La Chimera

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Testo

Picenni Michele IIIa M
di Sebastiano Vassalli
Einaudi TORINO , 1990
L’autore e le sue opere
Sebastiano Vassalli è nato a Genova nel 1941; laureato in lettere, ha insegnato per alcuni anni, poi si è dedicato completamente all’attività letteraria. Dal 1982 vive a Pisnengo, un piccolo paese in provincia di Novara. Ha esordito nell’ambito del Gruppo ‘63 con alcuni testi sperimentali di poesia (Disfaso, 1968) e di prosa (Narcisso, 1968; Tempo di màssacro, 1970) spesso satirici nei confronti dei luoghi comuni del linguaggio politico e letterario; l’interesse per tale filone ricompare in un’originale opera recente, il Neoitaliano (1989), dizionario ironico dei neologismi, sorta di «foto di gruppo per i posteri » dei « banali» anni Ottanta.
Nel 1976 pubblica L’arrivo della lozione, seguito nel 1980 da Abitare il vento e, nel 1982, da Mareblu: i tre romanzi, tutti dedicati alle contraddizioni e alle convulsioni ideologiche degli anni Settanta, formano un trittico d’opere sull’epoca attuale, cui si aggiunge Sangue e suolo (1985), inchiesta sulla difficile convivenza di popolazioni italiane e tedesche in Alto Adige.
Gli anni Ottanta vedono la nascita di un autore in parte nuovo rispetto al precedente. Ne La notte della cometa (1984) (lo straordinario romanzo-biografia di Dino Campana scritto « con accanimento, con scrupolo, con spirito di verità») Vassalli cerca, ripercorrendo le tormentate vincente di quello che egli definisce « l’ultimo dei poeti in Italia», di « parlare di ciò di cui altrimenti non si può parlare, cioè la poesia »; il romanzo successivo, L’oro del mondo (1985), indaga, attraverso un’autobiografia fantastica, sul recente passato dell’Italia appena uscita dalla guerra e dal fascismo, alla vigilia del « boom » economico. Negli ultimi anni la ricerca di Vassalli si è svolta con decisione ancora maggiore: « la fantasia inventiva si inoltra nelle epoche passate per denunciare con forza di stile lo smarrimento di valori e il disagio esistenziale che dominano la nostra civiltà»: « Guardando questo paesaggio, e questo nulla, ho capito che nel presente non c’è niente che meriti d’essere raccontato. Il presente è rumore: milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme in tutte le lingue e cercano di sopraffarsi l’una con l’altra, la parola “io”. Io, io, io... Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore... » (La chimera, p. 6).
Nascono cosi due grandi romanzi « neostorici », La chimera (1990) e Marco e Mattio (1992), che hanno come protagonisti dei « Gesucristi », vittime sacrificali della crudeltà camuffata e di «buon senso»: «ma nel mondo governato dal buon senso, per nostra fortuna, di tanto in tanto affiorano degli uomini che ci passano vicino e che poi scompaiono portandosi appresso universi di domande, a cui sarebbe troppo facile, o troppo stupido, rispondere... » (Marco e Mattio, Einaudi, Torino 1992).
Genere letterario:

Romanzo storico.
Il recupero della dimensione storica non è in Vassalli il frutto di una nostalgia un po’ retorica e snob; è invece il tentativo di recuperare quello spazio d’immaginazione e di verità in cui dar nuova vita a ciò che è stato cancellato e dimenticato per favorire la nascita del nostro mondo. «Un episodio a suo tempo clamoroso era scivolato fuori dal cerchio di luce della storia e si sarebbe perso irreparabilmente se il disordine delle cose e del mondo non lo avesse salvato nel più banale dei modi, facendo finire fuori posto certe carte, che se fossero rimaste al loro posto ora sarebbero inaccessibili, o non ci sarebbero più... » (La Chimera, p.5). Grazie al recupero operato dal romanzo ciò che è finito in un angolo buio riemerge, ciò che era stato relegato ai margini della storia s’impone al centro della ricerca.
(introduzione p. VI, VII)
Linguaggio:
«L’attenzione dell’autore alla lingua come “luogo della parola” e, in prospettiva, del “senso” di un universo altrimenti insensato » trova ampia eco in questo romanzo. La lingua dell’opera, scorrevole ed elegante, è il frutto di un impasto molto complesso in cui sono inclusi un registro saggistico; uno ricco di echi letterari (spesso la «sfida» con il modello è volutamente palese, altre volte è affidata a più sottili citazioni stilistiche); ed altri ancora, che vanno dal dialetto al gergo, nei quali l’aspetto affettivo ed emotivo svolgono una parte rilevante. Ma non si avverte mai discontinuità tra l’uno e l’altro, perché lo scrittore dimostra di possedere una familiarità profonda con ogni forma di espressione usata: senza trovarsi mai a disagio, egli cambia registro con estrema naturalezza, a seconda della situazione narrativa. D’altra parte il plurilinguismo, per Vassalli, non è soltanto una scelta stilistica, ma nasce dall’ esigenza di trasmettere con chiarezza al lettore un importante messaggio: il rispetto per la differenza di linguaggi, di culture, di concezioni e di stili di vita, come unico mezzo per armonizzare e rendere vivibili esistenze destinate altrimenti a passare « nella gran confusione e nel frastuono».
La narrazione, se è ancorata al passato attraverso la capacità evocativa del linguaggio così strutturato, è invece collegata al presente tramite l’ironia, usata anch’essa con una grande flessibilità e varietà di registri stilistici. Non stupisca questa affermazione: basta leggere qualche pagina del romanzo per imbatterci ora in un’ironia lieve, gioiosa, dissacrante («Per quante scodelle Bescapè risciacquasse, e per quanti piatti lavasse, il Cappello non venne; arrivò invece la notizia della morte di Gregorio XIV e da quel momento, per il nostro santo lavapiatti, andò tutto di male in peggio»; p. 21); ora invece in un ironia venata di dolore e di sdegno («Antonia crebbe rapidamente, e, secondo quanto possiamo desumere dagli atti del suo stesso processo, crebbe bene: fin troppo, per la sua condizione e per i gusti dell’epoca»; p. 132). L’ironia diviene così un mezzo per tener vivo lo spirito critico del lettore, per non farlo acquietare nella consapevolezza di non appartenere a un’epoca crudele e di non possedere una mentalità tanto ristretta. Vassalli, per liberarci da un tale pericolo, teorizza inoltre l’esistenza di uno stretto legame tra il nostro presente e quel passato: « Cosi è nata l’Italia moderna, nel Seicento: ma può essere forse motivo di conforto, per noi, sapere che il malcostume ci è venuto da fuori, e che è più recente di quanto comunemente si creda »(p. 44).
Il risultato è una storia avvincente, benissimo raccontata: una storia preservatasi intatta, in tutta la sua emblematica ricchezza, contro l’omogeneizzazione e l’appiattimento della Storia.
(Introduzione pag. XII e XIII)
Punto di vista
Il narratore è onnisciente ed esterno alla vicenda ma spesso interviene nella narrazione con commenti e osservazioni che influenzano il lettore e lo portano ad una più attenta osservazione delle situazioni. La storia ci viene quindi presentata attraverso i pensieri di Vassalli che in alcune parti del romanzo riesce a penetrare nella vicenda diventando così guida e giudice nella lettura.
Periodo storico

Il romanzo è ambientato tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII. In quel periodo storico che vede cioè l’Europa tirare un sospiro di sollievo tra la fine delle Prime Guerre di Religione ed il lontano spauracchio della Guerra dei Trent’anni.
L’Italia, completamente assoggettata alla Corona Spagnola, vive un periodo di pace politica controbilanciato però da una strisciante inquietudine religiosa. La Chiesa muove i passi risolutivi verso il controllo totale sulla civiltà italiana mettendosi in aperto contrasto con qualsiasi forma di opposizione(Ex sono gli anni della messa al rogo di Giordano Bruno!).
Ma è anche l’epoca in cui proprio il dilagare del fanatismo segna l’inizio di quella battaglia delle idee e delle concezioni di vita, che con alterne vicende caratterizzerà l’Europa fino ai nostri giorni: è lo scontro che oppone gli assertori di verità assolute a coloro che intendono invece la verità come inesausta e difficile ricerca.

Problemi di fondo:

L’Inquisizione era un’istituzione giudiziaria creata dal papato nel Medioevo al fine di scoprire, processare e condannare i colpevoli di eresia. Nella Chiesa delle origini la pena abituale per l'eresia era la scomunica. Quando gli imperatori romani fecero del cristianesimo la religione di stato, si cominciò a considerare gli eretici come nemici dello stato, specialmente quando la credenza ereticale comportava violenza e turbamento dell'ordine pubblico. Sant'Agostino approvò – seppure con riluttanza – l'azione dello stato nei confronti degli eretici, ma la Chiesa dei primi secoli generalmente disapprovò coercizione e punizioni corporali. L'Inquisizione propriamente detta è uno strumento giuridico la cui istituzione si può datare al 1231, quando papa Gregorio IX creò l'Inquisizione papale: temendo che l'imperatore Federico II potesse strumentalizzare la lotta all'eresia per i propri fini politici, ridusse l'autorità dei vescovi sull'ortodossia e collocò gli inquisitori sotto una speciale giurisdizione papale. L'incarico di inquisitore fu affidato quasi esclusivamente a francescani e domenicani per la loro preparazione teologica e per la presunta libertà da ambizioni mondane. La nuova istituzione, limitata dapprima al territorio dell'impero, alla Francia e all'Aragona, si estese presto alla Chiesa intera, benché in molte parti d'Europa fosse parzialmente o per nulla attiva.
Ogni tribunale era presieduto da due inquisitori (il nome rinvia alle procedure di tipo "inquisitorio", che consentivano di procedere d'ufficio anche in assenza d'accusa) con pari autorità, nominati direttamente dal papa, assistiti da coadiutori, notai, polizia e consiglieri insigniti del potere di scomunicare anche i principi. Nonostante alcuni di essi fossero stati accusati di crudeltà e abusi, gli inquisitori godettero tra i contemporanei fama di pietosa imparzialità.
Gli inquisitori invitavano i sospettati di eresia a presentarsi in una località eletta come sede di giudizio: l'inquisito veniva prima convocato dal suo vescovo e, in caso di rifiuto, interveniva la polizia. Agli accusati veniva offerto un quadro dei capi d'accusa e veniva concesso circa un mese di tregua per confessare spontaneamente, poi cominciavano i processi veri e propri. La parola di due testimoni era sufficiente quale prova di colpevolezza.
In genere una giuria, composta da rappresentanti del clero e da laici, assisteva gli inquisitori nella formulazione del verdetto; era consentito incarcerare sospetti ritenuti mentitori. Penitenze e condanne per i rei confessi o i colpevoli riconosciuti venivano pronunciate alla fine dei processi in una cerimonia pubblica detta sermo generalis o autodafé. A chi si era presentato spontaneamente a confessare; venivano inflitte pene inferiori, come pellegrinaggi, la pubblica fustigazione o il recare croci cucite sui vestiti; ai falsi accusatori veniva imposto di cucire sugli abiti due lingue di panno rosso. In casi gravi la pena era la confisca dei beni o il carcere, la più severa che gli inquisitori potessero comminare. Quando consegnavano un colpevole all'autorità civile significava che ne richiedevano la condanna a morte.
Ambienti descritti:
La bassa: L’agogna è un piccolo fiume dalle acque gelate e limpidissime, con lunghe alghe verdi che si muovevano sul fondo ghiaioso. […]La campagna circostante era ondulata e colorata con tinte a tratti vivacissime, dal giallo accecante del ravizzone, al blu celeste del lino, passando per tutte le varietà di verde[…]. Più avanti, dove la terra non era ancora stata mossa dall’aratro, erano i fiorellini del marrubio, che è una pianticella selvatica, a ravvivare la tavolozza primaverile formando grandi macchie irregolari d’un colore violetto che s’accendeva per contrasto attorno al giallo sulfureo dei tarassachi o alle chiazze dorate dei ranuncoli; mentre già i primi iris si specchiavano nelle pozzanghere e le delicate infiorescenze dei salici sembravano rabbrividire, sopra i fossi, non appena la brezza leggera arrivava a sfiorarle.
[…] Lungo la strada ad ogni incrocio c’erano edicole votive dedicate alla Madonna, a Sant’Anna, a San Martino, a San Rocco, al Sacro Cuore di Gesù; sul bivio di Gionzana, una cappella con un piccolo porticato serviva, in caso di necessità a offrire riparo al viaggiatore che fosse stato sorpreso nei paraggi dalla notte o da un acquazzone improvviso. La volta interna del portico, che un tempo doveva essere stata affrescata, era ormai tutta annerita dal fumo, così come erano nere di fuliggine alcune grosse pietre disposte per terra in modo da formare un rustico focolare.
[…] Era il paesaggio della risaia: una laguna abbagliante nel riverbero del sole, suddivisa in una serie innumerevole di scomparti di forma di quadrato, di triangolo, di trapezio, di rombo; un mosaico di specchi che però presentava, qua e là, delle zone opache: dove l’acqua si fermava e imputridiva diventando palude.
I personaggi del romanzo
Antonia. Figlia illegittima, appena nata viene deposta sul torno della Casa di Carità di San Michele fuori le mura a Novara. Antonia era una bambina dai capelli neri, così come scuri erano anche i suoi occhi. Alla Pia Casa le venne posto nome Antonia Renata Giuditta Spagnolini e in questa visse per alcuni anni, finché i coniugi Nidasio la scelsero e ottennero il suo affidamento. Da questo momento in poi Antonia vivrà a Zardino, un piccolo paese nei pressi di Novara, dove i coniugi Nidasio possiedono una piccola fattoria ed un appezzamento di terra. Accusata dalle invidiose comare del paesino di essere una strega, verrà condannata al rogo dal tribunale dell’Inquisizione di Novara.
Antonia è presentata sin dall’inizio, anche in virtù delle sue origini spagnole (capitolo 1 pag. 7), come una figura potenzialmente straniera, cioè non riconducibile del tutto al modello consueto. Essa presenta sin da bambina caratteristiche fisiche e psicologiche che la fanno emergere dal gruppo. Dopo l’arrivo a Zardino, Antonia, non si adegua alla mentalità del paese, ma continua a fare sfoggio di atteggiamenti che la pongono in contrasto con gli altri. Il suo spirito indipendente la portano a sfidare di continuo l’opinione pubblica su temi particolarmente delicati, rispetto ai quali ogni divergenza è sospetta, o meglio, vietata: per esempio quella della sessualità (capitolo 8 pag.174), o quello della religione(capitolo 19 pag. 186). Ciò rappresenta la sua dimensione visionaria e utopica, “chimerica”, che neppure il processo e la tortura sapranno spiegare. Questi, al contrario, stimoleranno in lei una sorta di lucida e disperata ribellione contro l’ingiustizia sofferta: “ma nelle risposte che poi diede, e che il cancelliere trascrisse, la sua rabbia e la sua disperazione diventano eroismo, volontà di vincere gli aguzzini nell’unico modo possibile, cioè dimostrandosi più forte di loro. Antonia ci mostra i suoi connotati più autentici e più vivi, d’ingenuità, di fierezza, di determinazione; diventa grande per se stessa e nel confronto con i giudici” (capitolo 26 pag. 251).
I coniugi Nidasio. Bartolo Nidasio era un uomo di circa cinquant’anni con la barba grigia, sorrideva in modo un poco goffo, come fanno i contadini quando sono in città. Francesca Nidasio era una donna dal viso rotondo, senza età, con due occhi azzurri che mettevano allegria solo a guardarli. Il suo corpo era invece enorme e sproporzionato, con un sedere così grosso che le ragazze della Pia Casa la chiamarono “la culona” non appena la videro. I coniugi Nidasio erano differenti dagli altri paesani: erano comprensivi, onesti, e meno soggetti alle credenze popolari e al potere occulto della chiesa. Bartolo ha una visione semplicistica della vita, infatti crede di risolvere favorevolmente il processo contro Antonia, cercando di corrompere l’inquisitore.
(pag.37)
Il vescovo Bascapè viene favorito dalla fortuna nella prima parte della sua vita, mentre nella seconda tutto cambia. Infatti con la morte di Gregorio XIV sale sul trono di San Pietro Ippolito Aldobrandini che in un batter d’occhi toglie a Bascapè tutto ciò che ha e lo spedisce ad istruire anime a Novara; vendicandosi così del vescovo che qualche tempo prima aveva osato contraddirlo davanti al Papa, su un discorso riguardante Carlo Borromeo. Isolato e umiliato, egli idealizza la propria sconfitta in una sorta di permanente esaltazione delle proprie motivazioni spirituali rifiutando la realtà. Morto nell’animo, Bascapè continua a combattere, non dà peso all’accaduto: anziché cambiare il mondo partendo da Roma come aveva previsto, lui lo avrebbe cambiato partendo da Novara.
Dell’inquisitore Manini ancora non s’è detto che fu uomo di persona alta e snella, di colorito pallido, d’aspetto gradevole; elegante nei gesti e anche nell’abito monacale bianco e nero, dal taglio attillato e dalla lana leggera che frusciava ad ogni suo movimento. Le sue mani, dalle dita affusolate, erano curatissime; l’eloquio, artificioso nella pronuncia e ricercato nella scelta dei vocaboli e delle figure, era quello stesso dei grandi predicatori di quell’epoca, in cui le chiese ancora erano teatri e ci si andava anche per piangere, per ridere, per stupirsi; per provare quelle emozioni forti, e quel piacere della scena, che dà il teatro quand’è applicato alla realtà, osi pensa che sia realtà. Manini stesso, del resto, aveva scoperto la sua vocazione cosi, sentendo predicare la Quaresima a Novara da un frate domenicano, a diciott’anni: aveva provato un impulso irresistibile di diventare predicatore. S’era fatto frate; era andato a Roma a studiare teologia e poi anche aveva seguito un corso speciale di retorica, e di arti oratorie; aveva sognato le grandi cattedrali, e i grandi pulpiti, e sotto i grandi pulpiti le grandi folle con i grandi della terra seduti nella penombra, in prima fila, e lui in alto che li teneva avvinti a sé, armato solo di parole: li confondeva, li atterriva, li annientava e poi li restituiva alla speranza, al pentimento, alla fiducia in Dio... Il destino, però, non aveva voluto favorire quei suoi sogni; o, per meglio dire, erano stati i suoi superiori a indirizzare la sua vita verso altri esiti, e a valorizzare di lui altre qualità, che ne facevano anche un buon inquisitore: prime fra tutte la prudenza, la cautela, la diplomazia; la capacità di trattare affari, anche importanti, senza commettere leggerezze. A soli quarant’anni, Manini era stato nominato inquisitore in una sede come Novara, considerata —non a torto — difficile; e da allora le grandi cattedrali erano definitivamente scomparse nei suoi sogni, per far posto alle grandi cattedre, dei Tribunali delle grandi città... Altre due cose che sappiamo di Manini sono: che non riteneva reale la realtà («La realtà, - diceva il nostro inquisitore muovendo le mani affusolate e spalancando gli occhi grigiazzurri in viso a chi lo stava ascoltando, - per se stessa non esiste, se non è ravvivata dal soffio della grazia di Dio; è soltanto un’illusione, una falsa percezione che la morte spazzerà via») e che era ossessionato dall’idea e dalla pratica della castità, cui attribuiva poteri quasi soprannaturali e a cui dedicò la sua unica opera che si conosca, rimasta inedita.
(pag. 222/223)
Gasparo Bosi era uno tra i più noti camminanti della bassa ed era conosciuto con il soprannome di Tosetto. Era di statura piuttosto bassa, biondiccio, con gli occhi grigi tra le fessure delle palpebre e una faccia rotonda da briccone senza barba ne baffi. Vestiva, come tutti camminanti dell’epoca con abiti appariscenti e volgari: con un farsetto giallo dalle grandi maniche “bracche ” aderentissime. Era stato un camminate dalla nascita; sua madre l’aveva tenuto con se fino a dieci anni per poi affidarlo al padre. Prima di essere abbandonato dal padre era stato educato al disprezzo del lavoro (“il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni”). Gasparo arrivò per la prima volta a Genova quando aveva diciotto anni e qui venne ingaggiato come rematore. Uccidendo poi il suo schiavista ritorna in Piemonte dove, sfruttando montanari e contadini, diventa un noto camminante. Quest’uomo abbordò per la prima volta Antonia alla fonte nel 1609 e da subito scoppiò la passione, per la quale Antonia perderà la vita.
(pag. 209)
Bernardo Sasso, ultimo erede di una rinomata famiglia di boia era un uomo d’età più che mezzana, con la testa e le guance accuratamente rasate e un viso che si sarebbe potuto giudicare del tutto ordinario se non vi avessero fatto spicco due vivacissimi occhi azzurri, che si fissavano in quelli dell’interlocutore e sembravano leggervi anche i pensieri più profondi e le tentazioni inconfessabili. Era un uomo di straordinaria saggezza e umanità, infatti allevierà la sofferenza di Antonia sul rogo somministrandole una pozione sedativa.
Don Teresio. In seguito alle riforme introdotte dal vescovo Bascapè alla diocesi di Novara arrivò a Zardino sostituendo il quistone don Michele. Il suo compito fu quello di riordinare la situazione corrotta e fatiscente della parrocchia di Zardino. Egli cerca di riportare l’autorità ecclesiastica in un luogo in cui la sua assenza aveva reso gli abitanti intolleranti verso le imposizioni della chiesa. Il nuovo cappellano poteva avere al massimo 25 anni, aveva occhiaie incavate, pelle chiara e guance lisce, come quelle delle donne, con un poco di barba mal rasata soltanto sul mento. Arriva a Zardino con la “pretesa” di scacciare il diavolo che riteneva essere presente in ogni persona.
(pag. 97 )
Don Michele era un ometto vispo e bene in carne, di un’età indefinibile, ma certamente superiore ai sesant’anni, capelli bianchi corti, guance rasate e occhi così chiari da sembrare quasi gialli. Michele Cerutti, don Michele, era un prete di un genere particolare, un prete mago. Sapeva a mala pena leggere e scrivere. Nella diocesi di Novara, i falsi preti come don Michele erano chiamati quistoni che all’epoca della nostra storia stavano scomparendo. Scacciato dal paese dal vescovo Bascapè andrà poi ad abitare e si sposerà nello stato dei Savoia. Farà la sua ultima comparsa ne venticinquesimo capitolo quando suggerirà a Bartolo di corrompere l’inquisitore, dimostrandosi sempre lo stesso, con le stesse idee e gli stessi atteggiamenti dalla sua comparsa alla sua uscita di scena.
(pag. 48)
Bertolino d’Oltrepò era un omaccione di statura più che media, robusto, con i capelli più bianchi che grigi. Era un pittore, ed che entra a far parte del romanzo in quanto dipinge la Madonna del Soccorso in un edicola nei pressi di Zardino, raffigurandola con le fattezza dell’allora quindicenne Antonia.
Biagio lo scemo era un ragazzo di dodici o tredici anni di corporatura robusta ma il suo cervello non era cresciuto di pari passo, anzi a dire il vero non era cresciuto per niente. Si faceva battere dalle gemelle Borghesini (vicine dei Nidasio, con i quali erano in perenne conflitto per un cumulo di letame, posto nel mezzo del cortile) dalle quali veniva considerato alla stregua di un oggetto, infatti l’avevano “ricevuto in dono” da alcuni loro parenti come aiuto nei campi. L’unica persona che proverà un briciolo di umanità nei suoi confronti sarà Antonia. Diverrà anche oggetto dell’ilarità di Zardino poiché innamoratosi di Antonia vagherà per i campi gridandone il nome, inasprendo i già difficili rapporti tra i Borghesini e i Nidasio, fornendo uno dei primi capi d accusa.
(pag. 48 e 80)
Sequenze Narrative
La prima sequenza va dal primo al terzo capitolo. In essa viene descritta la vita di Antonia all’interno della Pia casa.
La seconda sequenza parte dal quarto e arriva fino al tredicesimo capitolo. In questa parte del romanzo troviamo la descrizione della vita all’interno di Zardino nel periodo in cui Antonia vi trascorse la giovinezza.
La terza sequenza si estende tra il quattordicesimo e il diciottesimo capitolo, in cui sono contenute le accuse contro Antonia.
La quarta sequenza interessa i capitoli tra il diciannove ed il ventisette e descrive il processo.
La quinta sequenza, gli ultimi tre capitoli, descrive la morte di Antonia.
Riassunto

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1590 una neonata viene deposta sul torno della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, presso Novara. La bambina, cui viene dato il nome di Antonia, entra nel cerchio delle esposte(trovatelle) della Pia Casa, che secondo un antico costume ancora diffuso all’epoca si incaricava della loro prima educazione.
All’età di dieci anni, Antonia viene adottata da una famiglia locale che ne ottiene la custodia, sollevando da tale compito il convento: trattasi dei coniugi Nidasio di Zardino, un paese della bassa novarese. Le origini oscure della fanciulla le valgono però la diffidenza del paesino di campagna, che matura negli anni in aperta gelosia delle comari verso questa creaturina graziosa divenuta ben presto una donna affascinante a scapito delle insignificanti garzoncelle locali.
Mentre Antonia vive il brusco impatto dei preconcetti contadini, la città di Novara viene toccata dai tempi di crisi che attraversano l’Italia della ControRiforma. Carlo Bascapè, resosi inviso a Roma per le sue istanze di epurazione e razionalizzazione del credo, viene inviato dal pontefice in un esilio poco mascherato nel lontano vescovado settentrionale. Il decrepito ecclesiastico comincia però a darsi da fare, facendo del novarese una palestra di sperimentazione delle sue istanze riformiste: la fede primitiva e scaramantica del contado viene duramente colpita in favore di un credo più sincero e sentito, mentre i parroci sospetti di corruzione e lussuria, ma soprattutto i quistoni (privi della corretta formazione seminariale e spesso anche dei voti veri e propri) vengono epurati e sostituiti da nuove leve più affidabili.
Questo processo interessa anche Zardino, dove il vecchio quistone Don Michele viene sostituito dal giovane ed ambizioso Don Teresio. Il nuovo sacerdote abitua i paesani a frequenti cerimonie ed offerte in denaro, che urtano sensibilmente la popolazione, abituata alle scarse richieste economiche di Michele, fornito di suoi mezzi di sussistenza.
Antonia, rea di aver danzato con dei Lanzi durante una loro visita al paesino, viene allontanata dalla comunità cattolica per connivenza con gli eretici luterani. La fanciulla inizia da quel momento un’aperta critica alla Chiesa di Roma, sia nelle sue dottrine(Paradiso ed Inferno vengono liquidati come favolette) che, fatto ancora più grave, della sua bramosia di denaro.
Parallelamente, la fanciulla, ormai in età da marito, rifiuta il matrimonio con i numerosi pretendenti, spesso anche economicamente onerosi, macchiandosi agli occhi del paese di peccaminosa Superbia: accusa che esplode in vero e proprio scandalo quando le belle fattezze di Antonia vengono ritratte da un pittore nelle vesti della Vergine in un edicola.
All’età di diciannove anni la ragazza vive la genesi della sua tragedia.
Antonia si innamora di Gasparo, un camminante(vagabondo nullafacente) che reclutava disperarti montanari prossimi alla morte per fame(risaroli) e ne rivendeva la manodopera nelle campagne della bassa. I due si incontrano segretamente di notte presso il "dosso dell’albera" (collina con un castagno dove si pensava che le streghe si incontrassero col diavolo), dove la fanciulla viene ingannata dalle grandi promesse del manigoldo.
Sulla via del ritorno Antonia veniva spesso sorpresa dai Fratelli Cristiani(pattuglie di zelanti cattolici incaricatisi di controllare lo stato morale della comunità… nonché del più lucrativo compito di stanare i risaroli in fuga), che la riportavano a casa con la forza.
Questi comportamenti sospetti della giovane, uniti alle continue malelingue delle comari ed all’aperta critica della comunità cristiana, portano ben presto a maturare un’infamante accusa nei suoi confronti: Antonia viene creduta dai suoi compaesani una Strega!
Don Teresio la denuncia al Tribunale Ecclesiastico di Novara; diretto in quegli anni dallo zelante Inquisitore Manini, deciso a riportarne in auge l’antico prestigio dell’ente dopo gli anni di umiliazioni vissuti sotto Bascapè(fautore di una rivalsa vescovile ai danni di qualsiasi organo di controllo papale… spec. Il Sant’Uffizio).
Mentre il vescovo è assente per una visita a Roma, l’Inquisizione muove i primi passi del Processo: vengono interrogati molti testimoni, che confermano la colpevolezza della Strega, mentre i famigliari e l’amica Teresina(poi spalleggiata anche dalla testimonianza del camparo Pietro Maffiolo) la discolpano, lasciando emergere la verità sugli incontri notturni di Antonia.
Lo spauracchio del sesso illecito muove però l’Inquisizione ad un passo più risoluto: la rea viene messa sotto tortura per confermare di essersi concessa al demonio! Stremata dal dolore, Antonia confessa una colpa mai perpetrata e sottoscrive una condanna per lei già pronta.
La fanciulla viene arsa con la legna dell’albero maledetto ove si incontrava con il suo amato, risparmiata però al dolore da un sedativo datole dal suo carnefice.
Commento
La storia di per sé abbastanza interessante, ma spesso il ritmo viene eccessivamente rallentato dall’intento didascalico di Vassalli.
Il paragone con i Promessi Sposi viene spontaneo, visto il combaciare del periodo storico, e porta ad una sostanziale osservazione: Manzoni operò una lunga descrizione dell’apparato ecclesiastico italiano di quel periodo, spaziando dalle corruzioni della Grande Chiesa alle opere di bene della Piccola Chiesa(Es. Priore Regionale dei Cappuccini & Fra Cristoforo); Vassalli invece si fissa su una critica decisa verso un solo aspetto della vita ecclesiastica contemporanea ad Antonia, il gusto cioè della Chiesa per la repressione delle dissidenze!
… Forse un’opera un po’ di parte?

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