 1917, il giornale Isvestija ("Notizie"), che esprimeva i loro punti di vista, aveva infatti pubblicato un articolo in cui si parlava apertamente di spartizione della terra fra i contadini "secondo princìpi egualitari". L'assegnazione della terra in usufrutto, anziché esplicitamente in proprietà, poteva servire tutt'al più a "salvare la faccia".
2 Nell'indescrivibile caos creato dalla Grande Guerra e dalla rivoluzione, né il governo provvisorio né il Consiglio dei Commissari del Popolo avevano potuto esigere le imposte con un minimo di regolarità: l'unico mezzo a loro disposizione per procurarsi del denaro era dunque l'emissione di nuova moneta. Ma l'aumento del circolante crea infallibilmente una progressiva svalutazione della moneta e un progressivo rialzo dei prezzi.
3 Sia ben chiaro che con questa considerazione non intendiamo giustificare il terrore, ma solo riportare la riflessione sul vero problema: sul problema della guerra e delle sue immancabili atrocità.
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