L'antidoto della malinconia

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

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Testo

Tognon Matteo
Classe 4^Ast
ANALISI DI UN TESTO NARRATIVO:
L’Antidoto della malinconia
Autore: Piero Meldini
Casa editrice: Adelphi
Numero di pagine: 152
Anno di stampa: 1996.
Piero Meldini è uno scrittore contemporaneo nato a Rimini nel 1942 dove vi dirige la Biblioteca Gambalunghiana, fondata agli inizi del Seicento. E’ proprio sul finire di questo secolo, avventuroso e abbagliante, nonché intriso di umor nero, che l’autore decide di ambientare il suo libro intitolato “L’antidoto della malinconia”. La storia si svolge esattamente nel 1690, lo stesso anno in cui un gruppo di letterati, che solevano riunirsi intorno a Cristina di Svezia, costituirono un’accademia che si chiamò dell’Arcadia, la quale volle deliberatamente opporsi al cattivo gusto, vale a dire all’indirizzo della poesia seicentesca, propugnando un ritorno alla lirica cinquecentesca e petrarchesca ed allo studio più approfondito dei grandi classici dell’antichità. In questa cornice, in una città periferica dello Stato della Chiesa, vivono due personaggi le cui vicende sono strettamente intrecciate: quello di uno speziale già avanti con gli anni e quello di un’aristocratica diciassettenne, di nome Matilde.
Questi due personaggi sono legati tra loro dal fatto che lo speziale considera la ragazza una sorta di figlioccia. Essi vivono in una città, il cui nome non è menzionato dall’autore, dall’aspetto medievale, circondata da mura dalle quali pendevano delle piante di cappero, comunicante con l’esterno attraverso tre porte principali: la porta Gallica, la porta Montanara e la porta Marina. Subito oltre le mura c’era il mare e, lungo la costa, un vecchio osservatorio. Nella città passava un torrentello, l’Aprusa, che nei mesi estivi si riduceva a un filo d‘acqua creando pozze melmose per l’immensa felicità dei ranocchi. Oltre a questo fiumiciattolo, c’era anche un altro corso d’acqua, chiamato “Il Gorgo del Diavolo” per le terribili leggende che su di esso si narrava.
Le vicende si svolgono nell’arco di un anno passando di mese in mese e quindi seguendo il regolare svolgimento del tempo.
Gioseffo lo speziale è un uomo eccentrico molto erudito, non sposato e senza figli, che ha come unico amico un bracco di quindici anni e passa, chiamato Orione, cane fedele e servitore nei confronti del quale la morte si rivelava troppo indaffarata per occuparsi di lui. I due abitano in un edificio formato da due piani: al piano inferiore c’era la bottega, fredda, con un camino attraverso il quale d’inverno ”il vento infilandosi sibilava le sue pene”, con i mattoni del pavimento sconnessi e con un coccodrillo impagliato che pendeva dal soffitto, essa, tramite una scaletta di legno, comunicava con il vano superiore che comprendeva la camera dello speziale. In questo luogo egli si dedicava alla compilazione di un’opera enciclopedica in dieci capitoli mirata alla conoscenza della scienza, che è il suo unico interesse, intitolata “L’antidoto della malinconia” e stila lunghe lettere ad un cardinale “Eminentissimo e reverendissimo signor padron mio colendissimo..”, immagine d’ogni potente, che dovrebbe benevolmente proteggerlo, nelle quali lo tiene al corrente degli sviluppi del suo lavoro.
La sua figlioccia, Matilde, facente parte della famiglia degli Ippoliti, abitava sola con la madre Adelaide in un palazzo lugubre e tetro che ”trasudava di caligine, muffa e solitudine”. La situazione precipita quando la ragazza si ammala di un male che Gioseffo si accorge di non poter curare perché a lui sconosciuto: il mal d’amore. La figlioccia, infatti, s’invaghisce di un giovane sgradito alla sua famiglia: il figlio del conte Brancorsi, Rocco. Egli era un giovane rissoso e prepotente, uno scapestrato furfante paragonato all’alfiere del gioco degli scacchi che faceva soccombere nelle taverne i pedoni (che erano i suoi ‘amici’).Per questo era visto, nel paese, come un omicida che sfruttava il nobile casato del padre per i suoi turpi delitti. È per questo che la povera giovane venne rinchiusa, contro la sua volontà, in un convento di clausura dove di lì a poco tempo si tolse la vita gettandosi in un pozzo per la disperazione e per la malinconica solitudine che ella provava.
Intanto giunge il Carnevale e, in un tetro palazzo, Gioseffo assiste ad una compunta e grottesca seduta dell’Accademia dei Pennuti: una piccola stanza ortogonale che simulava l’interno di una voliera che ospitava colti uomini che si radunavano per discutere animatamente su problemi, quali l’amore e i baci, proposti dal padrone di casa: il marchese Angolati (l’aquila). Questi discorsi vengono presi in giro dall’autore che, tramite la voce di Gioseffo ‘pensante’, li critica e li deride.
I mesi passano e, mentre Gioseffo continua a inviare lettere al suo ‘non corrispondente’: il cardinale Odendei, per informarlo del progresso del libro, arrivano in città due misteriosi forestieri, un adulto scuro di pelle con occhi ‘infossati e lustri’ e un bambino di cinque/sei anni, Giovan Battista, dal cui ventre si dipartiva il corpo di un altro bambino, suo fratello Lazzaro, che viveva ‘subordinato al fratello che l’ospitava’: non mangiava e non beveva e riceveva nutrimento per mezzo di Giovan Battista. Questo mostro bicefalo venne esibito nella bottega di un barbiere sotto lo sguardo esterrefatto degli abitanti del villaggio e dello stesso Gioseffo.
Le vicende paradossali, però, non sono finite: una domenica tutti gli abitanti del paese si radunarono attorno alla cattedrale dove un immane sciame di farfalle rosse e nere comparve sulla facciata della chiesa, lasciando dietro di se una pozza di sangue vivo. Questo fenomeno è visto dalla folla impaurita come una punizione divina: i preti spargevano acqua santa e le donne pregavano il Signore fino a che, venuta la sera, le farfalle formando un gruppo compatto se ne andarono come erano arrivate.
Arriva l’estate, il paese è in fermento per l’arrivo dell’eminentissimo cardinale Odendei. Il più eccitato è sicuramente Gioseffo che aveva finalmente terminato e costosamente rilegato il suo libro indirizzato al cardinale e che aveva ottenuto, con grande gioia, l’incarico di accogliere, all’Accademia dei Pennuti, l’arrivo dell’uomo religioso con un’omelia minuziosamente preparata dallo speziale stesso che aveva impiegato anima e corpo nel realizzarla. Arriva il fatidico giorno, l’Accademia dei Pennuti è traboccante di persone altolocate e il cardinale è seduto in una fastosa e regale poltrona in mezzo alla stanza. L’entrata di Gioseffo è accolta con grandi esclamazioni e, in questo clima favorevole, lo speziale porge il libro al cardinale che lo rifiuta aspramente con pesanti parole di disapprovazione. Questa azione lascia di sasso Gioseffo che si rende conto che tutte le sue lettere non sono mai arrivate a destinazione. L’omelia da lui scrupolosamente preparata si tramuta in parole accusatorie nei confronti dei personaggi potenti che sfruttano il loro rango ai danni dei più deboli; questo lascia esterrefatti tutti i presenti che cacciano Gioseffo dalla sala. Il pover’uomo, che aveva perso tutte le motivazioni per vivere, raggiunse la sua abitazione dove decise di avvelenarsi. Dopo aver porto una dose del mortale liquido al suo fedele cane che non lo voleva abbandonare neanche dopo la vita, piomba in uno stato di sconforto e muore avvelenato. Un brivido gelido lo avvolse e, in una distesa erbosa, trovò Orione che lo aspettava ubbidiente.
Il corpo dello speziale venne ritrovato la mattina seguente vicino ad un foglio di carta con soprascritte le ultime parole che pronunciò Aristotele prima di morire: “Sono venuto al mondo con vergogna. Sono vissuto nell’inquietudine. Me ne allontano confuso. Dove vado, non so. Pietà di me”.
E nella notte senza stelle né vento, una notte pietrificata, dormono le cime dei monti, dormono le api laboriose (contadini) dormono i potenti e dormono lo stesso sonno, in due letti separati, Matilde e Gioseffo.
Il tema del libro è quindi quello della malinconia cui oggi si associa un altro termine “simile” ma diverso per contesto culturale: depressione. La differenza che questo racconto mette in luce è che mentre oggi si ritiene che la depressione sia una malattia, nel Seicento si riteneva che essa fosse uno dei quattro temperamenti. A questo proposito nel libro è citata la figura di Ippocrate, uno dei maggiori medici dell’antichità che elaborò una teoria medica basata, appunto, sulla concezione di quattro umori: la malinconia, la collera, la calma (flemma) e la passione; l’alterazione di uno di questi, secondo Ippocrate, genera le malattie. Nel romanzo, quindi, si distinguono delle categorie di persone che non venivano considerate più o meno fortunate di altre ma che erano portate alla visione della vita con gli occhi del “malinconico” che, mentre da una parte non faceva vedere certi aspetti di essa, quelli per così dire allegri, dall’altra permetteva di vedere cose che gli altri non vedevano: non a caso tra i malinconici venivano annoverati i poeti, gli scrittori, gli artisti e i musicisti. Era in qualche modo un temperamento che predisponeva alla creatività ed è per questo che lo speziale colto/malinconico è capace di scrivere addirittura un libro, cosa sicuramente non comune alle persone del suo rango.
Analizzando il contenuto del libro si può notare che numerose sono le reminiscenze attraverso le quali lo scrittore chiarifica o espone un concetto che vuole trasmettere al lettore. Prima fra tutte la citazione al Purgatorio dantesco chiamato in causa nella descrizione di Giovan Battista, il ‘mostro bicefalo’ che “accanto alle fiamme del camino sembrava un’anima tra le lingue di fuoco del Purgatorio”. Dante colloca tra le lingue di fuoco i Lussuriosi, nell’ultima cornice (la settima) prima del Paradiso Terrestre. Questo, secondo me, sta a sottolineare l’aspetto spirituale: il bambino sembrava un esserino dell’aldilà più che dell’aldiqua, presente più spiritualmente che fisicamente.
Vengono inoltre citati due versi da un’opera del poeta italiano Fulvio Testi (1593-1646) sotto riportati:
“Io qui, con voce lieta,
Della tua gloria applaudo a’Be trionfi”.
Essi vengono citati da un esponente dell’Accademia dei Pennuti per lodare Gioseffo prima della lettura dell’omelia da lui preparata per il cardinale. Gioseffo, e quindi lo scrittore, ha un gran rispetto per questo poeta; lo si capisce dalla risposta che formula al suo adulatore:
” Non scomodate il grande Testi per me”.
Nel libro ,inoltre, si racconta la storia di Damocle: egli era cortigiano del tiranno di Siracusa, Dionigi il Vecchio, che, ad un banchetto, gli fece sospendere sulla testa una pesante spada trattenuta soltanto da un sottile crine di cavallo; questo fatto è stato utilizzato per descrivere il comportamento della scorta del cardinale che “pendevano sul popolo come la spada di Damocle”.
Non mancano citazioni su Vitruvio: scrittore romano del I secolo a.C., celebre per il suo trattato ‘De Architectura’ che ebbe grandissima influenza nella cultura architettonica del Rinascimento; su Nembrotte: personaggio biblico ricordato nella Genesi come fondatore di un impero in Babilonia e Anzio e ricordato anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia, paragonato al cane Orione quando era ancora in giovane età che cacciava come l’eroe biblico menzionato. Esempi di dediche di libri vengono fatte citando Aristotele che dedicò i sui scritti ad Alessandro e san Girolamo che ne fece omaggio a Papa Damaso.
Per quanto riguarda i richiami a personaggi e luoghi mitologici, si menzionano quelli a Morfeo, Dio greco dei sogni, figlio di Ipno (che significa appunto sonno), a Penelope, paragonata al protagonista in quanto speranzoso e infelice come lo era la moglie di Ulisse, a Perseo che sconfisse la Medusa e, infine, ai Campi Elisi, luogo di suprema felicità che Gioseffo raggiunge in quanto dimora dei giusti nell’oltretomba.
Lungo tutto l’arco della storia frequenti richiami vengono fatti utilizzando l’allegoria della Morte vista come un momento che arriva dolcemente senza procurare dolore ma soltanto torpore e un po’ di freddo, una liberazione al triste mondo in cui viviamo che ti fa raggiungere un luogo dove le sofferenze si placano e si spengono e “dove si incrociano le linee di fuga dell’esistenza”.
Assidui sono i soliloqui serali dello speziale che, rimasto solo nella sua bottega, conversa con lo spirito di sua madre, suo padre (speziale anch’egli) e suo fratello che seduti in un angolo della stanza lo fissano pensierosi. Un’immagine, dunque, che richiama la solitudine e l’attaccamento familiare di Gioseffo che sente così il bisogno di conversare e di esporre le sue idee (peraltro molto critiche nei confronti della società) con qualcuno a lui caro, anche se inesistente ma che comunque ha pazienza di ascoltarlo.
Nonostante la morte del protagonista il romanzo si può considerare a lieto fine in quanto, finalmente, i personaggi raggiungono la felicità e la tranquillità tanto sospirata e attesa.
GIUDIZIO
Il libro, che non presenta una vera storia come solitamente accade nei romanzi ma che ripercorre invece semplicemente l’ultimo anno di vita di uno speziale, mi è piaciuto e mi ha colpito molto soprattutto per l’utilizzo ricorrente da parte dell’autore di similitudini e metafore esemplificative ma mi ha colpito anche per l’originalità della trama proposta.
GIUDIZIO SULLO STILE
L’autore dà l’impressione di ricercare un linguaggio colto ed erudito rifacendosi continuamente a eventi e personaggi del passato per specificare o chiarire un determinato concetto o idea espressa. La comprensibilità del testo, di conseguenza, in alcuni punti è risultata difficile accentuata anche dalle parole latine presenti in larga misura (se ne contano circa quattro, se non intere frasi, in ogni pagina). Per capire quindi bene la storia e tutte le similitudini utilizzate ho dovuto far spesso ricorso al vocabolario non solo italiano ma anche latino e all’enciclopedia.

Esempio



  



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