L'etica per una scienza compatibile

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Testo

Liceo Scientifico B. Rossetti, San Benedetto del Tronto
Andrea Franza
L’etica per una scienza compatibile
Anno scolastico 2006-2007
“Non c'è malvagità nell'atomo: solo nelle anime degli uomini.”
Adlai Ewing Stevenson I
INDICE
La coscienza di Zeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 7
Hiroshima . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 8
La bomba atomica, tra fissione e fusione . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 10
L’orrore della guerra. Guernica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 13
Einstein’s letter addressed to Roosevelt . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 17
Il problema in filosofia della scienza applicata . . . . . . . . . . . . . . pag. 18
La redenzione dello scienziato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 19
Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 20
LA COSCIENZA DI ZENO
“Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute… Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e malattie”.
da La coscienza di Zeno di Italo Svevo

L’ultima pagina del romanzo La coscienza di Zeno pubblicato nel 1923 dallo scrittore triestino Italo Svevo, conclude in chiave apocalittica e, alla luce degli avvenimenti che seguirono dopo più di venti anni, con una valenza quasi profetica, una riflessione circa la natura della vita. Questa appare “inquinata alle radici” e gli uomini vi si trovano, totalmente privi di saldi punti di riferimento, a vivere nella condizione borghese di sanità precaria, la cui linea di demarcazione della malattia risulta essere difficilmente rintracciabile all’interno del romanzo. In questo contesto si cala la figura dell’inetto a vivere, Zeno Cosini, protagonista del romanzo, la cui ansia di normalità e integrazione negli schemi borghesi, che si concretizza nel desiderio di “salute”, si viene ad infrangere contro la sua inadattabilità al mondo. Tuttavia proprio la sua inettitudine diviene il presupposto per una condizione aperta e uno sguardo chiaroveggente sulla “salute atroce” di coloro che lo circondano, prospettiva privilegiata che fa inoltre di Zeno un esempio della falsa coscienza borghese, permettendoci di estraniarci da essa e al tempo stesso di comprenderla. La malattia di Zeno, la nevrosi, segnata da inconsce pulsioni come istinti omicidi o la coazione a ripetere, il continuo infrangere di uno stesso divieto, assurge a forma di resistenza nei confronti delle convenzioni borghesi, venendo così a subire una netta rivalutazione. Nella pagina del diario datata 24 marzo 1916 Zeno scrive che in seguito ad un ben riuscito affare commerciale “gli si allargò il petto al sentimento della sua forza e della sua salute”, esempio di come egli si percepisca guarito dalla sua malattia grazie alla raggiunta integrazione in “un contesto completamente malato”, come ha scritto Leone de Castris critico marxista. “Io sono sano, assolutamente”. Alla nevrosi, malattia positiva, si contrappone la sanità malata del mondo borghese che condurrà il mondo, a partire dalle atrocità della prima guerra mondiale, fin sulla soglia della sua distruzione.
Per Zeno, dietro cui sembra celarsi lo stesso scrittore, è lo scienziato a creare i presupposti, fornendo gli strumenti necessari, per codesta distruzione del mondo, “l’occhialuto uomo”, che “inventa gli ordigni fuori del suo corpo”. Sebbene i suoi intenti siano positivi, l’uso che l’uomo borghese e imperialista fa delle sue invenzioni manca degli stessi buoni propositi. La scienza si denota così negativamente, perché incapace di volgere i risultati conseguiti al bene e, inoltre, perché affiancata da un uomo irrimediabilmente compromesso. E’ prospettata proprio nelle ultime pagine del romanzo la questione morale della scienza. Il problema non è la scienza in quanto tale, che di per sé è neutra, ma l’uso che se ne fa, che rende necessaria l’istituzione di un’etica specifica. È proprio questo arbitrio, concesso ad un uomo malato, che condurrà secondo Zeno alla soluzione finale epurante: la riduzione del mondo a una nebulosa priva di malattie.
HIROSHIMA, 6 AGOSTO 1945
Nel passo citato de La coscienza di Zeno sembrerebbe alludere, con una chiaroveggenza onirica, alla bomba Little Boy a fissione nucleare all’uranio 235 sganciata dal bombardiere americano B-29 Enola Gay sulla città portuale e industriale di Hiroshima il 6 agosto 1945 alle 08:15 ora locale. Esplodendo ad un’altezza di circa 513 m la bomba liberò una potenza di 13 kilotoni, distruggendo tutto nel raggio di due chilometri e provocando la morte sul colpo di 70.000 persone e altre decine di migliaia di morti dovuti alle ferite riportate e alle contaminazioni.

Nella foto a sinistra resti e detriti disseminati nel centro di Hiroshima.
L’alto edificio sullo sfondo è il Chugoku Shimbun, sede di un quotidiano.
Nella foto in basso la bomba Little Boy a fissione sganciata su Hiroshima.
Michiniko Hachiya ha riportato il ricordo di quelle ore da lui vissute in prima persona nel Diario di Hiroshima, un’agghiacciante testimonianza della distruzione più totale di cui si è reso colpevole l’uomo:
“Erano le prime ore di una bella giornata tranquilla e calda… All’improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro… Lungo tutto il fianco destro, ero scorticato e sanguinante. … Scorgevo le sagome incerte di altre persone, alcune delle quali avevano l’aria di spettri che camminassero. Altri procedevano alla cieca barcollando con le mani stese in avanti. La loro vista mia lasciò perplesso, ma poi mi resi conto che avevano subito scottature… Una vecchia giaceva lì vicino, col viso contratto dalla sofferenza, ma senza che dicesse niente. Una cosa avevano in comune tutti quelli che vedevo: agivano nel più assoluto silenzio… Infine, ricordo, mi trovai su un terreno scoperto. Hiroshima non era più una città, ma una prateria bruciata. A est e a ovest, ogni cosa era stata spazzata via. Come pareva piccola Hiroshima ora che le sue case erano sparite!”
Questa, come anche la seconda bomba nucleare al plutonio sganciata su suolo giapponese, che costrinse il Paese del sol levante ad una resa senza condizioni, ha segnato una cesura nella storia del XX secolo perché ultimo atto della seconda guerra mondiale e primo della guerra fredda che vide contrapporsi i due blocchi, quello americano e quello sovietico con le rispettive aree di influenza europee. Hiroshima segna inoltre un punto di non ritorno perché per la prima volta nella storia l’uomo risulta essere depositario del destino dell’intero pianeta, precario quanto mai prima. Le ragioni di questa spropositata prova di forza ostentata dagli americani, va infatti ricordato che questi avrebbero potuto condurre la guerra contro il Giappone con armi convenzionali con la stessa certezza di conseguire una vittoria, è riconducibile alla volontà degli USA di impedire l’intervento russo in Manciuria e contro il Giappone, previsti dagli accordi di Jalta del 1945 sottoscritti da Stati Uniti d’America, URSS E Gran Bretagna, in modo tale da spostare a proprio favore gli equilibri internazionali che andavano formandosi con il prospettarsi della fine della grande guerra. La corsa al nucleare, che ha visto il realizzarsi del massimo connubio dell’apparato militare e della comunità scientifica, ha prodotto una delle più grandi tragedie umane che costellano la storia del destino umano, un vero e proprio olocausto nucleare.
Tuttavia a discolpa dell’operato di molti scienziati, tra cui spiccano i nomi di Szilard e Einstein, è necessario ricordare che questi lavorarono con zelo all’opera della bomba atomica o la incoraggiarono perché spinti dalla paura che gli scienziati del Reich potessero precederli, fornendo al nemico nazifascista un’arma capace di risolvere a suo favore la guerra. Prove che favorirono il diffondersi di questi sospetti furono l’interruzione delle esportazioni di uranio dalle miniere della Cecoslovacchia e l’occupazione dell’unico centro europeo di produzione di acqua pesante in Norvegia da parte dei nazisti. Inoltre un gruppo di questi scienziati si oppose apertamente ad un uso effettivo degli ordigni su di obiettivi civili giapponesi quando vennero a conoscenza del fatto che i tedeschi erano ben lontani dal realizzarne una, in seguito alla scoperta di alcuni documenti a Strasburgo nel 1944. Documento che denota una coscienza degli scienziati non insensibile alle possibili conseguenze dello sganciamento della bomba è il rapporto Franck, redatto dal gruppo di scienziati dissidenti contrari alla decisione presa dal presidente Truman, subentrato a Roosevelt, e dalla commissione da lui costituita di colpire istallazioni militari circondate da edifici facilmente danneggiabili, quali possono essere le abitazioni civili. Nel rapporto Franck, respinto dal comitato governativo, si invitava il governo ad optare per un uso dimostrativo dell’arma in una zona desertica col fine di piegare le resistenze giapponesi. Costruire un’arma tanto distruttiva per la difesa della democrazia e la salvaguardia della libertà ha mancato di lungimiranza da parte degli scienziati che lavorarono al programma nucleare “progetto Manhattan”, i quali non si resero conto di fornire gli uomini, avidi di potere e privi di scrupoli, di un’arma distruzione di massa. Ancora una volta emerge come i risultati della ricerca scientifica siano stati piegati dalle esigenze più meschine e meno filantrope, tuttavia non ci si deve dimenticare di come la comprensione dei meccanismi di fissione degli isotopi radioattivi abbia portato alla scoperta di una nuova ed importante fonte energetica, quella nucleare, che non rischia, come gli idrocarburi e i carboni fossili, di lacerare gli equilibri climatici del nostro pianeta.
LA BOMBA ATOMICA, TRA FISSIONI, FUSIONI E PROBABILITA’
Alla costruzione della bomba a fissione Little Boy e della bomba al plutonio Fat Man, sganciata su Nagasaki, si giunse in seguito ad un tortuoso percorso di ricerca scientifica, che ebbe come risultato un rivoluzionario sconvolgimento della concezione della materia, dell’energia e della struttura atomica coronato dall’elaborazione di una meccanica quantistica per cui non è più possibile effettuare previsioni deterministiche, ma semplicemente stime probabilistiche circa il comportamento di moti relativamente semplici perché riguardanti un solo corpo. Celebre a riguardo è il principio di indeterminazione di Heisenberg proposto nel 1927 con cui si dichiara l’assoluta impossibilità di conoscere contemporaneamente i valori precisi della velocità e della posizione delle particelle subatomiche; è infatti possibile elaborare soltanto delle stime aventi un margine d’errore circa il moto degli elettroni.
Il 1902 segna l’avvento di una nuova frontiera di ricerca scientifica, la radioattività: il fenomeno per cui un radioisotopo emette radiazioni per trasformarsi in un isotopo stabile. In questo anno venne infatti scoperto il radio, elemento instabile che emette radiazioni. Atomi instabili sono quelli che presentano un rapporto tra il numero dei neutroni e quello dei protoni pari a 1 o poco superiore all’unità, all’aumentare del numero atomico va infatti aumentando il valore del rapporto indice di stabilità. La scoperta delle radiazioni del radio sembrò mettere in discussione il principio di conservazione secondo cui l’energia non si distrugge e non si crea, ma si trasforma soltanto, in quanto il radio sembrava emetterle “dal nulla”. In realtà l’atomo instabile risulta essere soggetto ad un processo di decadimento radioattivo per cui emette particelle α, particelle β e raggi γ. Tale contraddizione fu risolta dalle teoria della relatività di Einstein, del 1905, secondo la quale la materia si trasforma in energia secondo la celebre equazione E = M ∙ c². È pertanto sufficiente che una piccolissima quantità di materia si trasformi perché si possa liberare una grande energia. Sebbene fossero stati conseguiti i primi risultati ancora non si conoscevano i meccanismi che regolavano i processi radioattivi. Un’importante scoperta fu quella di Frédéric Joliot e Iréne Curie del 1934 nell’ambito degli studi sul nucleo degli atomi, i due dimostrarono la possibilità di produrre isotopi radioattivi a partire da elementi stabili, trasmutando mediante bombardamento di radiazioni l’Al in un isotopo radioattivo del P. Sulla falsa riga dei due scienziati francesi si mosse un gruppo di ricercatori guidato da Enrico Fermi che bombardarono atomi stabili con un fascio di neutroni, nucleoni dalla carica neutra, che non essendo sottoposti alla repulsione elettromagnetica generata dai protoni carichi positivamente possiedono un’elevata capacità penetrativa. L’attenzione dei ricercatori si soffermò sull’uranio, il più pesante tra gli atomi conosciuti, che poteva essere trasformato in un gran numero di sostanze fortemente radioattive. Un ulteriore scoperta di questo gruppo alla cui giuda vi era Fermi fu quella che gli effetti radioattivi risultavano essere aumentati se per il bombardamento venivano utilizzati neutroni rallentati, perché fatti passare attraverso sostanze come la paraffina o l’acqua. In seguito alle analisi chimiche effettuate da Fritz Strassmann e Otto Hahn, che riconobbero il formarsi dal bombardamento dell’uranio di elementi aventi peso atomico pari a circa la metà di quello dell’elemento pesante, il Kr e il Ba, Lise Meitner e Otto Frisch proposero come spiegazione teorica del fenomeno il processo di fissione: il processo per cui un nucleo si spezza per dare due nuclei, particelle subatomiche, energia sotto forma di raggi γ e calore in seguito ad una perdita di massa.
(235U + n → 236U instabile → 144Ba + 89Kr + 2 n + 211,5 MeV).
Aspetto assai importante della scissione dell’uranio è la conseguente emissione di due neutroni che possono dare origine ad una reazione a Il processo di fissione dell’uranio catena. Il primo a cogliere le potenziali applicazioni belliche di questa reazione a catena fu Leo Szilard, ungherese che come molti altri scienziati, tra cui Fermi, si era dovuto rifugiare in America per sottrarsi alle persecuzioni razziali naziste. Lo stesso Einstein fu persuaso dallo scienziato ungherese e decise di indirizzare al presidente degli USA una lettera, il 2 agosto 1939, in cui lo informava della possibilità di costruire un nuovo tipo di bomba, che lo stesso Reich tentava di progettare. (Cfr Einstein’s letter addressed to Roosevelt). Il presidente accolse le proposte del fisico tedesco, tuttavia le necessarie risorse furono destinate a quel progetto soltanto dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel dicembre del 1941. Venne sviluppato l’anno seguente il programma nucleare che prese il nome di “progetto Manhattan”. A capo dello stesso fu posto il generale Groves, affiancato dallo scienziato Oppenheimer. I lavori proseguirono nella massima riservatezza presso i laboratori di Los Alamos, in New Mexico. Negli ultimi mesi del 1942 Fermi, a capo di un gruppo di scienziati, in uno scantinato di Chicago costruì la prima pila atomica o reattore, con il fine di avviare una reazione a catena controllata. Il reattore consisteva in un cubo di mattonelle di grafite entro il quale erano contenuto dell’uranio naturale composto per la quasi totalità da isopoti stabili a meno di una piccola quantità di uranio 235, materiale fissile soggetto a un processo di fissione, e quindi capace di emettere neutroni innescando una reazione a catena. L’attività della pila era regolato da sbarre di cadmio capaci di assorbire i neutroni emessi, che una volta estratte rendevano possibile la reazione.
Il 2 dicembre 1942, una volta estratte le sbarre in cadmio, gli strumenti fecero segnare un aumento della radioattività. Per la prima volta l’uomo riuscì a controllare un processo di fissione nucleare. Altro importante ambito di ricerca era quello della preparazione degli elementi radioattivi necessari per la costruzione della bomba. Adoperando infatti per la fissione una quantità di radioisotopo inferiore a uno specifico valore si produce energia regolabile. La reazione a catena però avviene solo se il materiale è sufficientemente puro e la massa è sufficientemente grande. Se la massa è piccola, la maggior parte dei neutroni sfugge all'esterno senza colpire altri nuclei: per innescare la reazione occorre che un numero sufficiente di neutroni prodotti prosegua la reazione. Ciò avviene quando il materiale è in una quantità superiore ad una massa detta massa critica. Per costruire una bomba è necessario che il materiale fissile sia in una percentuale molto alta, cioè quando il metallo è "arricchito" dal suo isotopo fissile al punto che esso è quasi puro, o superiore al 93% nel caso dell'uranio 235. Allora, è possibile produrre una reazione totalmente "incontrollata" che si propaga nella massa in modo esponenziale, in un intervallo di tempo dell'ordine del microsecondo. Si libera così una quantità di energia con un effetto esplosivo di enorme potenza. Se da una parte si cercava di estrarre l’isotopo dell’uranio 235 dagli altri isotopi dell’uranio non senza difficoltà, dall’altra si studiava il plutonio 239, facilmente isolabile, prodotto artificialmente con azione di neutroni sull’isotopo 238 dell’uranio che compone la quasi totalità dell’uranio presente in natura. Completate nel ’43 le strutture di Los Alamos questa piccola città venne a contare più di seimila addetti alla costruzione della bomba nucleare, fondamentale fu la partecipazione degli esuli europei. Il 15 luglio 1945 nel Nuovo Messico si procedette con una verifica della sola bomba al plutonio.
Il presidente Truman dopo aver inviato ai giapponesi un ultimatum non contenente alcun riferimento alla nuova arma diede l’ordine di sganciare la prima bomba nucleare. La bomba che rase al suolo Hiroshima era una bomba a fissione all’uranio 235 basata sul principio di proiezione di un tubo cilindrico di materiale fissile all’interno di una sfera cava, che permise il raggiungimento di una massa critica pari a 56 kg. Il contenitore della bomba dove essere sufficientemente grande da contenere l’espansione dell’energia sviluppatasi, così da raggiungere densità elevatissima sino alla deflagrazione. L’energia che si libera è per due terzi termica, si forma infatti una palla di fuoco capace di raggiungere milioni di gradi centigradi, e per un terzo meccanica, che traducendosi in un aumento della pressione dell’aria genera un’onda d’urto capace di una distruzione totale nel raggio di due chilometri. Quando la palla di fuoco si innalza, il suo movimento provoca un effetto di risucchio con un conseguente vento caldo avente direzione centripeta capace di alzare polveri e macerie. Raggiunta la stratosfera questa si raffredda perdendo quota e assumendo la tipica forma a fungo. La bomba Fat man sganciata per seconda su di Nagasaki era invece una bomba H, bomba a fusione nucleare incontrollata, quadro volte più potente di quella a fissione. La bomba H si serve dell’esplosione di una bomba a fissione di innesco per trasformare il litio e il deuterio in trizio, elemento in natura rarissimo, (6Li + n → 3H + 4He + 4,8 MeV e 2H + n → 3H + 6,2 MeV) e rendere possibile la fusione termonucleare raggiungendo condizione di temperatura e pressione prossime a quelle del nocciolo del sole. La fusione, quel processo per cui due nuclei si uniscono per formarne uno, ha luogo tra un atomo di deuterio e uno di trizio e genera un atomo di elio, con liberazione di un neutrone ed energia sotto forma di raggi γ (2H + 3H → 4He + n + 17,6 MeV).
L’ORRORE DELLA GUERRA. GUERNICA
Pablo Picasso, Guernica, 1937; tempera su tela, 354x782 cm; Madrid, Centro de Arte Reina Sofia.
«L'avete fatto voi, maestro?»
«No, l'avete fatto voi con la Luftwaffe»
(Risposta di Picasso ad un ufficiale tedesco, in visita al suo studio, alla visione di Guernica)
Guernica è il nome di un famoso dipinto del 1937 di Pablo Picasso, che rappresenta il bombardamento aereo da parte della Luftwaffe (Legione Condor) il 26 aprile, 1937, durante la guerra civile spagnola. Per incarico del governo repubblicano spagnolo il quadro cubista era destinato a decorare il padiglione spagnolo durante l'Esposizione Mondiale di Parigi, del 1937. L'opera è diventata emblema della denuncia contro la guerra, per l'immediatezza con cui raffigura persone, animali, ed edifici straziati dalla violenza e dal caos del bombardamento a tappeto, dando efficacemente il senso della disumanità, brutalità e disperazione della guerra e la crudeltà del bombardamento di civili. Dopo l'esposizione, quando il governo repubblicano era caduto, Picasso non permise che questo dipinto, uno dei suoi più famosi, venisse esposto in Spagna, perdurando il regime franchista. Venne quindi ospitato per molti anni al Museo di Arte Moderna di New York, e tornò in patria soltanto dopo la morte del generale Franco. Durante gli anni '70 fu un simbolo per gli spagnoli sia della fine del regime franchista che del nazionalismo basco, così come lo era stato prima, per tutta l'Europa, della resistenza al nazi-fascismo. In effetti l'opera inizialmente non rappresentava il bombardamento della cittadina spagnola, era nata per commemorare la morte di un famoso torero dell'epoca e si intitolava En muerte del torero Joselito. In seguito il governo spagnolo commissionò a Picasso un'opera che potesse rappresentare la Spagna all'Esposizione Mondiale e che fosse in grado di attirare l'attenzione dell'Europa sulla guerra civile in atto. Picasso dunque, apportate alcune modifiche, scelse di consegnare Guernica che venne datata di un nuovo significato in modo da esprimere l'orrore di una nazione e di un popolo di fronte alla strage di Guernica e più in generale della guerra.
Prima di una sua trattazione reputo necessaria una digressione sul cubismo, corrente figurativa del primo Novecento, nata intorno al 1907 in seguito ad una meditazione sulla lezione di Cézanne ad opera di Picasso e Braque. Il cubismo vuole rendere, tramite la bidimensionalità della tela, la nostra conoscenza della realtà, non limitata al solo aspetto che appare al nostro occhio da un qualsiasi punto di vista, ma abbracciata totalmente: quando vediamo un oggetto davanti a noi e lo percepiamo nelle tre dimensioni dell’ottica naturale, sappiamo quali ne siano le misure reali, come sia fatto nei lati che sfuggono alla vista, perché la nostra conoscenza è costituita da precedenti esperienze che, elaborate dalla ragione e memorizzate, ci permettono di capirlo e di riconoscerlo. Per restituire agli occhi e alla ragione l’essenza della realtà il cubismo la scompone nelle sue innumerevoli facce, frammentando l’oggetto in una totale compenetrazione dei piani e delle linee, e la ricompone accostando le innumerevoli facce sulla superficie della tela. In questo modo, con un’apparente bidimensionalità, l’oggetto acquista un’assoluta autonomia inscritta nell’ambito individuale della psiche. E’ la scoperta della "4° dimensione" di cui parla G. Apollinaire nel suo testo Les peintres cubistes del 1913: “La quarta dimensione si presenta allo spirito, dal punto di vista plastico, come generata dalle tre misure conosciute: essa rappresenta l’immensità dello spazio che, in un momento determinato, si slancia verso l’infinito in tutte le direzioni”.
Guernica non è una documentazione oggettiva del fatto ma piuttosto una protesta contro la violenza della guerra in generale. Non ci sono elementi che richiamino al luogo e al tempo, niente ci indica che si tratti di un bombardamento. Il toro, ad esempio, rappresenta il Minotauro, figura mitica e simbolo di bestialità, che contribuisce proprio ad universalizzare il significato del quadro. La lampada ad olio posta al centro dell’opera indica la ragione che non comprende il bombardamento e la distruzione, mentre il cavallo agonizzante simboleggia il popolo spagnolo degenerato. La violenza e la sofferenza traspaiono esplicitamente guardando, sulla sinistra dell’opera, la madre che grida al cielo, disperata, con il figlio senza vita tra le braccia. In basso nel dipinto c'è un cadavere, egli ha la linea della vita sulla mano sinistra spezzata, simbolo di morte, ma nella mano destra reca un pallido fiore, simbolo di speranza. L’alto senso drammatico nasce dalle grandi dimensioni del quadro (3,5x7.82 metri), che impongono i contenuti con evidenza immediata. Una serie di studi e di schizzi prepara la nascita di questa grande tempera, la scelta di rinunciare al colore significa affidare all'efficace contrasto del bianco e nero il senso di tragedia e d'angoscia della rappresentazione. Lo schema è tagliente ed essenziale, lo spirito di denuncia si rivela attraverso la forte emozione figurativa della composizione in cui si avverte il tema del massacro degli innocenti risolto nella semplicità della struttura di impianto neoclassico. La ferocia delle figure si congiunge a quella degli animali, su una donna che piange con il bambino riverso domina il doppio sguardo del toro, sotto una lampada elettrica nitrisce il cavallo atterrito da tanta ferocia, d'altro lato il guerriero morto con la testa reclinata richiama il disegno infantile, una caratteristica del resto mai esclusa dall'attenzione eclettica dell'artista. “Picasso non mira a denunciare un misfatto ed a suscitare sdegno e pietà, ma a rendere presente il misfatto nella coscienza del mondo civile, costringendolo a sentirsi corresponsabile, a reagire. Il quadro non deve rappresentare o significare, ma sviluppare una forza di suggestione; e la forza non deve scaturire dal soggetto o dal contenuto (che tutti conoscono, è la cronaca del giorno), ma dalla forma”. Guernica ha lo scheletro del quadro storico classico perché l'arte classica, con la pienezza delle sue forme e lo splendore dei suoi colori è come soffiata via, distrutta dalla brutalità dell'evento. Il quadro è composto come un Raffaello o un Poussin: c'è simmetria, prospettiva, graduazione di valori, ritmo crescente di accenti. La simmetria è presente nell'asse mediano del muro bianco, nel toro a sinistra e nella figura col le braccia alzate a destra. La prospettiva nelle le figure dei caduti in primo piano, nei piani prospettici del fondo, nello strombo della finestra. La graduazione dei valori si evince dall'alternarsi dei piani bianchi, neri, grigi. Il ritmo crescente dall'accento nobilmente oratorio del caduto che stringe nel pugno la spada spezzata e dal nitrito lacerante del cavallo ferito a morte. Tuttavia all'ordine classico si sovrappone una scomposizione formale di tipo manifestamente cubista, un linguaggio nettamente moderno che Picasso stesso aveva creato trent'anni prima. Si rammenti Les demoiselles d'Avignon: “per la prima volta un quadro non rappresentava uno spazio in cui accadeva qualcosa, ma era uno spazio in cui qualcosa stava accadendo”. Mentre con Les demoiselles Picasso faceva esplodere e disintegrava il linguaggio tradizionale della pittura con Guernica fa esplodere il linguaggio cubista. Quello che era stato un nuovo modo di conoscere e rappresentare dell’arte diventa frantumazione violenta, distruzione, morte. Si assiste, in questo quadro, ad una metamorfosi non meno sconcertante di quella che tramutava in feticci negri le rosee demoiselles: la violenza della morte geometrizza e meccanizza volti e membra delle figure.
Guernica si trasformò subito in un esempio di grande fascino sia estetico sia ideologico per gli artisti che vogliono impegnarsi direttamente nella reazione alle forme di dittatura, manifesto dell’arte impegnata del nostro secolo.
EINSTEIN’S LETTER ADDRESSED TO ROOSEVELT

Albert Eistein
Old Grove Rd.
Peconic, Long Island
F.D. Roosevelt, August 2nd, 1939
President of the United States,
White House
Washington, D.C.
Sir,
Some recent work by E.Fermi and L.Szilard, which has been communicated to me in manuscript, leade me to expect that the element uranium may be turned into a new and important source of energy in the immediate future. Certain aspects of the situation which has arisen seem to call for watchfullness and, if necessary, quick action on the part of the Administration. I believe therefore that it is my duty to bring to your attention the following facts and recommendations:
In the course of the last four months it has beenmade probable – trhrough the word of Joliot in France as well as Fermi and Szilard in America – that it may become possible to set up a nuclear chain reaction in a large mass of uranium, by which vast amounts of power and large quantity of new radium- like elements would be generated. Now it appearsalmost certain that this could be achieved in the immediate future.
This new phenomenon would also lead to the construction of bombs, and it is conceivable – though much less certain – that extremely powerful bombs of a new type may thus be constructed.
A single bomb of this type, carried by boat and exploded in a port, might very well destroy the whole port together with some of the surrounding territory. However, such bombs mighgt very well prove to be too heavy for transportation by air.
The United States has only very poor ores of uranium in moderate quantition. There is some good ore in Canada and the former Czechoslovakia, while the most important source of uranium is Belgian Congo.
In view of this situation you may think it desiderable to have some parmanent contact maintained between the Administration and the group of physicists working on chain reactions in America. One possible way of achieving this might be far you to entrant with this task a person who has your confidence and who could perhaps serve an inoficial capacity. His task might comprise the following:
a) to approach Government Department, keep them informed of the further development, and put forward recommendations for Government action, giving particular attention to the problem of securing a of uranium ore for the United States,
b) to speed up the experimental work, which is at present being carried on within the limits of the budgets of University laboratories, by provating funde, if such funde be required, through his contacts with privata persons who are willing to make contribution for this cause, and perhaps also by obtaining the co-operation of industrial laboratories wich have the necessary equipment.
I understand that Germany has actually stopped thesale of uranium from the Czechoslovakian mines which she has taken over. That she should have taken such early action perhaps be understood on the ground that son of of the German Under-Secretary of State, von Weiznlekor, is attached to the Eaiser-Wilhelm-Institute in berlin where some of the American work on uranium is now being repeated

Yours very truly,

(Albert Einstein)
IL PROBLEMA IN FILOSOFIA DELLA SCIENZA APPLICATA
Il possibile ripetersi di simili tragedie, come anche il precario equilibrio climatico del nostro pianeta minato dalle attività umane inquinanti ed altamente tecnologiche, rischia di provocare un reale annientamento del genere umano. La tecnica è stata messa sotto accusa dalla riflessione filosofica alla luce dei suoi risvolti negativi, che hanno generato un duplice paura: della distruzione della natura e del genere umano. C’è chi, come Günther Anders, concepisce la tecnica come un fato, il vero soggetto della storia che ha scalzato dal suo trono antropocentrico l’uomo, che non sceglie ma è scelto, e chi invece, che percependola quale potenziale minaccia, propone una nuova etica, che ponga i principi per un diverso rapporto fra uomo e natura e un diverso atteggiamento di fronte alla tecnica. È questo il caso di Hans Jonas e della sua “etica per la civiltà tecnologica”. Nel “mostruoso progresso della tecnica” sono insite “potenzialità apocalittiche” ed il suo “prometeismo scatenato” minaccia la fine della vita sulla terra. È per questo che secondo il filosofo tedesco ci si deve lasciar guidare della paura e nell’incertezza delle possibili conseguenze seguire la strada consigliata dalla cautela. La nuova etica risulta così essere improntata al “principio della responsabilità” per cui si deve tentare di tutelare non solo l’umanità presente, ma tutte le generazioni future, rifiutando “lo spietato antropocentrismo” e la “strutturale miopia “ dell’etica tradizionale che focalizza l’attenzione sul solo presente. L’etica di Jonas presenta come principio filosofico il primato dello scopo (dell’essere) sull’assenza di scopi (non essere) affermando che vi è un dover essere intrinseco all’essere, una vita che pretende la sua conservazione. Tale responsabilità risulta così essere indirizzata verso l’idea di uomo più che verso il singolo individuo . “Il primo imperativo categorico è che ci sia un’umanità”. Emblema di questa coincidenza ontologica tra essere e dover essere è il neonato:
“Mostrateci un unico caso […] in cui si abbia tale coincidenza, si potrà indicare la cosa più familiare a tutti, il neonato, il cui solo respiro rivolge inconfutabilmente un “devi” all’ambiente circostante affinché si prenda cura di lui. Guarda e saprai!”
da Il principio responsabilità. Ricerca di un’etica per la civiltà tecnologica.
Questa etica accompagnata dell’imperativo della sopravvivenza si contrappose all’utopismo prometeico baconiano di dominio sulla natura, “il sapere è potere”, e a quello marxista che ha unificato escatologia e tecnica, prassi rivoluzionaria e asservimento della natura. Viene così elaborato un utopismo moderno all’insegna della modestia e della cautela che prende le distanze sia dal capitalismo che dal marxismo.
UN FUTURO DI FUSIONI: LA REDENZIONE CHE CI SALVERA’
Il problema dei possibili risvolti della ricerca scientifica risulta contraddistinguersi per una cocente attualità. Tanto la questione delle risorse energetiche quanto quella della sperimentazione biogenetica ci impartiscono l’imperativo morale di effettuare perlomeno un’analisi della situazione, col fine di assumere una coerente posizione. Ancora una volta è possibile intravedere nell’atomo e nel suo nucleo il miraggio di una società migliore in tutto e per tutti. Delle ricerche mirano infatti a ricavare dell’energia a scopi pacifici dalla fusione termonucleare calda o fredda; tuttavia queste sono ancora piuttosto lontane da una prossima applicazione. Ritengo che la rimozione di tutti i giudizi precostituiti sia un presupposto necessario per un incondizionato sguardo sulla realtà dei fatti. Il ricordo di Hiroshima deve costituire un monito per l’avvenire, per non ripetere gli errori passati spingendoci però allo stesso tempo a proseguire lungo la strada indicataci da Galileo. Proprio la redenzione della figura dello scienziato, il cui operato deve essere orientato verso sperimentazioni filantrope, e della sua ricerca scientifica possono rappresentare l’ancora di salvezza cui aggrapparsi per sottrarsi dell’attuale momento di stallo, in cui troppi soffrono, situazione da cui non è possibile uscire proseguendo le attuali scelte di limitazioni della ricerca.
Si deve a mio avviso maturare la consapevolezza che la scienza non è di per sé positiva o negativo, questa è in realtà neutra e soltanto l’uso che se ne fa può venire ad acquisire una qualsivoglia accezione. Ogni limitazione alla ricerca è un’amputazione che ci auto-infliggiamo e che peserà sulle spalle dei posteri. Attraverso la scienza è possibile realizzare le migliori condizioni materiali possibili, il migliore dei mondi possibile, presupposto indispensabile per una realizzazione dell’individuo mediante la ricerca, la letteratura, la speculazione filosofica o qualsivoglia altra attività che rispecchi le aspirazioni e le propensioni di ognuno.
Svevo affermava che la letteratura era un modo per sottrarre l’esistenza al tempo esterno, una sorta di boccata di ossigeno mediante cui il letterato si sottraeva alla sua condizione alienata che affonda le sue origini nelle condizioni sociali e materiali. Si pensi invece cosa avrebbe potuto rappresentare per Svevo la letteratura se solo il mondo fosse stato diverso, migliore grazie alla redenzione della scienza e della tecnica.
Bibliografia
Mariana Marrucai. “La guerra nel Novecento”. G.B. Palombo.
Mario Rippa, Stefano Piazzini. “La chimica di Rippa”. Bovolenta, Zanichelli.
Nicola Abbagnano, Giovanni Foriero. “Itinerari di filosofia”, volume 3 B. Paravia
Sergio Bersi, Carlo Ricci. “Linguaggi e progetto. Arte come linguaggio”. Zanichelli Editore
G. C. Argan. “L’Arte moderna”. Sansoni
Leone de Castris. “Il decadentismo italiano. Svevo, Pirandello, D’Annunzio”. Laterza
Rivista “Storia e Dossier”, luglio-agosto 1995, “Hiroshima”
http://www.copernico.bo.it/
http://www.scienzapertutti.it/
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