L'età giolittiana

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Testo

LOREDANA GAZZERA I.T.C.S. Blaise Pascal
5°B anno scolastico 2004/2005

L’ETA’ GIOLITTIANA

LA POLITICA MODERATA DI
GIOLITTI
LO SVILUPPO INDUSTRIALE
I RAPPORTI
ECONOMICI E LE
RIFORME SOCIALI
L’interventismo Il decollo industriale Il sistema
dannunziano e la critica italiano e il miglioramento liberale e l’eco-
alla politica di Giolitti. delle infrastrutture e nomia capitalista
le fasi dell’evoluzione
fordista.

La nazionalizzazione Lo Statuto
delle ferrovie come fattore in relazione alla
essenziale dello sviluppo. Costituzione.

La storia delle ferrovie Dal voto
e le caratteristiche di questo censitario al
mezzo di trasporto. suffragio
universale.

In Charles Dickens’s novel “David Copperfield” we can find the main themes of his works
as the disease and suffering brought about by industrialisation, the idea of children as victims, the importance of the Victorian code of values, and so the important social reforms of this period.
L’ETA’ GIOLITTIANA
Giovanni Giolitti nacque nel 1842 a Dronero in Val Maira da una famiglia contadina. Compì studi di diritto e s’impiegò nell’amministrazione statale.
Fu per mezzo secolo deputato di Dronero; alla Camera sedette tra i gruppi della Sinistra . Venne scelto come Ministro dell’Interno nel gabinetto Zanardelli e dal 1903 assunse la carica di presidente del consiglio quasi ininterrottamente fino al 1914.
Per comprendere le decisioni politiche di questo grande statista è importante sottolineare che nonostante appartenesse alla sinistra moderata era di fondo ancorato al centro, attuò dunque provvedimenti che cercavano di coinvolgere sia i moderati di destra che quelli di sinistra e proprio per questa ragione la sua politica venne definita “del pendolo”.
Nella fase iniziale del suo incarico le oscillazioni erano abbastanza tenui, più sfumate. Ne è un esempio il tentativo d’instaurare rapporti con il partito socialista spesso lacerato dagli scontri massimalisti-minimalisti. Dopo il congresso del 1908 a Firenze in cui prevalsero i riformisti un esponente Filippo Turati venne invitato a far parte del governo, ma non si creò mai una piena collaborazione.
Durante la fine del mandato Giolitti prese invece posizioni più nette.
L’oscillazione a destra più clamorosa fu senz’altro l’espansione coloniale dell’Italia in Libia, attraverso la quale Giolitti soddisfò il desiderio d’espansione dei nazionalisti. La Libia faceva parte dell’impero ottomano dunque l’Italia dovette aggredirlo.
Nel 1911 la flotta italiana partì alla conquista di Tripoli la capitale della Tripolitania , ma una volta occupata la città l’esercito italiano trovò difficoltà ad avanzare nell’interno a causa dell’accanita resistenza dei beduini.
Nel 1912 gli italiani occuparono Rodi e le isole del Dodecaneso, la Turchia fu così costretta nell’ottobre del 1912 ad accettare la pace di Losanna con la quale riconobbe all’Italia oltre alla sovranità sulla Libia, il diritto di conservare il controllo delle terre occupate a garanzia dell’evacuazione turca dai territori libici e della cessazione della guerriglia che in effetti si perpetuò fino al 1927.
Questa guerra coloniale fu molto dibattuta nel nostro paese. La gioventù socialista prese posizioni molto chiare dichiarando che non era disposta ad uccidere e farsi uccidere nell’interesse della borghesia, l’unica guerra che i giovani socialisti erano pronti a combattere era quella contro la borghesia sfruttatrice.
“La voce”, la rivista diretta da Giuseppe Prezzolino, nella quale ebbe un ruolo determinante Gaetano Salvemini, portò avanti una decisa opposizione alla campagna libica, in quanto la scarsa fertilità del suolo e la presenza di poche ricchezze minerarie secondo essa, non ne giustificavano l’impresa..
Questo giornale finì con l’allinearsi a favore dell’intervento in nome della “solidarietà nazionale”, questo pregiudicò la collaborazione di Salvemini nella rivista, il quale non si scostò dalle sue idee e arrivò a definire la Libia “uno scatolone vuoto”. Il 1911 fu l’anno della scissione della rivista in questione, in quanto essendo di taglio liberale, sembrava sponsorizzare troppo il governo Giolitti. Nacquero “l’Unità” con Salvemini, che sosterrà il neutralismo e successivamente divenne il giornale del Partito Comunista e “Lacerba” fondata dai nazionalisti, stanchi della mediocrità giolittiana.
L’opinione pubblica italiana di sinistra era chiaramente ostile alla guerra, l’Italia doveva rinunciare alla sua aspirazione ad essere una grande potenza, poiché era chiaro che non poteva permetterselo e in quanto alla Libia avrebbe potuto diventare una sorta di tomba per i coloni italiani. Inoltre, questa guerra non solo riprendeva una politica di potenza distogliendo le energie dai problemi interni, ma si presentava come un’imposizione dell’esecutivo tradendo in un certo senso ciò che era stata la politica giolittiana fino ad allora. Bisogna comunque far presente, che non tutti gli esponenti della sinistra erano contrari alla guerra, anzi, c’era chi vedeva in essa una buona occasione, se non altro come sbocco all’emigrazione. Anche il poeta Giovanni Pascoli nonostante nelle sue poesie sogni l’ideale utopistico di una società senza conflitti di classe, in cui vi sia un clima di cooperazione e di concordia fraterna, nel 1911 tenne un discorso a favore dell’interventismo dall’incipit “La grande proletaria si è mossa”.
L’intervento nel teatro di Barga il 26 novembre voleva dunque celebrare la guerra coloniale della Libia.
È interessante capire il perché un autore come Pascoli si schierò a favore del colonialismo.
Anche lui, vedeva nella Libia una possibile alternativa all’America per l’emigrazione.
In diverse poesie come “Italy” o “Lavandare” troviamo il tema dell’emigrazione, che per l’autore rappresenta un’esperienza drammatica, la separazione netta dal proprio “nido”, dalla propria terra.
Dunque la Libia è il compromesso di coloro che devono lasciare il proprio Paese senza però allontanarsi troppo.
È chiaro che questo ragionamento non è pienamente coerente, in quanto la colonizzazione della Libia avrebbe significato l’irruzione degli emigranti italiani nel nido, dunque, nell’ambiente protetto di altre popolazioni.
Ritornando allo statista piemontese, un esempio di oscillazione lampante a sinistra fu il suffragio universale maschile del 1912, già nel 1882 con Depretis la riforma elettorale aveva incrementato il paese legale dal 2 al 7% della popolazione, ma ora si passò da circa 3 milioni e mezzo di votanti a circa 8 milioni, tra i quali per la prima volta troviamo anche i contadini.Riforma di grande rilievo, con la quale però Giolitti firmò inconsciamente la fine della sua carriera politica. Benito Mussolini (esponente massimalista del Partito Socialista ) durante il Congresso di Reggio Emilia (1912) tenne un lungo intervento nel quale emerse il suo rifiuto nei confronti del giolittiano suffragio universale maschile che definì come “il sacco d’ossigeno che prolunga la vita all’agonizzante”.
Giolitti fu un grande politico, riuscì ad intuire che “i sogni dell’avvenire”ossia i partiti estremisti rappresentavano un possibile e legittimo rifugio per le masse operaie, che non sentendosi sufficientemente tutelate delle istituzioni vigenti cercavano altri appoggi.
Ecco il grande passo di Giolitti, aver compreso l’importanza delle manifestazioni, degli scioperi.
Lo stato doveva ascoltare i problemi e cercare di risolverli alla radice, ma soprattutto e in primo luogo spettava a lui il compito di garantire la legalità.
Ecco qui l’immagine del politico liberale, colui che crede che lo stato non debba schierarsi né da una parte, né dall’altra e ripone la sua fiducia nelle leggi naturali di autoregolazione (n laissez faire, laissez passer .
Crispi, aveva capito l’importanza del Paese legale (la borghesia che lo votava), ma il suo orizzonte si fermò lì, nei confronti delle organizzazioni operaie fu molto repressivo addirittura arrivando allo stato d’assedio e all’applicazione della legge marziale.
Tornando a Giolitti bisogna precisare che non teneva l’atteggiamento accomodante con tutti, possiamo parlare di politica del doppio volto in quanto se al nord l’atteggiamento dello Stato era quello di mediatore, al sud la situazione si presentava piuttosto differente. Giolitti si serviva dei prefetti per reprimere duramente le rivolte contadine. Nel meridione credeva fosse giusto mantenere il pugno duro, senza stabilire una linea di dialogo. Venne accusato di aver esercitato pressioni politiche, di aver ottenuto voti grazie alla sua politica disinvolta.
Salvemini tracciò un quadro assai fosco della politica dello statista piemontese.Lo definì il ministro della malavita e affermò che “nessuno più di lui è stato così brutale, così cinico , così spregiudicato come lui nel fondare la propria potenza politica sull’asservimento, sul pervertimento, sul disprezzo del Mezzogiorno d’Italia; nessuno ha fatto un uso più sfacciato, nelle elezioni del Mezzogiorno, di ogni sorta di violenze e di reati”.
Ma nel 1949 tornato in Italia dopo il suo esilio politico Salvemini rivalutò un po’ la sua situazione scrivendo che Giolitti non fu migliore, ma neanche peggiore di molti politicanti non italiani, e fu certo migliore di politicanti italiani che gli succedettero.
L’Italia visse un grande sviluppo industriale, alla fine dell’età giolittiana (1913 circa) l’industria italiana produceva quasi un quarto del p.i.l. nazionale. Si delineò il cosiddetto “triangolo industriale”Torino, Genova, Milano”. Si scatenò il capitalismo anche se con sfumature differenti, più protezionistico nella zona tra Torino e Genova, mentre concorrenziale e su iniziativa privata presso Milano. E’ vero che al di fuori di questa zona la situazione si presentava piuttosto puntiforme ne sono qualche esempio Piombino, le acciaierie di Terni, lo stabilimento Bagnoli a Napoli, ma comunque lo sviluppi complessivo fu un dato accertato
Nel 1905 si arrivò grazie al sovrintendente Fortis alla nazionalizzazione delle ferrovie, passaggio fondamentale per il decollo dell’economia italiana.
Giolitti s’impegnò molto in questo senso, sosteneva che la rete ferroviaria rimanendo in un’ottica regionale, in mano a compagnie private non avrebbe mai fatto il grande salto di qualità, dunque si arrivò addirittura allo scioglimento del governo e Giolitti stesso si dimise. Questa è una delle tattiche molto abili del politico in questione, che più volte in caso di ostilità per l’approvazione di provvedimenti, vedeva opportuno dimettersi, affidando il lavoro nelle mani di un luogo tenente.
In questo modo l’opposizione felice delle sue dimissioni diventava più malleabile e il provvedimento in un modo o nell’altro veniva approvato.
S’impegnò nel sociale varando leggi riguardanti la tutela del lavoro delle donne e dei minori, del riposo festivo e regolamentò anche la sanità pubblica.
Altrettanto importanti i lavori del traforo del Sempione e quelli per l’Acquedotto pugliese, segno di un’attenzione per il Mezzogiorno che, tuttavia, fu giudicata come un’opera limitata.
Nel 1906 con la conversione della rendita nazionale del 5% al 3.75% mise alla prova la fiducia dei risparmiatori. Chi non era disposto ad accettare le nuove misure delle rendite poteva incassare subito l’intera somma, ma fortunatamente pochi lo richiesero e l’operazione si concluse in un autentico successo.
Dobbiamo leggere in Giolitti, un uomo che cercò il consenso del Parlamento, ricorrendo al complesso gioco dei pesi e contrappesi, infatti la carenza di fondo del suo governo fu l’assenza di una maggioranza organica su cui poter contare.
La fine dell’età giolittiana venne segnata dalle elezioni del 1913 la prima prova del suffragio universale maschile. La lista governativa riscosse oltre 300 deputati contro i 160 delle Sinistre, 30 cattolici, 3 nazionalisti apparentemente dunque tutto era trasparente, ma quando vennero divulgati i termini del patto Gentiloni, sino ad allora tenuti segreti, ci si rese conto che oltre 220 deputati della lista governativa rientravano tra gli aderenti al Patto.
Giolitti dunque trovandosi davanti al fatto compiuto ricorse come abitudine alle dimissioni lasciando il potere ad una personaggio non di spicco Antonio Salandra, liberale conservatore.
Ritroviamo Giolitti sulla scena politica durante il grande dibattito italiano per l’entrata o no in guerra a capo dello schieramento neutralista.
Il 24 gennaio 1915, scrisse la famosa lettera all’onorevole Peano: “Credo parecchio […] potersi ottenere senza la guerra”. L’Italia doveva rimanere neutrale perché così facendo avrebbe ottenuto
parecchio in quanto l’Austria era disposta a cederle il Trentino.
Il neutralismo di Giolitti apparse il frutto di una scelta responsabile, dettata dall’effettiva conoscenza delle forze antagoniste. L’entrata in guerra avrebbe gettato il Paese in un conflitto che minacciava di essere lungo e sanguinoso e che avrebbe compromesso il sistema economico liberale italiano, ancora piuttosto fragile.
Ma la sua posizione, venne recepita dall’opinione pubblica come un puro calcolo opportunistico ed inoltre il politico piemontese non trovò appoggio neppure tra i ceti agrari e industriali, propensi al contrario al conflitto mondiale.
Dunque, Giolitti subì una sconfitta sia sul piano politico, che su quello della pubblica opinione, esaltata dalla campagna interventista di stampo dannunziano.
L’ultimo ministero dello statista piemontese durò circa un anno, dal giugno 1920 al giugno 1921, durante il quale cercò sempre di cavarsela operando alla stessa maniera, attraverso cioè la mediazione.
Per garantire un sistema finanziario severo e democratico stabilì un’imposta straordinaria sui patrimoni e aumentò la tassa di successione. In questo modo ottenne l’appoggio dei socialisti, ma anche dei cattolici in quanto promosse un progetto di legge che prevedeva la parificazione delle scuole private.
Giolitti non riuscì però a risolvere i problemi in quanto guidato nelle sue scelte dalla mentalità liberale. Lo stato rimaneva esterno a qualsiasi conflitto, in quanto tutto poteva risolversi naturalmente, si limitava a non agire. Gli imprenditori e i latifondisti arrivarono quindi ad organizzare delle vere e proprie milizie private per difendere le loro proprietà dalle masse operaie e agrarie, dal momento che lo Stato non garantiva loro, alcuna protezione.
Anche nelle elezioni del maggio 1921 riscontriamo il “solito” Giolitti che approfittò del partito fascista per creare un grande partito di coalizione, ma la strategia giolittiana apparve sconfitta in quanto la maggioranza che ottennero, al contrario delle aspettative, fu molto debole e l’anziano statista, dovette consegnare nel luglio dello stesso anno, le dimissioni.

I CRITICI
Croce nella Storia d’Italia del 1928 descrisse l’età giolittiana come la migliore concretizzazione dello stato liberale. Riconobbe al grande statista piemontese la capacità di aver saputo mantenere l’ordine sociale e l’autorità dello stato, ma allo stesso tempo di aver lasciato campo libero alle competizioni economiche.
Volpe, lo storico nazionalista diede una diversa lettura di questo periodo storico, secondo lui la classe dirigente politica non fu in grado di soddisfare le aspettative di coloro che credevano in uno sviluppo imperialistico del Paese.
Ed infine l’interpretazione di G. Salvemini che nonostante avesse intravisto nell’età Giolittiana una “democrazia in cammino”non modificò il giudizio negativo da lui espresso sul giolittismo, il principale responsabile della fragilità del sistema liberale italiano, già incline al fascismo.
All’indomani della seconda guerra mondiale si sviluppò una vastissima letteratura storiografica.
Secondo il leader del Partito comunista italiano tra il 1943 e il 1964 Togliatti, Giolitti ebbe il pregio di capire i bisogni delle masse popolari e di aver tentato di dar vita a un ordine politico di democrazia.
Partendo da questi studi Carocci ha analizzato l’intero contesto della società italiana del primo novecento, identificando una classe borghese sempre più forte capace d’imporsi nei confronti del movimento socialista e proletario, e proprio in questo derivano secondo lo storico i limiti sociali e politici dello sviluppo italiano. De Felice vide nel periodo 1901-1914, il più serio e moderno tentativo riformista di tutta l’età liberale, un tentativo per consolidare l’egemonia borghese che ebbe come limite l’arretratezza della proprietà meridionale.
LA CAMPAGNA INTERVENTISTA DANNUNZIANA
Esule volontario in Francia per sfuggire ai molteplici creditori, d’Annunzio torna in Italia grazie al re che probabilmente aveva provveduto ad estinguere i suoi debiti.
Naturalmente la motivazione era più che valida, il re voleva servirsi dell’eloquenza e delle grandi capacità comunicative di questo personaggio per promuovere una grande campagna a favore dell’entrata in guerra dell’Italia, in grado di coinvolgere attivamente la popolazione italiana.
Analizzando oggi ciò che è stato, d’Annunzio seppe organizzare un movimento molto persuasivo attraverso manifestazioni, cortei e adunate oceaniche in piazza.
Nel 1915 durante i “discorsi di Quarto” d’Annunzio piuttosto che la commemorazione della spedizione garibaldina, si preoccupò di trattare il problema a lui contemporaneo, nonché spronò gli italiani ad appoggiare l’entrata in guerra per completare l’unità, incitò i cittadini alla violenza nel nome della patria, per salvarla da coloro che al contrario volevano “venderla ai tedeschi”.
Rinnegò totalmente il neutralismo di Giolitti e fu molto critico nei confronti delle sua politica denunciandone in particolare la mediocrità, attraverso un linguaggio violento e retorico che verrà successivamente recuperato dal fascismo squadrista. D’Annunzio parla di “grigio diluvio democratico moderno”, respinge dunque i principi egualitari, sostenendo che essi minacciano di appiattire, uniformare l’umanità, impedendo ai “migliori” di emergere. Ecco il superomismo d’Annunziano, che è dunque il dominio della massa e il compiacimento nell’essere ammirati da essa.
D’Annunzio partecipò concretamente al conflitto mondiale, ma sempre con quell’atteggiamento esibizionista. Considerava la guerra come “propria”ed il suo obiettivo era farne un’opera d’arte attraverso la ricerca incessante del gesto inutile come il volo su Vienna o la beffa di Buccari. Durante entrambe l’esperienze provocò e beffeggiò il nemico senza causargli però alcun danno proprio perché altrimenti l’azione sarebbe diventata da “inutile” a concreta perdendo così il suo fascino.
Nel dopoguerra lo ritroviamo come interprete dei rancori per la “vittoria mutilata”che fermentavano tra i reduci, capeggiò una marcia di volontari su Fiume, dove instaurò la reggenza del Quarnaro.
Nel 1920 con il trattato di Rapallo la città diveniva definitivamente slava, dunque dopo un primo momento in cui si ripromise di resistere a tutti i costi, rinunciò a Fiume.
IL RAPPORTO D’ANNUNZIO-MACCHINA E MODERNITA’
Negli scrittori dell’ottocento si riflette chiaramente la paura per la modernità e quindi soprattutto nelle nuove macchine. D’Annunzio che nelle Vergini delle Rocce ( 1895) si scagliava sdegnato contro la nuova “barbarie” dello sviluppo capitalistico moderno, qualche anno dopo con Maia (1903) d’Annunzio propone un nuovo modo di collocarsi di fronte alle macchine.
Visto che il “mostro della modernità” non può essere ucciso, non resta che tentare di esorcizzarne la presenza, conferendogli un alone mitico che lo legittimi.
Le realtà del capitalismo, il mercato e soprattutto la macchina, vengono esaltate come manifestazioni di energia e virtù eroica. Le macchine industriali vengono mitizzate come docili strumenti dell’uomo, che libera l’uomo dalla fatica e gli fornisce un’abbondanza inesauribile di beni.
D’Annunzio però a tutto questo affianca l’esaltazione della potenza industriale che sfocia inevitabilmente nell’esaltazione dell’imperialismo aggressivo.

LE MIGLIORI CONDIZIONI DI VITA DEGLI ITALIANI
Nel primo quindicennio del Novecento si registrò un miglioramento nelle condizioni di vita delle classi rurali.
Tra il 1900 e il 1915 il reddito pro capite aumentò del 28%, il tasso di mortalità scese dal 26,7 per mille nel 1901 al 19,2 nel 1914. Il consumo di grano aumentò da 117 chili a testa annui nel 1900 a 164 chili nel 1909.
Con l’aumento del numero delle scuole e degli insegnanti, l’analfabetismo diminuì e la frequenza nelle scuole aumentò.
Nel 1911 soltanto il 37,6% della popolazione superiore a sei anni non sapeva leggere o scrivere rispetto al 48,5% nel 1901.
I salari cominciarono a salire notevolmente nell’industria così come, anche se in minor misura, nell’agricoltura.
La manodopera femminile e minorile nell’industria scesero considerevolmente. Furono approvate leggi speciali per la protezione degli operai dell’industria del tabacco, per migliorare le spaventose condizioni fisiche dei braccianti che lavoravano nelle risaie del Piemonte e della Lombardia.
Nel 1914 l’Italia era un paese in cui era molto più piacevole vivere di quanto non fosse nel 1900, era ormai uno dei paesi industriali d’Europa.
Bisogna tener comunque conto del divario presente tra il nostro Paese e gli altri stati dell’Europa settentrionale, il nostro reddito pro-capite era infatti ancora poco più della metà rispetto a quello tedesco e meno di un terzo di quello inglese.
L’alimentazione quotidiana dell’italiano medio conteneva il 20% di calorie in meno rispetto a quell'anglosassone.
Si compirono insomma progressi in ogni campo, ma non tali da eguagliare quelli dei paesi più avanzati (Inghilterra, Germania, Francia).
LA CONDIZIONE DELLE DONNE E IL MOVIMENTO DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE

Le donne nell’Italia giolittiana si trovarono a lottare su diversi fronti: il problema della discriminazione sul lavoro, quello dell’emarginazione politica, le questioni sociali come il negato diritto al divorzio.
La chiesa cattolica prese posizioni ostili nei confronti dell’emancipazione, mentre i socialisti intenti a privilegiare i problemi del lavoro, mantennero un atteggiamento ambiguo.
Lo stato liberale continuò a negare alla donna il diritto di voto.
La cultura dominante esprimeva dunque nei confronti delle donne emancipate disprezzo o in ogni caso un esplicito antagonismo.
LA STAMPA NELL’ETA’ GIOLITTIANA

In Italia, nei primi decenni del secolo, il mercato dei quotidiani era caratterizzato dalla mancanza d’una adeguata rete di distribuzione e di punti di vendita. La maggior parte dei giornali lavorava dunque in perdita.
All’inizio del ‘900 la gestione dei giornali principali s’indirizzò verso una base più industriale, quindi dovettero iniziare a procurarsi capitale azionario e crediti bancari.
Il “Corriere della Sera” che aveva iniziato le pubblicazioni nel1887 era subito stato coinvolto in una guerra con il suo principale rivale milanese”Il Secolo”, fondato nel 1866, di orientamento social-democratico.
Sotto la direzione di Luigi Albertini il "Corriere" si trasformò in un’impresa moderna, che passò da 75.000 copie giornaliere nel 1900 a 350.000 nel 1920.
Alberini aveva studiato l’organizzazione del “Times” e aspirava a ricreare in Italia il modello di un giornale autorevole, indipendente dal governo e dai partiti, in grado di formare l’opinione pubblica e d’ influenzare l’élites.
Alberini gestì l’azienda come una tipica impresa capitalistica, aumentando il numero dei collaboratori e la specializzazione delle cronache, creando una rete di corrispondenti esteri, variando la produzione.
Lo sviluppo del “Corriere” spinse gli altri quotidiani ad agire analogamente puntando ad una rapida modernizzazione competitiva.
LA BELLE EPOQUE

Per alcuni italiani questo periodo rappresentò la possibilità di una vita in cui vi era posto anche per svaghi: le vacanze al mare o in montagna, il teatro, la conversazione.
Nella musica trionfava l’opera di Puccini, con la sua vena facile e orecchiabile. Nella poesia era il momento dei crepuscolari che cantavano le dolcezze e le malinconie della vita borghese.
Le scene erano dominate dall’inimitabile Gabriele d’Annunzio e dalla sua amica e compagna Eleonora Duse.
Il cinematografo faceva le sue prime prove, e l’Italia fu il paese in cui le enormi possibilità di questo nuovo mezzo di espressione furono intuite prima che altrove.
È proprio dagli studios di Torino, Roma, Milano, che uscirono i primi grandi film storici.
Un’altra moda del momento era quella dello sport, in particolare dell’automobilismo , in cui le macchine italiane Fiat, Macerati, Alfa Romeo si assicuravano vittorie su vittorie.
Per la massa popolare vi erano invece il calcio e il ciclismo con il suo Giro d’Italia.
Non dobbiamo però scordarci lo sfondo su cui questi nuovi comportamenti collettivi nascono, e cioè sull’Italia di sempre,“dei contadini”, un paese di analfabeti ed emigranti.

L’INDUSTRIA DELL’ETA’ GIOLITTIANA.
L’Italia fra il 1896 e il 1914 conobbe, in forte ritardo, una vera e propria fase di decollo industriale.
Dall’industrializzazione si accentuarono le differenze delle due Italie, quella moderna e quella arretrata e semicoloniale.
Giolitti, si rese perfettamente conto, guardando anche all’esperienze dei paesi più avanzati, che l’Italia necessitava di una svolta industriale e permise dunque il passaggio da una struttura economica di vecchio tipo, fondata sulla terra e sulla banca, ad una struttura fondata sull’impresa industriale e sul capitale finanziario.
Fu proprio tra gli anni 1902 e 1907 che l’industrializzazione accelerò al massimo. Il tipo di crescita dell’industria italiana in questo periodo fu quello proprio della fase monopolistica dominata dal capitale finanziario, con l’appoggio dello Stato.
I progressi furono assai rilevanti nel campo della siderurgia e della meccanica, e in quello “nuovo”dell’energia elettrica dove ad agire come propulsore troviamo il capitale bancario.
L’industria siderurgica, con i suoi centri a Terni, Savona, Piombino e Bagnoli, acquistò rapidamente la fisionomia di un trust, che prosperava sulle commesse statali ( ferrovie, navi, armamenti).
L’industria meccanica si sviluppò soprattutto nel campo delle macchine pesanti ( locomotive, motori per navi) rimanendo più debole nel settore delle macchine utensili, macchine agricole, ecc..
Un notevole slancio ebbe l’industria automobilistica, concentrata soprattutto a Torino. La FIAT, sorta nel 1899 per iniziativa di Giovanni Agnelli, acquistò una netta preminenza. Nel 1908, a Ivrea, sorse un’altra fabbrica, di macchine da scrivere, fondata da Camillo Olivetti. Anche l’industria elettrica, che aveva avuto la sua origine con la fondazione della società Edison, ebbe un notevole incremento.
I progressi nell’impiego dell’energia elettrica furono notevoli: dai circa 100 milioni di chilowattora del 1898 si passò nel 1914 a 2575 milioni, cifra peraltro assolutamente insufficiente al fabbisogno. L’industria chimica, aumentò molto la produzione specie di fertilizzanti, di materiale elettrico e di prodotti di gomma ( l’industria della gomma aveva a Milano la sua maggiore fabbrica, la Pirelli, fondata nel 1872). Fra le industrie tessili, quelle del cotone fu la più dinamica, mentre minori progressi conobbero l’industria laniera e della seta. Su una popolazione di circa 32 milioni e mezzo di abitanti, nel 1901 gli addetti all’industria ammontavano a circa 4 milioni di persone, nel 1911 erano saliti a circa 4.400.000, con un incremento intorno al 10% su una popolazione complessiva di circa 34 milioni e 700 abitanti.
Sia quantitativamente che qualitativamente l’industria si concentrò nel triangolo industriale. Lo slancio industriale si collegò pertanto ad una notevole ripresa dell’agricoltura, che fece i suoi progressi soprattutto nei settori della cerealicoltura e della zootecnica, ma l’incremento non avvenne in maniera omogenea in tutta l’Italia. La sola Pianura Padana giunse a produrre il 40% del frumento italiano.
Il sud rimase decisamente alla retroguardia. I grandi latifondisti,nelle cui proprietà vigeva una povera coltura estensiva di cereali, ebbero assicurate rendite parassitarie e premiarono per questo il governo con il loro “ministerialismo”.
Anche i settori dei vini, della frutta e dell’olio d’oliva, che per il carattere pregiato avrebbero potuto con esportazioni adeguate introdurre nel Mezzogiorno notevoli capitali, rimasero però al di sotto delle loro possibilità per l’inadeguatezza della politica commerciale dello stato, che ne trascurò sistematicamente i bisogni.
FABBRICA TESSILE
LA MANODOPERA DEL REPARTO TRANCIATURA LAMIERE PER LA LAVORAZIONE DEI CARICATORI DELL’INDUSTRIA METALLURGICA.

CRESCITA ED EVOLUZIONE FORDISTA
Il ciclo fordista, basato su un sistema di produzione rigido è passato attraverso quattro fasi:
nella prima, che si verificò all’inizio del secolo, il capitale finanziario concentrò i suoi investimenti nelle industrie di base (acciaierie, stabilimenti chimici, ferrovie, energia elettrica) e soprattutto nell’industria automobilistica.
Esse resero necessari nuovi metodi di direzione e controllo dell’amministrazione e della produzione, che ritroviamo nelle teorie di Taylors, applicate da Ford con la divisione del lavoro e la catena di montaggio.
La seconda fase, che coprì il periodo tra le due guerre mondiali, fu caratterizzata da un eccezionale sviluppo delle tecniche gia esistenti e dal miglioramento della loro efficienza produttiva.
Le dimensioni aziendali aumentarono, spinte da una maggiore concentrazione del capitale finanziario e dalla necessità di realizzare economie di scala ( nonché la diminuzione del costo medio di produzione grazie all’utilizzo ottimale dell’impianto, ai costi dei macchinari, del lavoro..ecc..all’aumentare della dimensione dell’impianto stesso.)
La terza fase del ciclo fordista, subito dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni settanta, portò all’avvento del binomio tra industria e ricerca, l’applicazione su scala industriale delle scoperte scientifiche, l’estensione al Giappone dell’industria di massa.
Le trasformazioni investirono anche nel settore dei servizi.
Nell’ultima fase che si è dunque protratta dai primi del settanta agli anni novanta è avvenuta la completa internazionalizzazione dell’economia mondiale sono emersi altri soggetti che hanno affiancato i paesi di più antica tradizione industriale.
In questa fase la produzione e il consumo di massa sono andati in crisi, insieme a tutto il modello fordista.
Il mercato si è frantumato e la stabilità e l’omogeneità nei consumi sono state sostituite da variabilità e diversità.
Dunque, è nata la necessità di realizzare modalità di produzione adattabili rapidamente a un mercato in continua trasformazione. Ora quindi viviamo la quinta fase che non è altro che l’inevitabile declino del modello fordista.
Le fabbriche moderne devono sempre più puntare ad una riorganizzazione dei processi produttivi, grande flessibilità, elevate competenze delle risorse umane, specializzazione delle strutture
Naturalmente lo sforzo di ciascuna impresa, deve essere sostenuto dai governi attraverso politiche economiche e industriali adeguate.
Quindi in conclusione per sfruttare l’enorme potenzialità di sviluppo offerta dalla ricerca scientifica e dalle nuove tecnologie il fattore creativo che assume oggi un ruolo strategico avrà la capacità d’integrare le istituzioni, le imprese, le organizzazioni e le risorse umane interne ad esse.
I RAPPORTI ECONOMICI IN EPOCA LIBERALE E LA SUCCESSIVA CRISI DEL SISTEMA
Nella seconda metà dell’ottocento e nei primi anni del novecento la proprietà divenne strumento di potere dei capitalisti.
Essa cominciò addirittura a prescindere dal rapporto diretto di uso o sfruttamento tra il proletariato e il bene, diventando quota di potere in imprese impersonali, un esempio molto chiaro lo rappresentano le società per azioni nelle quali si possono investire ricchezze naturalmente in azioni.
I meccanismi dell’economia capitalistica, lasciati a se stessi senza regole, ebbero conseguenze sociali crudeli.
Per produrre a costi sempre più bassi per combattere la concorrenza, il lavoro veniva trattato come merce da vendere e acquistare al minor prezzo possibile.
La società dell’ottocento si vede dunque spaccata tra proprietari-capitalisti e proletari-lavoratori, i primi nonché la borghesia erano la classe dominante, godevano pienamente delle libertà riconosciute dallo Statuto, i proletari al contrario rappresentavano la classe sociale ridotta ad estrema indigenza, esclusa dai diritti e dallo Stato.
Dunque in questo contesto di estrema conflittualità e instabilità sociale, il compito dello Stato liberale era quello di preservare le condizioni della libera concorrenza nell’economia e della libertà del mercato, cioè impedire la violazione dei meccanismi di funzionamento del mercato da parte delle imprese ( esempio creazione di monopoli ).
Dunque lo Statuto albertino, nonché la prima Costituzione dello Stato italiano, fu lo strumento attraverso il quale il re concesse alla borghesia i diritti di libertà e proprietà ed istituì una camera in cui la borghesia potesse eleggere i propri rappresentanti.
Sicuramente la proprietà rappresentava il diritto più significativo, in quanto il sistema liberale trovò le sue basi proprio lì.
Venne concessa come già scritto la Camera, l’unico organo elettivo previsto dallo statuto, ma eletto a suffragio ristretto, il suffragio universale si considerava rischioso perché avrebbe introdotto nella vita politica tendenze rivoluzionarie, incompatibili col carattere moderato dello Statuto.
Per esercitare il diritto di voto l’individuo doveva possedere il requisito culturale, dunque sapere leggere e scrivere, ma anche il requisito censitario, legato al pagamento di un ‘imposta sul reddito.
Dal voto inoltre erano escluse le donne perché si credeva che non fossero in grado di esprimere voti consapevoli, ma sarebbero state condizionate da indicazioni dei parroci, dei padri o dei mariti.
Nel corso dei decenni successivi si operarono progressivamente varie riforme elettorali con l’intento di sollecitare una sempre più ampia partecipazione alla vita dello Stato.
Nel 1912, infine, venne varata la riforma elettorale, con la quale s’introduceva il suffragio universale maschile.
A questo punto, possiamo affermare che il regime liberale censitario si era trasformato in regime democratico (almeno per quanto riguarda i maschi), con l’ingresso sulla scena politica delle grandi forze popolari, organizzate nei grandi partiti di massa.

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Esempio



  


  1. luca

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  2. roberto

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