Il XIX secolo

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Testo

Istituto Tecnico Commerciale e Geometri
“E.Pantaleo”
ISTITUTO TECNICO COMMERCIALE E PER GEOMETRI “E.PANTALEO”
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Tesina
Il XIX secolo:
dalla Rivoluzione industriale all’Unita d’Italia
a cura di Somma Elisabetta
Classe 5Ag
a.s. 2006-2007
Indice
• Presentazione
• The industrial revolution
-Nomenclature
-Causes
-Innovations
-Industry
-Transport
-Social effect
• Manzoni: il critico, lo storico, l’artista
• L’Italia dopo il Congresso di Vienna
• La lirica patriottica del Manzoni
• Moti rivoluzionari degli anni 1820-1821
• Delusione storica del Manzoni nelle tragedie
• Moti rivoluzionari del 1830-1831
• Il romanzo storico manzoniano
• Moti rivoluzionari del 1848
• Manzoni: senatore dell’Italia unita
Presentazione
Il presente percorso si pone come obiettivo quello di delineare la storia del XIX secolo, partendo dalla Rivoluzione industriale, sviluppatasi negli ultimi decenni del 1700, fino all’Unità d’Italia, avuta il 17 marzo 1861, con la proclamazione del primo Parlamento del Regno d’Italia.
In questo periodo storico, dalla fine del’700, ebbe inizio una nuova corrente letteraria: il romanticismo.
Con la Rivoluzione industriale il lavoro si spostò nelle fabbriche e le macchine presentavano un duplice aspetto: da una parte generavano il progresso con l’aumento della produzione e la parziale liberazione del lavoratore dalla fatica fisica, dall’altra producevano uno sfruttamento dell’uomo molto più duro e spietato di prima. In Inghilterra gli operai abbandonarono le campagne e si concentrarono nelle città. I capitani d’industria instaurarono nelle fabbriche una disciplina severa che consentisse un più sistematico sfruttamento del lavoro. Dalla Rivoluzione industriale nacque una nuova classe sociale: il proletariato, mentre la borghesia sviluppò il potere economico. Il romanticismo è l’espressione artistica di questa borghesia. La corrente di pensiero romantica segnerà una svolta radicale nella vita dell’uomo e del suo rapporto con la natura e l’universo. Volendo periodizzare l’avvento di tale fenomeno nella nostra penisola, bisogna riferirsi all’epoca della Restaurazione e, più in particolare, agli anni in cui il Congresso di Vienna cercherà di cancellare decenni di storia e risparmiare l’ancien regime alla vecchia Europa (fine 18°secolo-metà 19° secolo). La corrente romantica si muove verso la ricerca dell’origine delle proprie radici culturali, della propria etnia e quindi della riscoperta dell’ideale della nazionalità. In Italia, il ripristino delle proprie origini, generò il ritorno alla civiltà greco-romana e alla riscoperta dei valori e simbolismi mitologici, tipici delle epoche precedenti. Su tutto, l’avvento della cultura romantica segnò un ritorno al sentimento; ciò concederà all’uomo la possibilità di conoscere quello che è oltre la portata della sua ragione. Con questo presupposto di fondo, ci saranno due reazioni diverse degli uomini dinanzi alla nuova consapevolezza di se stessi e della propria vita: il titanismo e il vittimismo. L’uomo, in pratica, o accetterà dolorosamente la propria piccolezza oppure si esalterà nel suo sforzo, nel suo tentativo di conoscere l’ignoto e quindi di trovarsi in simbiosi con l’intero universo. Atteggiamenti differenti si ebbero per le influenze del pensiero romantico anche nell’ambito religioso. Infatti, alla scelta, d’ateismo di alcuni, fece riscontro in altri un forte senso religioso. Un forte senso di spiritualità fu espresso dal Manzoni in particolare nelle opere posteriori alla sua conversione al cattolicesimo. Il Manzoni è uno dei massimi rappresentati della cultura romantica ed è anche il personaggio storico che, seppur non abbia partecipato attivamente alle rivolte, seguì la nostra patria fino all’unificazione, diventando infine senatore a vita.
The industrial Revolution
The industrial Revolution was a major shift of technological, socio-economic, and cultural conditions in the late 18th century and early 19th century. It began in Britain and spread throughout the world. During that time, an economy based on manual labour was replaced by one dominated by industry and the manufacture of machinery. The industrial Revolution increased the development of the modern society and in many countries the industry became more and more important.
The causes of the Industrial Revolution were complex and remain a topic for debate, with some historians seeing the Revolution as a consequence of social and institutional changes in fact the nation had the government encouragement, a large and varied trade network and raw materials because starting from the 1740’s, cools mines are discovered in the “black countries” in the North-centre of England.
The new system interested particularly three sectors: the textile industry, the steam engine and the iron industry.
The first transformation of the industrial production took place in the cotton fabric, thanks to the important role of the colonies.
The mechanization of the textile fabric was caused by the use of the spool that doubled the capacity of the loom, and the use of spinning machine.
The most important innovation was the invention in the 1765 of the steam machine that increased the production of iron.
So the second phase of industrial revolution was characterized by the domination of metallurgic industry and also by the railways and the steam.
The supply of cheaper iron and steel aided the development of boilers and steam engines, and eventually railways. Improvements in machine tools allowed better working of iron and steel and further boosted the industrial growth of Britain.
In regarding communications and transportation, at the beginning of the Industrial Revolution, inland transport was by navigable rivers and roads, with coastal vessels employed to move heavy goods by sea. Railways or wagon ways were used for conveying coal to rivers for further shipment, but canals had not yet been constructed.
The Industrial Revolution improved Britain's transport and a network of canals and roads spread across the country. The greatest revolution, however, came with the invention of the steam train in 1804; the railroad penetrated the town with a network of tracks.
The industrial revolution led to many social problems among the working class:
1. Overpopulation in towns and bad houses
People move from the countryside, where the life had gone in the same way for centuries, to the big industrial towns, where they lived in very bad conditions: the houses were small and not safe, and that’s the beginning of the so called back-to-back terrace housing. These were usually built of brick, joined back-to-back, without any space for a garden. Most of all were built on two floors, with no water supply or inside lavatory. Sanitation and hygiene barely existed and throughout this period, the great fear was a cholera, typhus or typhoid epidemic.
2. Working condition and child labor
The working time was from 12 to 16 hours a day and the pay was not enough for the survival of the family. So also women and children had to work. Children were exploited in mines to reach the narrowest places. For this reason many of them got ill and child mortality increased.
3. Luddites
The introduction of machines caused the unemployment of many craftsmen and wavers who could no longer complete with features that required time to produce more products and cloth than them.
So the unemployed workers began destroying features and machines that had token their job.
The Luddite movement rapidly gained popularity and the British government had had to take drastic measures to protect industry.
4. Unions and Utopian communities
The workers began to create unions to improve their condition of life.
Robert Owen, proprietor of a cotton mill in Scotland presents an unusual plan for a co-operative community combining industry and agriculture. Other model communities were undertaken by industrial owners like Crespi Cotton Mill Italy, but they were so few in proportion with the real problem. The British Housing of Law of 1980 empowered the state and local authorities to build dwellings to rent to the workers.
Despite these laws, and the many others by the state, the situation remained unchanged for many years.
Manzoni: il critico, lo storico, l’artista
Manzoni è il principale esponente del romanticismo italiano, in rapporto al modo come ne interpreta gli ideali e l'impegno morale; egli è un romantico, ma non uno qualunque. Ha cristianizzato il nuovo contenuto; ha ingentilita e messa in voga una forma popolare; ha distrutto il processo ideale astratto, sostituendovi il processo reale e storico.
Nato a Milano il 7 marzo 1785, Alessandro Manzoni discende da una nobile famiglia. La madre, Giulia, è figlia del marchese Cesare Beccaria, autore dei delitti e delle pene, il trattato di fama europea contro la pena di morte. Giulia Beccaria nel 1792 finisce per separarsi con il marito e va a convivere a Parigi, fino al 1805, con il nobile milanese Carlo Imbonati. Alessandro trascorre così la fanciullezza e l’adolescenza (dal 1791 al 1801) nei collegi retti da padri Somaschi e Barnabiti, dove riceve l’educazione classica propria dei giovani delle classi superiori. Cerca però di allargare i limiti di una cultura sterile leggendo e traducendo Virgilio e Orazio, interessandosi personalmente alle opere di Parini e Alfieri. Alessandro esce da collegio con una profonda avversione per il formalismo religioso e per i metodi pedagogici degli ambienti della sua prima formazione. È pieno di spiriti ribelli, antireligiosi, libertari, antitirannici, di marca Giacobina, evidenti nel poemetto Del trionfo della libertà (1801). Dal 1801 al 1804 vive nella Milano napoleonica allora avanzato centro di cultura, dove convergono i più attivi rappresentanti della civiltà illuministica e liberare. Con questi viene a contatto il giovane scrittore, soprattutto con gli storici Cuoco e Lomonaco.
Morto nel 1805 Carlo Imbonati, Manzoni raggiunge la madre a Parigi, dove entra in contatto con gli “ideologi” cioè con gli eredi del vecchio Illuminismo, quali De Tracy, Cabanis, Fauriel. La frequentazione di questi intellettuali rafforza in Manzoni gli ideali democratici ed egualitari: odio della tirannide, ansia di giustizia e di libertà, lotta contro ogni ipocrisia, culto irrinunciabile del santo “Vero”, tutti gli ideali vigorosamente ribadite nel carme In morte di Carlo Imbonati (1805). Nel 1808 Manzoni torna a Milano per sposare con rito protestante Enrichetta Blondel. Enrichetta, però, approda ben presto alla fede cattolica, anche in seguito alle conversazioni con l’abate Eustachio Dègola. L’itinerario interiore della moglie influisce su quella del giovane marito che matura cosi gradualmente, un travaglio intellettuale che conduce Alessandro verso la conversione alla fede cattolica, avvenuta nel 1810. La conversione, indubbiamente, l’episodio più importante della biografia manzoniana, non provoca strappi e lacerazioni nel percorso culturale dello scrittore: la dottrina cristiana interviene a garantire e ad approfondire il suo messaggio di libertà, di giustizia, di uguaglianza tra gli uomini. La ritrovata fede cattolica tuttavia sollecita nuovi programmi letterari e nuove scelte politiche. Nasce nel Manzoni un rifiuto della concezione eroica e aristocratica che celebra solo i grandi, i potenti, i vincitori, e un interesse per i vinti, gli umili, le masse ignorate dalla storia ufficiale. La nuova ottica cristiana influenza profondamente anche la concezione manzoniana della letteratura. Nasce il bisogno di una letteratura che guardi al “vero” della condizione storica dell’uomo, di là da ogni finzione evasiva e di ogni convenzione artificiosa. Manzoni qualche anno più tardi, fisserà in una formula sintetica i principi che muovono la ricerca letteraria sua e degli altri intellettuali: “l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”. Tutta la produzione manzoniana, nei tre generi fondamentali - lirico, drammatico, narrativo - si presenta con un aspetto fortemente innovatore rispetto alla fisionomia della letteratura italiana nel periodo neoclassico. La prima opera scritta dopo la conversione, gli Inni sacri, nati fra il 1812 e il 1815 fornisce subito l’esempio concreto di una poesia nuova. Manzoni aveva progettato dodici inni sacri per celebrare le festività dell’anno liturgico ma né scrisse solo quattro: Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La passione. Un quinto inno la Pentecoste ebbe una gestazione più travagliata e fu condotto al termine solo nel 1822. I primi quattro inni sono costruiti su uno schema fisso: enunciazione del tema, rievocazione dell’episodio centrale, commento che affronta le conseguenze dottrinali e morali sull’evento. La Pentecoste, invece, rompe lo schema e insiste sul rivolgimento portato dallo Spirito Santo nella sua discesa nel mondo, culminando in un’invocazione affinché esso scenda ancora sull’umanità.

L’Italia dopo il Congresso di Vienna
Come si è già detto, gli anni che segnarono la nascita e l’estendersi della cultura romantica furono quelli del Congresso di Vienna, con il quale si cercò di creare ordine, alla luce della sconfitta di Napoleone e dei profondi mutamenti delle monarchie europee. Nel Congresso, le potenze vincitrici si riunirono fra il novembre del 1814 e giugno del 1815 per ridisegnare la Carta d’Europa. Il criterio che fu adottato in questa occasione, rispondeva al principio di “legittimità”, cioè all’imperativo di ricondurre sul trono, i sovrani legittimi e le dinastie spodestate dalla rivoluzione francese e dall’impero napoleonico. Ebbe così inizio l’età che fu detta della Restaurazione. Diversi e talora divergenti si rilevarono gli obiettivi e gli intenti delle stesse potenze vincitrici. Per quanto riguarda l’Italia, la situazione era questa che ci mostra la cartina.

Il 9 giugno 1815, con l'atto finale del Congresso, fu sanzionata la sistemazione che le potenze vincitrici intendevano dare all'Italia.
La combinazione tra il principio di legittimità e quello dell'equilibrio portò al controllo della penisola da parte dell'Austria, in opposizione alla Francia.
La situazione italiana era questa:
• L'ex repubblica di Genova andò ad ampliare il Regno di Sardegna sotto la dinastia dei Savoia;
• Il Veneto e la Lombardia costituirono il Regno lombardo - veneto, unito all'impero asburgico.
• Il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla fu dato a Maria Luisa d'Austria, moglie di Napoleone; lo Stato alla sua morte sarebbe tornato ai Borbone di Parma che, nel frattempo, entravano in possesso dell'ex repubblica di Lucca.
• Il Ducato di Modena e Reggio fu assegnato a Francesco IV d'Asburgo - Este.
• Lo Stato pontificio fu restituito a Pio VII, ma l'Austria ottenne il diritto di presidiare militarmente la cittadella di Ferrara.
• Il granducato di Toscana tornò ai Lorena con Ferdinando III.
• Nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia fu restaurato il potere dei Borbone, con l'assegnazione del Regno di Napoli a Ferdinando IV, che assunse il nome di Ferdinando I, re delle Due Sicilie.

La lirica patriottica del Manzoni
Per quanto riguarda il mondo letterario, la lirica patriottica rappresenta il genere poetico più significativo di questo periodo per l'autenticità di ispirazione e per l'attualità e vivacità dei temi. Predomina in essa l'impegno civile e pratico; questo genere nasce, infatti, nel clima del Risorgimento, di cui accoglie le istanze fondamentali e descrive i principali momenti. Manzoni era un patriota; avvertì tra i primi l’esigenza della rivoluzione nazionale e non mancò di testimoniare, in ogni momento di tensione, la propria convinta ed appassionata fiducia agli ideali di unità e indipendenza. Per sue le liriche civili però, c’è da registrare un’enorme differenza di valore fra le prime, composte rispettivamente nel 1814 e nel 1815, e quelle del 1821, rientranti negli anni più fecondi e più felici dell’ispirazione manzoniana.
L’“Aprile 1814” fu composta in occasione della vittoria degli Austriaci sui Francesi e del conseguente “cambio della guardia” nel governo lombardo. Per un po' si sperò che gli Austriaci non ripristinassero l’antico dominio sulla regione e volessero conservare il Regno italico, affrancandolo però dal giogo francese e difendendone l’indipendenza. Anche il Manzoni credette in questo sogno e compose in fretta questa canzone, ma poi l’abbandonò allo stato di abbozzo, quando gli Austriaci si insediarono in Milano “per diritto di conquista” e ne ebbero riconfermato il possesso dal Congresso di Vienna. L’opera, che si compone di 91 versi, fu poi pubblicata nel primo decennale della morte dell’Autore.
La canzone è una vera e propria arringa contro le prevaricazioni dei Francesi, usi a spogliare d’ogni ricchezza le terre “liberate” e ad imporre le inique leggi dei conquistatori come messaggi di redenzione, doni di civiltà.
Le speranze del Manzoni per una Patria libera ed indipendente si rifecero vive quando il 30 marzo 1815, durante l’avventura napoleonica dei Cento giorni, Gioacchino Murat, re di Napoli e cognato del Bonaparte, lanciò da Rimini un proclama a tutti gli Italiani perché si unissero a lui nel disegno di realizzare l’unità e l’indipendenza della Nazione.
Ma gli Italiani non si mossero: essi diffidavano più dei Francesi che degli Austriaci. Il Manzoni fu uno dei pochi a credere alla buona fede del Murat e alla possibile realizzazione della sua impresa, e compose “Il Proclama di Rimini”, una canzone che l’esito rovinoso della campagna militare intrapresa dal Murat contro gli Austriaci, troncò nel bel mezzo, al verso 51. Il frammento fu pubblicato nel 1848.
Nella canzone si fa l’esaltazione dell'ardimento di Gioacchino Murat e della nobiltà della sua causa: il re di Napoli chiama a raccolta i figli migliori di quell’Italia che, negletta ai conviti dei popoli, al pari di un mendicante a cui è già cortesia non fargli dispetto, solo dai suoi figli aspetta la redenzione e dalla Giustizia di Dio, che aprì le acque del Mar Rosso per far fuggire gli Ebrei e le richiuse poi sugli inseguitori. Tutte queste immagini saranno riprese con maggior efficacia in “Marzo 1821”. Nel “Proclama di Rimini” invece l’andamento è fiacco, la passione poco eccitata, l’interesse propagandistico troppo scoperto.
Di ben altro respiro e di ben diversa intensità lirica sono le due odi del 1821, composte quasi di getto, in occasione dei moti carbonari.
Moti rivoluzionari degli anni 1820-1821
In Spagna la restaurazione aveva assunto il volto più spietato e reazionario. Per opposizione alle condizioni del paese, tra gli ufficiali dell’esercito vanno diffondendosi correnti non solo libertarie ma anche democratiche, come la società segreta dei Comuneros.
Il re di Spagna Ferdinando VII, tornato in patria, aveva subito revocato la costituzione liberale di Cadice del 1812 e aveva ridato i privilegi agli aristocratici e al clero e aveva perseguitato i patrioti.
La rivoluzione scoppiò il 1° gennaio 1820 a Cadice contro delle truppe che aspettavano da tempo la loro paga. Grazie a Rafael Riego, un membro dei Comuneros, le truppe si ammutinarono: insieme, chiesero il ripristino della costituzione del 1812. Il moto si estese rapidamente e il re fu costretto a cedere.
Intanto, anche nel Regno delle due Sicile scoppiano i primi moti. La rivoluzione fu guidata da un gruppo di rivoltosi di Nola guidati da Luigi Minichini e da alcuni soldati guidati da Morelli e Silvati. L’evento decisivo fu l’adesione di Guglielmo Pepe, uomo di grande fama e prestigio, che fu generale di Napoleone. Pepe assunse il comando e il re Ferdinando I fu costretto a promettere la costituzione che prevedeva una sola Camera, quella elettiva, e limitava quindi fortemente i poteri del re. L’agitazione rivoluzionaria va assumendo un carattere accentuatamente internazionale, focolai di rivolte si accendono in tutta Europa.
Il 10 marzo del 1821 scoppiò in Piemonte quel moto rivoluzionario liberale che avrebbe dovuto dare la Costituzione al Piemonte e l’indipendenza alla Lombardia. Le truppe degli insorti, giunte sulla sponda del Ticino, che segnava i confini fra le due regioni, erano prossime a varcare quei termini per marciare contro gli Austriaci e liberare i fratelli lombardi: auspicio perché il moto si estendesse in tutta Italia e realizzasse l’unità del Paese e l’indipendenza dallo straniero. Purtroppo quel fiume non fu varcato e l’8 aprile di quello stesso anno gli insorti erano stati già sconfitti dalle truppe congiunte del generale piemontese de La Tour e dell’austriaco Bubna. Il Manzoni, animato dalla sua fede fortissima nell’unità d’Italia, aveva precorso gli eventi e immaginata la redenzione della Patria: in pochi giorni compose l’ode “Marzo 1821”, così ricca d’amor patrio, così vibrante del sentimento della libertà e dignità dei popoli, così calda di accenti cristiani che non danno luogo a manifestazioni di odio, ma sempre e soltanto di amore e di carità verso gli uomini in generale e verso le vittime in particolare. L’ode, dopo l'esito di quelle vicende, non poté ovviamente essere pubblicata. C’è in quest’ode l’affermazione del proprio ideale nazionale e unitario (una d’arme, di lingue, d’altare, /di memorie, di sangue e di cor). C’è un convinto incitamento agli italiani a ribellarsi all’ingiustizia e all’oppressione, sotto l’egida garante di Dio che è amore e giustizia. La rivoluzione nazionale diviene in questa prospettiva lotta del bene contro il male. L’animo del Poeta al solo pronunciare del dolce nome d’Italia, si intenerisce e prorompe in un grido soffocato dal pianto: “Cara Italia!”. Il Poeta rievoca allora le ingenue speranze degli Italiani, che si aspettavano la libertà dallo straniero.
L’altra ode scritta di getto dal Manzoni fu Il “Cinque Maggio” composta in soli tre giorni subito dopo che il Poeta ebbe la notizia della morte di Napoleone, avvenuta nell’isola di Sant’Elena il 5 maggio 1821. Nell’ode si celebra, con concitata commozione e sbigottimento, la morte di Napoleone, poi con trapassi fulminei la rievocazione delle folgoranti tappe della sua irripetibile avventura storico-militare; infine si ha la commossa celebrazione della sua anima consegnata alla fede pacificante, prima della morte. In quest’ode si ripete, oltre ogni giudizio storico sul personaggio (Ai posteri / l’ardua sentenza), una lettura morale della politica e Napoleone diviene un simbolo del pessimismo cristiano del Manzoni che tende a svalutare l’azione degli uomini nella storia.
Delusione storica del Manzoni nelle tragedie
Di fronte all’amara delusione storica degli anni 1815-1821 (Restaurazione, Santa Alleanza, fallimento dei moti liberali) in un periodo di crisi profonda, Manzoni ricorre alla tragedia, come genere capace di funzionare più organicamente e in profondità. La tragedia, infatti, è uno strumento di comunicazione più diretta, immediato, per certi aspetti più popolare e, in quegli anni tragici, Manzoni vuole meditare sul destino di ingiustizia, di infelicità, di oppressioni degli individui, sui contrasti tra le rovine della storia e i disegni di una Provvidenza enigmatica ma accertata dalla fede. Lo scrittore aspira a una tragedia storica, pertanto, alla base di essa non vi è più quella passione d’amore che per tanti secoli aveva costituito il nocciolo del teatro francese, ma il “vero” della storia umana e per non tradire il “vero” Manzoni rifiuta le unite aristoteliche di tempo e di luogo. È sulla base di questi principi, espressi nella Lettera a M. Chauvet sull’unita di tempo e di luogo nella tragedia, che nascono il Conte di Carmagnola e l’Adelchi. La prima è dedicata alla figura del capitano di ventura Francesco Bussone, detto il Carmagnola, processato e condannato a morte per tradimento dalla repubblica di Venezia nel Quattrocento; la seconda, l’Adelchi, rappresenta il crollo del dominio longobardo in Italia sotto i colpi dei nuovi conquistatori franchi.
Moti rivoluzionari del 1830-1831
Nel 1830-31 una nuova ondata rivoluzionaria investe direttamente gran parte dell’Europa occidentale e centrale, fino alla Polonia. Una delle cause principali è la crisi economica che a partire dal 1825 colpisce diffusamente l’intero continente, partendo dalla Francia, che vede per prima l’aggravarsi dei contrasti politici fra aristocrazia e borghesia. Anche in Italia scoppiano moti rivoluzionari in stretta relazione con gli avvenimenti parigini.
L’epicentro dei moti in Italia fu il ducato di Modena, guidato da Ciro Menotti, un commerciante. Ciro pensava di poter contare sull’appoggio di Francesco IV, duca di Modena, che voleva allargare i suoi domìni. Entrambi credevano nell’appoggio della Francia, ma poiché questa non dava segni di consenso, Francesco IV si ritirò e, dato che Menotti non si arrese, lo fece arrestare assieme ai suoi compagni. L’insurrezione esplose ovunque, anche nello stato Pontificio. Francesco IV fuggì sotto la protezione dell’Austria.
A Bologna veniva intanto a formarsi il Governo delle provincie unite (rivoluzionario). Ma i dissensi tra democratici e moderati finirono per indebolire il movimento permettendo all’Austria di liquidare i rivoluzionari. Francesco IV tornò, Ciro Menotti fu ucciso. Anche nello stato Pontificio ci fu una reazione con molte condanne, tanto da spingere molti sovrani a scrivere delle lettere in cui si consigliava alla Chiesa di ridimensionare il suo potere temporale e riformare il sistema giuridico.
Dopo il fallimento della rivoluzione del 1831 cominciarono a formarsi in tutto il Paese nuclei clandestini della Giovine Italia, l'associazione democratica, repubblicana e unitaria fondata verso la metà del 1831 dall'esule Giuseppe Mazzini.
Particolarmente incisiva fu la penetrazione dell'organizzazione mazziniana in Lombardia, in Emilia-Romagna e nel Regno di Sardegna. Scopo della Giovine Italia era la preparazione di un'insurrezione e di una guerra rivoluzionaria contro l'Austria e i governi assoluti dei vari Stati italiani per arrivare alla creazione di un'Italia unita. Ma nell'aprile 1833 la polizia scoprì le file della congiura e la stroncò sul nascere con una dura repressione che si concretò in numerose condanne a morte e nell'incarcerazione di centinaia di aderenti alla Giovine Italia. Mazzini nel febbraio 1834 tentò ugualmente di far insorgere il Regno di Sardegna, organizzando una spedizione armata dalla Svizzera sulla Savoia, ma il tentativo si risolse in un fallimento. L'esito negativo di questi moti paralizzò per anni l'azione rivoluzionaria di Mazzini, e solo nel 1841 i patrioti ricominciarono l'azione cospirativa.
Dal canto loro nel 1844 i fratelli veneziani Attilio ed Emilio Bandiera, dopo aver disertato dalla marina militare austriaca, organizzarono una spedizione in Calabria per spingere le popolazioni a sollevarsi contro il governo borbonico; ma l'impresa si concluse tragicamente con la cattura e la fucilazione dei Bandiera.
Il romanzo storico manzoniano
Proprio in questi anni di fervore politico e di fallimenti dei moti rivoluzionari si sviluppa in Italia la presenza di generi letterari nuovi, per lo più creati dal romanticismo, fra cui il romanzo.
Esso, di ispirazione prevalentemente patriottica, è ambientato in epoche considerate importanti per gli italiani, le quali però spesso vengono idealizzate o acquistano sfumature diverse in relazione alla sensibilità ed agli ideali degli autori. In questo genere letterario l'esempio più illustre è il capolavoro del Manzoni. Il periodo creativo del Manzoni, infatti, si conclude con la pubblicazione dei Promessi sposi.
Negli anni compresi tra il 1821 e il 1827 ha luogo la composizione del romanzo, di cui la prima edizione, in tre volumi, fu pubblicata nel 1827 (dopo i vari rifacimenti, dal Fermo e Lucia agli Sposi promessi) e quella definitiva tra il 1840 e il 1842. Capostipite del romanzo storico, su cui Manzoni si basa per la stesura del suo capolavoro, è l’“Ivanhoe” (1819) dello scrittore inglese Walter Scott. Con I promessi sposi, il Manzoni si propone di offrire un quadro di un’epoca del passato, ricostruendo tutti gli aspetti della società, il costume, la mentalità, le condizioni di vita, i rapporti sociali ed economici. La società di cui Manzoni vuol fornire un quadro nel suo romanzo è quella lombarda del Seicento sotto la dominazione spagnola. Il Seicento lombardo, ai suoi occhi, segna il trionfo dell’ingiustizia, dell’arbitrio e della prepotenza, da parte del governo, nella condotta politica e nei provvedimenti economici, da parte dell’aristocrazia e delle masse popolari. Manzoni risale al passato per cercare le radici dell’arretratezza in cui si trova l’Italia del presente, e in tal modo, attraverso la critica della società del Seicento, offre alle nascenti forze borghesi il modello di una società futura da costruire. In primo luogo il romanzo risponde perfettamente alla poetica del “vero”, dell’“interessante” e dell’“utile”, in cui Manzoni sintetizza l’essenza dei principi romantici: consente di rappresentare la realtà senza le astrazioni e gli artefici convenzionali propri della letteratura classicistica; si rivolge non solo alla casta chiusa dei letterati ma a un più vasto pubblico, perché, attraverso la forma narrativa e il linguaggio accessibile, suscita facilmente l’interesse del lettore comune; introduce nella narrazione l’esposizione di idee, precetti, cognizioni varie: in tal modo il romanzo risponde alle esigenze dell’impegno civile dello scrittore e fornisce il mezzo per comunicare al lettore notizie storiche, ideali politici e principi morali. In secondo luogo il romanzo, essendo un genere nuovo, permette allo scrittore di esprimersi con piena libertà, senza lottare con regole arbitrarie imposte dall’esterno. Nel romanzo, Manzoni sceglie di rappresentare una realtà umile, ignorata dalla letteratura classica: violando convenzioni letterarie profondamente radicate, elegge protagonisti due semplici popolani della campagna lombarda e rappresenta le loro vicende in tutta la loro profonda serietà e tragicità. Il personaggio non è più posto su uno sfondo astratto, fuori dal tempo e dallo spazio reali, ma rappresentato in rapporto organico con un dato ambiente e un dato momento. Manzoni rappresenta individui dalla personalità unica, irripetibile, estremamente mobile e complessa. Né deriva il rifiuto di quell’idealizzazione del personaggio, che è propria del gusto classicistico; in particolare i due protagonisti, pur essendo portatori delle virtù considerate da Manzoni più alte, non cessano di essere due contadini, e della loro condizione conservano la mentalità, il linguaggio, il comportamento. Il compenetrarsi di tutti questi elementi nei Promessi sposi fa si che Manzoni, nella nostra letteratura italiana del primo Ottocento, assuma una funzione di incalcolabile portata, quella di iniziatore della moderna tradizione del romanzo realistico.
Dopo la composizione del romanzo, il Manzoni si dedica a opere di carattere prevalentemente storico, come la Storia della colonna infame (1842) e il Saggio comparativo sulla rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859, dove fa suo l'atteggiamento dei liberali moderati che condannavano la violenza e gli eccessi dei rivoluzionari francesi.
È importante anche la sua assidua partecipazione al rinnovamento della cultura, che fu una sua caratteristica costante. L’autorevolezza e l'importanza del Manzoni derivano, infatti, oltre che dal messaggio, dal suo impegno morale.
Moti rivoluzionari del 1848
Dal 1846 l’Europa è investita da una nuova crisi economica. Sono anni di contrasti politici e di malcontenti popolari, in cui mal si sopporta il regime autoritario dei governi che hanno creato alla Santa Alleanza. La rivoluzione del 1848 ha dunque due volti: uno nazional-liberale (Germania, stati asburgici, Italia) e uno sociale (Francia), uniti perché in entrambi i casi si tratta di una rivoluzione borghese. Nel 1848 in Italia le rivolte furono diretta conseguenza dei moti parigini e viennesi e testimoniano la crescita del movimento liberale italiano. In Piemonte e in Toscana i sovrani concedettero delle riforme istituzionali, dando una limitata libertà di stampa e cambiando in senso liberale l'ordinamento giudiziario e della polizia. Dove non furono fatte queste concessioni, come nel Regno delle Due Sicilie, esplosero le rivolte che costrinsero il sovrano a concedere la Costituzione. A Torino le pressioni popolari costrinsero Carlo Alberto a concedere lo Statuto, cosiddetto «Albertino» (4 marzo 1848) e fu subito imitato dal Granduca di Toscana. Appena si sparse la notizia che a Vienna era scoppiata una sommossa liberale e Matternich era stato costretto alla fuga, la popolazione veneziana insorse proclamando la Repubblica. La notizia si propagò: il 18 marzo Milano insorse e in 5 giornate le truppe austriache furono sconfitte si formava cosi un governo provvisorio diretto da forze moderate capeggiate da Casati. Durante le 5 giornate, Manzoni seguì con entusiasmo gli eventi politici, pur senza parteciparvi direttamente. L’ode Marzo 1821, che era stata tenuta nascosta dall’Autore fino al 1848, vide finalmente la luce. Manzoni, inoltre, incitò i tre figli maschi a prendere parte ai moti e benché uno di essi fosse caduto prigioniero e ostaggio degli austriaci, firmò un appello a tutti i popoli e principi italiani perché aiutassero i milanesi. Dopo questi fatti, esponenti della borghesia liberale e dell'aristocrazia si erano rivolti a Carlo Alberto perché intervenisse contro l'Austria. Il 23 marzo 1848 iniziò la prima guerra d’indipendenza italiana. Dopo alcuni modesti successi iniziali dei piemontesi, gli austriaci, a Custoza, sconfissero l’esercito sabaudo che firmò il 9 agosto un armistizio con i rappresentanti austriaci.
Manzoni: senatore dell’Italia unita
Nel 1849 Manzoni fu eletto deputato nel collegio di Arona in Piemonte, ma rifiutò il seggio perché non si sentiva adatto alla politica. Intanto lo Stato Sabaudo intraprende una serie di riforme e ammodernamenti, che mirano a indebolire il potere ecclesiastico e soprattutto a trovare alleati contro l’Austria portando la “questione italiana” all’attenzione europea.
L’occasione giusta si presenta quando il nuovo ministro del Regno di Sardegna, Camillo Benso Conte di Cavour, decide di partecipare alla Guerra di Crimea. L’intervento militare porta Cavour al successivo Congresso di Parigi (1856), durante il quale il ministro sabaudo indica la necessità di un’Italia unita e propone il Regno di Sardegna come stato-guida. Tutto ciò sfocia, nel 1859, in un’alleanza con la Francia e negli accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III, con cui la Francia si impegna a sostenere il Regno di Sardegna in una guerra contro l’Austria. Mentre Mazzini continua la sua propaganda rivoluzionaria soprattutto al Sud, a Cavour non rimane altro che provocare l’Austria alla guerra; ciò si verifica nell’aprile 1859 e comincia così la II Guerra d’Indipendenza. La guerra si risolve in pochi mesi a favore dell’esercito franco-piemontese; tuttavia, le perdite subìte spingono Napoleone III a firmare l’Armistizio di Villafranca con l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe. I popoli del centro-nord Italia si ribellano e chiedono di annettersi al Regno di Sardegna: Napoleone III è costretto ad accettare, ma chiede in cambio Nizza e la Savoia. A questo punto bisogna riconquistare le terre del sud. In gran segreto, con l’appoggio del re, Garibaldi organizza una spedizione di militari volontari (i Mille) che nel maggio 1860 partono da Quarto (vicino a Genova) per raggiungere e “liberare” il Sud. I garibaldini sbarcano in Sicilia e in breve tempo si impadroniscono dell’isola; l’entusiasmo è tale che tutte le regioni del Sud insorgono e il sovrano borbone Francesco II deve scappare e rifugiarsi a Gaeta. Così, dopo l’annessione delle regioni del Sud attraverso plebisciti popolari, il Regno di Sardegna diventa ufficialmente Regno d’Italia “per grazia di Dio e volontà della nazione”, come viene solennemente proclamato nel primo Parlamento italiano il 17 marzo 1861. Manzoni, visti finalmente concretizzati i suoi ideali patriottici, si reca a Torino, per votare la proclamazione del Regno d'Italia. Nello stesso anno il Re Vittorio Emanuele II lo nomina senatore a vita e nel 1862 fu presidente della commissione per l'unificazione della lingua. Due anni dopo raggiunse nuovamente a Torino per votare il trasferimento della capitale a Firenze. Nel '70 salutò con gioia l'entrata delle truppe italiane a Roma, grazie alla breccia di porta Pia, con la quale finiva lo Stato della Chiesa. Nel '72 fu nominato cittadino onorario di Roma. Negli anni della sua lunga vecchiaia fu circondato dalla venerazione della borghesia italiana, che vedeva in lui non solo il grande scrittore, ma anche un maestro, una guida intellettuale, morale e politica. Manzoni morì a Milano nel 1873, a 88 anni; gli furono tributati solenni funerali, alla presenza del principe ereditario Umberto, e fu sepolto nel cimitero monumentale.
Bibliografia
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Somma Elisabetta
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